I nostri sogni, le speranze della "nuova Italia" di allora si confrontano con la realtà di oggi, con il giusto desiderio di questi anni di voler far fare un ulteriore passo in avanti alla nostra democrazia. Ma non bisogna confondere la fisiologia di un processo democratico con la deformazione di valori ed ideali che devono continuare a restare presenti nel nostro agire quotidiano. Chi ha vivo il ricordo di tanti compagni caduti, il sacrificio personale, l'impegno quotidiano per conquistare una condizione di libertà e di agibilità democratica non può non essere preoccupato per l'offuscarsi talvolta di valori fondamentali che oggi hanno da essere necessariamente coniugati a condizioni politiche, civili e sociali sostanzialmente diversi rispetto a quelli del 25 aprile del 1945. Oggi come allora il valore dell'uomo, il rispetto delle regole, la giustizia sociale, la difesa strenua delle differenze, il culto della libertà di tutti e dell'individuo, lo spirito di tolleranza devono stare alla base di qualsiasi progetto politico che non voglia tradire il passato. Non si tratta di ripetere formule che valevano allora, quando il primo imperativa era di combattere un nemico visibile e bene identificabile. La realtà italiana di oggi non è paragonabile alla situazione di macerie morali, sociali, civili e culturali di ieri, e oggi più di ieri può essere difficile individuare i motivi della lotta. Non abbiamo davanti il nemico fascista e nazista che uccideva, immiseriva, colpiva quanti non la pensavano come il potere dominante, non si prostravano, non si acquietavano nell'accettazione di una violenza quotidiana, morale e fisica. I tempi odierni sono tali che non consentono la speranza millenaristica che pervadeva ciascuno di noi, giovani di allora, che pensavamo che con la caduta del fascismo si sarebbe instaurata subito una sorta di età dell'oro della democrazia e del progresso, della civiltà e della libertà, del benessere individuale e collettivo. Siamo passati attraverso cinquant'anni di lotte dure e aspre, attraverso di esse la nostra Italia ha fatto grandi passi in avanti in molti campi. I meriti di quanto abbiamo conquistato sono di un popolo straordinario che ha saputo alzare la testa, dopo il fascismo, mettersi al lavoro, conseguire importanti risultati economici e sociali, riconquistare una dignità perduta nel contesto della comunità internazionale. Ma, nonostante questo, ancora oggi i temi su cui misurarsi sono quelli immutabili della democrazia e della libertà, della difesa dei diritti individuali e di uno Stato sociale che periodicamente conosce difficoltà a tutti presenti anche in questi ultimi tempi. Periodicamente questo nostro paese è stato percorso da fremiti di violenza e di intolleranza, e ogni volta il popolo, le istituzioni repubblicane, i partiti politici, le Retro pubblicazione Giornali della Resistenza organizzazioni democratiche che avevano conservato la memoria storica della Resistenza, sono state capaci di far saltare avventure ed avventurieri, di sgominare progetti autoritari di corpi separati dello Stato e di settori eversivi presenti nella nostra società. Le tossine antidemocratiche sono state debellate ogni volta che si sono fatte vive, anche se il corpo complessivo dello Stato non ha conosciuto quel cambiamento e quel rinnovamento radicali che avremmo voluto. La continuità dello Stato prefascista, fascista e repubblicano non ha giocato a favore della trasparenza delle scelte e dei comportamenti e di questo ancora oggi paghiamo le conseguenze. La rivoluzione popolare autentica e vigorosa compiuta dai combattenti della guerra di Liberazione è riuscita a cambiare le forme del potere e delle istituzioni, non sempre la sua sostanza, quel multiforme apparato burocratico che, comunque si travestisse, sempre è stato contrario alla democrazia: proprio in questo risiede uno dei maggiori crucci di chi quella "rivoluzione" ha vissuto. E oggi ci troviamo a misurarci proprio con gli obiettivi incompiuti di quella "rivoluzione" che trova la sua linfa solo nel popolo. Le stesse degenerazioni della politica, ovunque e in qualsiasi momento si sono manifestate, hanno sempre trovato una risposta puntuale solo nel popolo, nella dialettica democratica, nella capacità dei cittadini di essere protagonisti della loro vita e del loro futuro. Oggi non si tratta di imbracciare le anni, ne di distruggere quanto faticosamente siamo riusciti a costruire: si tratta di rinnovare un impegno vigoroso che deve pervadere in particolare le generazioni più giovani. A queste spetta un compito magistrale, quello di portare a compimento una rivoluzione "politica". Il fronte avanzato della lotta oggi deve essere fatto di azioni concrete, di scelte lungimiranti che nei piccoli comuni come al centro dello Stato abbiano presente la necessità di rendere ancora più democratiche le nostre istituzioni. La storia di questi decenni ci consegna una indicazione precisa: nessun uomo della provvidenza, nessuna prevalenza di una istituzione sull'altra possono pensare di risolvere i problemi di questo paese. Solo la perseverante vigilanza dei cittadini attraverso le proprie scelte democratiche può' introdurre i cambiamenti e le correzioni necessarie a far funzionare meglio istituzioni che liberamente ci siamo dati, a far crescere la vocazione all'autogoverno e la compiuta coscienza civile e democratica. Come ricordava uno dei padri della patria, Piero Calamandrei, nell'equilibrio delle istituzioni, in una valida presenza di pesi e contrappesi, nella laicità dello Stato e dei rapporti civili e sociali sta la forza di un paese, si riconosce la vitalità di una democrazia. Di questo l'Italia oggi ha bisogno. Di equilibrio e di verità noi italiani dobbiamo continuare a sentire orgogliosamente e gelosamente l'esigenza, con la stessa passione, con la stessa ingenuità, con lo stesso spirito di sacrificio che animava gli estensori anonimi di questi giornali della Resistenza che sono sotto i vostri occhi e che rappresentano uno dei migliori inni alla libertà che il nostro popolo è riuscito a darsi. Da queste pagine intrise di idealità e sacrifici possiamo trarre tutti, ma in particolare le giovani generazioni, ispirazione per i nostri comportamenti quotidiani, per le battaglie da portare avanti. Molti di coloro che hanno compilato, stampato e diffuso questi giornali sono morti in combattimento, sono finiti nei campi di concentramento, nelle camere a gas, nelle carceri, sono stati torturati ed uccisi. Questa pubblicazione vuole essere anche un omaggio commosso e sempre attuale a coloro che nel clima cruento di una guerra spietata seppero tenere alto l'impegno civile della elaborazione e della discussione delle idee. In tempi feroci e totalitari questi piccoli fogli hanno rappresentato le promettenti fiammate destinate a fondersi nel sempre esaltante fuoco della libertà e della vittoria dell'intelligenza, della civiltà, della cultura sulla ferocia e la brutalità. Ancora oggi rappresentano una speranza di vita e di libertà. Chi ha vissuto quel periodo non si meraviglia che nel pieno della dura battaglia contro un nemico feroce e agguerrito il dibattito sia stato così ampio ed il confronto così serrato. Chi legge quei giornali si rende conto di quanto sia attuale la tematica in essi affrontata di quanto i problemi, le idee, le tesi esposte corrispondano al dibattito di quei giorni, sintesi di quanto quindi a 50 anni di distanza sia attuale la Resistenza, con una sola differenza: maggiore chiarezza di idee, maggiore approfondimento nel dibattito, minore strumentalizzazione e camuffamenti.
Aldo Aniasi 25 aprile 1995
Aldo Aniasi nato a Palmanova (Udine) il 31 maggio 1921, deceduto a Milano il 27 agosto 2005, presidente della FIAP, ex sindaco di Milano ed ex parlamentare socialista, Medaglia d'argento al valor militare.
Studente, era sfollato a Lodi quando, nelle settimane successive
all'armistizio del 1943, si portò in Valsesia con una ventina di
giovani lodigiani e codognesi, che avrebbero dato vita al
distaccamento "Fanfulla" (poi battaglione), della XV
Brigata d'assalto Garibaldi. Il giovane - che anagrammando, in modo
imperfetto, il suo vero nome si faceva chiamare Iso Danali - entrò
in contatto con il Comando di Cino Moscatelli e, nella primavera
del 1944, passò nell'Ossola, diventando comandante della 2a
Divisione Garibaldi "Redi".
In sessant'anni Aniasi non
ha mai mancato una celebrazione del 25 aprile a Milano, forse anche
per rifarsi del fatto che, nel 1945, in quel giorno stava ancora
combattendo con i suoi partigiani contro i tedeschi che volevano
attraversare il Ticino.
Nell'immediato dopoguerra il "comandante
Iso" lasciò il PCI per passare al PSIUP e poi, brevemente, al
PSDI. Da socialista "nenniano" entrò nel 1951 nel
consiglio comunale di Milano. Nello stesso periodo succedette a
Ferruccio Parri nella presidenza - che ha mantenuto sino alla morte
- della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.
Assessore al
Comune di Milano nel 1954, Aniasi fu sindaco del capoluogo lombardo
dal 1967 al 1976. Deputato socialista per cinque Legislature, due
volte ministro (per la Sanità e per gli Affari Regionali), per nove
anni vicepresidente della Camera dei deputati, ha ricevuto la
Medaglia d'oro per la Cultura e l'Istruzione, in riconoscimento della
sua "attività di redenzione sociale". Aniasi è stato
anche il promotore della costituzione del "Centro di
collaborazione" tra le grandi città del mondo. Autore di libri
sulle sue esperienze di partigiano, amministratore e uomo politico,
"Iso" - che ha pubblicato tra l'altro, nel 1991, Parri.
L'avventura umana, militare e politica di Maurizio e, nel 1997,
Ne valeva la pena - negli anni '90 aveva aderito ai
Democratici di Sinistra, entrando nella Direzione del partito.
Il
20 dicembre 2005 gli iscritti alla Sezione DS "Milano-Centro"
hanno deciso, in omaggio ad Aniasi, di chiamare la loro sede "Milano
Centro-Comandante Iso".
Scrive Carlo Troilo su :”Nei primi anni del Dopoguerra i prefetti di molte delle maggiori città italiane non erano prefetti ”di carriera” – cioè provenienti dai ranghi del Ministero degli Interni – ma provenivano in gran parte dalle fila della Resistenza ed erano destinati a svolgere quel ruolo per un periodo di tempo limitato: fino a quando fosse completata l’epurazione dei prefetti fascisti e garantita la stabilità del Paese. A Milano il primo prefetto del dopoguerra fu Riccardo Lombardi, che però dovette lasciare nel gennaio del 1946 perché chiamato a far parte del primo governo De Gasperi come ministro dei Trasporti.
Al posto di Lombardi fu chiamato mio padre, comandante della Brigata Maiella, che per i casi della vita aveva vissuto per un paio di anni a Milano, dopo aver partecipato come volontario, a 18 anni, alla prima guerra mondiale. E a Milano era stato fra i discepoli di Filippo Turati, prima di laurearsi in Legge e di trasferirsi a Roma per avvicinarsi al suo paese natale, in Abruzzo, e di entrare a far parte del gruppo di giovani che si riunivano attorno a Giacomo Matteotti.
Fra gli amici più cari, mio padre ebbe il sindaco Antonio Greppi (suo il libro Risorgeva Milano , editore Ceschina), anche lui socialista. Ma ebbe modo di conoscere e frequentare anche Aldo Aniasi, futuro successore di Greppi a Palazzo Marino. Non a caso, fu proprio Aniasi, come sindaco, che volle dedicare una riunione del Consiglio Comunale ad un ricordo di mio padre, morto nel giugno del 1974. E ad Aniasi mi rivolsi – in un cordialissimo (e per me indimenticabile) incontro a Milano – per chiedergli di scrivere l’introduzione al mio libro La guerra di Troilo, in cui ho narrato le vicende che portarono alla cacciata di mio padre dalla Prefettura nel novembre del 1947. Aniasi fu molto disponibile e fece appena in tempo a scrivere l’introduzione ed a farmela avere, perché morì poche settimane prima della pubblicazione del libro.
E fui molto felice – quando conobbi Mario Artali e concordai con lui la presentazione del libro nella sede del Circolo De Amicis – di apprendere che il circolo era stato “una creatura” di Aniasi, purtroppo venuto a mancare poche settimane prima. E ancora oggi resta, soprattutto grazie all’impegno di Artali, uno dei luoghi simbolo della cultura socialista, di cui tiene in vita, con le sue tante iniziative, il ricordo ed i valori.
Con Aniasi la mia famiglia ha un altro debito, perché egli – divenuto sindaco – dedicò una seduta del Consiglio Comunale a mio padre, presente in Aula. E per lui questo evento fu una grande consolazione subito prima della malattia che lo condusse alla morte nel 1974 (mentre fu Tognoli il sindaco che volle intestare a mio padre una via nella zona dei Navigli).
La vita di Aniasi – raccontata nel libro “Aldo Aniasi la tela del riformista “ – è la storia di uno dei sindaci socialisti che fecero grande Milano, consentendole in pochi anni di risorgere dalle rovine della guerra e dei bombardamenti e facendone la capitale economica, ma per molti aspetti anche morale e sociale, del nostro Paese: una città che fra i suoi meriti ha quello importantissimo di aver saputo accogliere e integrare le centinaia di migliaia di immigrati meridionali, che contribuirono in modo determinante alla rinascita della capitale lombarda (questo straordinario fenomeno di melting pot non ha ancora avuto il riconoscimento dovuto, nemmeno in un capitolo dei tanti libri sulla rinascita di Milano, nda).
Come dirigente socialista, Aniasi fu – come lo definisce nella introduzione al libro Jacopo Perazzoli – “un massimalista delle riforme”, con un particolare impegno sui problemi del sistema sanitario, all’epoca molto arretrato. Non a caso Aniasi, nella sua esperienza di governo nazionale, fu il ministro della Sanità che portò alla istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Ma altrettanto impegno fu dedicato da “Iso” ai tanti problemi che affliggevano la sua città, come tutto il Paese. Chi, come me, ha vissuto a Milano negli anni del dopoguerra ricorda ancora le condizioni tremende in cui gli spietati bombardamenti avevano lasciato la città.
Tra i punti essenziali della attività di Aniasi spiccano le questioni riconducibili alla variegata sfera del welfare, dalla risoluzione dell’annoso problema della emergenza abitativa all’ampliamento dell’assistenza sociale, dal supporto fattivo per il diritto allo studio fino alla introduzione del Servizio Sanitario Nazionale, che resta (malgrado alcuni limiti) una delle riforme più importanti in un Paese in cui ancora si moriva per l’insufficienza delle cure. E non a caso Aniasi – in poco più di un anno al Ministero della Sanità – si battè con forza sulla realizzazione del Piano Sanitario Nazionale, che fu approvato grazie alla sua insistenza, anche se divenne realtà solo diversi anni dopo la morte di Iso.
In conclusione, vorrei ricordare che i grandi sindaci cui si devono prima la ricostruzione di Milano e poi il suo ruolo di capofila dello sviluppo economico e sociale del Paese furono tre integerrimi socialisti (Greppi, Aniasi e Tognoli) ai quali va la nostra gratitudine.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/22/a-proposito-di-aldo-aniasi-il-sindaco-riformista-di-milano/6461218/
Nella foto il volume "Guerra di liberazione- Esperienze e figure del corpo volontari della libertà" Edito a cura del Comitato per la liberazione nazionale dell'Alta Italia" 1945 Nuove edizioni di Capolago Lugano















