venerdì 20 agosto 2021

LA LUNA DEI LUNATICI : Novelle sulla mitologia lunare

 

Alluvione.

Gli Efik Ibibio della Nigeria raccontano la seguente leggenda sulla luna.

Il sole e la luna erano marito e moglie. La coppia che viveva sulla terra  era molto cordiale, amava i rapporti sociali  e le visite. La signora Alluvione era una loro cara amica, e spesso la invitavano a casa loro.  Alluvione rifiutava l’invito spiegando  che le mura della casa non l’avrebbero contenuta. Allora il sole e la luna costruirono una casa molto più grande  e Alluvione non potè rifiutare il loro invito.  Con il suo ingresso “ allagamento “ l’acqua continuò a salire  costantemente. Alluvione chiese se la sua presenza era gradita , il sole divertito rispose di sì, ma con l’acqua arrivarono i parenti di alluvione : pesci, rettili e animali marini  di ogni specie. Presto l’acqua raggiunse il soffitto della casa. Sole e luna salirono sul tetto : da quel momento non furono più tanto contenti  che la loro amica continuasse a rimanere.

Quando la casa fu sommersa, sole e luna salirono  in cielo  per costruire nel nuovo ambiente, una casa , guardandosi bene dall’invitare alluvione.


Il sole mangia-figli.

Tra le varie leggende del continente americano, una del nord America narra che il Sole e la luna erano marito e moglie, le stelle sarebbero stati i loro figli. Il Sole era un mangia-figli  ( ovviamente se poteva prenderli ), per inseguirli si infilava di notte in una galleria che attraversava la terra. Qui dormiva un po’ e poi verso l’alba usciva da oriente. La luna sua moglie, a volte dormiva  con lui nella galleria al centro della terra , ma il più delle volte il marito irritato l’allontanava dasè, allora la luna usciva  nel cielo notturno. “triste sorte essere moglie !”

 

Le voglie del Dio Luna

Un’antica leggenda degli aborigeni australiani  narra che la Luna era un uomo grasso  che aveva un debole per le donne , ma a causa della sua obesità, non aveva molta fortuna in amore. La sua voce era alta, ma abbastanza dolce.  Egli, “ Luna” era solito aggirarsi lungo le  rive di un fiume osservando  le ragazze che gioiosamente si bagnavano.  Per adescarla le invitava a fare una gita al lato della sua canoa , per poi bagnarsi insieme al largo.

Una notte fu accontentato, salì sulla canoa e le ragazze si posero a nuotare  ai lati , e così ridendo e scherzando  spinsero l’imbarcazione in mezzo al fiume , poco dopo “Luna” fu assalito da un forte desiderio sessuale  che lo rese inquieto, perciò cominciò a dare spinte alla barca ora a destra ora a sinistra , mentre con le grassocce mani infastidiva le nuotatrici.  La canoa si rovesciò, “Luna” cadde silenziosamente in acqua  e vi annegò,da ciò avvenne un fatto strano  : La sua pancia cominciò a diminuire finche non divenne una “ Mezza Luna”. La leggenda prosegue narrando che “Luna “ salì nel cielo   da un altro fiume  dove per sempre continuò a molestare le donne sempre  fonte dei suoi  desideri e delle sue brame.

 

La luna nella cosmologia di  Nauru

Nell’antica cosmologia di Nauru , tutto ha la sua origine da un grosso ragno che volteggiava sopra un mare infinito. Esso trovò una conchiglia e dopo vari tentativi  riuscì ad aprirla e infine a penetrarvi, ma non riuscì a tenere discoste le sue valve e sentendosi  così soffocare , cercò un’altra soluzione ; finalmente scoprì una lumaca capace di contenerlo , così il cielo venne separato dalla terra , e la lumaca che era luminosa collocata  nel cielo diventò la luna . Più tardi il ragno trovò una lucciola che divenne il sole.


La luna nella cosmologia degli Indiani Chimchian

Presso gli indiani Chimchian chi generò  “Tutto”, il mondo fu un corvo. Quando ogni cosa era immersa nel buio , egli rubò la luce del giorno  da una cassetta situata nella capanna del “ Capo “ che questi nascondeva a suo privilegio.  Sempre nella capanna del “Capo” trovò la Luna  e la fissò nel cielo.  Così il corvo ebbe il merito di aver collocato il Sole e la Luna.  Un’altra versione dice che sulla terra il vuoto  e l’oscurità più  completa  regnavano incontrastati.

I due figli del “Capo” erano molto addolorati per questo stato di cose ; il più intraprendente si fece una maschera luminosa  per diffondere la luce , questa però gli bruciò il viso in modo completo  facendolo fuggire oltre il cielo per il dolore , in quel momento si fece luce ( il Sole), il fratello minore lo rincorse nottetempo e, mentre egli dormiva, gli sottrasse un po’ di luce , nacque così la luna.

Si racconta altresì che per accordarsi  circa il tempo che la Luna doveva  impiegare nel suo giro intorno alla terra , si riunì il gran giurì degli animali. Il cane propose quaranta giorni , il riccio di mare trenta giorni  e, come disse quest’ultimo fu fatto, perché ritenuto più intelligente . Di qui l’odio tra il cane e il riccio.

 

Eremo  Rocca S. Stefano  venerdì  20 agosto 2021  

giovedì 19 agosto 2021

VOCI E STORIE DAL SILENZIO : Tratturo

 


Il tratturo è un largo sentiero erboso, pietroso o in terra battuta, sempre a fondo naturale, originatosi dal passaggio e dal calpestio degli armenti. Di norma la misura della larghezza della sede del tracciato viario è di 111 metri corrispondenti a sessanta passi napoletani.

Il suo tragitto segna la direttrice principale del complesso sistema reticolare dei percorsi che si snodano e si diramano in sentieri minori costituiti dai tratturelli bretelle che univano tra loro i tratturi principali, dai bracci e dai riposi. Questi percorsi erano utilizzati dai pastori per compiere la transumanza ossia per trasferire con cadenza stagionale mandrie e greggi da un pascolo all’altro.

In Italia l’intrecciarsi di queste vie armentizie, stimato in 3.100 km, si rileva nei territori delle regioni centro-meridionali. Le vie erbose si trovano diffuse principalmente in Abruzzo, Molise, Umbria, Basilicata, Campania e Puglia. Le loro piste erano percorse nelle stagioni fredde in direzione sud, verso la Puglia, dove esisteva, presso la città di Foggia la Dogana delle Pecore, mentre nei mesi caldi le greggi percorrevano il percorso inverso tornando ai pascoli montani dell’Appennino centrale dove la pastorizia era invece regolata dalla Doganella d’Abruzzo L’intero apparato stradale si origina nelle zone montane e più interne dell’area abruzzese e si conclude nel Tavoliere delle Puglie. Lungo i percorsi si incontravano campi coltivati, piccoli borghi dove si organizzavano le soste, dette stazioni di posta, chiese rurali, icone sacre, pietre di confine o indicatrici del tracciato.

I Regi Tratturi costituiscono una preziosa testimonianza di percorsi formatisi in epoca protostorica in relazione a forme di produzione economica e di conseguente assetto sociale basate sulla pastorizia, perdurati nel tempo e rilanciati a partire dall’epoca normanno-sveva, e poi angioina ed aragonese, così da rappresentare un frammento di storia conservatosi pressoché intatto per almeno sette secoli e via via arrichitosi do ulteriori stratificazioni storiche, tanto da renderli il più imponente monumento della storia economica e sociale dei territori dell’Appennino Abruzzese-Molisano e del Tavoliere delle Puglie. (1)


Dall’Abruzzo partono tutte i cinque i Regi Tratturi

L’AQUILA-FOGGIA – Dalla montagna al mare

CENTURELLE-MONTESECCO – La via dello zafferano

CELANO-FOGGIA – Il cammino della civiltà

PESCASSEROLI -CANDELA – La via della biodiversità

CASTEL DI SANGRO-LUCERA – Il cammino sulle orme dei sanniti

 

Il Tratturo L’Aquila-Foggia, con i suoi 244 km, era il più lungo, grande e il più importante dei cinque Regi Tratturi: per questo motivo, era chiamato anche “Tratturo Magno”. Si tratta del più “adriatico” di tutti, convogliando le enormi greggi provenienti dai massicci del Gran Sasso, di parte del Sirente e della Majella ai vasti pascoli del Tavoliere delle Puglie, dopo aver lambito in più occasioni le sponde del Mar Adriatico; unico caso nel quale le pecore e i pastori arrivavano a toccare anche materialmente l’acqua del mare. Da esso si diparte e poi si ricongiunge il Regio Tratturo Centurelle-Montesecco, collegati a metà strada anche dal Tratturo Lanciano-Cupello.

Il suo tracciato, un vero e proprio percorso storico tra l’Abruzzo e la Puglia attraverso il Molise, parte dalla Basilica di Collemaggio dell’Aquila ed è caratterizzato nell’Aquilano da tratti alquanto integri e da numerose chiese tratturali.

Il Tratturo Magno veniva percorso dalle greggi al pascolo sul versante sud del Gran Sasso e sul versante nord del Sirente, seguendo sotto la città di L’Aquila il corso dell’Aterno per circa 10 chilometri. L’inizio può essere simbolicamente individuato nel Parco della Transumanza, adiacente alla Basilica di Collemaggio, edificata nel XIII secolo proprio con il contributo della corporazione dei Lanaioli. Tutto il centro storico dell’Aquila è stato costruito con le ricchezze derivanti dalla pastorizia e dall’Arte della Lana, e poi ancora ricostruito dopo il terremoto del 1703 grazie all’esenzione totale per trenta anni dal pagamento dei fitti per le Locazioni in Puglia concessa dal Viceré ai notabili aquilani, proprietari di greggi numerosissime.

 

Questo tratturo è stato oggetto negli ultimi anni di un sistematico studio da parte dell’Associazione Tracturo 3000 che dal 1997 lo ripercorre ogni anno.Sono 9 le tappe che l’associazione Tracturo 3000 affronta nel percorrere l’intero Tratturo Magno. Le tappe, con rilevazione GPS del percorso, si possono richiedere a tratturomagno@gmail.com

 

(1) http://www.leviedeitratturi.com/i-tratturi/

Eremo Rocca S. Stefano giovedì 19 agosto 2021







martedì 17 agosto 2021

SILLABARI : Il pensiero debole

 

 A rileggere dopo quasi trent’anni Il pensiero debole si ha una strana sensazione di euforia, quell’euforia che, per nulla paradossalmente, si prova ogni qualvolta si colgono le ragioni della vaga nostalgia con cui per troppo tempo abbiamo convissuto. A quel tempo, i saggi del fortunato volume curato da Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo (Feltrinelli 1983) volutamente emanavano un alone di tristezza rinunciataria, e i termini in essi più ricorrenti  – “crisi”, “negatività”, “declino”, “disincanto”, “abbandono, “oblio”, “tragico”, “morte” – quasi conducevano tale sentimento verso una sorta di insopprimibile angoscia. Oggi si coglie meglio di ieri che le cose non erano messe poi così male, mentre adesso ce la passiamo terribilmente (verrebbe da dire irrimediabilmente) peggio. Tutto si giocava dentro una cornice di problemi e di concetti che allora appariva naturale – Nietzsche, Heidegger, Gadamer, Foucault, Deleuze, Derrida, Rorty – e che poi, per farla fuori, è stata perfidamente ribattezzata ‘filosofia continentale’. Tutto aveva perciò un senso, un preciso valore, un’unica direzione: la messa in discussione delle certezze bimillenarie della filosofia occidentale, irrimediabilmente metafisica perché convinta dell’esistenza di qualcosa come un essere dato e immutabile, cui farebbero riferimento – per costituirne la verità assoluta – un pensiero e un linguaggio ben adeguati a esso. Ma quella cornice era strategicamente perdente, suicida forse proprio a causa dell’autodichiarazione d’intrinseca debolezza, di modo che il campo lasciato vuoto dai ‘debolisti’ è stato ben presto occupato, per contrappasso, dalla filosofia sedicente analitica. Da cui, appunto, l’oggi.


 Ma disegniamo innanzitutto il contesto teorico mainstream a cavallo fra anni settanta e ottanta. Il post-strutturalismo e il decostruzionismo di marca francese avevano permeato di sé università, riviste e convegni nell’intero rampante mondo anglosassone, risucchiando al suo interno fenomenologia ed esistenzialismo, strutturalismo e psicanalisi in un’unica miscela dai confini sfrangiati e dall’articolazione interna molto fluttuante (se ne veda la caricatura ne Il professore va al congresso di David Lodge). Barthes, Lacan, Deleuze, Foucault, Derrida erano nomi sulla bocca di tutti, marchi di fedeltà a un pensiero al tempo stesso euforico e decostruttivo, secondo il principio – tanto evidente quanto mal compreso – per cui (ri)costruire sistemi è il miglior modo per svelarne l’arbitrarietà, l’artificiosità, la relatività, indirettamente tenendo aperta la possibilità di rimuoverli, o quanto meno di cambiarli. La botta finale l’aveva data Lyotard con la nozione di postmoderno [si veda la voce dedicata in questo dossier], mostrando come la realtà profonda della modernità stia nella sua dissoluzione, l’inevitabile compimento del progetto moderno (progresso, razionalità, logica, pianificazione…) sia il suo disfacimento. In questo, non c’era alcuna sensazione di crisi, sentimento di disfatta, nostalgico rimpianto d’un passato perduto: la nozione nietzschiana di “gaia scienza” emergeva in tutta la sua più intima significazione.

 In Italia, agli inizi degli anni ottanta, le cose andavano diversamente. Da una parte nelle accademie e nei vari luoghi della cultura dove s’annidavano i benpensanti restava forte la tradizione storicista, se pur rivista da un cauto marxismo très à la mode. Dall’altra i pensatori di grido si facevano portatori ora di un pensiero negativo (Cacciari, Rella, Perniola…) ora di una crisi della ragione (Gargani, Ginzburg, Badaloni…), di modo che del grande movimento di pensiero d’oltralpe, e del suo intrinseco entusiasmo si vedeva per così dire il bicchiere mezzo vuoto, il lato oscuro e incerto, il traballare delle certezze idealistiche e totalizzanti. E così, più che alla Francia lo sguardo era rivolto alla cultura di lingua tedesca, all’Austria di fine Ottocento e alla Germania husserliana, heideggeriana e gadameriana.

 Il  pensiero debole è la prosecuzione di tutto ciò. Da un alto esso indica la ferma volontà di uscire da quel provincialismo in cui il crocianesimo aveva relegato la filosofia, e in generale la cultura, italiana; e dunque la necessità della fondazione di una prospettiva intellettuale che non fosse semplice chiosa dei grandi pensatori francesi o tedeschi. Dall’altro, così facendo il pensiero debole ribadisce d’essere, prima d’ogni altra cosa, esercizio intellettuale all’erta sul mondo, analisi critica del reale. Con qualche visione teorica? A leggere il volume, ma anche il fascicolo di aut-aut dedicato al medesimo tema (n. 201, 1984) e altri successivi, si capisce bene che non si tratta di una soltanto (ed è questo, verrebbe da dire, un suo punto di forza) ma una serie plurima e non concorrenziale di declinazioni concettuali: Vattimo e Ferraris propongono una koiné ermeneutica che superi l’idea ricoeuriana di una ‘scuola del sospetto’; Eco dimostra l’impossibilità di una logica aristotelica con categorie universali articolate nella medesima, necessaria classificazione; Rovatti argomenta un’etica della distanza, un saper gestire la prossemica della conoscenza, ossia i rapporti fra soggetto e oggetto; Carchia versa un elogio dell’apparenza; e poi ancora Agamben, Perniola, Dal Lago, Crespi, Comolli e molti altri. Non c’è stato pensatore, all’epoca, che non abbia detto la sua su questa specie di cattivo brand filosofico che è stato il “pensiero debole”, attivando un dibattito molto acceso che ha ravvivato, nel bene come nel male, la filosofia italiana lungo tutti gli anni Ottanta, costituendo grazie a ciò la sua stessa identità nazionale.

 

Si ragionava intorno a un certo numero di problemi di un certo rilievo. Dal lato del soggetto, era la rinuncia a ogni pratica della razionalità come esercizio totalizzante e assoluto, in nome di una relatività dei saperi e di un dialogismo sempre aperto all’ascolto dell’alterità intellettuale e culturale. Il soggetto, ermeneuticamente, è sempre situato. Dal lato dell’oggetto, era la messa in discussione di una realtà esterna data, in nome di una nuova ontologia su basi temporali e discorsive, mai empiriche. La realtà, scrive Rovatti, è sempre una costruzione simbolica. Da qui l’idea di un orizzonte retorico della verità (la verità è il consolidamento di antiche metafore, diceva Nietzsche), se non di un suo uso strategico nei rapporti di dominio. Accanto alla terminologia disforica sopra ricordata (crisi, declino etc.) ecco tutta una serie di concetti che trasudano ottimismo: alleggerimento, molteplicità, differenza, alterità… Quel che resta problematico, anche qui seguendo la lezione nietzschiana, è la concezione ingenua dell’oltrepassamento come semplice passaggio temporale o causale da un’epoca alla successiva. Anzi, potremmo dire che il pensiero debole, in questo vicino al postmoderno di Lyotard, è la negazione di ogni idea di oltrepassamento e di rivoluzione, a tutto vantaggio di un prospettivismo che problematizza la storia, la politica, l’etica, la conoscenza. Chi dice che da questo momento in poi tutto è cambiato, che niente sarà più come prima, che viviamo finalmente nel migliore dei mondi possibili lo fa certamente, consapevolmente o meno, per un secondo fine.

 

 Resta il problema del brand, o quanto meno del suo nome, che se pure non si configura come un’esplicita dichiarazione di impotenza, ci si avvicina parecchio. E lascia troppo spazio vuoto a chi, di lì a poco, sarà in grado di approfittarne ed occuparlo, ostentando muscoli filosofici di tutt’altro stampo. Ignorando la problematicità insita nel concetto di debolezza, si tornerà a parlare di verità, realtà, razionalità, ontologia, scienza, natura. Come se nulla fosse successo, ecco di nuovo il positivismo. Occorreva una maggiore attenzione alla gestione della comunicazione e alla costruzione di una buona identità di marca: ma su questo la cultura italiana ha ancora molta strada da fare. Per non parlare della politica.

 Pensiero debole  di Gianfranco Marrone

 Fonte  :  http://www.doppiozero.com/dossier/anniottanta/pensiero-debole

 

Eremo Rocca S. Stefano martedì 17 agosto 2021

BIBLIOFOLLIA : Libri tragici


 

Vi  sono libri tragici, cioè quelli  che accompagnarono a tragica morte i loro possessori e l’esempio più commovente è la copia posseduta dalla Biblioteca  Nazionale di Parigi  e da essa esposta alla pubblica mostra,del famoso  e rarissimo trattato di   Michele Servito , Christianismi restituito, del 1553, strappata, a quanto si dice, dal rogo dove il riformatore  a Ginevra nell’anno stesso trovò la morte e macchiata di fumo e di sangue; anche le altre copie del libro furono arse, in più tempi, e si vuole che non se ne siano  salvate che tre.

Ma per non parlare di cose italiane  o che toccano l’Italia, ricorderò i  due volumetti che furono  trovati nelle tasche dell’abito dell’infelice  Percy Bysshe Shelley  quando il 18 luglio 1822 il suo cadavere fu rigettato  dal mare sulla spiaggia di Viareggio. Uno era un Sofocle che si conserva  ancora presso la Biblioteca  Bodlejana  a Oxford ( ne dà la fotografia il Biagi  nel libro: Gli ultimi giorni di P.B. Shelley  a pag. 54); l’altro  era un volume di Keats , prestato allo Shelley  prima della partenza dall’amico  Leigh Hunt  e che fu trovato rivoltato alla pagina  dove si legge The Eve of St. Agnes , come se il lettore, mentre leggeva, l’avesse messo via  in fretta; e questo volume  non so dove oggi si trovi.

Nel museo patriottico del cav. Gaudenzio Parlotti di Cavriana , specialmente ricco in cimeli  della battaglia combattuta nella vicina  Solforino, è conservato anche il breviario  di Don Enrico Tazzoli, da lui stesso firmato, e con il quale l’eroico prete  salì nel 1852 le forche di Belfiore.

A Roma si conserva un libro ascetico , Il  Trionfo della  Croce che fu tenuto da padre Ugo Bassi  sino all’ultima sua ora prima della fucilazione l’8 agosto del 1849.

Pure a Roma presso la famiglia  dei  Marchesi Patrizi  Monitoro,  si conserva un volume delle Massime Eterne  che  Giuseppe Monti , ghigliottinato insieme a  Gaetano Tognetti il 23  novembre 1868 donò al marchese Giovanni ,il quale appartenendo alla Confraternita di S. Giovanni  Decollato aveva accompagnato il Monti fin sul palco del supplizio, confortandolo fino all’ultimo: il Monti , dopo aver avuto dal Patrizi l’abbraccio  rituale, gli aveva dato come suo ricordo  quel volumetto che egli  in prigione leggeva devotamente.

E a Firenze presso l’ancor dolorante  madre, è gelosamente conservato  il Dante macchiato di sangue che fu trovato  sul cadavere di Giosuè Borsi, morto al fronte  nel novembre 1915.

La fotografia ne è stata  pubblicata ripetutamente, ricordo, nella rivista  zaichelliana Di libro in libro  dal 31 agosto 1923.

Il Dante del povero Borsi  ricordato di sopra richiama alla mente  i libri che ebbero vicende di guerra. Dell’ultima guerra  (1915-18) , molti libri ci restano degni di attenzione  perché furono testimoni o parte in tragici  casi e molti se ne conservano in collezioni pubbliche  in Italia e all’estero. Io stesso ne raccolsi  alcuni nella Raccolta bibliografica  della Guerra delle Nazioni che formai alla Biblioteca Universitaria di Bologna  e costituii  per essi una speciale classe : “ Libri raccolti  in trincea o nei paesi espugnati  ecc.” che è l’ultima minutissima  classificazione che io preparai  per quella ricchissima  raccolta. Anche S.M.  il Re ne ha alcuni, ed egli stesso raccontava  nella II Fiera  Internazionale del Libro  del 1925, visitando la sezione, romena,  che conservava religiosamente  una edizione del 600  del Vangelo in lingua romena , trovata in una trincea del Carso  dove era stata abbandonata evidentemente da un soldato  della Transilvania. E l’ultima Festa del libro a Firenze  (giugno 1933) la Signora Iolanda De Blasi , presentando a S.A.R.  la Principessa di Piemonte  i volumetti Vademecum  di Edizione Barbera,  le narrava che nella grande guerra un nostro fantaccino  aveva avuto in un combattimento la vita salva  in grazia di un prezioso volumetto della collezione,  il quale smorzò la forza di penetrazione  di una pallottola austriaca  diretta proprio al cuore.

Ma si hanno  pure volumi legati  ad avvenimenti più antichi  e quindi di maggiore interesse . Alla Vaticana si conserva, fra i codici greci del fondo Barberini, un Typicon ( ossia  raccolta di regole monastiche)  proveniente dall’Abbazia di S. Nicola di Càsola  presso Otranto, il quale nel famoso assedio del 1480, quando i turchi occuparono quel Monastero, fu dai Turchi stesso ridotto in pezzi : le pergamene erano state tagliate in quattro  parti con un’accetta per giuoco  o per prova di forza, i miseri frammenti furono tutti recuperati e il manoscritto fu riparato alla meglio.

Alla Biblioteca  Laurenziana  c’è il famoso Romuleon  scritto da David Aubert e miniato da Loyset Liedet  per Filippo il Buono duca di Borgogna  da cui passò nel 1467  a Carlo il Temerario che lo portò sempre  seco anche in campo ; e fu trovato sotto la tenda di lui fuggiasco  e poi morto nella rotta toccata il 5 giugno 1477 sotto le mura di Nancy. Ne parla  il Biagi nell’Album pubblicato  nel 1914 di Riproduzione di mss. miniati, ed. De Marinis.

Alla Biblioteca Malatestiana di Cesena , nella libreria Piana che Papa Pio VII ( Chiaramonti) lasciò ai benedettini di S. Maria  del Monte della sua città natale, e che dopo la soppressione del 1866 passò attraverso varie vicende alla Malatestiana , e ora è stata rivendicata dai principi Chiaramonti, io vidi due volumi perforati da una palla di fucile  durante il combattimento del Monte fra i liberali di Romagna  e le truppe pontificie ( 20 gennaio 1832). Il caso volle che i due volumi fossero il trattato  De statu Ecclesiae  et legittima protestate  Romani Ponteficis  del Ferrari , ciò che fu preso come un ottimo auspicio  dai liberali, ma essi dovettero aspettare  quasi 30 anni  prima di vedere avverata la profezia .

(Da Aneddoti bibliografici raccolti da Giuseppe Fumagalli , Casa Editrice Bietti, Milano, 1933)

Eremo  Rocca S. Stefano  martedì 17 agosto 2021