martedì 25 aprile 2023

LETTERA DALL'EREMO Venticinque aprile : sogni e speranze della “ nuova Italia”

 


I nostri sogni, le speranze della "nuova Italia" di allora si confrontano con la realtà di oggi, con il giusto desiderio di questi anni di voler far fare un ulteriore passo in avanti alla nostra democrazia. Ma non bisogna confondere la fisiologia di un processo democratico con la deformazione di valori ed ideali che devono continuare a restare presenti nel nostro agire quotidiano. Chi ha vivo il ricordo di tanti compagni caduti, il sacrificio personale, l'impegno quotidiano per conquistare una condizione di libertà e di agibilità democratica non può non essere preoccupato per l'offuscarsi talvolta di valori fondamentali che oggi hanno da essere necessariamente coniugati a condizioni politiche, civili e sociali sostanzialmente diversi rispetto a quelli del 25 aprile del 1945. Oggi come allora il valore dell'uomo, il rispetto delle regole, la giustizia sociale, la difesa strenua delle differenze, il culto della libertà di tutti e dell'individuo, lo spirito di tolleranza devono stare alla base di qualsiasi progetto politico che non voglia tradire il passato. Non si tratta di ripetere formule che valevano allora, quando il primo imperativa era di combattere un nemico visibile e bene identificabile. La realtà italiana di oggi non è paragonabile alla situazione di macerie morali, sociali, civili e culturali di ieri, e oggi più di ieri può essere difficile individuare i motivi della lotta. Non abbiamo davanti il nemico fascista e nazista che uccideva, immiseriva, colpiva quanti non la pensavano come il potere dominante, non si prostravano, non si acquietavano nell'accettazione di una violenza quotidiana, morale e fisica. I tempi odierni sono tali che non consentono la speranza millenaristica che pervadeva ciascuno di noi, giovani di allora, che pensavamo che con la caduta del fascismo si sarebbe instaurata subito una sorta di età dell'oro della democrazia e del progresso, della civiltà e della libertà, del benessere individuale e collettivo. Siamo passati attraverso cinquant'anni di lotte dure e aspre, attraverso di esse la nostra Italia ha fatto grandi passi in avanti in molti campi. I meriti di quanto abbiamo conquistato sono di un popolo straordinario che ha saputo alzare la testa, dopo il fascismo, mettersi al lavoro, conseguire importanti risultati economici e sociali, riconquistare una dignità perduta nel contesto della comunità internazionale. Ma, nonostante questo, ancora oggi i temi su cui misurarsi sono quelli immutabili della democrazia e della libertà, della difesa dei diritti individuali e di uno Stato sociale che periodicamente conosce difficoltà a tutti presenti anche in questi ultimi tempi. Periodicamente questo nostro paese è stato percorso da fremiti di violenza e di intolleranza, e ogni volta il popolo, le istituzioni repubblicane, i partiti politici, le Retro pubblicazione Giornali della Resistenza organizzazioni democratiche che avevano conservato la memoria storica della Resistenza, sono state capaci di far saltare avventure ed avventurieri, di sgominare progetti autoritari di corpi separati dello Stato e di settori eversivi presenti nella nostra società. Le tossine antidemocratiche sono state debellate ogni volta che si sono fatte vive, anche se il corpo complessivo dello Stato non ha conosciuto quel cambiamento e quel rinnovamento radicali che avremmo voluto. La continuità dello Stato prefascista, fascista e repubblicano non ha giocato a favore della trasparenza delle scelte e dei comportamenti e di questo ancora oggi paghiamo le conseguenze. La rivoluzione popolare autentica e vigorosa compiuta dai combattenti della guerra di Liberazione è riuscita a cambiare le forme del potere e delle istituzioni, non sempre la sua sostanza, quel multiforme apparato burocratico che, comunque si travestisse, sempre è stato contrario alla democrazia: proprio in questo risiede uno dei maggiori crucci di chi quella "rivoluzione" ha vissuto. E oggi ci troviamo a misurarci proprio con gli obiettivi incompiuti di quella "rivoluzione" che trova la sua linfa solo nel popolo. Le stesse degenerazioni della politica, ovunque e in qualsiasi momento si sono manifestate, hanno sempre trovato una risposta puntuale solo nel popolo, nella dialettica democratica, nella capacità dei cittadini di essere protagonisti della loro vita e del loro futuro. Oggi non si tratta di imbracciare le anni, ne di distruggere quanto faticosamente siamo riusciti a costruire: si tratta di rinnovare un impegno vigoroso che deve pervadere in particolare le generazioni più giovani. A queste spetta un compito magistrale, quello di portare a compimento una rivoluzione "politica". Il fronte avanzato della lotta oggi deve essere fatto di azioni concrete, di scelte lungimiranti che nei piccoli comuni come al centro dello Stato abbiano presente la necessità di rendere ancora più democratiche le nostre istituzioni. La storia di questi decenni ci consegna una indicazione precisa: nessun uomo della provvidenza, nessuna prevalenza di una istituzione sull'altra possono pensare di risolvere i problemi di questo paese. Solo la perseverante vigilanza dei cittadini attraverso le proprie scelte democratiche può' introdurre i cambiamenti e le correzioni necessarie a far funzionare meglio istituzioni che liberamente ci siamo dati, a far crescere la vocazione all'autogoverno e la compiuta coscienza civile e democratica. Come ricordava uno dei padri della patria, Piero Calamandrei, nell'equilibrio delle istituzioni, in una valida presenza di pesi e contrappesi, nella laicità dello Stato e dei rapporti civili e sociali sta la forza di un paese, si riconosce la vitalità di una democrazia. Di questo l'Italia oggi ha bisogno. Di equilibrio e di verità noi italiani dobbiamo continuare a sentire orgogliosamente e gelosamente l'esigenza, con la stessa passione, con la stessa ingenuità, con lo stesso spirito di sacrificio che animava gli estensori anonimi di questi giornali della Resistenza che sono sotto i vostri occhi e che rappresentano uno dei migliori inni alla libertà che il nostro popolo è riuscito a darsi. Da queste pagine intrise di idealità e sacrifici possiamo trarre tutti, ma in particolare le giovani generazioni, ispirazione per i nostri comportamenti quotidiani, per le battaglie da portare avanti. Molti di coloro che hanno compilato, stampato e diffuso questi giornali sono morti in combattimento, sono finiti nei campi di concentramento, nelle camere a gas, nelle carceri, sono stati torturati ed uccisi. Questa pubblicazione vuole essere anche un omaggio commosso e sempre attuale a coloro che nel clima cruento di una guerra spietata seppero tenere alto l'impegno civile della elaborazione e della discussione delle idee. In tempi feroci e totalitari questi piccoli fogli hanno rappresentato le promettenti fiammate destinate a fondersi nel sempre esaltante fuoco della libertà e della vittoria dell'intelligenza, della civiltà, della cultura sulla ferocia e la brutalità. Ancora oggi rappresentano una speranza di vita e di libertà. Chi ha vissuto quel periodo non si meraviglia che nel pieno della dura battaglia contro un nemico feroce e agguerrito il dibattito sia stato così ampio ed il confronto così serrato. Chi legge quei giornali si rende conto di quanto sia attuale la tematica in essi affrontata di quanto i problemi, le idee, le tesi esposte corrispondano al dibattito di quei giorni, sintesi di quanto quindi a 50 anni di distanza sia attuale la Resistenza, con una sola differenza: maggiore chiarezza di idee, maggiore approfondimento nel dibattito, minore strumentalizzazione e camuffamenti.

Aldo Aniasi 25 aprile 1995

Aldo Aniasi nato a Palmanova (Udine) il 31 maggio 1921, deceduto a Milano il 27 agosto 2005, presidente della FIAP, ex sindaco di Milano ed ex parlamentare socialista, Medaglia d'argento al valor militare.

Studente, era sfollato a Lodi quando, nelle settimane successive all'armistizio del 1943, si portò in Valsesia con una ventina di giovani lodigiani e codognesi, che avrebbero dato vita al distaccamento "Fanfulla" (poi battaglione), della XV Brigata d'assalto Garibaldi. Il giovane - che anagrammando, in modo imperfetto, il suo vero nome si faceva chiamare Iso Danali - entrò in contatto con il Comando di Cino Moscatelli e, nella primavera del 1944, passò nell'Ossola, diventando comandante della 2a Divisione Garibaldi "Redi".
In sessant'anni Aniasi non ha mai mancato una celebrazione del 25 aprile a Milano, forse anche per rifarsi del fatto che, nel 1945, in quel giorno stava ancora combattendo con i suoi partigiani contro i tedeschi che volevano attraversare il Ticino.
Nell'immediato dopoguerra il "comandante Iso" lasciò il PCI per passare al PSIUP e poi, brevemente, al PSDI. Da socialista "nenniano" entrò nel 1951 nel consiglio comunale di Milano. Nello stesso periodo succedette a Ferruccio Parri nella presidenza - che ha mantenuto sino alla morte - della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.
Assessore al Comune di Milano nel 1954, Aniasi fu sindaco del capoluogo lombardo dal 1967 al 1976. Deputato socialista per cinque Legislature, due volte ministro (per la Sanità e per gli Affari Regionali), per nove anni vicepresidente della Camera dei deputati, ha ricevuto la Medaglia d'oro per la Cultura e l'Istruzione, in riconoscimento della sua "attività di redenzione sociale". Aniasi è stato anche il promotore della costituzione del "Centro di collaborazione" tra le grandi città del mondo. Autore di libri sulle sue esperienze di partigiano, amministratore e uomo politico, "Iso" - che ha pubblicato tra l'altro, nel 1991, Parri. L'avventura umana, militare e politica di Maurizio e, nel 1997, Ne valeva la pena - negli anni '90 aveva aderito ai Democratici di Sinistra, entrando nella Direzione del partito.
Il 20 dicembre 2005 gli iscritti alla Sezione DS "Milano-Centro" hanno deciso, in omaggio ad Aniasi, di chiamare la loro sede "Milano Centro-Comandante Iso".

Scrive Carlo Troilo su :”Nei primi anni del Dopoguerra i prefetti di molte delle maggiori città italiane non erano prefetti ”di carriera” – cioè provenienti dai ranghi del Ministero degli Interni – ma provenivano in gran parte dalle fila della Resistenza ed erano destinati a svolgere quel ruolo per un periodo di tempo limitato: fino a quando fosse completata l’epurazione dei prefetti fascisti e garantita la stabilità del Paese. A Milano il primo prefetto del dopoguerra fu Riccardo Lombardi, che però dovette lasciare nel gennaio del 1946 perché chiamato a far parte del primo governo De Gasperi come ministro dei Trasporti.

Al posto di Lombardi fu chiamato mio padre, comandante della Brigata Maiella, che per i casi della vita aveva vissuto per un paio di anni a Milano, dopo aver partecipato come volontario, a 18 anni, alla prima guerra mondiale. E a Milano era stato fra i discepoli di Filippo Turati, prima di laurearsi in Legge e di trasferirsi a Roma per avvicinarsi al suo paese natale, in Abruzzo, e di entrare a far parte del gruppo di giovani che si riunivano attorno a Giacomo Matteotti.

Fra gli amici più cari, mio padre ebbe il sindaco Antonio Greppi (suo il libro Risorgeva Milano , editore Ceschina), anche lui socialista. Ma ebbe modo di conoscere e frequentare anche Aldo Aniasi, futuro successore di Greppi a Palazzo Marino. Non a caso, fu proprio Aniasi, come sindaco, che volle dedicare una riunione del Consiglio Comunale ad un ricordo di mio padre, morto nel giugno del 1974. E ad Aniasi mi rivolsi – in un cordialissimo (e per me indimenticabile) incontro a Milano – per chiedergli di scrivere l’introduzione al mio libro La guerra di Troilo, in cui ho narrato le vicende che portarono alla cacciata di mio padre dalla Prefettura nel novembre del 1947. Aniasi fu molto disponibile e fece appena in tempo a scrivere l’introduzione ed a farmela avere, perché morì poche settimane prima della pubblicazione del libro.

E fui molto felice – quando conobbi Mario Artali e concordai con lui la presentazione del libro nella sede del Circolo De Amicis – di apprendere che il circolo era stato “una creatura” di Aniasi, purtroppo venuto a mancare poche settimane prima. E ancora oggi resta, soprattutto grazie all’impegno di Artali, uno dei luoghi simbolo della cultura socialista, di cui tiene in vita, con le sue tante iniziative, il ricordo ed i valori.

Con Aniasi la mia famiglia ha un altro debito, perché egli – divenuto sindaco – dedicò una seduta del Consiglio Comunale a mio padre, presente in Aula. E per lui questo evento fu una grande consolazione subito prima della malattia che lo condusse alla morte nel 1974 (mentre fu Tognoli il sindaco che volle intestare a mio padre una via nella zona dei Navigli).

La vita di Aniasi – raccontata nel libro “Aldo Aniasi la tela del riformista “ – è la storia di uno dei sindaci socialisti che fecero grande Milano, consentendole in pochi anni di risorgere dalle rovine della guerra e dei bombardamenti e facendone la capitale economica, ma per molti aspetti anche morale e sociale, del nostro Paese: una città che fra i suoi meriti ha quello importantissimo di aver saputo accogliere e integrare le centinaia di migliaia di immigrati meridionali, che contribuirono in modo determinante alla rinascita della capitale lombarda (questo straordinario fenomeno di melting pot non ha ancora avuto il riconoscimento dovuto, nemmeno in un capitolo dei tanti libri sulla rinascita di Milano, nda).

Come dirigente socialista, Aniasi fu – come lo definisce nella introduzione al libro Jacopo Perazzoli – “un massimalista delle riforme”, con un particolare impegno sui problemi del sistema sanitario, all’epoca molto arretrato. Non a caso Aniasi, nella sua esperienza di governo nazionale, fu il ministro della Sanità che portò alla istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Ma altrettanto impegno fu dedicato da “Iso” ai tanti problemi che affliggevano la sua città, come tutto il Paese. Chi, come me, ha vissuto a Milano negli anni del dopoguerra ricorda ancora le condizioni tremende in cui gli spietati bombardamenti avevano lasciato la città.

Tra i punti essenziali della attività di Aniasi spiccano le questioni riconducibili alla variegata sfera del welfare, dalla risoluzione dell’annoso problema della emergenza abitativa all’ampliamento dell’assistenza sociale, dal supporto fattivo per il diritto allo studio fino alla introduzione del Servizio Sanitario Nazionale, che resta (malgrado alcuni limiti) una delle riforme più importanti in un Paese in cui ancora si moriva per l’insufficienza delle cure. E non a caso Aniasi – in poco più di un anno al Ministero della Sanità – si battè con forza sulla realizzazione del Piano Sanitario Nazionale, che fu approvato grazie alla sua insistenza, anche se divenne realtà solo diversi anni dopo la morte di Iso.

In conclusione, vorrei ricordare che i grandi sindaci cui si devono prima la ricostruzione di Milano e poi il suo ruolo di capofila dello sviluppo economico e sociale del Paese furono tre integerrimi socialisti (Greppi, Aniasi e Tognoli) ai quali va la nostra gratitudine.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/22/a-proposito-di-aldo-aniasi-il-sindaco-riformista-di-milano/6461218/

Nella foto  il volume "Guerra di liberazione- Esperienze e figure  del corpo volontari della libertà" Edito a cura  del Comitato per la liberazione nazionale dell'Alta Italia" 1945 Nuove edizioni di Capolago  Lugano

Eremo Rocca S. Stefano martedì 25 aprile 2023

domenica 23 aprile 2023

BIBLIOFOLLIA Psicoanalisi e letteratura

[ Di una cosa sono convinto: un libro dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.]

Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi. Questo credo.

Franz Kafka, da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903) - Traduzione di Ervino Pocar

Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

Jorge Luis Borges, da L'invenzione della poesia - Le lezioni americane - Traduzione di Angelo Morino, Vittoria Martinetto

Cosa significa leggere? Cosa facciamo quando apriamo un libro? In che modo l’inconscio è implicato in quella che abitualmente definiamo “ lettura”? Massimo Recalcati al festival della Comunicazione di Camogli 2018 "Visioni" parla dei libri, oggetti che alla pari dei padri, degli amori eterni, dei maestri (gli argomenti di cui si è occupato), corrono il rischio di estinguersi nel nostro tempo. Un libro è un corpo, è un mare, è un coltello. Trasformare un libro in corpo significa rendere il libro un corpo erotico: questo è il miracolo di una lezione, di un commento, di qualcuno che getta luce su un libro. Assomiglia al mare il libro perché chiede di essere aperto, un libro chiuso è un controsenso. Il libro è l'antimuro, incrina il muro, spacca il muro. Quando leggiamo, il libro taglia le nostre vite. I veri libri scandiscono la nostra vita, separano la nostra vita da un prima e da un poi. Certe letture hanno tagliato la nostra vita: in quel caso il libro è un incontro, un evento che cambia il tran tran del mondo. La libreria disegna il nostro ritratto più intimo. (1)

Lo psicoanalista M.F. Turno intervistato da D. Federici a proposito di piscoanalisi e letteratura dice :D.F. Per riflettere sulla letteratura partirei dalla parola: da analisti ne conosciamo bene l’importanza come strumento per portare alla coscienza, per quel farsi psichico che si appropria della realtà conferendole un senso, che costruisce il mondo interno facendone uno strumento di contenimento, elaborazione e comunicazione. La parola nasce nella carne, la sua magia e il suo potere evocativo scaturiscono dal linguaggio primordiale che l’ha vista prima di tutto un atto senso-motorio. Freud considerava poeti e scrittori alleati preziosi, spesso più avanti nella conoscenza del profondo, perché attingendo a fonti personali e invisibili, riescono a dare forma a ciò che lo studioso arriva a comprendere solo attraverso un lavoro faticoso. E suggeriva agli psicoanalisti di coltivare interessi umanistici per non trovarsi smarriti di fronte al narrarsi del paziente, perché il lavoro analitico è un dialogon, l’incontro di due testi che si intrecciano trasformandosi, estendendo lo psichico e il senso nella polisemia delle forme simboliche, in uno spazio intermedio che è comune all’opera creativa.

Come arrivi alla scrittura di un testo letterario e quali scrittori ti hanno ispirato di più?

M.F.T. Testo letterario è una parola grossa e impegnativa. Questa passione dello scrivere nasce durante l’adolescenza. Negli ultimi anni del liceo mi divertivo a descrivere momenti scolastici in cui prendevo in giro compagni e docenti. Ebbene la professoressa di lettere mi dava il permesso di leggere questi componimenti satirici con il consenso dei compagni che si divertivano sì, mentre qualcuno un po’ se la prendeva. Certo in quel momento il mio modello era Marziale, Tito Maccio Plauto e il loro italicum acetum, il prendere in giro per il prendere in giro,insomma l’ironia che tutt’oggi mi accompagna… Sicuramentesono stato un lettore precoce e compulsivo (e una cosa a cui tengo molto è che non ho guardato la TV dai 18 ai 36 anni, salvo qualche partita o Tribuna politica) e già nella prima adolescenza spaziavo da Twain a Manzoni, da London a Pasternak e Dostoevskij. Però ascoltavo la radio e leggevo.  Ma mi sono confrontato la prima volta con quello che si chiama stile leggendo Verga e Allan Poe, due scrittori all’opposto e così se mi veniva in mente qualche storia (ma chissà perché vengono in mente storie) le scrivevo alla maniera di… Solo ai diciotto anni arrivo a una mia composizione originale in una sorta di stream of consciusness di immagini e situazioni che descrivevano il mondo emozionale del protagonista. Una cosa abbastanza difficile e complicata che mi valse, bontà loro, il primo premio in un concorso interscolastico.  Ero comunque digiuno di psicoanalisi e avevo solo letto un libro di Jung sui tipi psicologici che, devo dire, mi affascinò e mi fece decidere per la mia futura strada.  

Comunque, per tornare alla domanda, c’è sempre una noxa, un qualcosa di distonico, un particolare che non sempre è al suo posto e mi parassita la mente, un pensiero balocco con cui mi metto a giocare e che pian piano si carica di particolari, quando mi sento saturo comincio a scrivere aprendo uno scenario su quel gioco mentale che sino a qualche giorno prima neanche esisteva. Il mio pensiero diverge, fa ipotesi per cui inventare una storia diventa così una sorta di necessità: devo vuotare il sacco, scaricarmi. Nella mia analisi personale questo mio modo di essere è stato affrontato, ma senza risolverlo, non ho fatto alcuna scelta e da sempre convivo con questa duplice identità. Insomma non mi reputo un analista che a un certo punto della sua vita si è messo a scrivere, molti lo fanno e lo fanno anche bene. Prima di ottenere dei profitti lavorando come professionista ne ho ottenuti con la scrittura: sono stato iscritto alla sezione DOR della SIAE dagli anni ’70 fino a metà anni ’90 e incassavo regolarmente i miei compensi di diritti d’autore per i lavori che venivano rappresentati. Per uno studentello di medicina non era male.

D.F. Freud scrisse a Schnitzler che vedeva nella letteratura una sorta di doppio della psicoanalisi: condividendone fonti e oggetto, autore e psicoanalista utilizzano entrambi l’interpretazione, l’uno per creare, l’altro per penetrare la tramatura invisibile del racconto del paziente, slegando l’elaborazione secondarizzante. La psicoanalisi deve molto al rapporto con l’intelligenza letteraria, così come quest’ultima è stata influenzata dal sapere analitico sulle dinamiche del profondo.

Nel tuo lavoro di scrittore quanto hai attinto a modelli narrativi o strutture simboliche di matrice psicoanalitica? Quanto pensi che l’esercizio alla funzione maieutica accanto ai pazienti abbia inciso sulla tua scrittura nel costruire trama e personaggi?

M.F.T. Freud ci aveva visto bene: la scrittura di Schnitzler si sovrappone alla psicoanalisi. A questo proposito la prima azione scenica che realizzai si ispirò liberamente al suo Doppio sogno. Il maestro Gianni Notari mi affidò una cassetta chiedendomi se l’ascolto mi facesse venire in mente qualcosa. Era Prozession di Karlheinz Stockhausen, ventotto minuti di musica contemporanea che talvolta riascolto non senza emozione. Sembra di percepire i rumori dell’inconscio più profondo, se solo l’inconscio avesse una dimensione spaziale, euclidea. Di getto scrissi un passo a tre, Pater noster, che partiva solo da un’immagine, un flash di Doppio sogno che sulla scena diventava una sofferta triangolazione edipica. Avevo appena vent’anni e per un attimo vedere una mia idea diventare un balletto da camera rappresentato nel foyer del Teatro dell’Opera, mi dette la sensazione che davanti a me si poneva pericolosamente un bivio e potevo fare delle scelte dettate dalla inebriante situazione del momento. Non avvenne per puro caso: Notari fu ingaggiato dal Maggio Fiorentino, mentre io risultai irreperibile. Il giorno dopo, sacco in spalla, volai per gli Stati Uniti e così solo cinque mesi dopo seppi cosa era accaduto dopo quella serata al Teatro dell’Opera.

Ma attenzione, in quello che avevo scritto non c’era il parlato, c’era la danza, l’immagine, un qualcosa che sfuma nel gioco di luci e di movenze, siamo nel sogno… Però quello che più mi ha influenzato è stato il nostro metodo psicoanalitico, l’indagine, lo scavo archeologico, lo scoprire la differenza fra i piccoli segni che Freud riconosce a Giovanni Morelli, medico e critico d’arte. Analizzare piccoli dettagli porta a scoprire la Verità e questo mi ha insegnato a essere meticoloso e mai approssimativo. Per esempio in quest’ultimo noir vintage mi sono avvalso dell’emeroteca della Biblioteca nazionale per essere il più preciso possibile: la sequenza dei giorni, il novilunio, il numero delle riviste d’epoca, le vincite al totocalcio o il prezzo del biglietto del tram o del caffè. Nella storia che racconto la psicoanalisi non compare come teoria e prassi, ma come metodo, poiché è stato scritta tenendo sempre presente un aspetto della psicoanalisi: la paziente raccolta di frammenti di vita, di sogni, di sedute, acting e talvolta frasi che apparentemente sembrano senza significato. Ovvero quello che Carlo Ginzburg chiama appunto paradigma indiziario. In realtà L’ispettore Fortunato è una metafora sulla psicoanalisi. L’ispettore è un uomo che cerca indizi e verifica ipotesi fino ad arrivare a una scoperta sorprendente (il trauma?) che dà senso a tutta la storia, per cui non fa altro che mostrare come mettere insieme i vari elementi raccolti strada facendo per arrivare a quella Verità di cui parlavo prima.

D.F. Proust dice che ogni lettore legge se stesso, che un libro è uno strumento ottico che ci permette di comprendere quel che forse, senza di esso, non avremmo mai conosciuto di ciò che siamo. Scrivere, così come leggere una storia, è sempre l’occasione di un viaggio per farci carico dell’alterità di noi a noi stessi – come accade nei sogni – e della possibilità di farci trasformare da quell’incontro. Ogni personaggio offre l’opportunità di rappresentare degli aspetti della propria vita psichica, così nella tessitura di una storia si oscilla fra uno scrivere per la trama, per ciò che già si “conosce” e si vuole rappresentare, e l’esplorazione che il punto di vista di un altro ci permette, scavandolo da dentro e schiudendo traiettorie impreviste.

Quanto da scrittore hai misurato la sorpresa dell’inconscio al lavoro, da inseguire per la curiosità di vedere fin dove va a finire? Ti sono capitati riscontri di lettori che hanno colto sfumature che non avevi considerato? I pazienti fra i possibili lettori hanno influenzato la tua scrittura o leggerti ha creato effetti imprevisti nelle relazioni analitiche con loro? 

M.F.T. Proust in parte ha ragione, nella lettura non solo ci immergiamo in un’atmosfera, in un mood, ma inconsciamente viviamo la vita dei personaggi. Per qualcuno parteggiamo o in lui ci identifichiamo, mentre altri li detestiamo o li odiamo ed è un motivo per cui un libro non può mai essere letto una volta perché nella prima lettura noi siamo presi dal meccanismo, per essere spettatori dobbiamo stabilire la giusta distanza anche se, direbbe Freud, possiamo essere contemporaneamente lettori e protagonisti di quella lettura come appunto accade nel sogno. Comunque molti scrittori partono da una suggestione e scrivono senza sapere dove si va a parare. I buoni scrittori in realtà non scrivono niente, sono i personaggi che raccontano la loro storia e questo sia Proust che Pirandello lo sapevano bene. La Memoria, direbbe Proust… sì tutto si gioca lì. Negli anni ’80 in occasione del cinquantenario della morte di Pirandello realizzai insieme a Michele Mirabella e a un altro amico recentemente scomparso un vasto plot sulla sua vita e nel nostro incipit mettemmo che erano proprio i personaggi che andavano da lui per trovare vita nelle sue pagine, come I sei personaggi… Chiaramente quella sceneggiatura non è mai assurta a film e da qui nasce un mio personale consiglio: chi scrive o crea in generale deve avere un buon rapporto con la frustrazione. La creatività ha un mercato e se i mediatori dicono che il tuo prodotto non va bene non è detto che sia realmente così. Prendiamo i casi di Guido Morselli o John Kennedy Toole o Stieg Larsson, per citarne solo alcuni, che hanno avuto successo solo dopo morti e mi spiace per loro.

Proust era uno scrittore, ma molti fra quelli che scrivono, me incluso, sono dei contastorie. Ad esempio la serie Millennium di Stieg Larsson, autore molto lontano da Proust, ha venduto cinquanta milioni di copie. Sarebbe bello capire cosa hanno in comune i personaggi della Recherche e quelli di Millennium.

Circa i pazienti… dobbiamo considerare che in questo antropocene digitale non si è poi tanto invisibili. Quando i pazienti entrano per la prima volta nel tuo studio sanno già tutto di te (o forse sanno anche cose che tu di te stesso non sai, per restare con Borges), qualcuno fa riferimento alle pubblicazioni; solo uno, ricordo, mi disse che era venuto per una consultazione perché aveva letto Il mancato suicidio di Luigi Pirandello, ma era uno che nella letteratura ci era dentro fino al collo.

D.F. La finzione letteraria può essere una via d’accesso alla consapevolezza o ciò che ci permette di fuggire la realtà, può fungere da filtro e visione riflessa per poter scrutare verità altrimenti intollerabili. Nella tua esperienza di lettore quanto consideri che i buoni libri siano strumento elaborativo per il nostro mondo interno? E quanto lo è la scrittura?

M.F.T. La finzione letteraria può generare insight. Basta chiedere ai colleghi per sapere quanti di loro hanno sentito dire: stavo leggendo un libro e improvvisamente ho capito… La letteratura si pone come effetto di mirroring: quante ragazze si sono identificate nelle quattro sorelle March e quanti ragazzi hanno vissuto avventure nei panni di Jim Hawkins? Questo per l’adolescenza. In età adulta la letteratura è un viatico a cui non si può rinunciare. Esprimendo tutto il suo potere riflessivo, aiuta ad avere una visione sul mondo emozionale dei personaggi e dell’autore e a capire se stessi.

Anche lo scrivere ha la sua funzione. Ho esperienza personale con pazienti anziani che durante il trattamento si sono messi a scrivere (e anche molto). Poi dopo un anno o due mi hanno portato i loro appunti… li ho accettati perché ho immaginato che lì c’erano storie che non erano in grado di raccontare: pensabili, ma indicibili. E così è stato, anche se buona percentuale di quello che leggevo mi era già stato “narrato”. Ma quello che ho potuto cogliere è stato l’ordito emotivo su cui lo scritto si articolava: considerazioni su atroci e terribili vissuti o su azioni passate che suscitavano profondi sensi di colpa e turbamenti. Molto emozionante, devo ammettere. Il contenuto di quegli scritti è stato oggetto di commento e la sensazione che i pazienti riportavano dopo la scrittura era di liberazione e pacificazione. Ma esistono anche altre situazioni oltre la scrittura: dottore guardi un po’ cosa ho dipinto? e mostrano il telefonino… è chiaro che stanno dicendo qualcosa, che si tratta di un incipit su cui lavorare.  

Che la scrittura possa servire a scrutare verità intollerabili che appartengono allo scrittore non so se sia veramente così. Certo in uno scritto c’è sempre qualcosa di un autore a meno che non scriva proprio di se stesso o una biografia. On the road è certamente autobiografico, lo sappiamo e questo non ci impedisce di poter bere una birra con Kerouack, ma se pensiamo che quello che scrive Brett Easton Ellis in American Psyco sia il suo non detto e che dentro di lui si agita quel mondo beh! non ci prenderemmo neanche un’aranciata altro che birra.

Se non è autobiografico un cameo c’è sempre, magari discreto come faceva Hitchcock nei suoi film. Talvolta autobiografica è anche la descrizione di un paesaggio, o parole che richiamano un ricordo letterario o frasi che sono un omaggio a qualcuno, diremmo una citazione.

D.F. In questo nostro tempo in cui languono le capacità simboliche e la nebulizzazione del senso del limite rende sempre più difficile avere a che fare con le angosce e con le perdite, coltivare dubbi e un senso di responsabilità, la parola che dà forma al non detto dentro ognuno di noi (e che quando manca lascia preda di un agire acefalo) non è solo contenuto, è anche atto sociale e relazione, cura e cultura. Quanto pensi che la buona letteratura possa favorire le risorse del pensiero? Credi che gli psicoanalisti, al di fuori della stanza d’analisi, potrebbero contribuire a diffondere una cultura di maggiore consapevolezza?

M.F.T. La letteratura non solo, ma l’arte in genere è quello che tu dici: relazione, cura e cultura. Permette al fruitore di mettersi in contatto con le parti più profonde del proprio essere. Pensiamoci un attimo, la conseguenza è il gusto/disgusto o la godibilità di un libro o di un’opera d’arte e questo non è uguale per tutti, poiché ciascuno di noi ho una sorta di relazione person to person con quello che legge o vede. Insomma è come se l’inconscio del fruitore potesse parlare con l’inconscio creativo (chiamiamolo così) dell’artista.

Gli psicoanalisti potrebbero contribuire a diffondere una cultura di maggiore consapevolezza ma devono soprattutto imparare a comunicare. Quando leggo gli scritti di illustri colleghi mi chiedo spesso per chi stiano scrivendo. Dimenticano di avere un pubblico e sembra scrivano per se stessi. Non ho difficoltà a dirlo, ma spesso non riesco a capire il loro linguaggio e la cosa peggiore è che non suscitano dentro di me curiosità. Quello che scriviamo nelle riviste del settore dovrebbero o potrebbero essere il punto di partenza di una ricerca, suscitare uno stimolo comune perché la curiosità è il motore della ricerca, lo capiremo mai? Quando scriviamo di casi clinici scriviamo di persone, differenti persone e ciascuna a modo suo è “un caso eccezionale” “irripetibile” ed è per forza così. Siamo come un’impronta digitale con “sfumature” comuni ma tutti diversi. L’ipotesi di interpretazione che poniamo a un paziente può essere buona per uno ma non per l’altro. La sfumatura, la piccola oscillazione, la tonalità fa la differenza. Spesso nello scrivere di psicoanalisi si tende a elaborare per ogni caso che si incontra una sorta di “filosofia della psiche” certamente valida per chi scrive, ma forse non altrettanto valida per chi legge… I personaggi a disposizione di uno psicoanalista sono infiniti e la letteratura dovrebbe avercelo insegnato abbastanza. In psicoanalisi abbiamo ancora molte cose da dire, cose che sono in movimento come i tempi che cambiano o il nostro divenire, ma noto che o le diciamo male o in ritardo. In psicoanalisi si scrive più che in ogni altra disciplina, una cultura di maggiore consapevolezza forse esige un rasoio di Occam psicoanalitico. In questo periodo pandemico è stato facile contare i vari inviti a seminari, congressi e incontri via web. Talvolta ne ho contati anche 4-5 a settimana. Cosa che non è successo fra i chirurghi, i fisici ma anche i filosofi e gli ingegneri. Ma cosa ce ne facciamo di questo materiale? Forse poco… Se ne deduce che agli analisti piace raccontarsi e raccontare (come del resto sto facendo io).

D.F. Nelle Lezioni americane Calvino richiamava il pericolo di perdere la funzione fondamentale dell’immaginazione, che la capacità di evocare immagini in assenza si atrofizzi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate. Invocava una pedagogia dell’immaginazione, per apprendere a elaborare le proprie visioni interiori, senza lasciarle soffocare sotto questa realtà aumentata in fruizione passiva né ammorbarle in un confuso fantasticare, perché quelle epifanie cariche di significati che spesso fondano l’immaginazione letteraria, animino una scrittura creativa che dia ordine e intenzione a quelle invenzioni. Immaginare ci serve a costruire le rappresentazioni con cui conosciamo noi stessi, gli altri, la realtà che ci circonda, con cui colmiamo i vuoti del pensiero razionale e pensiamo l’invisibile. “Il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace” (Kundera, L’arte del romanzo).

Pensi che la rivoluzione dei media, insieme alle enormi possibilità che ci ha aperto, destini al cambiamento i libri e gli spazi della lettura che nutrono l’immaginario e la funzione narrativa che fonda l’umano?

M.F.T. Kundera ha una splendida intuizione. È vero l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, rendiamoci conto quanto Bion ci sia in questa affermazione. È un po’ quello che dicevo prima. Chi scrive, chi usa la fantasia, non si ferma mai a un’unica possibilità. Calvino, proprio in Lezioni americane, disse a proposito della fantasia cheè un posto dove ci piove dentro, dando a questa immagine una forte connotazione di contenitore, sempre aperto.

Noi siamo abituati a organizzarci la giornata, la vita e questo ci dà un immenso senso di sicurezza: a sera pensiamo che tutto è andato come avevamo programmato. Ecco basta pensare per un momento a qualcosa che sarebbe andata diversamente, non necessariamente storta, e ci troveremmo in un’altra storia, pensabile ma anche scrivibile. Non è poi così difficile.

Leggere è un fenomeno culturale e genetico allo stesso tempo. La passione per la lettura passa attraverso la famiglia e i buoni insegnanti ma altri possono sentirsi semplicemente “predisposti”, come un dono naturale. D’altro canto se in parte la lettura è stata sostituita da una cultura dell’immagine forse questa ultima cultura comincia ad essere accompagnata o sostituita da una cultura dell’ascolto: podcast e audiolibri. Sembra proprio che l’umanità abbia bisogno della narrazione. (2)


Marcello F. Turno è psichiatra, psicoanalista SPI e IPA e della Federazione Europea di Psicoterapia Psicoanalitica (EFPP). È stato il promotore della Commissione sui media della SPI e l’ideatore del “premio Musatti”. Docente di Psicogeriatria presso un ateneo romano, oltre alla clinica ha svolto attività di ricerca in collaborazione con l’ISTC-CNR di Roma.

Ha collaborato durante gli studi di medicina con il coreografo-regista Gianni Notari (Teatro dell’Opera Roma, La Fenice Venezia) scrivendo numerose azioni sceniche per teatro-danza, fra cui Pater noster, Ichspaltung, Metamorphosis, Pirandello, Amlet, D’Annunzio, Saffeides, realizzate dal Nouveau Theatre du Ballet International di Venezia e da Immagine Danza di Roma.

Ha ideato il dramma manicomiale Electra per il Centro Drammatico Sperimentale di Genzano e Io Cesare, Bruto, forse la rivoluzione…, messo in scena con un gruppo di ex tossicodipendenti curando egli stesso la regia.

Ha scritto con pseudonimo e a quattro mani: Naomi ci ha stressato (Castelvecchi). Ha collaborato con Paolo Bianchini alla sceneggiatura di L’uomo del vento (Rai-Fiction) e ha ceduto con opzione a RAI-Cinema il soggetto Cambio loco. Ha pubblicato fra saggio e fiction Il mancato suicidio di Luigi Pirandello (Teda, 1a ed.) (Alpes, 2a ed.) e i racconti Storie nere in stanze d’analisi (Alpes). Di recente pubblicazione L’ispettore Fortunato (Alpes), un noir vintage ambientato nel 1953 che riporta fedelmente fatti di cronaca e atmosfere di quel periodo.

È giunto due volte finalista nel torneo IoScrittore con due differenti romanzi. È autore di saggi brevi di psicologia e psicoanalisi e di un manuale di psicogeriatria, Una notte senza luna (laBiblioteca 1a e 2a ed., Alpes 3a ed). Ha ricevuto il premio speciale “Moscati”, nell’ambito del “Premio Cronin 2022” per medici-scrittori, con un racconto di vita vissuta: il ritrovamento della documentazione fotografica della dr.ssa Luisa Guidotti uccisa in Zimbabwe durante il governo razzista di Jan Smith.


(1 )Massimo Recalcati nasce a Milano il 28 novembre 1959. Nel 1989 si specializza in psicologia sociale presso la Scuola di psicologia di Milano diretta da Marcello Cesa-Bianchi. Si forma alla psicoanalisi a Parigi con Jacques-Alain Miller. Insegna Psicopatologia del comportamento alimentare presso l’Università degli Studi di Pavia e Psicoanalisi e scienze umane presso il Dipartimento di Scienze Umane dell'Università degli Studi di Verona. Ha scritto: Cosa resta del padre? (Raffaello Cortina 2011), L’uomo senza inconscio (Cortina 2010), Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Cortina 2012), Ritratti del desiderio (Cortina 2012) Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana (minimum fax 2013), Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (Feltrinelli 2013), Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (Raffaello Cortina 2014), L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento (Einaudi 2014), Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del moderno (Feltrinelli, 2015), Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto (Raffaello Cortina, 2016), Un cammino nella psicoanalisi. Dalla clinica del vuoto al padre della testimonianza (inediti e scritti rari 2003-2013) (Mimesis, 2016), Il mistero delle cose (Feltrinelli 2016), I tabù del mondo (Einaudi 2017), Cosa resta del padre? La paternità nell'epoca ipermoderna (Cortina Raffaello 2017), Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Cortina Raffaello 2017), Il segreto del figlio (Feltrinelli 2017), A libro aperto, una vita è i suoi libri (Feltrinelli 2018), Mantieni il bacio (Feltrinelli 2019) e La notte del Getsemani (Einaudi, 2019).

(2)https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/per-approfondire-la-riflessione-fra-psicoanalisi-e-letteratura-m-f-turno-intervistato-da-d-federici/


Eremo Rocca S. Stefano domenica 23 aprile 2023








BIBLIOFOLLIA La giornata mondiale del libro

 Il 23 Aprile dello stesso anno, il 1616, si spensero tre grandi nomi della letteratura mondiale: William Shakespeare, Miguel de Cervantes e l’Inca Gracilaso de la Vega.

È stato dunque naturale per l’UNESCO scegliere il 23 Aprile come data simbolo per celebrare la Giornata Mondiale del Libro.

Nel giorno di San Giorgio, il 23 aprile, solitamente le strade della Catalogna sono cosparse di fiori e libri.

Vi è l’usanza, infatti, che gli uomini regalino una rosa alle donne e ne siano contraccambiati con un libro.

L’omaggio floreale è legato alla leggenda che vede San Giorgio raccogliere una rosa nata dal sangue del drago sconfitto, per donarla alla Principessa cui aveva salvato la vita.

La tradizione ha origine nel secolo scorso. Secondo alcune fonti, la festa del libro e della rosa si celebrò per la prima volta il 7 ottobre 1926.

L’idea originale fu dello scrittore valenziano Vicente Clavel Andrés, che la propose alla «Cámara Oficial del Libro de Barcelona».

Poco dopo, nel 1930, la data fu spostata al 23 aprile per commemorare nello stesso giorno l’anniversario della morte degli scrittori Miguel de Cervantes Saavedra e William Shakespeare; nel 1993 una scelta simile fu adottata anche dai Paesi della Comunità Europea.

Con l’appoggio dell’Unione Internazionale degli Editori, il governo spagnolo espose all’UNESCO la richiesta di promuovere per il 23 aprile la «Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore».

Questa fu istituita ufficialmente nel 1995.

Il 23 aprile è la data di nascita ma anche di morte, di uno dei drammaturghi più amati di sempre: William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616)

“E ogni angoscia che ora par mortale,

di fronte al perder te, non parrà eguale.”

"Quando non sarai più parte di me

ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelline,

allora il cielo sarà così bello

che tutto il mondo si innamorerà della notte."

"Il tempo è molto lento per coloro che aspettano,

molto veloce per coloro che hanno paura,

molto lungo per chi si lamenta,

molto breve per quelli che festeggiano,

ma, per tutti quelli che amano, il tempo è eternità."

"Con le ali dell'amore ho volato oltre le mura, perché non si possono mettere limiti all'amore, e ciò che amor vuole amore osa."

William Shakespeare, drammaturgo e poeta inglese, è considerato come il più importante scrittore in inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale.

È considerato il poeta più rappresentativo del popolo inglese e soprannominato il "Bardo dell'Avon" (o semplicemente "Il Bardo") oppure il "Cigno dell'Avon"; delle sue opere sono stati ritrovati, incluse alcune collaborazioni, 37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi. Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nell'inglese quotidiano.

Le sue opere più famose sono:

Romeo e Giulietta

Re Lear

Macbeth

Sogno di una notte di mezza estate

La Tempesta

Garcilaso de la Vega (12 aprile 1539-23 aprile 1616)

Non sono nato che per amarti.

La mia anima ti ha tagliato a misura.

Per abitudine dell'anima stessa ti amo.

Quanto ho ti confesso che ti devo.

Per te sono nato, per te ho vita.

Per te devo morire, e per te muoio.

Sonetto V

Lo scrittore peruviano Inca Garcilaso de la Vega (vero nome Gómez Suárez de Figueroa), era figlio di un conquistatore spagnolo, il capitano Sebastián Garcilaso de la Vega e della principessa Inca Isabel Chimpu.

Si formò a Cuzco accanto ai figli di Pizarro,

ma quando il re di Spagna proibì i matrimoni tra indigeni nobili spagnoli, il padre abbandonò la madre, pur lasciandole una copiosa dote che le avrebbe permesso di vivere dignitosamente.

e lasciò all'Inca Garcilaso una buona eredità che gli permise di essere educato in Spagna.

Così nel 1560 il giovane si imbarcò per Lisbona e da lì a Córdoba, per vivere con uno zio.

La prima opera scritta da Inca Garcilaso de la Vega fu la traduzione dei "Dialoghi d'amore"

di León Hebreo, poeta sefardita portoghese. Conobbe a Madrid Blas Valera, un conquistador della Florida, che gli raccontò la storia della conquista di quella penisola, che oggi appartiene agli Stati Uniti e pubblicò il suo

"La Florida del Inca".

Il suo massimo lavoro fu "Commenti reali degli Incas" e successivamente la sua "Storia generale del Perù".

Miguel de Cervantes Saavedra (29 settembre 1547-23 aprile 1616)

Scrittore, poeta, romanziere, drammaturgo e milite spagnolo, sarà l'autore del "Don Chisciotte della Mancia", capolavoro senza tempo e libro che ancora oggi ci parla con voce potentissima.

“Forse non sapeva di essere nato per le lettere oppure semplicemente era convinto che fare lo scrittore non fosse un lavoro molto remunerativo.”

Miguel de Cervantes Saavedra, autore del romanzo Don Chisciotte, passò gran parte della sua vita facendo mestieri che ben poco avevano a che fare con la penna e di più con la pubblica amministrazione.

Miguel nacque il 29 settembre del 1547 ad Alcalá de Henares, quarto di sette figliRiservato e balbuziente, il piccolo Cervantes dovette abituarsi alle intemperanze della sorte.

A soli 22 anni fu accusato di aver ferito durante un duello un muratore, un certo Antonio de Sigura, nel recinto di Palazzo Reale a Madrid.

Cervantes scappò in Italia ma fu condannato in contumacia al taglio della mano destra.

In Italia Cervantes visse per qualche tempo a Roma, al servizio, del cardinale Giulio Acquaviva, ed è qui che iniziò la sua

formazione letteraria da autodidatta.

Don Chisciotte, protagonista del celebre romanzo di Cervantes, nato con il nome di Alonso Quijano, aveva letto così tanti romanzi cavallereschi da uscire di senno e decidere, a 50 anni, di partire per un’improbabile avventura.

L’impresa naturalmente non riuscì ma ebbe il merito di portare al successo il suo autore.

Non è ancora certo dove e in quale momento Cervantes ideò il personaggio del cavaliere strampalato che combatte contro i mulini a vento, scambiandoli per temibili giganti dalle lunghe braccia, ma sappiamo con certezza che grazie al suo linguaggio semplice e colloquiale il romanzo fu accolto con trionfo, divenendo uno dei capolavori mondiali della letteratura di ogni tempo.

Dopo il successo del "Don Chisciotte" Miguel de Cervantes scrisse e pubblicò altre opere:

Novelle esemplari

Viaggio del Parnaso

Don Chisciotte parte seconda

Otto commedie e otto intermezzi nuovi

Le avventure di Persiles e Sigismonda (postumo)Morì a Madrid il 23 aprile 1616.


"In un borgo della Mancia, di cui non voglio ricordarmi il nome, non molto tempo fa viveva un gentiluomo di quelli con lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e can da séguito. Qualcosa in pentola, più spesso vacca che castrato, quasi tutte le sere gli avanzi del desinare in insalata, lenticchie il venerdì, un gingillo il sabato, un piccioncino ogni tanto in più la domenica, consumavano tre quarti delle sue rendite; il resto se ne andava tra una casacca di castoro con calzoni e scarpe di velluto per le feste, e un vestito di fustagno, ma del più fino, per tutti i giorni."

Incipit di "Don Chisciotte della Mancia"


A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.

Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi.

Ai folli veri o presunti.

Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano

a credere nel sentimento puro.

A tutti quelli che ancora si commuovono.

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.

Ai poeti del quotidiano.

Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa.

A chi ha fatto il giro del mondo, e a chi un giorno lo farà.

A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.

A tutti i cavalieri erranti.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…

a tutti i teatranti.


Eremo Rocca S. Stefano domenica 23 aprile 2023






VERSI D'ALTRI E ALTRI VERSI Mickey Mouse Graffiti di | Charlie Nan


sopra la piazza di Sainte-Catherine dove non ci sono tiratori o fuoco ma saldi al 40% svendite e liquidazioni  dove non ci sono fallimenti e sangue ma tazze di caffè di maître à penser

Ehy! Ehy! Mickey Mouse
il panico scoppiato era troppo grande
per startene dipinto su un muro
sopra la piazza di Sainte-Catherine
dove non ci sono tiratori o fuoco
ma saldi al 40% svendite e liquidazioni
dove non ci sono fallimenti e sangue
ma tazze di caffè di maître à penser
con Moscot rotondi all’ultima moda
sagome e assiomi a dirotto di expatr



che guardano con occhi scotti
il nuovo mondo dall’uscita dei paki
con il riverbero di pensieri rustici
e aruspici piegati sui fondi di Blanche de Namur
a squartare discorsi tabagisti sulla pittura e
policy di biglietti Ryanair nella tasca interna
presi sei settimane prima a 18,99 euro
valore di accorati cori fraintesi sotto i discorsi e
amori lasciati a riposare nel senno distorto
tanto da poterli soffiare dalla bocca
lentamente lentamente lentamente
lentamente lentamente lentamente

con l’alito di lune pomeridiane brussellesi
conservate nei frigo di cohab trovati su Facebook

Ehy! Ehy! Mickey Mouse
te ne stai lì dipinto su un muro
senza che manco sai il francese
oppure vale lo stesso principio
secondo cui l’universo gli astri
ma anche le tessere magnetiche MOBIB
e che ne so le Blanche de Namur
il ghiaccio secco dei pesciai di Sainte-Catherine
le policy di biglietti Ryanair mercati bio
le ultime notizie di Politico.eu
(quella roba lì, insomma)
compiano la loro rivoluzioni costanti
immemori degli eventi degli uomini
mentre noi stiamo fissi ad osservare
i dettami di una grandiosa sconfitta o di una movida
seduta in cerchio sopra eroi e tombe?

Ehy! Ehy! Mickey Mouse
ma anche tu Max, posate la birra
e ascoltateli un attimo quegli anatemi
chimiche ossidazioni nel tardo pomeriggio
tese recite di paggi e tubi di radiogeno
ascoltateli dall’alto bordo delle vasche vuote in piazza
colme di lattine d’infanzia vuote
di Mickey with Minnie Mouse in Building a Building
di dilemmi e di balli Flixbus a cene tra amici ricette
della nonna e scali al terminal B52 visi avvolti in
cellophane kantiani
giacche-cravatta in metropolitana alle 18.00
di funzionari in uscita da uffici
ascoltateli gli eterni canti aldeidici:
si schiudono tra le ciglia
dei viandanti del Grande Continente
e con tarda gentilezza tra labbra e frites belges
ti sussurrano che l’unica Legge da ubbidire
è quella che si può riscrivere più volte
che l’unico palpito nel petto da badare
è quello consacrato ai giochi del destino
che l’unico passo ulteriore da calcare
è una virtù a cui aspirare
che l’unico tempo da scandire
è quello che hai già perso
che l’unica siepe oltre la quale guardare
è quella a cui puoi passare a fianco
perché Ehy! Ehy! Mickey Mouse
non sappiamo a quali meccaniche
sottintenda tu, Sainte-Catherine o il casino delle 18.00
tanto meno se rabbia e gioia
sono sentimenti da interrogare ma
Ehy! Ehy! Mickey Mouse una
improvvisa connessione mancante è
sufficiente a far crollare la storia e
incessante inconciliabile intoccabile
affigge uno statuto
politico, individuale, universale.

https://neutopiablog.org/2021/05/26/mickey-mouse-graffiti/

Carlie Nan : “Sulla mia vita non ho nulla da dichiarare se non una bottiglia di gin, una gatta barda ed un paio di occhiali da sole comparti a poco. Gioco a pallone come terzino sinistro. Attività letterarie varie ed eventuali: Nel collettivo Carrascosaproject dal 2012. Ho fondato e curo Salinika con Nicolò Guliuzza e Davide Idee. Collaboro con Matiskloedizioni dal 2015. Ho partecipato alle celebrazioni del 100rio del Dadaismo a Torino. Curo la rubrica After After su Neutopia.”

Carlo “Charlie D.” Nan, nato a Finale Ligure nel 1987. Frequenta il corso SCRIVERE IIC 2016/2018 presso Scuola Holden.
A Torino scrive dal 2016 per il quotidiano Il Giornale del Piemonte e della Liguria. Si occupa di cronaca giudiziaria e di cultura.
Nel 2013 ha fondato Salinika “Laboratorio di Azione Poetica”.
Ha promosso la nascita delle riviste on line e cartacee www.maiacia.org , www.ilbestiario.org, www.neutopiablog.org di cui cura le rubriche dedicate alla prosa e alla poesia.

Ospite alle celebrazioni del centenario del dadaismo a Torino, del Festival di Poesia Parole Spalancate di Genova, di Pugni e Poesia al Torneo Mediterraneo. Si è esibito ad eventi collaterali alla Biennale di Venezia nell’ottobre del 2017. In ambito editoriale ha collaborato con la piccola casa editrice di ebook Matisklo. Ha pubblicato Popland, libro a più mani del collettivo CarrascosaProject. Saggi, racconti, poesie sono editi in riviste dedicate.


Eremo Rocca S. Stefano domenica 23 aprile 2023

 

mercoledì 12 aprile 2023

SILLABARI Consumo

 

Prima di farci curare da McDottori e confessare da McPreti, prima passare le domeniche nel Disneycimitero, prima che il nostro salotto diventi un reparto del supermercato, prima che tutto ciò accada riusciremo a fermarci? A dire «Dio mio, questo no»? «Razionalmente, non credo». Questi incubi fantasociologici esistono già, George Ritzer si è solo limitato a censirli tutti e a collocarli in un solo orizzonte: l' iperconsumismo trionfante, senza rivali né alternative. Un apocalittico? In verità il professor Ritzer, sociologo all' Università del Maryland, ha già dato prova di lungimiranza sull' argomento: quattro anni fa il suo libro Il mondo alla McDonald individuò il nuovo simbolo della globalizzazione americana di fine secolo (così come la Cocacola era stata l' icona yankee nell' era del Vietnam), e lo fece molto prima che i «ragazzi di Seattle» cominciassero a prendere a sassate le vetrine col marchio dei due archi gialli. Cocacolonizzazione, McDonaldizzazione: ma ora, con La religione dei consumi, che esce in questi giorni da Il Mulino (pagg. 250, lire 32.000) mentre il suo autore è di passaggio in Italia, il quadro si fa se possibile ancora più cupo. Politica ed economia dei consumi sono diventate teologia. E non c' è posto nel McMondo per atei ed eretici. Allora sbagliano i ragazzi che sfogano solo sui McDonald la loro rivolta antiglobalizzazione? «Il modello McDonald è solo uno dei nuovi strumenti del consumo, forse neppure il più potente, ma certo oggi è il più diffuso, conosciuto, ed è disponibile ovunque. Guardi: in questa piazza ce ne sono ben due. Come icona negativa, è efficace. Anche se spesso prendersela con i ristoranti McDonald è un po' come bruciare la bandiera a stelle e strisce: si attacca il fastfood per attaccare gli Usa, non per il modo in cui il sistema fastfood sta stravolgendo le nostre esistenze». Il suo nuovo libro dunque sembra raccomandare: ragazzi attenti, la religione dei consumi non è monoteista, gli dèi sono molti. «Possiamo immaginare l' iperconsumismo come un sistema di cattedrali, ciascuna con i suoi riti e pellegrinaggi, ma con un' unica fede: il consumo come forma universale di vita, che pervade spazi e situazioni diverse, dagli ipermercati alle crociere organizzate, dai parchi a tema ai casinò». E chi c' è in cima all' Olimpo? Lei sembra suggerire: il centro commerciale, lo shoppingmall. «Questione di quantità. Negli Usa ci sono due Disneyland, qualche centinaio di navi da crociera, qualche migliaio di casinò, e decine di migliaia di centri commerciali. Ma è anche vero che i mall sono le cattedrali più compiute e meglio organizzate del consumismo». Ma questo l' aveva già capito centocinquant' anni fa Zola nel suo Au bonheur des dames. Dov' è la novità? «Il grande magazzino francese (ma prima ancora i passages studiati da Benjamin), il department store americano sono i precursori del nuovo sistema. Ma erano luoghi chiusi, dove l' acquisto era limitato nel tempo e nello spazio. Compravi, tornavi a casa e consumavi. La mutazione rivoluzionaria, il passaggio dal consumismo all' iperconsumismo, sta nell' implosione di tutti i confini: fra tipi diversi di consumo, fra consumo e divertimento, fra consumo e turismo». In generale, tra il consumo e vita privata. «Precisamente. Il consumo dilaga nelle nostre esistenze domestiche e familiari. La casa oggi non è più solo il luogo, ma anche il mezzo del consumo. Il supermarket possiede quinte colonne nelle nostre cucine: il forno a microonde è una testa di ponte formidabile per l' invasione dei surgelati e dei precotti e per lo smantellamento della cucina casalinga». Quanto conta in questo assalto il commercio elettronico? «L' ecommerce ha buone chances di invadere le nostre case soprattutto con i prodotti immateriali, scaricabili direttamente dal computer come azioni, informazioni eccetera. Ma al momento sono ancora più potenti le televendite, che ci portano in salotto venditori e prodotti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Non ci sono più limiti di spazio e di tempo, non esistono più ambiti al riparo dal consumo. Gli stadi, le scuole, i musei sono già luoghi in cui si consuma una varietà incredbile di prodotti». Di questi fenomeni noi europei siamo già vittime. Cosa sta invece per pioverci addosso che non abbiamo già sperimentato? «Qui non ho ancora visto i big stores, supermarket smisurati, con pile di merci alte dieci metri e confezioni gigantesche, che scommettono sul woweffect, il fascino della quantità pantagruelica. È un elemento di quello che io chiamo il reincantamento del consumo: dopo il fascino moderno della razionalizzazione e dell' efficienza, ora si punta sul fascino postmoderno della spettacolarizzazione, della sorpresa e dell' incanto quasi religioso. Ma credo che prima assisterete allo sbarco in larga scala del sistema delle catena in franchising applicato anche a consumi che in Europa erano appannaggio del piccolo commercio. Una grande catena di coffee shop americana aprirà fra poco il suo primo negozio in Svizzera, per poi passare credo in Francia e Italia. Sarà curioso vedere se riuscirà ad attecchire in paesi che hanno una grande cultura del caffè, inteso come prodotto di qualità e come luogo di socialità». In Italia nessuna catena di pizzerie Usa ha ancora osato entrare. «Ci proveranno. Credo che sarà dura: in fondo non tutte le McDonaldizzazioni hanno avuto successo, e in Italia la pizza è un prodotto di grande qualità. Ma chi avrebbe previsto il successo di McDonald nel paese dell' alta cucina, la Francia? Invece lì l' unica forma di resistenza è stata la McDonaldizzazione delle croissanterie». McDonald genera McDonald. Fino a dove? Nel suo libro lei parla di McDottori, di McProfessori. Cos' è una McUniversità? «È un' istituzione che vende prodotti educativi puntando sulle caratteristiche dei grandi mezzi di consumo: alta organizzazione, prevedibilità, calcolablità. E che si promuove puntando sulla quantità e non sulla qualità: noi produciamo X laureati all' anno. Lo stesso vale per gli ospedali che reclamizzano il numero dei postiletto e dei servizi alberghieri anziché la qualità delle prestazioni cliniche, e perfino per le chiese che sbandierano gli orari delle funzioni e la comodità di parcheggio. In un' economia di mercato generalizzato, ospedali scuole e chiese hanno lo stesso problema di un negozio: attirare clienti. Logico che imitino i colleghi che hanno più esperienza». Non c' è limite etico all' invasione dell' iperconsumo? «A Vancouver è in costruzione un cimitero multipiano organizzato tematicamente, come un parco di divertimenti, con ricostruzioni e scenari: un piano cattolico, uno per i morti in guerra, uno esotico. La gente ci va a passare le giornate, in attesa di passarci l' eternità». Crede davvero che l' Italia, l' Europa si stiano avviando su questa strada? La storia, la cultura diverse non contano? «Oggi passeggiavo nel centro di Bologna. Sono capitato in una galleria commerciale. Stupefacente: stessi negozi di catena, stessa architettura che potrei trovare a Denver o a Houston. Mi chiedo cosa serva viaggiare, se ovunque ci si ritrova in quello che Baudrillard chiamava l' inferno dell' uguale.». I consumatori non pensano di trovarsi all' inferno. «Anzi pensano di essere, appunto, in una cattedrale. Che trovano piacevole in sé, al di là della sua funzione. I mall sono ormai mete in se stesse, luoghi dove la gente va per sentirsi a proprio agio più che per far spesa. Eppure, li guardi: vagano per ore nei corridoi climatizzati e controllati da videocamere come in un carcere, hanno lo sguardo perso, indifferenti al tempo che passa. Da noi si chiamano mallzombies». Ma lei non fa spesa al centro commerciale? «Odio fare spese». Avrà pur bisogno di comperare un paio di pantaloni. «Allora vado, compro i pantaloni e solo quelli, e torno, mi impongo di non farmi distrarre». Fare la lista della spesa e rispettarla categoricamente: può essere il primo consiglio di una strategia di resistenza individuale all' iperconsumo? Ne ha altri? «Il consiglio radicale sarebbe: non andate al mall, fatevi una gita in campagna. Ma anche comperare solo ciò di cui si ha bisogno, stabilendolo prima di entrare, è un buon consiglio per consumare senza essere consumati. È un bene anche evitare il più possibile il contatto con macchine automatiche, rivolgersi solo al personale umano, non farsi trasformare in camerieri o cassieri che lavorano gratis.». Non sparecchiare il McDonald? Lasciare il vassoio sul tavolo? «Perché no. Oppure prendere un caffè e occupare il tavolo per un' ora leggendo il giornale o chiacchierando con gli amici». Basterà questa disobbedienza consumista a mettere in crisi il sistema? «Ovviamente no. Ci sono anche strategie di resistenza collettiva. Il movimento Slow Food in Italia è una risposta intelligente al fascino malefico della velocità, allo spettacolo del divorare. Ma alla fine credo sarà difficile evitare la proliferazione del sistema americano. Le spinte economiche sono troppo potenti, in Usa il mercato è ormai saturo di mezzi di iperconsumo, ma la regola è crescere o morire, quindi l' invasione dell' Europa è inevitabile». Lei non ci lascia molte speranze, professor Ritzer. «Come studioso di tendenze e processi socio-economici, so che non esistono alternative. Ma se scrivo libri come questi in fondo è perché spero che qualcuno mi dia torto».

Di Michele Smargiassi Repubblica 26 ottobre 2000

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/26/consumate-consumate.html



Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 12 aprile 2023

lunedì 10 aprile 2023

UNA SPERANZA LAICA : «Il problema della guerra e le vie della pace»

 


L’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati, fa appello al mondo perché non dimentichi e non trascuri le necessità sempre maggiori dei rifugiati e degli sfollati siriani, a undici anni dall’inizio della crisi.

La Siria rimane la più grave crisi mondiale per numero di persone costrette alla fuga. Più di 13 milioni di persone sono fuggite dal paese o sono sfollate all’interno dei suoi confini.

I paesi confinanti e vicini necessitano di un sostegno internazionale costante, avendo accolto con generosità oltre 5,6 milioni di rifugiati siriani: il numero più alto al mondo. Questi paesi subiscono una crescente pressione finanziaria, specialmente alla luce dell’impatto socio-economico devastante della pandemia da COVID-19. I rifugiati e le comunità ospiti sono stati duramente colpiti dalla perdita dei propri mezzi di sostentamento e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari e di altri beni necessari.

Oggi, la maggior parte dei rifugiati siriani della regione vive in povertà. Le prospettive sono particolarmente difficili per i più vulnerabili fra loro, come le madri single, i bambini non accompagnati e le persone con disabilità. La situazione è grave soprattutto in Libano, dove oltre il 90% dei siriani vive in condizioni di povertà estrema, insieme a un numero sempre più alto di individui delle comunità che li ospitano.

I bambini abbandonano la scuola per lavorare. I matrimoni precoci sono in aumento, specialmente tra le famiglie più impoverite. I miglioramenti ottenuti nell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria sono a rischio.

La situazione sarebbe ancora peggiore se non fosse per i passi significativi di alcuni paesi ospiti, che per esempio consentono ai rifugiati l’accesso al mercato del lavoro, all’assistenza sanitaria pubblica e a una serie di altri servizi. Questo risultato è stato ottenuto nonostante il grande numero di rifugiati presenti in questi paesi. La Turchia continua a ospitare la più vasta popolazione di rifugiati al mondo, compresi 3,7 milioni di siriani, mentre il Libano e la Giordania sono fra i paesi con il più alto numero di rifugiati pro capite.(1)


Riprendiamo un articolo di Gustavo ZagrebelskyEsiste una speranza laica? Che dal labirinto ci sia un’uscita: la regione aiuterà a trovarla.” Da la Repubblica del 27 settembre 2006

Alla domanda di un intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera, professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza».

Questo, in effetti, sembra un mondo di rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili».

Ma noi possiamo a nostra volta domandare: in vista di che cosa? Sono virtù fini a se stesse o c’è qualcosa di simile a una speranza, una speranza laica, che le giustifica?

Rispetto a che cosa questi atteggiamenti, che per taluno (i dogmatici, i fanatici, gli inquisitori d’ogni risma, gli uomini dell’azione per l’azione) sono gravi difetti, possono invece essere concepiti, per l’appunto, come virtù e non semplicemente come disposizioni dell’animo prive di valore come tante altre, se non addirittura come corruzioni dell’animo, debolezze o almeno mancanze di energia? «Questi uomini mettono nel dubbio ogni cosa. Ma - dice l’Inquisitore nel processo a Galileo (B. Brecht, Leben des Galilei, 12. Trad. it., Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 1994, pagg. 200) - possiamo noi fondare la compagine umana sul dubbio anziché sulla fede?».

In un passo della sua Autobiografia (a cura di A. Papuzzi, Bari, Laterza, 1997, pagg. 226 ss.) dedicato a «il problema della guerra e le vie della pace», riprendendo il tema di un corso universitario da cui è nato un libro famoso dallo stesso titolo e utilizzando le immagini ivi usate per descrivere la condizione dell’umanità nel tempo delle armi termonucleari (Bologna, Il Mulino, 1979, pagg. 21 ss.), Norberto Bobbio si interroga sul significato della vita individuale e collettiva per mezzo di tre immagini tratte da Wittgenstein, elevate a paradigmi: la bottiglia nella quale la mosca vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce, il labirinto entro il quale ci si aggira cercando la via per uscirne. Al di là del comune malessere, la mosca nella bottiglia, il pesce nella rete e l’errabondo nel labirinto sono in condizioni molto diverse. La mosca uscirà dalla bottiglia (sempre che sia senza tappo) solo per un colpo di fortuna. La sorte del pesce è invece segnata e il suo dibattersi non farà che impigliarlo sempre di più, mentre chi è perso nel labirinto può tentare di uscirne con il suo ingegno. La sorte, la necessità e l’ingegno sono le cause che muovono le tre situazioni. Bobbio, si comprende facilmente conoscendone il carattere prima ancora che l’opera, tra le tre immagini predilige quella del labirinto: «Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro». L’etica del labirinto richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell’azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d’ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute».

Le tre immagini corrispondono a tre visioni della vita e della storia e rinviano a tre etiche diverse: il pesce nella rete non ha prospettive per il futuro e può solo, subendo senza reagire con rassegnazione apatica, limitare il dolore; la mosca nella bottiglia può solo giocare disperatamente d’azzardo, agitandosi più che possibile sperando nella buona sorte; l’ospite del labirinto può ponderatamente coltivare una speranza, tenendo i nervi saldi e controllando responsabilmente la situazione. In tutti e tre i casi, si potrebbe sperare in un intervento esterno: qualcuno che ci liberi dalla rete, ci faccia uscire dal collo della bottiglia o ci conduca per mano fuori del labirinto. Ma questa sarebbe una prospettiva messianica, di un messianesimo religioso o storico, che presuppone la fede in qualcuno, un qualche salvatore (un messo divino o una forza storica) che ci trascende. Ed è per l’appunto ciò che è precluso a un Bobbio «che non ha alcuna speranza» di questo tipo: la salvezza, se salvezza ci può essere, non verrà da altri che da noi stessi.

Ma perché prediligere il labirinto, che lascia una speranza razionale, e non la rete, che toglie ogni speranza, o la bottiglia, che mette in gioco la cieca sorte? Per la semplice ragione che Bobbio è un uomo di ragione e scommette pascalianamente non sulla fede in un Dio trascendente o in una qualche «levatrice della storia» ma sulla ragione umana. A chi chiedesse quali buone ragioni d’essere vinta ha dalla sua questa scommessa, si dovrebbe rispondere semplicemente: nessuna buona ragione, ma è l’unica speranza per l’essere umano: e più non dimandare.

Nell’ultima pagina della già citata Autobiografia leggiamo: «Come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino». Il che è quanto dire, per stare ancora all’immagine del labirinto, che non sappiamo se c’è l’uscita ma che dobbiamo sperare che ci sia e operare quindi come se ci sia e su questo esile filo costruire la nostra speranza, la speranza degli uomini di ragione e non di fede. Rispetto a ciò le virtù mondane e civili sopra ricordate possono per l’appunto essere ritenute virtù.

Si sarà notato che tutte queste immagini contengono in sé l’idea del passaggio da un luogo a un altro e che questo passaggio equivale alla liberazione dai tormenti, dall’oppressione, dall’infelicità. Questa è un’idea ebraica e cristiana. Il Dio di Israele è colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per trarlo alla terra promessa; libera nos a malo implora la principale preghiera al Dio dei cristiani e la resurrezione del Cristo - centro del messaggio evangelico - è presentata come il passaggio da un regno a un altro, dal regno della morte al regno della vita. Questo passaggio, promesso a tutte le creature, è paragonato da Paolo di Tarso alle doglie del parto che travagliano il creato (Romani, 8, 19-22; 2 Corinti 5, 1-4).

Sono, queste, tutte figure dell’esodo, un nucleo concettuale che tanta parte ha avuto e ha tuttora nella formazione della mentalità del mondo occidentale. Le immagini della rete, della bottiglia e del labirinto ne sono soltanto versioni, per così dire, più familiari. In ogni caso, ciò che si intende dire è che la salvezza sta nel lasciare il luogo in cui siamo in oppressione e andare o ritornare in quello della libertà.

Anche per il labirinto è la stessa cosa. Anche qui si tratta di guadagnare la libertà. Una sua particolarità, rispetto ad altre immagini dell’esodo, è che l’uscita è all’indietro: occorre ritornare sui propri passi perché la libertà non è dove non siamo ancora mai stati ma là, da dove proveniamo. Il filo di Arianna e il mito di Teseo parlano non di progresso, ma piuttosto di regresso o, meglio, di ritorno al tempo felice perduto. Ma non è questo il punto più importante. E invece il postulato che ci sia un altro mondo, alternativo a quello in cui ci troviamo a vivere. Il labirinto è immagine che calza a pennello con l’idea del professor Bobbio circa le virtù laiche, indicate in alternativa alla speranza teologica. Ma si può dire la stessa cosa circa l’esistenza di questo «altro mondo»? Sembra di no.

Il passaggio da un mondo a un altro è idea tipicamente messianica. Essa evoca un intervento dall’esterno di «questo» mondo da parte di un salvatore, di una forza millenarista, di un qualche movimento palingenetico irrazionalista, di un capo inviato dalla provvidenza.

Nessuno di noi, comuni mortali, potrà mai aspirare a tanto, a scrollarci di dosso il nostro mondo per indossarne un altro. Nessuno di noi potrà mai pensare di dare un senso, una direzione alla sua e alle altrui vite per trasformarle in qualcosa di totalmente altro. A ritenere il contrario, si incorrerebbe nel sarcasmo di un Jacob Taubes (La teologia politica di San Paolo, Milano, Adelphi, 1997, pagg. 143) che, citando Kafka, dice che i tentativi dall’interno, come ad esempio quelli che si richiamano all’idealismo tedesco e alle «leggi della storia», non portano a nulla: «Il ponte levatoio si trova sull’altra sponda» (altra immagine dell’esodo); è dall’altra sponda, se mai, che lo devono abbassare per farci passare.

Dire che queste visioni catartiche sono del tutto estranee a Norberto Bobbio è perfino un’ovvietà. Nel suo universo concettuale non esiste un «altro mondo», diverso dal nostro; l’esodo è un’immagine consolatoria; il messia, un’illusione pericolosa. Noi siamo e resteremo nel nostro mondo, il mondo che costruiamo con le nostre forze. Siamo e resteremo nel labirinto. Il labirinto non è luogo dal quale si possa uscire e non possiamo attenderci nulla da fuori, meno che mai la nostra «salvezza». Il compito, il senso della vita e di quel aspetto essenziale della vita umana che è la cultura è lavorare insieme, nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore analitico, nell’assenza di dogmi messianici, affinché la condizione nel labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più sopportabile, più umana, meno ingiusta. Tutto il resto non è che teologia politica. Se poi, indipendentemente da noi, «alla consumazione dei tempi» qualcosa (e che cosa) da fuori accadrà, sono solo punti interrogativi.

Fin qui l'articolo di Gustavo Zagrebelsky .

Nel frattempo i bisogni umanitari in Siria continuano a crescere. Più di 6,9 milioni di persone sono ancora sfollate all’interno del paese e 14,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e di altre forme di assistenza. Circa 5,9 milioni di persone hanno bisogno di aiuto per soluzioni abitative sicure, e molti hanno ancora grandi difficoltà nell’accesso ai servizi di base, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria.

Nel 2021, tre quarti di tutte le famiglie del paese hanno detto di non riuscire a soddisfare le loro necessità fondamentali: il dieci per cento in più dell’anno precedente.

Ciò nondimeno, alcuni siriani scelgono di tornare a casa. Nel 2021 l’UNHCR ha verificato o monitorato il ritorno di circa 36.000 rifugiati in Siria. I rifugiati prendono in considerazione vari fattori nella loro decisione di tornare o meno, come la sicurezza, i diritti di proprietà e le opportunità di lavoro. Parallelamente, molti sfollati interni sono tornati a casa, facendo aumentare le necessità legate alla reintegrazione.

C’è urgentemente bisogno di soluzioni politiche per mettere fine a undici anni di sofferenze. È anche necessario aumentare le opportunità di reinsediamento per i rifugiati siriani più vulnerabili.

L’UNHCR fa appello ai donatori internazionali perché estendano il sostegno ai rifugiati e ai paesi che li ospitano, e per soddisfare gli urgenti bisogni umanitari in Siria, compresi quelli degli sfollati interni, delle comunità ospiti e delle persone di ritorno.

L’anno scorso sono stati ricevuti meno della metà di fondi necessari per il Regional Refugee and Resilience Plan per rispondere alla crisi dei rifugiati siriani.

Mentre i bisogni in Siria aumentano, le organizzazioni umanitarie chiedono con urgenza le risorse necessarie a rafforzare le loro operazioni nel paese. L’UNHCR ha ricevuto il sette per cento dei 465,2 milioni di dollari necessari al suo lavoro in Siria nel 2022.

(1)https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/notizie/dopo-undici-anni-difficolta-sempre-piu-gravi-spingono-al-limite-gli-sfollati-siriani/


Eremo Rocca S. Stefano lunedì 10 aprile 2023