mercoledì 27 ottobre 2021

TRAMAnDARE: HALLOWEEN. ORIGINE, SIGNIFICATO E TRADIZIONE DI UNA FESTA ANTICA ANCHE IN ITALIA

 

L’unico libro italiano che, attraverso la ricerca storica e l’analisi antropologica di due etnografi, spiega davvero questa festa, le sue trasformazioni e le sue antiche radici europee e anche nostrane.

Eraldo Baldini – Giuseppe Bellosi  HALLOWEEN.  ORIGINE, SIGNIFICATO E TRADIZIONE DI UNA FESTA ANTICA ANCHE IN ITALIA ed. Il Ponte Vecchio, pp. 332.

La celebrazione di Halloween ha da decenni preso piede anche in Italia, tanto da proporsi oggi come uno degli appuntamenti più attesi. Bambini mascherati che girano per le case a gridare «dolcetto o scherzetto?», feste a tema, zucche intagliate, clima horror: tutti questi elementi ci sono sempre più familiari e stanno, per molti, diventando irrinunciabili. Ciò non manca di suscitare un dibattito che vede da una parte i favorevoli, dall’altra coloro che storcono il naso davanti a usanze ritenute importate, estranee alle nostre tradizioni, quindi da noi frutto di imitazione. Ma è davvero così?

Ora, se è vero che il “boom” odierno è dovuto principalmente a suggestioni mediatiche provenienti da oltreoceano, è vero altrettanto che nel folklore di tutte le regioni d’Italia, nei giorni che vanno dalla vigilia di Ognissanti (31 ottobre) a San Martino (11 novembre) sono da sempre presenti, o almeno lo erano fino a pochi decenni fa, tutti gli elementi costitutivi della festa, improntata sulla celebrazione di un «ritorno dei morti». Dalle Alpi alla Sicilia troviamo (o trovavamo), in quelle date, riti di accoglienza per i defunti, dolci tradizionali dal nome macabro, questue di bambini, zucche intagliate, cene e libagioni, racconti terrificanti. Questo a dimostrazione che l’intero bagaglio della ricorrenza è non solo, come è ovvio, di derivazione europea, ma anche di larghissima diffusione, che supera e precede i confini della cultura celtica a cui normalmente è attribuito.

Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi compiono in questo volume un viaggio suggestivo e sorprendente nel folklore del nostro Paese, regione per regione, oltre che nella recente storia dell’affermazione, da noi, di una «nuova festa» che in realtà non ha niente di nuovo. Un viaggio nel mondo delle tradizioni, delle dinamiche culturali e del costume, dunque, di grande attualità e interesse.

 

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì  27 ottobre 2021

mercoledì 20 ottobre 2021

BIBLIOFOLLIA : La biblioteca di Garibaldi

In occasione del centocinquantesimo anniversario della Spedizione dei Mille ed in vista dell’anniversario dell’Unità d’Italia, la Soprintendenza per i Beni Culturali, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Sassari e Nuoro, Istituto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dal quale dipende il Compendio Garibaldino di Caprera, ha programmato l’allestimento permanente e l’apertura della biblioteca di Giuseppe Garibaldi all’interno della “casa di ferro”. Nella dimora di Caprera sono tuttora conservati circa i due terzi del patrimonio librario appartenuto a Giuseppe Garibaldi e ai suoi diretti discendenti. Si tratta di 2700 pezzi, molti dei quali personalizzati da dediche manoscritte. Tutti i libri sono stati catalogati e sottoposti ad un delicato intervento di disinfestazione. L’acquisto di un macchinario per conservarli sottovuoto ha permesso la ricollocazione nel luogo di originaria ubicazione, ovvero nella “casa di ferro”. Il prefabbricato, realizzato in legno rivestito all’esterno in lamiera metallica in stile inglese, è un raro esempio di casa prefabbricata. E’ stata donata dal commilitone Capitano Felice Orrigoni, che l’aveva acquista a Londra nel 1861 e spedita a Caprera in 38 casse, compresa quella con gli utensili per la costruzione. E’ stata destinata dal Generale a ospitare i visitatori, a segreteria e infine a biblioteca. Finalmente, dopo anni di attesa, si giunge alla sua apertura, come luogo di conservazione del materiale cartaceo (libri documenti archivistici, stampe, fotografie) e, in casi eccezionali, luogo di consultazione.

Oltre mille volumi, sono stati invece conservati  nei magazzini di villa Fabbricotti, e furono messi in mostra nel 2013  a  Livorno .

Per  oltre mezzo secolo questo fondo di  libri di Garibaldi - 1.184 volumi tra romanzi, saggi e raccolte – sono stati  custoditi nei magazzini blindati di villa Fabbricotti, residenza neoclassica,  sede della «Labronica», la biblioteca comunale di Livorno. Un piccolo tesoro dimenticato da quando Clelia, una delle figlie del generale, lo donò alla città.
Clelia era arrivata a Livorno nel 1888 con la mamma Francesca Armosino (l'ultima moglie di Giuseppe) e il fratello Manlio, cadetto all'Accademia navale. E nella villa a due passi dal mare di Antignano, alla periferia sud della città, aveva portato «la cultura del padre», i libri più belli di papà che aveva scelto con la mamma e i fratelli dagli scaffali della casa di Caprera dove ancora oggi esiste un'altra collezione.

I libri di Giuseppe Garibaldi giunsero alla Labronica di Livorno per volontà della figlia Clelia, la quale aveva in città un’altra residenza oltre a quella di Caprera e dove fra l’altro si trovava custodita una notevole biblioteca. Essa aveva acquistato la casa, nel 1888, assieme alla madre Francesca Armosino e al fratello Manlio, su consiglio di Garibaldi stesso, che prima di morire aveva espresso il desiderio che la famiglia stesse vicina al figlio che a Livorno frequentava l’Accademia Navale. Le opere note sotto il nome di Fondo Garibaldi pervennero alla Labronica in due fasi successive: il primo nucleo che ammonta a 511 libri fu donato nel 1950, mentre nel Giugno 1954 il Ministero della Pubblica Istruzione per conto della Labronica, acquistò da Clelia la seconda parte del fondo librario, consistente in 673 esemplari. Attualmente la raccolta ammonta a 1184 pezzi ed è una delle due raccolte più importanti di cui si sia a conoscenza in Italia; l’altra conservata nel Compendio di Caprera consiste principalmente in opuscoli e riviste. Il valore del Fondo conservato a Livorno è indiscutibile e notevole anche per la presenza di rare edizioni sei-settecentesche. Ci sono testi di geografia, storia, letteratura, religione. I luoghi di stampa sono in gran parte stranieri, Londra, Parigi, New York, Boston con una netta prevalenza di testi in lingua inglese a documentare il legame particolare che univa il Generale al popolo inglese. Per quanto riguarda il contenuto vi sono presenti molti autori classici sia antichi che coevi: Walter Scott, Shakespeare, Goethe, Moliere, Voltaire, ma anche Dante, Tasso, Ariosto e l’amato Foscolo. Numerose anche le opere militari e politiche, fra cui spiccano molti saggi di Cavour e Mazzini, ma anche quelli che affrontano le problematiche inerenti la storia europea e il nostro Risorgimento in particolare. Molte di queste opere presentano delle pregevoli legature, fatte appositamente realizzare dagli stessi autori o dai suoi ammiratori, per poterne far oGiugno al Generale in segno di stima e affetto; cosa altresì testimoniata anche dalle numerose e autorevoli dediche impresse in oro sulle coperte oppure manoscritte sui frontespizi recanti espressioni di stima e affetto. Su molti volumi è tutt’ora possibile ammirare l’Ex-libris con sopra stampato “Giuseppe Garibaldi Yachting library “ riferibile ai libri che probabilmente il patriota aveva destinato al Panfilo “Princess Olga”.

È una biblioteca straordinaria il fondo che  sta a  Livorno. Riscoperta e valorizzata da Mario Tredici, il neoassessore alle Culture del comune. Nessuno, se non pochi studiosi, sapeva della sua esistenza e anche i livornesi non l'hanno mai vista prima. La biblioteca di Garibaldi è stata messa in  mostra e poi, è diventata un fondo  autonomo presso la biblioteca Labronica.

«Sono i libri di Garibaldi considerati dagli studiosi di maggior valore - spiega Tredici -. Li presenteremo per la prima volta il 16 marzo durante le celebrazioni cittadine dei 150 anni dell'Unità d'Italia e pubblicheremo anche un ricco catalogo con informazioni dettagliate sui volumi». Tra i protagonisti del progetto c'è Cristina Luschi, la direttrice della «Labronica». «È una biblioteca assai eterogenea - spiega - con volumi d'ispirazione religiosa, tomi di storia e geografia, ma anche romanzi celebri, dotti e popolari. Alcune opere sono donazioni di ammiratrici, edizioni realizzate appositamente, arricchite da fregi preziosi e da dediche in diverse lingue».


Camminare tra gli scaffali è anche un po' guardare da vicino la cultura di Garibaldi. Ci sono le opere complete di Shakespeare e di Walter Scott, il viaggio a Capo di Buona Speranza del capitano Cook stampato a Parigi nel 1787, due edizioni della Bibbia in italiano e in inglese. E ancora la storia naturale in più volumi (botanica, mammiferi, insetti...) scritta dal divulgatore scientifico francese Louis Figuier, una preziosa edizione in inglese della storia navale e alcuni libri, con timbri particolari, che facevano parte della biblioteca «navigante» del generale, ospitata sul famoso Princess Olga, il panfilo personale. Molte le dediche di ammiratori e ammiratrici e tra queste un appassionato messaggio in romeno. Neppure un libro sulla massoneria (o su riti esoterici) di cui Garibaldi era stato gran maestro. Grazie ai segni d'uso, la ricerca di appunti, annotazioni e altri indizi nelle pagine, si tenta di capire quali libri l'Eroe dei due mondi lesse e assimilò nella sua cultura. (1)

Della mostra è stato realizzato un catalogo  :”I Mille libri di G.Garibaldi”  nel fondo Garibaldi nella Biblioteca Labronica di Livorno. 16 Marzo-15 Maggio 2011. Catalogo curato da  Marco di Giovanni.  EDITORE: Debatte  DATA ED.: 2011,

(1)Marco Gasperetti su  Corriere della Sera  08 febbraio 2011

 

 

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì  20 ottobre 2021

martedì 19 ottobre 2021

INCIPIT . CENTURIA OTTANTA :Quando venne nominato guardiano

 

Quando venne nominato guardiano dei gabinetti pubblici , egli provò dapprima una certa umiliazione; e certamente il suo compito era ed è umile. Doveva pulire le maioliche , asciugare l’acqua, porgere la carta a chi ne faceva richiesta ,aprire ai clienti esigenti il gabinetto con il bidet. Nella scala sociale della società in cui vive , egli era ed è ad un gradino assai basso , assai più dello spazzino che lavora all’aperto;egli infatti sta nei gabinetti  molte ore al giorno e non vede mai il sole , giacchè i gabinetti  sono sotterranei e sono aperti  dal mattino alla sera. Il suo gabinetto è solamente maschile  e se ne rallegra giacchè è un carattere  timido e sarebbe assai imbarazzato ad aprire un gabinetto a una signora.  L’ambiente in cui lavora  è umido , sempre tiepido , di una temperatura  che non varia molto da stagione a stagione ; il servizio non è perfetto , perché spesso manca l’acqua o uno dei due lavabi  non funziona e la gente  che ha orinato fa la coda per lavarsi , o esce con le mani sporche , e questo non gli sembra giusto.

Egli ha uno stipendio, e chi scende nell’orinatoio in genere gli dà una piccola mancia ; tuttavia per molto tempo egli ha sofferto. Gradatamente egli ha cominciato a non soffrire , non già perché non senta più la povertà del suo lavoro ,ma perché ora lo sente  semplicemente come un lavoro.  E’ giunto, anzi, a provare un certo orgoglio , il fatto di occupare un posto così in basso nella scala sociale  gli dà una dignità, giacchè i guardiani  dei gabinetti in tutta la città sono forse una decina , e sono il punto più basso, dunque un punto estremo , e non tutti sono capaci di giungere al punto estremo di qualsiasi cosa. Ora, poi, sta avvenendo in lui un altro mutamento: infatti egli si accorge che l’uomo che orina, , l’uomo che si rintana per defecare è qualcosa di radicalmente diverso dall’uomo  che cammina per le strade della città,  è un uomo che non mente, un uomo che si riconosce creatura , transito di cibo, perituro  e insieme in colui che, appoggiato alle piastrelle ,sta orinando, egli vede l’uomo  disperato dalle proprie feci , dalla sinistra efficienza del suo corpo , dalla incertezza su quel che significhi  che l’essere umano usi i genitali per orinare.  Il luogo infimo è anche una catacomba , e il guardiano dei gabinetti si accorge  che il gesto dell’orinare contiene  una supplica,è la bruttura e la realtà, l’infimo e il supremo; e il suo orinatoio egli ora lo considera  una chiesa e se stesso officiante .

 

Sul risvolto del libro Centuria pubblicato  da Adelphi   da cui è tratta la ottantesima centuria sopra trascritta Giorgio Manganelli ha così definito la sua Centuria  : “Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti. A ben vedere, il buon lettore vi troverà tutto ciò che gli serve per una vita di letture rilegate: minute descrizioni di case della Georgia dove sorelle destinate a diventare rivali hanno trascorso una adolescenza prima ignara poi torbida; ambagi sessuali, passionali e carnali, minutamente dialogate; memorabili conversioni di anime travagliate; virili addii, femminesca costanza, inflazioni, tumulti plebei, balenanti apparizioni di eroi dal sorriso mite e terribile; persecuzioni, evasioni, e dietro ad una vocale che non nomino, in tralice si potrà scorgere una tavola rotonda sui diritti dell’Uomo.

Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso d’un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale»  (GIORGIO MANGANELLI )

Eremo Rocca S. Stefano  martedì  19 ottobre 2021

LA LUNA DEI LUNATICI La luna del mese di Ottobre. Dalla luna piena al primo quarto: miti, storie e aspettative…

 


Governa, conduce e regola con la sua forza attrattiva le acque terrestri, i cicli delle stagioni, il modificarsi della natura e indica persino i suoi rimedi, secondo antiche consuetudini primigenie; rappresenta la fertilità, opposta al sole, è segno di alchimia, tratteggia il divenire, il mutare: cicli mensili, ritmi biologici e le fasi della fertilità. La luna. Fecondatrice dell’universo con il suo volto livido e spettrale, così immaginato, accompagnava alla porta dei morti. Signora degli inferi, “scendeva”, calava con il suo moto, conduceva e scortava in basso, si scompariva con lei, senza speranza, e poi la luna ricominciava… da sola.

Da sempre, indicata, “segnata”, mostrata ”irraggiungibile” nei desideri, è simbolo di altre culture della conoscenza riflessiva, dell’inconscio, dell’anima, della memoria che proprio sulla terra, e su tutto quello che vive, trova una sua ragione: uomini, piante, animali sono prigionieri della sua funzione mnemonica, della sua reminiscenza platonica, volubilità e mutevolezza, instabilità, come se esistesse un’azione magica, con poteri straordinari, un’azione incantata, ammaliatrice tra il corpo celeste e il pianeta terra. Allora diventa Signora della notte e delle stelle, ordina gli incantesimi, dispone la magia, decreta la stregoneria, e procuratrice di sortilegi, trasforma a suo piacimento gli uomini in immortali e gli animali in orchi, esseri orrendi.


La donna è luna. Così è intesa nelle credenze e in un certo tipo di medicina, per i suoi ritmi biologici: dai flussi mestruali, gravidanza e concepimento concatenati al satellite, in un mondo secolarizzato, magico, fa scendere sulla terra gioie e speranze, tristezza e dolore, poiché dalle macchie della luna piena si traggono auspici per il futuro, interpretati ancora oggi, si concordano alleanze, accordi e patti, guardando il suo chiarore i feti saranno maschi se concepiti prima del plenilunio, e femmine, dopo, in quel calendario del computo del tempo.


Mercoledì 20 ottobre 2021 ci sarà la Luna piena in Ariete: attenzione ai colpi di testa, alle tensioni irrefrenabili, alle rotture che potrebbero avvenire più bruscamente di quanto desideriamo. Questa Luna sarà sollecitata anche da una posizione di Marte e di Plutone che aumenterà il nervosismo. Cancro, Capricorno, Bilancia e Ariete stesso dovranno davvero fare il pieno di self control.

Il 20 ottobre 2021 ci sarà la Luna sarà piena in Ariete: significa che le tensioni saranno forti, le emozioni incontenibili e che diromperà l'istinto guerriero, fortissimo nel segno zodiacale dominato dal pianeta Marte. Nella fase di Luna piena, questa sarà completamente illuminata dal Sole e, per questo, gli si troverà esattamente opposta. Ogni mese durante la fase di Luna piena, Luna e Sole si fronteggiano in due segni zodiacali opposti tra loro, sia nel cerchio dello Zodiaco sia come caratteristiche astrologiche.

 

Ma procediamo con ordine: il ciclo di lunazione dura 28 giorni durante i quali la Luna attraversa tutte le sue fasi ovvero i diversi gradi di illuminazione perché cambia il suo rapporto di distanza con il Sole. La Luna nuova che dà il via ad ogni ciclo di lunazione si ha quando il Sole e la Luna sono congiunti, sovrapposti e per questo la Luna non si vede perché è completamente oscurata. Dato che nella fase di Luna piena la Luna si trova invece opposta rispetto al Sole all'interno del cerchio dello Zodiaco, essendo il Sole nel segno della Bilancia, la Luna piena sarà nel segno dell'Ariete.


La Luna, in astrologia e in tutti i linguaggi esoterici, è simbolo della femminilità, del subconscio, dell'introspezione e dell'istinto femminile, materno. Quando la Luna, abituata a lavorare nell'ombra del nostro io, viene completamente illuminata dal Sole, simbolo della ragione e del materialismo, escono senza controllo tutte le tensioni che normalmente vivono in profondità. Fatichiamo a mantenere il controllo, la ragione, la calma. Quando la Luna piena poi si trova nel segno dell'Ariete, dominato da Marte dio della guerra, diciamo che questa esplosione sarà ancora più forte, prepotente, incontenibile. Nello specifico, nel cielo astrologico di questa Luna piena in Ariete del 2021 avremo la Luna opposta a Sole e Marte e quadrata (aspetto comunque di tensione) a Plutone. Questi aspetti di rottura indicano un momento di forte tensione principalmente tra l'io, l'Ariete, e gli altri, la Bilancia, dove il Sole in Bilancia indica l'etica, la giustizia, la regola prestabilita e di convivenza.

 

Se le fasi lunari si ripetono costantemente sempre uguali a se stesse nei diversi e consecutivi cicli di lunazione (che durano ciascuno 28 giorni), cambiano invece i segni zodiacali interessati dal passaggio dei due luminari. Ogni anno quindi tra il 23 di settembre e il 23 di ottobre circa si avrà una Luna piena con Sole in Bilancia e Luna in Ariete. Questa volta accade il 20 di ottobre 2021, precisamente alle 17 per chi si trova in Italia. La Luna piena è di per sè un momento di esplosione dell'inconscio e lo sa bene chi, ad esempio, lavora con i bambini, con gli animali e con le persone in un momento di difficoltà psicologica. La Luna piena in Ariete è ancora più forte perché l'Ariete è un segno zodiacale potente, di fuoco, diretto, deciso e testardo. E' il segno dominato da Marte quindi guerriero, sferzante, aggressivo. La Luna piena in Ariete non riuscirà quindi a trattenere la sua forza dirompente: l'istinto guerriero, arrabbiato, pronto a combattere si esprimerà senza alcun ritegno. Ovviamente non sarà vissuto da tutti allo stesso modo: questa Luna aiuta Leone, Sagittario, Acquario e Gemelli nell'espressione di ciò che sentono, provano, nel cercare quello di cui hanno bisogno. Nel contempo però saranno il Cancro, il Capricorno, la Bilancia e l'Ariete stesso ad essere colti da una tensione a volte irrefrenabile, incontenibile ed esplosiva.

Abbiamo detto che la Luna piena in Ariete non avrà la stessa influenza su tutti i segni zodiacali benché per tutti significherà un momento di esplosività delle energie e delle tensioni, un bisogno dell'inconscio di esplodere e dire quello che pensa e che prova. Gli istinti sono incontenibili e il nervosismo dilagante. Vediamo adesso gli effetti della Luna piena in Ariete di questo 2021 sui 12 segni zodiacali: Ariete


Come abbiamo già detto se in questo periodo sei stato piuttosto sotto pressione con la Luna piena prorpio nel tuo segno diffiucilmente userai la diplomazia e l'accortezza per esprimerti, chiunque tu abbia di fronte. (1)

 Quella di ottobre sarà la prima Luna piena dell'autunno e sarà caratterizzata da colori e sfumature incredibili. Ecco quando e come ammirarla nel nostro cielo.

Ottobre è un mese incredibile, non solo perché i paesaggi che ci circondano si colorano delle calde e suggestive nuance autunnali, ma anche perché a questo spettacolo se ne aggiunge un altro, da ammirare a testa insù. Astri, stelle e pianeti, in questo periodo dell’anno, ci regalano cieli di incantevole bellezza che ci emozionano e ci lasciano sognare.


Tra tutti gli eventi astronomici del mese di ottobre, uno tra tutti ci lascerà senza fiato. Stiamo parlando della Luna piena del Cacciatore che si paleserà nei nostri cieli il 20 ottobre. Occhi puntati verso l’alto: lo spettacolo sta per cominciare.

 Quella di ottobre sarà la prima Luna piena dell’autunno e sarà caratterizzata da una bellezza senza uguali per quelle sfumature di arancione che la contraddistinguono in maniera univoca. Chiamata così dai nativi americani, la Luna del cacciatore significava per le tribù degli Algonchini, che l’inverno stava per arrivare.

 Era quello il periodo migliore per cacciare e per raccogliere le scorte di cibo che avrebbero sfamato la popolazione durante i mesi aspri e duri dell’inverno. E se un tempo quella che è stata ribattezzata la Luna dei cacciatori, era temutissima, perché segnava l’arrivo di una stagione difficile, oggi invece è apprezzata e ammirata, perché bellissima.

L’appuntamento per ammirare lo spettacolo della prima Luna piena della stagione è fissato al 20 ottobre e vi anticipiamo che luci e colori saranno assoluti protagoniste di questa giornata. Il satellite naturale della Terra, infatti, apparirà in cielo già al tramonto, e più precisamente alle ore 16.56.


Tra congiunzioni, allineamenti e vicinanze, il cielo di questo mese è una poesia visiva che incanta gli occhi e scalda il cuore. Ai tanti eventi astronomici che si susseguono nelle settimane di ottobre, si aggiunge anche l’arrivo delle stelle cadenti, perché guai a considerarle una prerogativa del cielo estivo. Occhi puntati verso il cielo: è tempo di esprimere i desideri.

 Le danze sono aperte dalle Draconidi, uno sciame meteorico della costellazione del Dragone, che saranno visibili in tutta la loro bellezza tra l’8 e il 9 ottobre. Le stelle cadenti più belle d’autunno inaugureranno una serie di eventi spettacolari che si susseguiranno tutto il mese.


Ma non saranno le uniche meteore a scintillare nel cielo, perché durante l’ultima decade di ottobre arriveranno anche le Orionidi, generate dai residui della cometa Halley. Il picco è previsto nella notte tra il 21 e il 22 ottobre ma attenzione, perché la presenza della Luna piena in quei giorni potrebbe rendere poco nitido lo spettacolo. Il consiglio è quello di recarsi in luoghi distanti dalla città e privi di inquinamento luminoso.(2)

(1) https://www.fanpage.it/attualita/il-significato-e-gli-effetti-della-luna-piena-in-ariete-di-mercoledi-20-ottobre-2021/

(2)https://siviaggia.it/notizie/cielo-ottobre-stelle-cadenti-congiunzioni/344359/

 

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 19 ottobre 2021

venerdì 15 ottobre 2021

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : L’ANNUNCIATA di Antonello da Messina (1429-1479)

 

La dipinse nel 1475 e rivoluzionò la storia della pittura. Una tavola piccla di appena 45 x 34,5 centimetri ma immensa e pee la prima volta l’evento dell’annunciazione si concentra solo su Maria escludendo l’angelo.

 È curioso sapere che Antonello dipingeva su supporti lignei: le opere su tavole di noce le dipinse a Messina, quelle su legno di pioppo parte al Sud e parte a Venezia; i quadri su legno di frutto li eseguì tutti al Sud e quelli su tiglio a Venezia.

 Le tavole di Antonello sono di una bellezza sovrumana. È curioso che Jacobello, figlio di Antonello e pittore anch’egli, si firmasse con riverenza: Filius non humani pictoris, «Figlio di un divino pittore». Le opere del grande messinese sono di una struggente bellezza e, viste dal vero, affascinano per la potenza dei contrasti di luce che effondono, e per quegli occhi «stregati» dei suoi ritratti che catturano l’osservatore e lo seguono con lo sguardo. Ritratti che, assieme ai soggetti sacri, hanno fatto di Antonello un grandissimo artista.

Apparentemente senza maestri né seguaci: «Dall’alto del suo genio – scrive Mauro Lucco, curatore della mostra di Roma – Antonello ha guardato a tutti e a nessuno».

L’Annunciata  è un capolavoro assoluto  nella storia dell’arte italiana  ed europea. L’mmagine ha  una straordinaria perfezione formale e si regge su un innovativo concetto  di assolutezza spaziale rispettivamente  compendiati  nell’ovale del viso e nell’impercettibile rotazione della figura nello spazio .La vergine è colta nel momento in cui l'angelo se n'è appena andato (oppure nel momento dell'interrogazione), dalla sagoma quasi piramidale del manto emerge il perfetto ovale del volto della vergine, l'asse della composizione è dato dalla verticale che va dalla piega dello scollo all'angolo leggio, al contrario il lento girare della figura e il gesto della mano danno movimento alla composizione. L'opera rappresenta uno dei traguardi fondamentali della pittura rinascimentale italiana. L'assolutezza formale, lo sguardo magnetico e la mano sospesa in una dimensione astratta ne fanno un capolavoro assoluto. La tela è custodita a Palermo, all'interno della Galleria regionale Palazzo Abatellis.

 

L'opera, tra le più rappresentative del Rinascimento europeo, secondo gli studi più recenti è datata 1475, e si contraddistingue per lo straordinario concetto di assolutezza spaziale, sviluppato dall’artista siciliano durante il soggiorno veneziano tra il 1475 e il 1476.

 "L'opera è assoluta: è un'opera che guarda più alla vita che all'arte. - ha detto Vittorio Sgarbi .Si tratta di un'Annunciazione senza angelo che è dentro di lei: la mano che si spinge davanti sembra intercettare le parole dell'Angelo che non è corpo ma parola. L'altra mano chiude il velo quasi a significare che il Cristo è in grembo. Il manto è una corazza che incornicia questo bellissimo volto".

L’Annunciata  oggi esposta a Palermo  fu preceduta da una specie di prova generale ,un’altra Annunciata conservata oggi a Monaco

Scrive  Marina Plasmati in “ L’immemorabile visitazione.L’annuncio a Maria in Antonello da Messina “ (Atti del Convegno  Figure archetipali .Tracce sui sentieri dell’uomo. Bracciano 3-4 ottobre 2009)

Ne’ “…L’Annunziata di Monaco, datata in maniera molto incerta tra il 1473-75, cioè poco prima del viaggio a Venezia…. Antonello decide di stravolgere la raffigurazione tradizionale del tema. La Vergine, su uno sfondo scuro e del tutto privo di riferimenti spaziali, è rappresentata sola, a mezzo busto, completamente frontale rispetto allo spettatore che è separato da lei da un parapetto in legno pendente verso l’esterno, su cui si poggia il libro aperto. Il suo manto è blu e il vestito, appena accennato, rosso vino. La testa, circondata da un nimbo sottilissimo, è inclinata verso sinistra, come sottolinea la tensione del muscolo del collo, e rivolge lo sguardo nella stessa direzione da cui proviene la luce. L’angelo, assente, è entrato da sinistra e le ha dato il saluto. Lei, con la bocca aperta, in contraccambio dell’annuncio, sta per dire il suo sì, come le mani incrociate sul petto rivelano. La trasgressione iconografica operata da Antonello in questo dipinto consiste soprattutto nella totale eliminazione della figura angelica. Qui Maria appare come fosse soggetto scelto di un ritratto e viene colta nell’istante stesso del suo fiat a un angelo invisibile ma presentissimo, in una scena “fortemente pneumatica” a cui noi spettatori assistiamo come fossimo capitati lì, quasi per caso, ospiti silenziosi ed inconsapevoli. . Antonello vuole coinvolgere emotivamente colui che guarda, eliminando ogni possibile fonte di distrazione. Lo spazio dell’evento viene annullato, così come il suo artefice divino; ciò comporta una nuova tappa nel percorso di interrogazione e comprensione di questo mistero spirituale: la distinzione tra personaggio/ambiente interno/ambiente esterno (carne, casa, cosmo) è superata perché superflua. Dall’illusorietà plastica del reale che Antonello ha ereditato dalla pittura fiamminga nella ricerca della rappresentazione dei particolari più infinitesimali di una scena il pittore è passato a quello che la critica definisce, con termine oggi stereotipato, “incarnato”. In realtà l’incarnato di Antonello è un “farsi carne” della pittura, è il tentativo di svelare ciò che è velato e che non si può vedere, di rappresentare l’invisibile. Il sacro infatti non ha dettagli, né contorni, perché è germinato nel cuore di Maria, nel suo essere, e lì la luce, la sua figura e le sue mani attirano il nostro sguardo. Come ha egregiamente detto E. Corbin, “è nell’anima e non nelle cose che si compiono le ierofanie ed è l’accadimento dell’anima che situa, qualifica e rende sacro lo spazio in cui è immaginato”. Antonello ha osato dare immagine sensibile a questa Idea sovrasensibile.” (…)

Ma è nell’Annunciata di Palermo che Antonello realizza in pieno la sintesi della perfezione

Scrive Marina Plasmati:…“Partiamo dallo sfondo: il buio nero dello sfondo inghiotte ogni spazio reale e dona assoluta plasticità alla figura. Essa è chiusa in un severo manto azzurro dalle pieghe appiombate che si fissano al tavolo, formando una vera piramide. Entro la linea triangolare del manto si iscrive un altro triangolo con il vertice in basso: la profonda scollatura incastona come un gioiello di perfezione geometrica tre ovali assoluti: il volto, l’ombra e il velo. La stilizzazione geometrica della figura è accentuata dalla scomparsa dell’aureola, di ogni dettaglio di veste e soprattutto dalle linee rigorose degli occhi, del naso e della bocca, che ne fanno un volto ieratico e distante, quasi fosse distillato da ogni incidente terreno nella sua immacolata inarrivabile purezza. Gli occhi fanno scendere lo sguardo in basso a sinistra, da dove proviene la luce e forse l’angelo, che naturalmente è assente. La piega della stoffa nel mezzo del capo – Sciascia dice pare sia il vestito buono conservato nella cassapanca tra gli altri del corredo e tirato fuori nei giorni delle feste – determina l’asse della composizione che scende netto lungo la linea del naso diritto, prosegue seguendo il vertice della scollatura, giù per le nocchie delle dita della mano destra , fino alla prominenza dell’inginocchiatoio.

Tutto è perfettamente e rigorosamente calibrato per creare una sintesi di perfezione formale e strutturale, ma a ben guardare, aumentando il grado di stilizzazione, si accentua ancor di più la drammatica “profanazione” del tema che Antonello ha operato: e il segreto sta nello straordinario gioco prospettico che si muove sensibilmente in questo quadro. Vediamone alcuni dettagli significativi.

La figura di Maria sembra perfettamente frontale allo spettatore, ma non lo è. A ben guardare, rispetto alla Madonna di Monaco, è stato eliminata la balaustra perpendicolare allo spettatore da cui appariva la figura e che creava una separazione tra Vergine e Angelo-spettatore ed è stata sostituita da un leggio di legno disposto in obliquo il cui spigolo, raddoppiato dallo spigolo dell’inginocchiatoio, punta verso di noi e pare rompere la divisione tra spazio reale e spazio pittorico. Ma non solo. La Madonna non è affatto immobile sull’asse mediano, ma pare lievemente girare verso sinistra con la spalla e soprattutto con la mano sinistra che si offrono più vicine al nostro sguardo. Questa mano, la più bella mano della storia dell’arte, la definisce Roberto Longhi, o meglio il suo gesto che avanza deciso, fora letteralmente lo spazio e ne tenta cautamente il limite, costituisce uno degli esempi più eccellenti di eminentia, cioè di ricerca di un aggetto illusionistico che esca dal piano della tavola dipinta per proiettarsi sullo spettatore. Contrapposta è la mano destra, tesa a stirare il manto e a chiuderlo su di sé, con gesto modesto e moderato, mentre il libro spostato tutto a destra alza nell’aria il fendente affilato del suo foglio, quasi un soffio leggero di vento lo avesse appena scompaginato.

Questa immagine è quindi carica di una potenzialità drammatica che ci sorprende e ci interpella. Alcuni storici dell’arte vi hanno voluto vedere la sintesi architettonica-iconografica di tutta la storia dell’annunciazione nei suoi diversi momenti: Conturbatione, Cogitatione, Interrogatione Humiliatione, Meditatione, partendo dal gesto della mano fino al volto estatico di Maria. E questa è interessantenon solo sul piano artistico, ma anche su quello più profondamente simbolico, perché Antonello non ha voluto lasciarci il fotogramma di un istante, ma un vero e proprio itinerario, la narrazione visiva di un percorso.

Noi che guardiamo non siamo al posto dell’angelo, non siamo spettatori silenziosi, non siamo ospiti inconsapevoli di un evento, siamo i destinatari e, in quanto tali, i protagonisti.

Questo quadro è dunque in termini simbolici, ma anche in qualche modo teologici l’immagine di una visitazione; il divino visita l’umano e lo fa nel solo modo in cui può accadere, come una apostrofe muta, cioè nel paradosso della sua presenza assente o della sua assenza presente. Come ben suggerisce lo storico dell’arte Jean-Luc Nancy, sono i due movimenti, del corpo e dello spirito, che la mano di Antonello ha saputo così magistralmente sintetizzare, raccontandoci l’annunciazione: da una parte “l’eccomi, l’hoc est corpus meum, il farsi carne del verbo che pone l’accento appunto e una volta per sempre sul corpo, sulla sua presenza, sulla fisicità dell’essere presente: peso, dimensioni, materia con tutto l’invisibile che la cosa porte in sé, e dall’altra vi è la radicalità di un divino che non si può e non si deve vedere, è il ritirasi di Dio, il Deus absconditus”. Ecco che questo capolavoro di Antonello compie il prodigio non di rendere visibile, ma di mettere l’invisibile in luce, tendendo amorevolmente il nostro sguardo – la mano di Maria ne dà la direzione - a ciò che eccede ogni visione, ogni memoria, ogni oblio eppure ci è vicino, è dentro di noi, è noi. Troopo vicino e troppo lontano, il paradosso del Dio-uomo.

Qui sta l’annuncio che interpella, qui la risposta dell’interpellato: il parto umano del divino.

Sentite che cosa afferma Nadia Scardeoni   in un intervista sul Bollettino Telematico dell’Arte (http://www.bta.it/)

“…qualche filo lucente di neri capelli”. É una descrizione che hai scovato in un libro di Venturi del 1915. Dal velo dell’Annunziata era un tempo possibile vedere dei capelli, qualche filo. Tu lo avevi sospettato e Venturi te ne ha dato conferma. Raccontaci qualcosa in più su questo aspetto interessante della tua ricerca …

É stato un lungo cammino a ritroso, condotto nel fastidio generale, per aver sollevato interrogativi e osservazioni che mettono a fuoco le carenze critiche dell’agire istituzionale meritatamente ai problemi di restituzione, tutela e conservazione delle opere d’arte. Ma attraverso l’analisi di un capolavoro autentico come l’ANNUNZIATA, e un metodo di ricerca totalmente nuovo, che ho denominato “restauro virtuale”,  ho  avuto la felice avventura di poter ricostruire tutti gli elementi che provano la  maldestra  censura  di  quei fili lucenti di neri capelli…  nonché gli  atti successivi. La mia ricerca riguarda dunque la restituzione  del volto della Vergine Annunziata, così come il suo autore l’ha ideato, documentando una visione anticanonica e in sé rivoluzionaria che è stata stroncata, per un approccio  banale e irrispettoso, nel privato e nel pubblico.

Prima del 1903 l’Annunziata era di proprietà di Mons. Vicenzo di Giovanni di Salaparuta. Fu a quell’epoca che  il ritratto di Maria di Nazareth,  prestato da una giovane fanciulla siciliana avvolta nella mantellina azzurra … con il suo piccolo ricciolo sfuggito alla compostezza del velo,  risultò  troppo anticanonico o inquietante per la devozione privata. Il ritratto venne opportunamente santificato: il ricciolo fu ricoperto da pesanti pennellate e  venne aggiunta una aureola .
Il successivo restauro (… del 42 ?) nel rimuovere la patacca di colore causò lo svelamento, ancora  oggi visibile, che ha dato origine alla mia tesi fondata sull’ipotesi di un’abrasione volontaria, a bisturi, sul lato destro (per l'osservatore) del volto dell'ANNUNCIATA, frutto a sua volta di una errata interpretazione della struttura del manto. É stato l’importantissimo il ritrovamento critico della descrizione di Adolfo Venturi  che ha consentito la ricostruzione degli atti precedenti la mia prima tesi.
Si è confortata la presenza dell’ombra ma anche – fatto inatteso ed eclatante - di …”qualche filo lucente di neri capelli” , poi  ulteriormente confermata da un’immagine Alinari della fine dell’ottocento . Questa sequenza di dati abbracciano dieci anni di ricerca e sono raccolti nell’opera multimediale: “Maria di Antonello che, su sollecitazione di amici studiosi, è in procinto di diventare un libro.

 Antonello Ventura nel suo libro citato diceva:

La pensosa fanciulla siciliana si avvolge come un'araba nell'ampio manto che ombreggia la fronte e inquadra il viso marmoreo; gli occhi vellutati, di un nero profondo, si velano di languore sotto le seriche palpebre percosse da un guizzo di luce; una piega agli angoli del naso e alle estremità delle labbra accompagna il lieve stringersi degli occhi come sorpresi da luce improvvisa.
L'ombra, che cade a taglio sulla fronte e si proietta sulla guancia sinistra, ottenebra il collo, staccandone il contorno luminoso del mento e della guancia destra e lasciando intravedere qualche filo lucente dei neri capelli ...».

 E Roberto Longhi  (1890-1970) ha definito il quadro  “la piramide umana “ e  la mano protesa  la “ più bella  che io conosca nell’arte.”

 Eremo Rocca S. Stefano venerdì 15 ottobre 2921