L’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati, fa appello al mondo perché non dimentichi e non trascuri le necessità sempre maggiori dei rifugiati e degli sfollati siriani, a undici anni dall’inizio della crisi.
La Siria rimane la più grave crisi mondiale per numero di persone costrette alla fuga. Più di 13 milioni di persone sono fuggite dal paese o sono sfollate all’interno dei suoi confini.
I paesi confinanti e vicini necessitano di un sostegno internazionale costante, avendo accolto con generosità oltre 5,6 milioni di rifugiati siriani: il numero più alto al mondo. Questi paesi subiscono una crescente pressione finanziaria, specialmente alla luce dell’impatto socio-economico devastante della pandemia da COVID-19. I rifugiati e le comunità ospiti sono stati duramente colpiti dalla perdita dei propri mezzi di sostentamento e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari e di altri beni necessari.
Oggi, la maggior parte dei rifugiati siriani della regione vive in povertà. Le prospettive sono particolarmente difficili per i più vulnerabili fra loro, come le madri single, i bambini non accompagnati e le persone con disabilità. La situazione è grave soprattutto in Libano, dove oltre il 90% dei siriani vive in condizioni di povertà estrema, insieme a un numero sempre più alto di individui delle comunità che li ospitano.
I bambini abbandonano la scuola per lavorare. I matrimoni precoci sono in aumento, specialmente tra le famiglie più impoverite. I miglioramenti ottenuti nell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria sono a rischio.
La situazione sarebbe ancora peggiore se non fosse per i passi significativi di alcuni paesi ospiti, che per esempio consentono ai rifugiati l’accesso al mercato del lavoro, all’assistenza sanitaria pubblica e a una serie di altri servizi. Questo risultato è stato ottenuto nonostante il grande numero di rifugiati presenti in questi paesi. La Turchia continua a ospitare la più vasta popolazione di rifugiati al mondo, compresi 3,7 milioni di siriani, mentre il Libano e la Giordania sono fra i paesi con il più alto numero di rifugiati pro capite.(1)
Riprendiamo un articolo di Gustavo Zagrebelsky “ Esiste una speranza laica? Che dal labirinto ci sia un’uscita: la regione aiuterà a trovarla.” Da la Repubblica del 27 settembre 2006
Alla domanda di un
intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera,
professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto
laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della
speranza».
Questo, in effetti, sembra un mondo di
rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la
speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre
grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare",
si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del
laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la
moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle
idee altrui, virtù mondane, civili».
Ma noi possiamo a
nostra volta domandare: in vista di che cosa? Sono virtù fini a se
stesse o c’è qualcosa di simile a una speranza, una speranza
laica, che le giustifica?
Rispetto a che cosa questi
atteggiamenti, che per taluno (i dogmatici, i fanatici, gli
inquisitori d’ogni risma, gli uomini dell’azione per l’azione)
sono gravi difetti, possono invece essere concepiti, per l’appunto,
come virtù e non semplicemente come disposizioni dell’animo prive
di valore come tante altre, se non addirittura come corruzioni
dell’animo, debolezze o almeno mancanze di energia? «Questi uomini
mettono nel dubbio ogni cosa. Ma - dice l’Inquisitore nel processo
a Galileo (B. Brecht, Leben des Galilei, 12. Trad. it., Vita
di Galileo, Torino, Einaudi, 1994, pagg. 200) - possiamo noi
fondare la compagine umana sul dubbio anziché sulla fede?».
In
un passo della sua Autobiografia (a cura di A. Papuzzi, Bari,
Laterza, 1997, pagg. 226 ss.) dedicato a «il problema della guerra e
le vie della pace», riprendendo il tema di un corso universitario da
cui è nato un libro famoso dallo stesso titolo e utilizzando le
immagini ivi usate per descrivere la condizione dell’umanità nel
tempo delle armi termonucleari (Bologna, Il Mulino, 1979, pagg. 21
ss.), Norberto Bobbio si interroga sul significato della vita
individuale e collettiva per mezzo di tre immagini tratte da
Wittgenstein, elevate a paradigmi: la bottiglia nella quale la mosca
vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce, il labirinto
entro il quale ci si aggira cercando la via per uscirne. Al di là
del comune malessere, la mosca nella bottiglia, il pesce nella rete e
l’errabondo nel labirinto sono in condizioni molto diverse. La
mosca uscirà dalla bottiglia (sempre che sia senza tappo) solo per
un colpo di fortuna. La sorte del pesce è invece segnata e il suo
dibattersi non farà che impigliarlo sempre di più, mentre chi è
perso nel labirinto può tentare di uscirne con il suo ingegno. La
sorte, la necessità e l’ingegno sono le cause che muovono le tre
situazioni. Bobbio, si comprende facilmente conoscendone il carattere
prima ancora che l’opera, tra le tre immagini predilige quella del
labirinto: «Chi entra in un labirinto sa che esiste una via
d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi
di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via
bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che
sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di
essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo
falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza,
non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un
passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di
calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare,
essere sempre pronti a tornare indietro». L’etica del labirinto
richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell’azione, che non
si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni,
che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo
d’ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario
durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le
vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute».
Le
tre immagini corrispondono a tre visioni della vita e della storia e
rinviano a tre etiche diverse: il pesce nella rete non ha prospettive
per il futuro e può solo, subendo senza reagire con rassegnazione
apatica, limitare il dolore; la mosca nella bottiglia può solo
giocare disperatamente d’azzardo, agitandosi più che possibile
sperando nella buona sorte; l’ospite del labirinto può
ponderatamente coltivare una speranza, tenendo i nervi saldi e
controllando responsabilmente la situazione. In tutti e tre i casi,
si potrebbe sperare in un intervento esterno: qualcuno che ci liberi
dalla rete, ci faccia uscire dal collo della bottiglia o ci conduca
per mano fuori del labirinto. Ma questa sarebbe una prospettiva
messianica, di un messianesimo religioso o storico, che presuppone la
fede in qualcuno, un qualche salvatore (un messo divino o una forza
storica) che ci trascende. Ed è per l’appunto ciò che è precluso
a un Bobbio «che non ha alcuna speranza» di questo tipo: la
salvezza, se salvezza ci può essere, non verrà da altri che da noi
stessi.
Ma perché prediligere il labirinto, che lascia una
speranza razionale, e non la rete, che toglie ogni speranza, o la
bottiglia, che mette in gioco la cieca sorte? Per la semplice ragione
che Bobbio è un uomo di ragione e scommette pascalianamente non
sulla fede in un Dio trascendente o in una qualche «levatrice della
storia» ma sulla ragione umana. A chi chiedesse quali buone ragioni
d’essere vinta ha dalla sua questa scommessa, si dovrebbe
rispondere semplicemente: nessuna buona ragione, ma è l’unica
speranza per l’essere umano: e più non dimandare.
Nell’ultima
pagina della già citata Autobiografia leggiamo: «Come ho
detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è
ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro
destino». Il che è quanto dire, per stare ancora all’immagine del
labirinto, che non sappiamo se c’è l’uscita ma che dobbiamo
sperare che ci sia e operare quindi come se ci sia e su questo esile
filo costruire la nostra speranza, la speranza degli uomini di
ragione e non di fede. Rispetto a ciò le virtù mondane e civili
sopra ricordate possono per l’appunto essere ritenute virtù.
Si
sarà notato che tutte queste immagini contengono in sé l’idea del
passaggio da un luogo a un altro e che questo passaggio equivale alla
liberazione dai tormenti, dall’oppressione, dall’infelicità.
Questa è un’idea ebraica e cristiana. Il Dio di Israele è colui
che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per
trarlo alla terra promessa; libera nos a malo implora la
principale preghiera al Dio dei cristiani e la resurrezione del
Cristo - centro del messaggio evangelico - è presentata come il
passaggio da un regno a un altro, dal regno della morte al regno
della vita. Questo passaggio, promesso a tutte le creature, è
paragonato da Paolo di Tarso alle doglie del parto che travagliano il
creato (Romani, 8, 19-22; 2 Corinti 5, 1-4).
Sono,
queste, tutte figure dell’esodo, un nucleo concettuale che tanta
parte ha avuto e ha tuttora nella formazione della mentalità del
mondo occidentale. Le immagini della rete, della bottiglia e del
labirinto ne sono soltanto versioni, per così dire, più familiari.
In ogni caso, ciò che si intende dire è che la salvezza sta nel
lasciare il luogo in cui siamo in oppressione e andare o ritornare in
quello della libertà.
Anche per il labirinto è la stessa
cosa. Anche qui si tratta di guadagnare la libertà. Una sua
particolarità, rispetto ad altre immagini dell’esodo, è che
l’uscita è all’indietro: occorre ritornare sui propri passi
perché la libertà non è dove non siamo ancora mai stati ma là, da
dove proveniamo. Il filo di Arianna e il mito di Teseo parlano non di
progresso, ma piuttosto di regresso o, meglio, di ritorno al tempo
felice perduto. Ma non è questo il punto più importante. E invece
il postulato che ci sia un altro mondo, alternativo a quello in cui
ci troviamo a vivere. Il labirinto è immagine che calza a pennello
con l’idea del professor Bobbio circa le virtù laiche, indicate in
alternativa alla speranza teologica. Ma si può dire la stessa cosa
circa l’esistenza di questo «altro mondo»? Sembra di no.
Il
passaggio da un mondo a un altro è idea tipicamente messianica. Essa
evoca un intervento dall’esterno di «questo» mondo da parte di un
salvatore, di una forza millenarista, di un qualche movimento
palingenetico irrazionalista, di un capo inviato dalla provvidenza.
Nessuno di noi, comuni mortali, potrà mai aspirare a tanto,
a scrollarci di dosso il nostro mondo per indossarne un altro.
Nessuno di noi potrà mai pensare di dare un senso, una direzione
alla sua e alle altrui vite per trasformarle in qualcosa di
totalmente altro. A ritenere il contrario, si incorrerebbe nel
sarcasmo di un Jacob Taubes (La teologia politica di San Paolo,
Milano, Adelphi, 1997, pagg. 143) che, citando Kafka, dice che i
tentativi dall’interno, come ad esempio quelli che si richiamano
all’idealismo tedesco e alle «leggi della storia», non portano a
nulla: «Il ponte levatoio si trova sull’altra sponda» (altra
immagine dell’esodo); è dall’altra sponda, se mai, che lo devono
abbassare per farci passare.
Dire che queste visioni
catartiche sono del tutto estranee a Norberto Bobbio è perfino
un’ovvietà. Nel suo universo concettuale non esiste un «altro
mondo», diverso dal nostro; l’esodo è un’immagine consolatoria;
il messia, un’illusione pericolosa. Noi siamo e resteremo nel
nostro mondo, il mondo che costruiamo con le nostre forze. Siamo e
resteremo nel labirinto. Il labirinto non è luogo dal quale si possa
uscire e non possiamo attenderci nulla da fuori, meno che mai la
nostra «salvezza». Il compito, il senso della vita e di quel
aspetto essenziale della vita umana che è la cultura è lavorare
insieme, nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore analitico,
nell’assenza di dogmi messianici, affinché la condizione nel
labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più
sopportabile, più umana, meno ingiusta. Tutto il resto non è che
teologia politica. Se poi, indipendentemente da noi, «alla
consumazione dei tempi» qualcosa (e che cosa) da fuori accadrà,
sono solo punti interrogativi.
Fin qui l'articolo di Gustavo Zagrebelsky .
Nel frattempo i bisogni umanitari in Siria continuano a crescere. Più di 6,9 milioni di persone sono ancora sfollate all’interno del paese e 14,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e di altre forme di assistenza. Circa 5,9 milioni di persone hanno bisogno di aiuto per soluzioni abitative sicure, e molti hanno ancora grandi difficoltà nell’accesso ai servizi di base, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria.
Nel 2021, tre quarti di tutte le famiglie del paese hanno detto di non riuscire a soddisfare le loro necessità fondamentali: il dieci per cento in più dell’anno precedente.
Ciò nondimeno, alcuni siriani scelgono di tornare a casa. Nel 2021 l’UNHCR ha verificato o monitorato il ritorno di circa 36.000 rifugiati in Siria. I rifugiati prendono in considerazione vari fattori nella loro decisione di tornare o meno, come la sicurezza, i diritti di proprietà e le opportunità di lavoro. Parallelamente, molti sfollati interni sono tornati a casa, facendo aumentare le necessità legate alla reintegrazione.
C’è urgentemente bisogno di soluzioni politiche per mettere fine a undici anni di sofferenze. È anche necessario aumentare le opportunità di reinsediamento per i rifugiati siriani più vulnerabili.
L’UNHCR fa appello ai donatori internazionali perché estendano il sostegno ai rifugiati e ai paesi che li ospitano, e per soddisfare gli urgenti bisogni umanitari in Siria, compresi quelli degli sfollati interni, delle comunità ospiti e delle persone di ritorno.
L’anno scorso sono stati ricevuti meno della metà di fondi necessari per il Regional Refugee and Resilience Plan per rispondere alla crisi dei rifugiati siriani.
Mentre i bisogni in Siria aumentano, le organizzazioni umanitarie chiedono con urgenza le risorse necessarie a rafforzare le loro operazioni nel paese. L’UNHCR ha ricevuto il sette per cento dei 465,2 milioni di dollari necessari al suo lavoro in Siria nel 2022.
(1)https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/notizie/dopo-undici-anni-difficolta-sempre-piu-gravi-spingono-al-limite-gli-sfollati-siriani/
Eremo Rocca S. Stefano lunedì 10
aprile 2023

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