
La
dipinse nel 1475 e rivoluzionò la storia della pittura. Una tavola piccla di
appena 45 x 34,5 centimetri ma immensa e pee la prima volta l’evento
dell’annunciazione si concentra solo su Maria escludendo l’angelo.
È
curioso sapere che Antonello dipingeva su supporti lignei: le opere su tavole
di noce le dipinse a Messina, quelle su legno di pioppo parte al Sud e parte a
Venezia; i quadri su legno di frutto li eseguì tutti al Sud e quelli su tiglio
a Venezia.
Le
tavole di Antonello sono di una bellezza sovrumana. È curioso che Jacobello,
figlio di Antonello e pittore anch’egli, si firmasse con riverenza: Filius
non humani pictoris, «Figlio di un divino pittore». Le opere del grande
messinese sono di una struggente bellezza e, viste dal vero, affascinano per la
potenza dei contrasti di luce che effondono, e per quegli occhi «stregati» dei
suoi ritratti che catturano l’osservatore e lo seguono con lo sguardo. Ritratti
che, assieme ai soggetti sacri, hanno fatto di Antonello un grandissimo
artista.
Apparentemente
senza maestri né seguaci: «Dall’alto del suo genio – scrive Mauro Lucco,
curatore della mostra di Roma – Antonello ha guardato a tutti e a nessuno».
L’Annunciata è un capolavoro assoluto nella storia dell’arte italiana ed europea. L’mmagine ha una straordinaria perfezione formale e si
regge su un innovativo concetto di
assolutezza spaziale rispettivamente
compendiati nell’ovale del viso e
nell’impercettibile rotazione della figura nello spazio .La
vergine è colta nel momento in cui l'angelo se n'è appena andato (oppure nel
momento dell'interrogazione), dalla sagoma quasi piramidale del manto emerge il
perfetto ovale del volto della vergine, l'asse della composizione è dato dalla
verticale che va dalla piega dello scollo all'angolo leggio, al contrario il
lento girare della figura e il gesto della mano danno movimento alla
composizione. L'opera rappresenta uno dei traguardi fondamentali della pittura
rinascimentale italiana. L'assolutezza formale, lo sguardo magnetico e la mano
sospesa in una dimensione astratta ne fanno un capolavoro assoluto. La tela è
custodita a Palermo,
all'interno della Galleria regionale Palazzo
Abatellis.

L'opera,
tra le più rappresentative del Rinascimento europeo, secondo gli studi più
recenti è datata 1475, e si contraddistingue per lo straordinario concetto di
assolutezza spaziale, sviluppato dall’artista siciliano durante il soggiorno
veneziano tra il 1475 e il 1476.
"L'opera è
assoluta: è un'opera che guarda più alla vita che all'arte. - ha detto Vittorio
Sgarbi .Si tratta di un'Annunciazione senza angelo che è dentro di lei: la
mano che si spinge davanti sembra intercettare le parole dell'Angelo che
non è corpo ma parola. L'altra mano chiude il velo quasi a significare che
il Cristo è in grembo. Il manto è una corazza che incornicia questo
bellissimo volto".
L’Annunciata oggi esposta a Palermo fu preceduta da una specie di prova generale
,un’altra Annunciata conservata oggi a Monaco
Scrive Marina Plasmati in “ L’immemorabile
visitazione.L’annuncio a Maria in Antonello da Messina “ (Atti del
Convegno Figure archetipali .Tracce sui
sentieri dell’uomo. Bracciano 3-4 ottobre 2009)
Ne’
“…L’Annunziata di Monaco, datata in maniera molto incerta tra il 1473-75, cioè
poco prima del viaggio a Venezia…. Antonello decide di stravolgere la
raffigurazione tradizionale del tema. La Vergine, su uno sfondo scuro e del
tutto privo di riferimenti spaziali, è rappresentata sola, a mezzo busto,
completamente frontale rispetto allo spettatore che è separato da lei da un
parapetto in legno pendente verso l’esterno, su cui si poggia il libro aperto.
Il suo manto è blu e il vestito, appena accennato, rosso vino. La testa,
circondata da un nimbo sottilissimo, è inclinata verso sinistra, come
sottolinea la tensione del muscolo del collo, e rivolge lo sguardo nella stessa
direzione da cui proviene la luce. L’angelo, assente, è entrato da sinistra e
le ha dato il saluto. Lei, con la bocca aperta, in contraccambio dell’annuncio,
sta per dire il suo sì, come le mani incrociate sul petto rivelano. La
trasgressione iconografica operata da Antonello in questo dipinto consiste
soprattutto nella totale eliminazione della figura angelica. Qui Maria appare
come fosse soggetto scelto di un ritratto e viene colta nell’istante stesso del
suo fiat a un angelo invisibile ma presentissimo, in una
scena “fortemente pneumatica” a cui noi spettatori assistiamo come fossimo
capitati lì, quasi per caso, ospiti silenziosi ed inconsapevoli. . Antonello
vuole coinvolgere emotivamente colui che guarda, eliminando ogni possibile
fonte di distrazione. Lo spazio dell’evento viene annullato, così come il suo
artefice divino; ciò comporta una nuova tappa nel percorso di interrogazione e
comprensione di questo mistero spirituale: la distinzione tra
personaggio/ambiente interno/ambiente esterno (carne, casa, cosmo)
è superata perché superflua. Dall’illusorietà plastica del reale che Antonello
ha ereditato dalla pittura fiamminga nella ricerca della rappresentazione dei
particolari più infinitesimali di una scena il pittore è passato a
quello che la critica definisce, con termine oggi stereotipato, “incarnato”.
In realtà l’incarnato di Antonello è un “farsi carne” della pittura, è il
tentativo di svelare ciò che è velato e che non si può vedere, di rappresentare
l’invisibile. Il sacro infatti non ha dettagli, né contorni, perché è germinato
nel cuore di Maria, nel suo essere, e lì la luce, la sua figura e le sue mani
attirano il nostro sguardo. Come ha egregiamente detto E. Corbin, “è nell’anima
e non nelle cose che si compiono le ierofanie ed è l’accadimento dell’anima che
situa, qualifica e rende sacro lo spazio in cui è immaginato”. Antonello ha
osato dare immagine sensibile a questa Idea sovrasensibile.” (…)
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Ma
è nell’Annunciata di Palermo che Antonello realizza in pieno la sintesi della
perfezione
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Scrive
Marina Plasmati:…“Partiamo dallo sfondo: il buio nero dello sfondo inghiotte
ogni spazio reale e dona assoluta plasticità alla figura. Essa è chiusa in un
severo manto azzurro dalle pieghe appiombate che si fissano al tavolo, formando
una vera piramide. Entro la linea triangolare del manto si iscrive un altro
triangolo con il vertice in basso: la profonda scollatura incastona come un
gioiello di perfezione geometrica tre ovali assoluti: il volto, l’ombra e il
velo. La stilizzazione geometrica della figura è accentuata dalla scomparsa
dell’aureola, di ogni dettaglio di veste e soprattutto dalle linee rigorose
degli occhi, del naso e della bocca, che ne fanno un volto ieratico e distante,
quasi fosse distillato da ogni incidente terreno nella sua immacolata inarrivabile
purezza. Gli occhi fanno scendere lo sguardo in basso a sinistra, da dove
proviene la luce e forse l’angelo, che naturalmente è assente. La piega della
stoffa nel mezzo del capo – Sciascia dice pare sia il vestito buono conservato
nella cassapanca tra gli altri del corredo e tirato fuori nei giorni delle
feste – determina l’asse della composizione che scende netto lungo la linea del
naso diritto, prosegue seguendo il vertice della scollatura, giù per le nocchie
delle dita della mano destra , fino alla prominenza dell’inginocchiatoio.
Tutto
è perfettamente e rigorosamente calibrato per creare una sintesi di perfezione
formale e strutturale, ma a ben guardare, aumentando il grado di stilizzazione,
si accentua ancor di più la drammatica “profanazione” del tema che Antonello ha
operato: e il segreto sta nello straordinario gioco prospettico che si muove
sensibilmente in questo quadro. Vediamone alcuni dettagli significativi.
La figura
di Maria sembra perfettamente frontale allo spettatore, ma non lo è. A ben
guardare, rispetto alla Madonna di Monaco, è stato eliminata la balaustra
perpendicolare allo spettatore da cui appariva la figura e che creava una
separazione tra Vergine e Angelo-spettatore ed è stata sostituita da un leggio
di legno disposto in obliquo il cui spigolo, raddoppiato dallo spigolo
dell’inginocchiatoio, punta verso di noi e pare rompere la divisione tra spazio
reale e spazio pittorico. Ma non solo. La Madonna non è affatto immobile
sull’asse mediano, ma pare lievemente girare verso sinistra con la spalla e
soprattutto con la mano sinistra che si offrono più vicine al nostro sguardo.
Questa mano, la più bella mano della storia dell’arte, la definisce Roberto
Longhi, o meglio il suo gesto che avanza deciso, fora letteralmente lo spazio e
ne tenta cautamente il limite, costituisce uno degli esempi più eccellenti di eminentia,
cioè di ricerca di un aggetto illusionistico che esca dal piano della tavola
dipinta per proiettarsi sullo spettatore. Contrapposta è la mano destra, tesa a
stirare il manto e a chiuderlo su di sé, con gesto modesto e moderato, mentre
il libro spostato tutto a destra alza nell’aria il fendente affilato del suo
foglio, quasi un soffio leggero di vento lo avesse appena scompaginato.
Questa
immagine è quindi carica di una potenzialità drammatica che ci sorprende e ci
interpella. Alcuni storici dell’arte vi hanno voluto vedere la sintesi
architettonica-iconografica di tutta la storia dell’annunciazione nei suoi
diversi momenti: Conturbatione, Cogitatione, Interrogatione Humiliatione,
Meditatione, partendo dal gesto della mano fino al volto estatico di
Maria. E questa è interessantenon solo sul piano artistico, ma anche su quello
più profondamente simbolico, perché Antonello non ha voluto lasciarci il
fotogramma di un istante, ma un vero e proprio itinerario, la narrazione visiva
di un percorso.
Noi
che guardiamo non siamo al posto dell’angelo, non siamo spettatori silenziosi,
non siamo ospiti inconsapevoli di un evento, siamo i destinatari e, in quanto
tali, i protagonisti.
Questo
quadro è dunque in termini simbolici, ma anche in qualche modo teologici
l’immagine di una visitazione; il divino visita l’umano e lo fa nel solo modo
in cui può accadere, come una apostrofe muta, cioè nel paradosso della sua
presenza assente o della sua assenza presente. Come ben suggerisce lo storico
dell’arte Jean-Luc Nancy, sono i due movimenti, del corpo e dello spirito, che
la mano di Antonello ha saputo così magistralmente sintetizzare, raccontandoci
l’annunciazione: da una parte “l’eccomi, l’hoc est corpus meum, il farsi carne
del verbo che pone l’accento appunto e una volta per sempre sul corpo, sulla
sua presenza, sulla fisicità dell’essere presente: peso, dimensioni, materia
con tutto l’invisibile che la cosa porte in sé, e dall’altra vi è la radicalità
di un divino che non si può e non si deve vedere, è il ritirasi di Dio, il Deus
absconditus”. Ecco che questo capolavoro di Antonello compie il prodigio non di
rendere visibile, ma di mettere l’invisibile in luce, tendendo amorevolmente il
nostro sguardo – la mano di Maria ne dà la direzione - a ciò che eccede ogni
visione, ogni memoria, ogni oblio eppure ci è vicino, è dentro di noi, è noi.
Troopo vicino e troppo lontano, il paradosso del Dio-uomo.
Qui
sta l’annuncio che interpella, qui la risposta dell’interpellato: il parto
umano del divino.
Sentite
che cosa afferma Nadia Scardeoni in un
intervista sul Bollettino Telematico dell’Arte (http://www.bta.it/)
“…qualche
filo lucente di neri capelli”. É una descrizione che hai scovato in un libro di
Venturi del 1915. Dal velo dell’Annunziata era un tempo possibile vedere dei
capelli, qualche filo. Tu lo avevi sospettato e Venturi te ne ha dato conferma.
Raccontaci qualcosa in più su questo aspetto interessante della tua ricerca …
É stato un lungo cammino a
ritroso, condotto nel fastidio generale, per aver sollevato
interrogativi e osservazioni che mettono a fuoco le carenze critiche dell’agire
istituzionale meritatamente ai problemi di restituzione, tutela e conservazione
delle opere d’arte. Ma attraverso l’analisi di un capolavoro autentico come
l’ANNUNZIATA, e un metodo di ricerca totalmente nuovo, che ho denominato
“restauro virtuale”, ho avuto la felice avventura di poter
ricostruire tutti gli elementi che provano la maldestra
censura di quei fili lucenti di neri capelli… nonché
gli atti successivi. La mia ricerca riguarda dunque la restituzione
del volto della Vergine Annunziata, così come il suo autore l’ha ideato,
documentando una visione anticanonica e in sé rivoluzionaria che è stata
stroncata, per un approccio banale e irrispettoso, nel privato e nel
pubblico.
Prima del 1903 l’Annunziata era di proprietà di Mons. Vicenzo di Giovanni di
Salaparuta. Fu a quell’epoca che il ritratto di Maria di Nazareth,
prestato da una giovane fanciulla siciliana avvolta nella mantellina
azzurra … con il suo piccolo ricciolo sfuggito alla compostezza del
velo, risultò troppo anticanonico o inquietante per la devozione
privata. Il ritratto venne opportunamente santificato: il ricciolo fu
ricoperto da pesanti pennellate e venne aggiunta una aureola .
Il successivo restauro (… del 42 ?) nel rimuovere la patacca di colore causò lo
svelamento, ancora oggi visibile, che ha dato origine alla mia tesi
fondata sull’ipotesi di un’abrasione volontaria, a bisturi, sul lato destro
(per l'osservatore) del volto dell'ANNUNCIATA, frutto a sua volta di una errata
interpretazione della struttura del manto. É stato l’importantissimo il
ritrovamento critico della descrizione di Adolfo Venturi che ha consentito
la ricostruzione degli atti precedenti la mia prima tesi.
Si è confortata la presenza dell’ombra ma anche – fatto inatteso ed eclatante -
di …”qualche filo lucente di neri
capelli”,
poi ulteriormente confermata da un’immagine Alinari della fine
dell’ottocento . Questa sequenza di dati abbracciano dieci anni di ricerca e
sono raccolti nell’opera multimediale: “Maria
di Antonello” che, su sollecitazione di amici studiosi, è in
procinto di diventare un libro.
Antonello Ventura nel
suo libro citato diceva:
“La
pensosa fanciulla siciliana si avvolge come un'araba nell'ampio manto che
ombreggia la fronte e inquadra il viso marmoreo; gli occhi vellutati, di un
nero profondo, si velano di languore sotto le seriche palpebre percosse da un
guizzo di luce; una piega agli angoli del naso e alle estremità delle labbra
accompagna il lieve stringersi degli occhi come sorpresi da luce improvvisa.
L'ombra, che cade a taglio sulla fronte e si proietta sulla guancia
sinistra, ottenebra il collo, staccandone il contorno luminoso del mento e
della guancia destra e lasciando intravedere qualche filo lucente dei neri
capelli ...».
E
Roberto Longhi (1890-1970) ha definito
il quadro “la piramide umana “ e la mano protesa la “ più bella che io conosca nell’arte.”
Eremo
Rocca S. Stefano venerdì 15 ottobre 2921