[ Di una cosa sono convinto: un libro
dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.]
Ma è bene se la coscienza riceve
larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni
morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e
pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul
cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi
tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri
che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi
abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia
che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di
noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli
uomini, come un suicidio, un libro dev’essere la scure per il mare
gelato dentro di noi. Questo credo.
Franz Kafka, da una lettera a Oskar
Pollak (Novembre 1903) - Traduzione di Ervino Pocar
Vedo me stesso essenzialmente come un
lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che
quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho
scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello
che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.
Che altri si vantino delle pagine che
hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.
Jorge Luis Borges, da L'invenzione
della poesia - Le lezioni americane - Traduzione di Angelo Morino,
Vittoria Martinetto
Cosa significa leggere? Cosa facciamo
quando apriamo un libro? In che modo l’inconscio è implicato in
quella che abitualmente definiamo “ lettura”? Massimo Recalcati
al festival della Comunicazione di Camogli 2018 "Visioni"
parla dei libri, oggetti che alla pari dei padri, degli amori eterni,
dei maestri (gli argomenti di cui si è occupato), corrono il rischio
di estinguersi nel nostro tempo. Un libro è un corpo, è un mare, è
un coltello. Trasformare un libro in corpo significa rendere il libro
un corpo erotico: questo è il miracolo di una lezione, di un
commento, di qualcuno che getta luce su un libro. Assomiglia al mare
il libro perché chiede di essere aperto, un libro chiuso è un
controsenso. Il libro è l'antimuro, incrina il muro, spacca il muro.
Quando leggiamo, il libro taglia le nostre vite. I veri libri
scandiscono la nostra vita, separano la nostra vita da un prima e da
un poi. Certe letture hanno tagliato la nostra vita: in quel caso il
libro è un incontro, un evento che cambia il tran tran del mondo. La
libreria disegna il nostro ritratto più intimo. (1)
Lo
psicoanalista M.F. Turno intervistato da D. Federici a proposito di
piscoanalisi e letteratura dice :D.F.
Per riflettere sulla letteratura partirei dalla parola: da analisti
ne conosciamo bene l’importanza come strumento per portare alla
coscienza, per quel farsi
psichico che si
appropria della realtà conferendole un senso, che costruisce il
mondo interno facendone uno strumento di contenimento, elaborazione e
comunicazione. La parola nasce
nella carne, la
sua magia e il suo potere evocativo scaturiscono dal linguaggio
primordiale che l’ha vista prima di tutto un atto senso-motorio.
Freud considerava poeti e scrittori alleati preziosi, spesso più
avanti nella conoscenza del profondo, perché attingendo a fonti
personali e invisibili, riescono a dare forma a ciò che lo studioso
arriva a comprendere solo attraverso un lavoro faticoso. E suggeriva
agli psicoanalisti di coltivare interessi umanistici per non trovarsi
smarriti
di fronte al narrarsi del paziente, perché il lavoro analitico è un
dialogon,
l’incontro di due testi che si intrecciano trasformandosi,
estendendo lo psichico e il senso nella polisemia delle forme
simboliche, in uno spazio intermedio che è comune all’opera
creativa.
Come arrivi alla scrittura di un testo letterario e quali
scrittori ti hanno ispirato di più?
M.F.T. Testo letterario è una parola grossa e
impegnativa. Questa passione dello scrivere nasce durante
l’adolescenza. Negli ultimi anni del liceo mi divertivo a
descrivere momenti scolastici in cui prendevo in giro compagni e
docenti. Ebbene la professoressa di lettere mi dava il permesso di
leggere questi componimenti satirici con il consenso dei compagni che
si divertivano sì, mentre qualcuno un po’ se la prendeva. Certo in
quel momento il mio modello era Marziale, Tito Maccio Plauto e il
loro italicum acetum, il prendere in giro per il prendere in
giro,insomma l’ironia che tutt’oggi mi accompagna…
Sicuramentesono stato un lettore precoce e compulsivo (e una cosa a
cui tengo molto è che non ho guardato la TV dai 18 ai 36 anni, salvo
qualche partita o Tribuna politica) e già nella prima adolescenza
spaziavo da Twain a Manzoni, da London a Pasternak e Dostoevskij.
Però ascoltavo la radio e leggevo. Ma mi sono
confrontato la prima volta con quello che si chiama stile leggendo
Verga e Allan Poe, due scrittori all’opposto e così se mi veniva
in mente qualche storia (ma chissà perché vengono in mente storie)
le scrivevo alla maniera di… Solo ai diciotto anni arrivo a una mia
composizione originale in una sorta di stream of consciusness
di immagini e situazioni che descrivevano il mondo emozionale del
protagonista. Una cosa abbastanza difficile e complicata che mi
valse, bontà loro, il primo premio in un concorso interscolastico.
Ero comunque digiuno di psicoanalisi e avevo solo letto un
libro di Jung sui tipi psicologici che, devo dire, mi affascinò e mi
fece decidere per la mia futura strada.
Comunque, per tornare alla domanda, c’è sempre una noxa,
un qualcosa di distonico, un particolare che non sempre è al suo
posto e mi parassita la mente, un pensiero balocco con cui
mi metto a giocare e che pian piano si carica di particolari, quando
mi sento saturo comincio a scrivere aprendo uno scenario su quel
gioco mentale che sino a qualche giorno prima neanche esisteva. Il
mio pensiero diverge, fa ipotesi per cui inventare una
storia diventa così una sorta di necessità: devo vuotare il sacco,
scaricarmi. Nella mia analisi personale questo mio modo di essere è
stato affrontato, ma senza risolverlo, non ho fatto alcuna scelta e
da sempre convivo con questa duplice identità. Insomma non mi reputo
un analista che a un certo punto della sua vita si è messo a
scrivere, molti lo fanno e lo fanno anche bene. Prima di ottenere dei
profitti lavorando come professionista ne ho ottenuti con la
scrittura: sono stato iscritto alla sezione DOR della SIAE dagli anni
’70 fino a metà anni ’90 e incassavo regolarmente i miei
compensi di diritti d’autore per i lavori che venivano
rappresentati. Per uno studentello di medicina non era male.
D.F. Freud scrisse a Schnitzler che vedeva nella
letteratura una sorta di doppio della psicoanalisi: condividendone
fonti e oggetto, autore e psicoanalista utilizzano entrambi
l’interpretazione, l’uno per creare, l’altro per penetrare la
tramatura invisibile del racconto del paziente, slegando
l’elaborazione secondarizzante. La psicoanalisi deve molto al
rapporto con l’intelligenza letteraria, così come quest’ultima è
stata influenzata dal sapere analitico sulle dinamiche del profondo.
Nel tuo lavoro di scrittore quanto hai attinto a modelli narrativi
o strutture simboliche di matrice psicoanalitica? Quanto pensi che
l’esercizio alla funzione maieutica accanto ai pazienti abbia
inciso sulla tua scrittura nel costruire trama e personaggi?
M.F.T. Freud ci aveva visto bene: la scrittura di
Schnitzler si sovrappone alla psicoanalisi. A questo proposito la
prima azione scenica che realizzai si ispirò liberamente al suo
Doppio sogno. Il maestro Gianni Notari mi affidò una
cassetta chiedendomi se l’ascolto mi facesse venire in mente
qualcosa. Era Prozession di Karlheinz Stockhausen, ventotto
minuti di musica contemporanea che talvolta riascolto non senza
emozione. Sembra di percepire i rumori dell’inconscio più
profondo, se solo l’inconscio avesse una dimensione spaziale,
euclidea. Di getto scrissi un passo a tre, Pater noster, che
partiva solo da un’immagine, un flash di Doppio sogno che
sulla scena diventava una sofferta triangolazione edipica. Avevo
appena vent’anni e per un attimo vedere una mia idea diventare un
balletto da camera rappresentato nel foyer del Teatro
dell’Opera, mi dette la sensazione che davanti a me si poneva
pericolosamente un bivio e potevo fare delle scelte dettate dalla
inebriante situazione del momento. Non avvenne per puro caso: Notari
fu ingaggiato dal Maggio Fiorentino, mentre io risultai
irreperibile. Il giorno dopo, sacco in spalla, volai per gli Stati
Uniti e così solo cinque mesi dopo seppi cosa era accaduto dopo
quella serata al Teatro dell’Opera.
Ma attenzione, in quello che avevo scritto non c’era il parlato,
c’era la danza, l’immagine, un qualcosa che sfuma nel gioco di
luci e di movenze, siamo nel sogno… Però quello che più mi ha
influenzato è stato il nostro metodo psicoanalitico, l’indagine,
lo scavo archeologico, lo scoprire la differenza fra i piccoli segni
che Freud riconosce a Giovanni Morelli, medico e critico d’arte.
Analizzare piccoli dettagli porta a scoprire la Verità e questo mi
ha insegnato a essere meticoloso e mai approssimativo. Per esempio in
quest’ultimo noir vintage mi sono avvalso
dell’emeroteca della Biblioteca nazionale per essere il più
preciso possibile: la sequenza dei giorni, il novilunio, il numero
delle riviste d’epoca, le vincite al totocalcio o il prezzo del
biglietto del tram o del caffè. Nella storia che racconto la
psicoanalisi non compare come teoria e prassi, ma come metodo, poiché
è stato scritta tenendo sempre presente un aspetto della
psicoanalisi: la paziente raccolta di frammenti di vita, di sogni, di
sedute, acting e talvolta frasi che apparentemente sembrano
senza significato. Ovvero quello che Carlo Ginzburg chiama appunto
paradigma indiziario. In realtà L’ispettore Fortunato
è una metafora sulla psicoanalisi. L’ispettore è un uomo che
cerca indizi e verifica ipotesi fino ad arrivare a una scoperta
sorprendente (il trauma?) che dà senso a tutta la storia, per cui
non fa altro che mostrare come mettere insieme i vari elementi
raccolti strada facendo per arrivare a quella Verità di cui parlavo
prima.
D.F. Proust dice che ogni lettore legge se
stesso, che un libro è uno strumento ottico che ci permette di
comprendere quel che forse, senza di esso, non avremmo mai conosciuto
di ciò che siamo. Scrivere, così come leggere una storia, è sempre
l’occasione di un viaggio per farci carico dell’alterità di noi
a noi stessi – come accade nei sogni – e della possibilità di
farci trasformare da quell’incontro. Ogni personaggio offre
l’opportunità di rappresentare degli aspetti della propria vita
psichica, così nella tessitura di una storia si oscilla fra uno
scrivere per la trama, per ciò che già si “conosce” e si vuole
rappresentare, e l’esplorazione che il punto di vista di un altro
ci permette, scavandolo da dentro e schiudendo traiettorie
impreviste.
Quanto da scrittore hai misurato la sorpresa dell’inconscio al
lavoro, da inseguire per la curiosità di vedere fin dove va a
finire? Ti sono capitati riscontri di lettori che hanno colto
sfumature che non avevi considerato? I pazienti fra i possibili
lettori hanno influenzato la tua scrittura o leggerti ha creato
effetti imprevisti nelle relazioni analitiche con loro?
M.F.T. Proust in parte ha ragione, nella lettura
non solo ci immergiamo in un’atmosfera, in un mood, ma
inconsciamente viviamo la vita dei personaggi. Per qualcuno
parteggiamo o in lui ci identifichiamo, mentre altri li detestiamo o
li odiamo ed è un motivo per cui un libro non può mai essere letto
una volta perché nella prima lettura noi siamo presi dal meccanismo,
per essere spettatori dobbiamo stabilire la giusta distanza anche se,
direbbe Freud, possiamo essere contemporaneamente lettori e
protagonisti di quella lettura come appunto accade nel sogno.
Comunque molti scrittori partono da una suggestione e scrivono senza
sapere dove si va a parare. I buoni scrittori in realtà non scrivono
niente, sono i personaggi che raccontano la loro storia e questo sia
Proust che Pirandello lo sapevano bene. La Memoria, direbbe
Proust… sì tutto si gioca lì. Negli anni ’80 in occasione del
cinquantenario della morte di Pirandello realizzai insieme a Michele
Mirabella e a un altro amico recentemente scomparso un vasto plot
sulla sua vita e nel nostro incipit mettemmo che erano proprio i
personaggi che andavano da lui per trovare vita nelle sue pagine,
come I sei personaggi… Chiaramente quella sceneggiatura
non è mai assurta a film e da qui nasce un mio personale consiglio:
chi scrive o crea in generale deve avere un buon rapporto con la
frustrazione. La creatività ha un mercato e se i mediatori dicono
che il tuo prodotto non va bene non è detto che sia realmente così.
Prendiamo i casi di Guido Morselli o John Kennedy Toole o Stieg
Larsson, per citarne solo alcuni, che hanno avuto successo solo dopo
morti e mi spiace per loro.
Proust era uno scrittore, ma molti fra quelli che scrivono, me
incluso, sono dei contastorie. Ad esempio la serie Millennium
di Stieg Larsson, autore molto lontano da Proust, ha venduto
cinquanta milioni di copie. Sarebbe bello capire cosa hanno in comune
i personaggi della Recherche e quelli di Millennium.
Circa i pazienti… dobbiamo considerare che in questo antropocene
digitale non si è poi tanto invisibili. Quando i pazienti entrano
per la prima volta nel tuo studio sanno già tutto di te (o forse
sanno anche cose che tu di te stesso non sai, per restare con
Borges), qualcuno fa riferimento alle pubblicazioni; solo uno,
ricordo, mi disse che era venuto per una consultazione perché aveva
letto Il mancato suicidio di Luigi Pirandello, ma era uno
che nella letteratura ci era dentro fino al collo.
D.F. La finzione letteraria può essere una via
d’accesso alla consapevolezza o ciò che ci permette di fuggire la
realtà, può fungere da filtro e visione riflessa per poter scrutare
verità altrimenti intollerabili. Nella tua esperienza di lettore
quanto consideri che i buoni libri siano strumento elaborativo per il
nostro mondo interno? E quanto lo è la scrittura?
M.F.T. La finzione letteraria può generare
insight. Basta chiedere ai colleghi per sapere quanti di
loro hanno sentito dire: stavo leggendo un libro e
improvvisamente ho capito… La letteratura si pone come effetto
di mirroring: quante ragazze si sono identificate nelle
quattro sorelle March e quanti ragazzi hanno vissuto avventure nei
panni di Jim Hawkins? Questo per l’adolescenza. In età adulta la
letteratura è un viatico a cui non si può rinunciare. Esprimendo
tutto il suo potere riflessivo, aiuta ad avere una visione
sul mondo emozionale dei personaggi e dell’autore e a capire se
stessi.
Anche lo scrivere ha la sua funzione. Ho esperienza personale con
pazienti anziani che durante il trattamento si sono messi a scrivere
(e anche molto). Poi dopo un anno o due mi hanno portato i loro
appunti… li ho accettati perché ho immaginato che lì c’erano
storie che non erano in grado di raccontare: pensabili, ma
indicibili. E così è stato, anche se buona percentuale di quello
che leggevo mi era già stato “narrato”. Ma quello che ho potuto
cogliere è stato l’ordito emotivo su cui lo scritto si articolava:
considerazioni su atroci e terribili vissuti o su azioni passate che
suscitavano profondi sensi di colpa e turbamenti. Molto emozionante,
devo ammettere. Il contenuto di quegli scritti è stato oggetto di
commento e la sensazione che i pazienti riportavano dopo la scrittura
era di liberazione e pacificazione. Ma esistono anche altre
situazioni oltre la scrittura: dottore guardi un po’ cosa ho
dipinto? e mostrano il telefonino… è chiaro che stanno
dicendo qualcosa, che si tratta di un incipit su cui
lavorare.
Che la scrittura possa servire a scrutare verità intollerabili
che appartengono allo scrittore non so se sia veramente così. Certo
in uno scritto c’è sempre qualcosa di un autore a meno che non
scriva proprio di se stesso o una biografia. On the road è
certamente autobiografico, lo sappiamo e questo non ci impedisce di
poter bere una birra con Kerouack, ma se pensiamo che quello che
scrive Brett Easton Ellis in American Psyco sia il suo non
detto e che dentro di lui si agita quel mondo beh! non ci prenderemmo
neanche un’aranciata altro che birra.
Se non è autobiografico un cameo c’è sempre, magari discreto
come faceva Hitchcock nei suoi film. Talvolta autobiografica
è anche la descrizione di un paesaggio, o parole che richiamano un
ricordo letterario o frasi che sono un omaggio a qualcuno, diremmo
una citazione.
D.F. In questo nostro tempo in cui languono le
capacità simboliche e la nebulizzazione del senso del limite rende
sempre più difficile avere a che fare con le angosce e con le
perdite, coltivare dubbi e un senso di responsabilità, la parola che
dà forma al non detto dentro ognuno di noi (e che quando manca
lascia preda di un agire acefalo) non è solo contenuto, è anche
atto sociale e relazione, cura e cultura. Quanto pensi che la buona
letteratura possa favorire le risorse del pensiero? Credi che gli
psicoanalisti, al di fuori della stanza d’analisi, potrebbero
contribuire a diffondere una cultura di maggiore consapevolezza?
M.F.T. La letteratura non solo, ma l’arte in
genere è quello che tu dici: relazione, cura e cultura. Permette al
fruitore di mettersi in contatto con le parti più profonde del
proprio essere. Pensiamoci un attimo, la conseguenza è il
gusto/disgusto o la godibilità di un libro o di un’opera d’arte
e questo non è uguale per tutti, poiché ciascuno di noi ho una
sorta di relazione person to person con quello che legge o
vede. Insomma è come se l’inconscio del fruitore potesse parlare
con l’inconscio creativo (chiamiamolo così) dell’artista.
Gli psicoanalisti potrebbero contribuire a diffondere una cultura
di maggiore consapevolezza ma devono soprattutto imparare a
comunicare. Quando leggo gli scritti di illustri colleghi mi chiedo
spesso per chi stiano scrivendo. Dimenticano di avere un pubblico e
sembra scrivano per se stessi. Non ho difficoltà a dirlo, ma spesso
non riesco a capire il loro linguaggio e la cosa peggiore è che non
suscitano dentro di me curiosità. Quello che scriviamo nelle riviste
del settore dovrebbero o potrebbero essere il punto di partenza di
una ricerca, suscitare uno stimolo comune perché la curiosità è il
motore della ricerca, lo capiremo mai? Quando scriviamo di casi
clinici scriviamo di persone, differenti persone e ciascuna a modo
suo è “un caso eccezionale” “irripetibile” ed è per forza
così. Siamo come un’impronta digitale con “sfumature” comuni
ma tutti diversi. L’ipotesi di interpretazione che poniamo a un
paziente può essere buona per uno ma non per l’altro. La
sfumatura, la piccola oscillazione, la tonalità fa la differenza.
Spesso nello scrivere di psicoanalisi si tende a elaborare per ogni
caso che si incontra una sorta di “filosofia della psiche”
certamente valida per chi scrive, ma forse non altrettanto valida per
chi legge… I personaggi a disposizione di uno psicoanalista sono
infiniti e la letteratura dovrebbe avercelo insegnato abbastanza. In
psicoanalisi abbiamo ancora molte cose da dire, cose che sono in
movimento come i tempi che cambiano o il nostro divenire, ma noto che
o le diciamo male o in ritardo. In psicoanalisi si scrive più che in
ogni altra disciplina, una cultura di maggiore consapevolezza forse
esige un rasoio di Occam psicoanalitico. In questo periodo pandemico
è stato facile contare i vari inviti a seminari, congressi e
incontri via web. Talvolta ne ho contati anche 4-5 a settimana. Cosa
che non è successo fra i chirurghi, i fisici ma anche i filosofi e
gli ingegneri. Ma cosa ce ne facciamo di questo materiale? Forse
poco… Se ne deduce che agli analisti piace raccontarsi e raccontare
(come del resto sto facendo io).
D.F. Nelle Lezioni americane Calvino
richiamava il pericolo di perdere la funzione fondamentale
dell’immaginazione, che la capacità di evocare immagini in
assenza si atrofizzi in un’umanità sempre più inondata dal
diluvio delle immagini prefabbricate. Invocava una pedagogia
dell’immaginazione, per apprendere a elaborare le proprie
visioni interiori, senza lasciarle soffocare sotto questa realtà
aumentata in fruizione passiva né ammorbarle in un confuso
fantasticare, perché quelle epifanie cariche di significati che
spesso fondano l’immaginazione letteraria, animino una scrittura
creativa che dia ordine e intenzione a quelle invenzioni. Immaginare
ci serve a costruire le rappresentazioni con cui conosciamo noi
stessi, gli altri, la realtà che ci circonda, con cui colmiamo i
vuoti del pensiero razionale e pensiamo l’invisibile. “Il
romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non
è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità
umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di
cui è capace” (Kundera, L’arte del romanzo).
Pensi che la rivoluzione dei media, insieme alle enormi
possibilità che ci ha aperto, destini al cambiamento i libri e gli
spazi della lettura che nutrono l’immaginario e la funzione
narrativa che fonda l’umano?
M.F.T. Kundera ha una splendida intuizione. È
vero l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è
il campo delle possibilità umane, rendiamoci conto quanto Bion
ci sia in questa affermazione. È un po’ quello che dicevo prima.
Chi scrive, chi usa la fantasia, non si ferma mai a un’unica
possibilità. Calvino, proprio in Lezioni americane, disse a
proposito della fantasia cheè un posto dove ci piove dentro,
dando a questa immagine una forte connotazione di contenitore, sempre
aperto.
Noi siamo abituati a organizzarci la giornata, la vita e questo ci
dà un immenso senso di sicurezza: a sera pensiamo che tutto è
andato come avevamo programmato. Ecco basta pensare per un momento a
qualcosa che sarebbe andata diversamente, non necessariamente storta,
e ci troveremmo in un’altra storia, pensabile ma anche scrivibile.
Non è poi così difficile.
Leggere è un fenomeno culturale e genetico allo stesso tempo. La
passione per la lettura passa attraverso la famiglia e i buoni
insegnanti ma altri possono sentirsi semplicemente “predisposti”,
come un dono naturale. D’altro canto se in parte la lettura è
stata sostituita da una cultura dell’immagine forse questa ultima
cultura comincia ad essere accompagnata o sostituita da una cultura
dell’ascolto: podcast e audiolibri. Sembra proprio che l’umanità
abbia bisogno della narrazione. (2)
Marcello F. Turno è
psichiatra, psicoanalista SPI e IPA e della Federazione Europea di
Psicoterapia Psicoanalitica (EFPP). È stato il promotore della
Commissione sui media della SPI e l’ideatore del “premio
Musatti”. Docente di Psicogeriatria presso un ateneo romano, oltre
alla clinica ha svolto attività di ricerca in collaborazione con
l’ISTC-CNR di Roma.
Ha collaborato durante gli studi di medicina con il
coreografo-regista Gianni Notari (Teatro dell’Opera Roma, La Fenice
Venezia) scrivendo numerose azioni sceniche per teatro-danza, fra cui
Pater noster, Ichspaltung, Metamorphosis,
Pirandello, Amlet, D’Annunzio, Saffeides, realizzate dal
Nouveau Theatre du Ballet International di Venezia
e da Immagine Danza di Roma.
Ha ideato il dramma manicomiale Electra per il Centro
Drammatico Sperimentale di Genzano e Io Cesare, Bruto, forse la
rivoluzione…, messo in scena con un gruppo di ex
tossicodipendenti curando egli stesso la regia.
Ha scritto con pseudonimo e a quattro mani: Naomi ci ha
stressato (Castelvecchi). Ha collaborato con Paolo
Bianchini alla sceneggiatura di L’uomo del vento
(Rai-Fiction) e ha ceduto con opzione a RAI-Cinema il soggetto
Cambio loco. Ha pubblicato fra saggio e fiction Il mancato
suicidio di Luigi Pirandello (Teda, 1a ed.) (Alpes,
2a ed.) e i racconti Storie nere in stanze d’analisi
(Alpes). Di recente pubblicazione L’ispettore Fortunato
(Alpes), un noir vintage ambientato nel 1953 che
riporta fedelmente fatti di cronaca e atmosfere di quel periodo.
È giunto due volte finalista nel torneo IoScrittore con
due differenti romanzi. È autore di saggi brevi di psicologia e
psicoanalisi e di un manuale di psicogeriatria, Una notte senza
luna (laBiblioteca 1a e 2a
ed., Alpes 3a ed). Ha ricevuto il premio speciale
“Moscati”, nell’ambito del “Premio Cronin 2022” per
medici-scrittori, con un racconto di vita vissuta: il ritrovamento
della documentazione fotografica della dr.ssa Luisa Guidotti uccisa
in Zimbabwe durante il governo razzista di Jan Smith.
(1
)Massimo Recalcati nasce a Milano il 28 novembre 1959. Nel 1989 si
specializza in psicologia sociale presso la Scuola di psicologia di
Milano diretta da Marcello Cesa-Bianchi. Si forma alla psicoanalisi a
Parigi con Jacques-Alain Miller. Insegna Psicopatologia del
comportamento alimentare presso l’Università degli Studi di Pavia
e Psicoanalisi e scienze umane presso il Dipartimento di Scienze
Umane dell'Università degli Studi di Verona. Ha scritto: Cosa resta
del padre? (Raffaello Cortina 2011), L’uomo senza inconscio
(Cortina 2010), Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione
(Cortina 2012), Ritratti del desiderio (Cortina 2012) Patria senza
padri. Psicopatologia della politica italiana (minimum fax 2013), Il
complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre
(Feltrinelli 2013), Non è più come prima. Elogio del perdono nella
vita amorosa (Raffaello Cortina 2014), L'ora di lezione. Per
un'erotica dell'insegnamento (Einaudi 2014), Le mani della madre.
Desiderio, fantasmi ed eredità del moderno (Feltrinelli, 2015),
Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto
(Raffaello Cortina, 2016), Un cammino nella psicoanalisi. Dalla
clinica del vuoto al padre della testimonianza (inediti e scritti
rari 2003-2013) (Mimesis, 2016), Il mistero delle cose (Feltrinelli
2016), I tabù del mondo (Einaudi 2017), Cosa resta del padre? La
paternità nell'epoca ipermoderna (Cortina Raffaello 2017), Contro il
sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Cortina Raffaello
2017), Il segreto del figlio (Feltrinelli 2017), A libro aperto, una
vita è i suoi libri (Feltrinelli 2018), Mantieni il bacio
(Feltrinelli 2019) e La notte del Getsemani (Einaudi, 2019).
(2)https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/per-approfondire-la-riflessione-fra-psicoanalisi-e-letteratura-m-f-turno-intervistato-da-d-federici/
Eremo
Rocca S. Stefano domenica 23 aprile 2023