mercoledì 4 maggio 2022

CANZONIERE Sono nato sul luogo della bomba

 

 Sono nato

sul luogo della bomba.

La folla di giornalisti

se n'era andata da un pezzo

e quello che restava

era solo un bulldozer

che raccoglieva ogni mese

i detriti che affioravano

dal terreno dopo le piogge.

Per tutta la vita ho guardato

il luogo della bomba.

Poi un giorno

-ora sono vecchio, molto vecchio -

c''è caduta un'altra bomba

allora ho visto veramente

tutta quella folla che scattava foto

anche con il telefonino.

Ma tutti ridevano però

e anche la Morte rideva,

era arrivata alla velocità

di un chilometro al secondo

e poteva dirsi quasi soddisfatta:

aveva nella bocca un urlo

che mi sembrava quello di Munch

ma silenzioso,

terribilmente silenzioso.

Cercava di entrare

nella vagina di tutte quelle donne

che avevano partorito

tutti quelli che la bomba

aveva ucciso. Così ucciderli

fin dall'inizio , prima dell'inizio ,

la prima volta, una volta ancora

era il suo desiderio

e fu un gioco da ragazzi.

Poi la Morte

se ne andò tra quelle case

senza inciampare alla sua falce

tra quelle case distrutte

affioranti del terreno

come balene spiaggiate

e vide che i mobili erano esplosi

le stoviglie a grappoli frantumati,

coperte e lenzuola ormai brandelli

e ovunque silenzio e nero fumo.

E fu allora che si ricordò

che in quel grande bazar della guerra

si poteva anche vivere,

solo se capaci di vivere

con la bomba dentro ,

quella che non esplode

sul tappeto, dentro il letto

come in un film di Guillermo del Toro

ma si consuma e si consuma dentro

mentre la Morte sorridente sussurra

“ chiudete le porte ,altrimenti

entra il missile “.


Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 4 maggio 2022


 

giovedì 14 aprile 2022

GRAMSCIANA : I risultati che attendiamo

Nei mesi scorsi ho riletto alcune pagine di Antonio Gramsci condividendole in queste note con chi ha la voglia e la pazienza di leggerle.

Mi sembra importante e interessante guardare a quest’uomo e al suo pensiero in un momento in cui molte sono le incertezze e poca la voglia di ripensare questo paese e la sua storia. Sono molte volte partito , per apprezzare le analisi di Gramsci sia nel campo della politica che della cultura da quella sua formidabile affermazione “ Sono pessimista con intelligenza, ma ottimista per volontà “ ( 19.12.1929) che tradotto in altre parole si richiama al pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà. Nella mia formazione di adolescente la lettura di Gramsci ha avuto un suo posto non dico privilegiato ma importante alla pari con altri autori . A differenza di molti altri però molti scritti di Gramsci conservano una formidabile attualità.

Ecco perché Davide Bidussa e l’editore Chiarelettere si sono inventati una edizione di alcuni scritti di Gramsci dal titolo Odio gli indifferenti collana Instant Book

Non è un riassunto dell’immensa mole di scritti dello studioso e politico sardo e neppure un’antologia banale. Odio gli indifferenti è piuttosto un oggetto che a prenderlo in mano e sfogliarlo, attrae (dovrebbe attrarre) l’attenzione di un lettore odierno che va un poco in fretta , giovane , curioso attento. Intanto perché i titoli dei capitoli sono “ripensati” riflettendo sul contemporaneo pur conservando la dicitura originale (una verità che sembra un paradosso diventa Politici inietti . Elogio di Ponzio Pilato è ora I doveri di un giudice. Il canto delle sirene si trasforma in I professionisti della guerra. Al di là della constatazione di quanti malesseri della società del 2011 siano uguali a quella della stagione 1917-18, lo sforzo di queste pagine, per altro semplice ,è quello di trasmettere ,l’entusiasmo di fare qualcosa in questo paese . Proprio in linea con quella riflessione iniziale che facevo aprendo questa nota.

La politica dunque non è mai solo forza ma autorevolezza e l’autorevolezza dei senza potere è intelligenza che si accompagna a volte alla passione.

E proprio per tener fede a quanto dicevo all’inizio di questa riflessione in queste note continuo a riportare brani di Antonio Gramsci.

Ecco uno scritto apparso su Avanti, edizione piemontese non firmato ma attribuibile a Gramsci il 17 novembre 1919 con il titolo che ho dato a questa nota :” I risultati che attendiamo”

Pur essendo stato scritto quasi un secolo fa mi è sembrato di forte attualità rispetto alle vicende della guerra in ogni paese del mondo e alle attese della sinistra per le prossime elezioni politiche nel nostro paese.

“L'Italia è entrata in guerra per la volontà pervicace di un pugno di facinorosi e di avventurieri. Ma costoro non sono stati che l'espressione vivente di una situazione storica generale. L'Italia era attanagliata dalla: necessità capitalistica europea: la sua vita era una vita di riflesso, in economia e in politica. I partiti politici non nascevano da condizioni inerenti alla struttura dell'apparato di produzione industriale e agricola della nazione. I partiti politici nascevano piuttosto dalla necessità di sistemare la posizione dell'Italia nell'internazionale capitalista, e la loro azione era rivolta a costringere l'apparato nazionale di produzione nella forma imposta dagli imperialismi economici stranieri. Da queste condizioni morbose di vita economico-politica è stata determinata la fortuna del pugno di facinorosi e di avventurieri che precipitò l'Italia in guerra.

Durante la guerra si è verificata, nel corpo sociale della popolazione italiana, una serie di fenomeni di una gravità e una portata storica eccezionali. Le forze politiche organizzate, che dominavano e imprimevano una forma alla società italiana, hanno subito un processo di disintegrazione totale, hanno' perduto ogni contatto gerarchico con le masse.E le masse sono entrate in movimento. Premute, tiranneggiate, sfruttate, affamate dalla implacabile macchina dello Stato borghese, le masse hanno acquistato un senso .e una direzione. L'individualismo .animalesco, proprio delle popolazioni arretrate e senza cultura, è morto, Gli uomini .si sono aggruppati, l'umanità italiana è diventata società, finalmente, Ma qual è il senso e la direzione delle masse? È, un solo senso e una 'sola direzione, cosciente in tutto il corpo sociale, o è' solo ancora una 'molteplicità di movimenti incomposti di chi cerca se stesso, di chi sente la propria inorganìcità' e cerca diventare un organismo unitario, una compattezza, una disciplina?

Ecco uno dei risultati che i soèia1ìsti attendono, dall'.elezioni.e non dei meno importanti. Ed .ecco' perché i. socialisti consapevoli del processo di sviluppo della rivoluzione hanno voluto che il partito partecipasse attivamente alle elezioni. Una delle condizioni di trionfo della rivoluzione è l'organicità unitaria e accentrata della psicologia popolare, è quindi l'esistenza della società umana con una sua configurazione reale e precisa. Era necessario'. un avvenimento pre rivoluzionario che facesse convergere simultaneamente l'attenzione delle folle sugli stessi problemi e sulle soluzioni che di questi problemi propongono le varie correnti politiche. Era necessario che la classe dirigente da una parte e le moltitudini dall'altra fossero costrette ad assumere una fisonomia, a uscire. dall'indistinto generico e tumultuoso prodotto della guerra, a distinguersi, a differenziarsi in tendenze e, in, correnti unitarie.

 Le elezioni daranno una prima risposta a queste attese. Da questo punto di vista esse hanno una importanza storica di, prim'ordine, esse segnano una svolta decisiva nella' vita del popolo italiano, perché riveleranno all'uomo politico il senso" e la direzione delle.masse e perché reagiranno sulle masse stesse, dando loro consapevolezza unitaria del loro essere e del movimento d'insieme.”

 

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 15 aprile 2022







mercoledì 13 aprile 2022

VERSI D'ALTRI E ALTRI VERSI La pace in versi




Si depongano le armi. Si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie? Nulla è impossibile a Dio”

Il Papa chiede a quarantotto giorni dall'inizio della guerra Russia Ucraina una «tregua pasquale» «per arrivare alla pace con un vero negoziato». All’Angelus, di domenica 10 aprile 2022 ,durante la messa a San Pietro, Bergoglio esprime dolore perché «Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli, nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio, negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i fratelli». Coloro che scatenano «la follia della guerra» sono i nuovi «crocifissori di Cristo». Non potrebbe essere più severo l’anatema pronunciato da Francesco durante la sua prima celebrazione con i fedeli in Piazza San Pietro dall’inizio della pandemia. Una condanna alla quale, all’Angelus, il Pontefice aggiunge un forte appello: quello per una «tregua pasquale» in cui «si ripongano le armi» per «arrivare alla pace attraverso un vero negoziato». Introducendo la preghiera mariana, Bergoglio ricorda che «fu proprio l’Angelo del Signore che, nell’Annunciazione, disse a Maria: “Nulla è impossibile a Dio”. Nulla è impossibile a Dio - ripete -. Anche far cessare una guerra di cui non si vede la fine». «Preghiamo su questo - prosegue -. Siamo nei giorni che precedono la Pasqua. Ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro».

Si depongano le armi. Si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie? Nulla è impossibile a Dio”. È l’appello che Papa Francesco ha rivolto al termine della messa della domenica delle palme, celebrazione con la quale la Chiesa cattolica inizia la settimana santa nel ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesù. “Nulla – ha affermato Bergoglio ai 50mila fedeli presenti in piazza San Pietro – è impossibile a Dio. “

Francesco ha ricordato che “siamo nei giorni che precedono la Pasqua. Ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro. Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Perché non lasciare che vinca lui? Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male. È morto perché regnino la vita, l’amore, la pace”. Il Papa ha spiegato, inoltre, che “quando si usa violenza non si sa più nulla su Dio, che è padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perché si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo. Sì, Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli. Cristo è crocifisso lì, oggi. Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.(https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/10/guerra-russia-ucraina-papa-francesco-chiede-una-tregua-pasquale-che-vittoria-sara-quella-su-un-cumulo-di-macerie/6555064/

A qualche giorno dunque dalla Pasqua, la festa cristiana che parla per eccellenza della pace ho scelto alcune poesie che parlano di pace .
 
 

 

 

Promemoria Gianni Rodari
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra.

Al soldato caduto Renzo Pezzani
Nessuno, forse, sa più
perché sei sepolto lassù
nel camposanto sperduto
sull’alpe, soldato caduto.
Nessuno sa più chi tu sia,
soldato di fanteria,
coperto di erba e di terra,
vestito del saio di guerra,
l’elmetto sulle ventitré.
Nessuno ricorda perché,
posata la vanga, il badile,
portando a tracolla il fucile,
salivi sull’alpe; salivi,
cantavi e di piombo morivi,
ed altri moriron con te.
Ed ora sei tutto di Dio.
Il sole, la pioggia, l’oblio
t’han tolto anche il nome d’in fronte.
Non sei che una croce sul monte
che dura nei turbini e tace,
custode di gloria e di pace.

I bambini giocano alla guerra Bertolt Brecht
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

La ninna nanna della guerra Trilussa
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Shemà Primo Levi
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Verrà un giorno Jorge Carrera Andrade
Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.


La pace Trilussa
Un Omo aprì er cortello
e domannò a l’Olivo: — Te dispiace
de damme un “ramoscello”
simbolo de la Pace?
— No… no… — disse l’Olivo — nun scherzamo.
perché ho veduto, in più d’un’occasione,
ch’er ramoscello è diventato un ramo
e er simbolo… un bastone.

Alle fronde dei salici Salvatore Quasimodo
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Dov’è la pace Mahatma Gandhi
Quando sento cantare:
“Gloria a Dio e Pace sulla terra”
mi domando dove oggi
sia resa gloria a Dio
e dove sia pace sulla terra.
Finché la pace
sarà una fame insaziata
a finché non avremo sradicato
dalla nostra civiltà la violenza,
il Cristo non sarà nato.

La fine e l’inizio Wisława Szymborska
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Ecco gli elmi dei vinti Bertolt Brecht
Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati
in piedi, di traverso e capovolti.
E il giorno amaro in cui voi siete stati
vinti non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui ve li
siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull’attenti
e avete cominciato a dire sì.

Il discorso sulla pace Jacques Prévert
Sul finire di un discorso di grande importanza
l’insigne statista esitando
su una bella frase assolutamente vuota
ci cade dentro
e impacciato la bocca spalancata
affannato
mostra i denti
e la carie dentaria dei suoi paciosi ragionamenti
scopre il nervo della guerra
il cruciale problema del denaro.

Il volto della pace Paul Éluard
Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba
e il più naturale è la testa dell’uomo.
L’amore della giustizia e della libertà
ha prodotto un frutto meraviglioso.
Un frutto che non marcisce
perché ha il sapore della felicità.
Che la terra produca, che la terra fiorisca
che la carne e il sangue viventi
non siano mai sacrificati.
Che il volto umano conosca
l’utilità della bellezza
sotto l’ala della riflessione.
Pane per tutti, per tutti delle rose.
L’abbiamo giurato tutti.
Marciamo a passi da giganti.
E la strada non è poi tanto lunga.
Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,
coglieremo alla svelta l’alba e la primavera
e prepareremo i giorni e le stagioni
a seconda dei nostri sogni.
La bianca illuminazione
di credere tutto il bene possibile.
L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.
L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso
dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.
Fertile fuoco dei grani delle mani e delle parole
un fuoco di gioia s’accende e ogni cuore si riscalda.
La vittoria si appoggia sulla fraternità.
Crescere è senza limiti.
Ciascuno sarà vincitore.
La saggezza è appesa al soffitto
e il suo sguardo cade dalla fronte come una
lampada di cristallo
la luce scende lentamente sulla terra
dalla fronte del più vecchio passa al sorriso
dei fanciulli liberati dal timore delle catene.
Pensare che per tanto tempo l’uomo ha fatto
paura all’uomo
e fa paura agli uccelli che porta nella sua testa.
Dopo aver levato il suo viso al sole
l’uomo ha bisogno di vivere
bisogno di far vivere e s’unisce d’amore
s’unisce all’avvenire.
La mia felicità è la nostra felicità
il mio sole è il nostro sole
noi ci dividiamo la vita
lo spazio e il tempo sono di tutti.
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.
Eravamo nel millenovecento diciassette
e conserviamo il senso
della nostra liberazione.
Noi abbiamo inventato gli altri
come gli altri ci hanno inventato.
Avevamo bisogno gli uni degli altri.
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa:
verso nostro fratello.
Colmeremo l’innocenza
della forza che tanto a lungo
ci è mancata
non saremo mai più soli.
Le nostre canzoni chiamano la pace
e le nostre risposte sono atti per la pace.
Non è il naufragio, è il nostro desiderio
che è fatale, e la pace inevitabile.
L’architettura della pace
riposa sul mondo intero.
Apri le tue ali, bel volto;
imponi al mondo di essere saggio
poiché diventiamo reali,
diventiamo reali insieme per lo sforzo
per la nostra volontà di disperdere le ombre
nel corso folgorante di una nuova luce.
La forza diventerà sempre più leggera

respireremo meglio, canteremo a voce più alta.

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 13 aprile 2022 

martedì 12 aprile 2022

VERSI D'ALTRI E ALTRI VERSI Poesie per la Pasqua


La Pasqua è il culmine del Triduo pasquale, centro e cuore di tutto l’anno liturgico. È la festa più solenne della religione cristiana che prosegue con l’Ottava di Pasqua e con il tempo liturgico di Pasqua che dura 50 giorni, inglobando la festività dell’Ascensione, fino alla solennità della Pentecoste. Presso gli ebrei la Pasqua (Pesach) era in origine legata all'attività agricola ed era la festa della raccolta dei primissimi frutti della campagna, a cominciare dal frumento. Altre feste, solo per ricordarle, erano la Festa delle Settimane, che celebrava la raccolta del grano ai primi di giugno, e la Festa dei Tabernacoli, cioè della vendemmia, a settembre.
In seguito, la Pasqua diventa la celebrazione annuale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù, significato che si aggiunse all’altro, come ricordo della fuga dall’Egitto e del fatto che con il sangue degli agnelli si fossero dipinti gli stipiti delle porte affinché l’angelo sterminatore, come dice la Bibbia,passandodaquellecaserisparmiasseprimogeniti.
Ancora oggi, la cena pasquale presso gli Ebrei si svolge secondo un preciso ordine detto Seder. Ci si nutre di cibi amari per ricordare l’amarezza della schiavitù egiziana e la stupore della libertà ritrovata.
Per celebrare la Pasqua gli israeliti al tempo di Gesù ogni anno si recavano a Gerusalemme. Anch’egli vi si recava. La sua morte avvenne, infatti, in occasione della pasqua ebraica. Egli per i cristiani è l’agnello pasquale che risparmia dalla morte, il pane nuovo che rende nuovi (cfr 1Cor 5,7-8)

Dopo la morte in Croce, la sepoltura di Gesù fu una operazione provvisoria, in quando essendo ormai un’ora serale e si approssimava con il tramonto il Sabato ebraico, in cui è noto era proibita qualsiasi attività, il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo candido e deposto nel sepolcro nuovo scavato nella roccia, appartenente a Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio, ma ormai seguace di Gesù. Trascorso il Sabato, in cui tutti osservarono il riposo, Maria di Magdala, Maria di Cleofa e Salome, completarono la preparazione dei profumi e si recarono al sepolcro di buon’ora per completare le unzioni del corpo e la fasciatura; lungo la strada dicevano tra loro, chi poteva aiutarle a spostare la pesante pietra circolare, che chiudeva la bassa apertura del sepolcro, che era composto da due ambienti scavati nella roccia, consistenti in un piccolo atrio e nella cella sepolcrale; quest’ultima contenente una specie di rialzo in pietra, su cui veniva deposto il cadavere. Quando arrivarono, secondo i Vangeli, vi fu un terremoto, un angelo sfolgorante scese dal cielo, si accostò al sepolcro fece rotolare la pietra e si pose a sedere su di essa; le guardie prese da grande spavento caddero svenute. Ma l’Angelo si rivolse alle donne sgomente, dicendo loro: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Proseguendo con il racconto del Vangelo di Matteo, le donne si allontanarono di corsa per dare l’annunzio ai discepoli.

Voglio raccontare la Pasqua con i versi più famosi della poesia italiana e internazionale.

Primavera 1938 – Bertolt Brecht

Oggi, domenica di Pasqua, presto
Un’improvvisa tempesta di neve
si e’ abbattuta sull’isola.
Tra i cespugli verdeggianti c’era neve. Il mio ragazzo
mi ha portato verso un piccolo albicocco attaccato alla casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
puo’ cancellare
il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo un sacco
sopra all’albero tremante di freddo.

Pasqua – Ada Negri

E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april  l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

Dall’uovo di Pasqua – Gianni Rodari

Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: ‘Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio’.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
‘Viva la pace,
abbasso la guerra’.


Ho Sentito il Battito del Tuo Cuore! – Madre Teresa di Calcutta

Ti ho trovato in tanti posti, Signore.
Ho sentito il battito del tuo cuore
nella quiete perfetta dei campi,
nel tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota,
nell’unità di cuore e di mente di un’assemblea
di persone che ti amano.
Ti ho trovato nella gioia,
dove ti cerco e spesso ti trovo.
Ma sempre ti trovo nella sofferenza.
La sofferenza è come il rintocco della campana
che chiama la sposa di Dio alla preghiera.
Signore, ti ho trovato nella terribile
grandezza della sofferenza degli altri.
Ti ho visto nella sublime accettazione
e nell’inspiegabile gioia di coloro
la cui vita è tormentata dal dolore.
Ma non sono riuscito a trovarti
nei miei piccoli mali e nei miei banali dispiaceri.
Nella mia fatica ho lasciato passare inutilmente
il dramma della tua passione redentrice,
e la vitalità gioiosa della tua Pasqua è soffocata
dal grigiore della mia autocommiserazione.
Signore, io credo. Ma aiuta la mia fede.


Resurrezione Gabriele D’Annunzio
Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!

È Pasqua Cesare Zavattini
Anche il sole stamane
è arrivato per tempo,
anzi con un leggero anticipo.
Anche io mi sento buono,
più buono del solito.
Siamo tutti un po’ angeli oggi
mi pare quasi di volare
leggero come sono.
Esco di casa canticchiando,
voglio bene a tutti.

David Maria Turoldo, Per il mattino di Pasqua

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
anche al ricco dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

Carlo Betocchi, La Pasqua dei poveri

Forse per noi che non abbiam pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.

Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.

Andrea Zanzotto, Dietro il paesaggio

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.


Gesù – Giovanni Pascoli

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.

Egli si assise, all’ombra d’una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.

Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.

Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste;

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio  Giuda bisbigliò veloce-
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:

Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi

-No-, mormorò con l’ombra nella voce,
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.


Pasqua – Guido Gozzano

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.



La Resurrezione di Alessandro Manzoni

È risorto: or come a morte
La sua preda fu ritolta?
Come ha vinto l’atre porte,
Come è salvo un’altra volta
Quei che giacque in forza altrui?
Io lo giuro per Colui
Che da’ morti il suscitò,

È risorto: il capo santo
Più non posa nel sudario;
È risorto: dall’un canto 10
Dell’avello solitario
Sta il coperchio rovesciato:
Come un forte inebbriato
Il Signor si risvegliò.

Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che, dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi ristè:

Tale il marmo inoperoso,
Che premea l’arca scavata
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l’anima tornata
Dalla squallida vallea,
Al Divino che tacea;
Sorgi, disse, io son con Te.

Che parola si diffuse
Tra i sopiti d’Israele!
Il Signor le porte ha schiuse!
Il Signor, l’Emmanuele!
O sopiti in aspettando,
È finito il vostro bando:
Egli è desso, il Redentor.

Pria di Lui nel regno eterno
Che mortal sarebbe asceso?
A rapirvi al muto inferno,
Vecchi padri, Egli è disceso:
Il sospir del tempo antico,
Il terror dell’inimico,
Il promesso Vincitor.

Ai mirabili Veggenti,
Che narrarono il futuro,
Come il padre ai figli intenti
Narra i casi che già furo,
Si mostrò quel sommo Sole,
Che, parlando in lor parole,
Alla terra Iddio giurò;

Quando Aggeo, quando Isaia
Mallevaro al mondo intero
Che il Bramato un dì verria;
Quando assorto in suo pensiero,
Lesse i giorni numerati,
E degli anni ancor non nati
Daniel si ricordò.

Era l’alba; e, molli il viso,
Maddalena e l’altre donne
Fean lamento sull’Ucciso;
Ecco tutta di Sionne
Si commosse la pendice,
E la scolta insultatrice
Di spavento tramortì.

Un estranio giovinetto
Si posò sul monumento:
Era folgore l’aspetto,
Era neve il vestimento:
Alla mesta che ’l richiese
Diè risposta quel cortese:
È risorto; non è qui.

Via co’ palii disadorni
Lo squallor della viola:
L’oro usato a splender torni:
Sacerdote, in bianca stola,
Esci ai grandi ministeri,
Tra la luce de’ doppieri,
Il Risorto ad annunziar.

Dall’altar si mosse un grido:
Godi, o Donna alma del cielo;
Godi; il Dio, cui fosti nido
A vestirsi il nostro velo,
È risorto, come il disse:
Per noi prega: Egli prescrisse,
Che sia legge il tuo pregar.

O fratelli, il santo rito
Sol di gaudio oggi ragiona;
Oggi è giorno di convito;
Oggi esulta ogni persona:
Non è madre che sia schiva
Della spoglia più festiva
I suoi bamboli vestir.

Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor, negato al fasto
Di superbe imbandigioni,
Scorra amico all’umil tetto,
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.

Lunge il grido e la tempesta
De’ tripudi inverecondi:
L’allegrezza non è questa
Di che i giusti son giocondi;
Ma pacata in suo contegno,
Ma celeste, come segno
Della gioia che verrà.

Oh beati! a lor più bello
Spunta il sol de’ giorni santi;
Ma che fia di chi rubello
Torse, ahi stolto! i passi erranti
Nel sentier che a morte guida?
Nel Signor chi si confida
Col Signor risorgerà.

Eremo Rocca S. Stefano martedì  12 aprile 2022

 

lunedì 11 aprile 2022

COPIA INCOLLA : Un Guarnieri del Gesù detto anche “Cannone “ dal suo proprietario Niccolò Paganini

Il "Guarneri del Gesù" detto anche il Cannone è il violino di Niccolò Paganini (1782-1840), costruito a Cremona nel 1743 dal liutaio Bartolomeo Giuseppe Guarneri (1698-1744) detto 'del Gesù.

Paganini probabilmente lo ricevette in dono nel 1802 a Livorno e lo predilesse tra tutti gli strumenti che possedeva, chiamandolo affettuosamente "il mio cannone violino" per la pienezza del suono.

Bartolomeo Giuseppe Guarneri, detto "del Gesù" (Cremona, 21 agosto 1698 – Cremona, 17 ottobre 1744), è stato un liutaio italiano, oggi considerato il liutaio più illustre e forse più quotato insieme ad Antonio Stradivari.

L'aggiunta del soprannome "del Gesù" è dovuta alla sua abitudine di firmare i suoi strumenti, all'interno della cassa armonica, con la sigla IHS.

I suoi violini, a differenza di quelli prodotti dallo Stradivari, hanno un suono armonico ma potente, non a caso il virtuoso violinista Niccolò Paganini lo usò quale strumento personale determinando la rivalutazione di un liutaio fino ad allora ritenuto secondario. Uno dei maggiori violinisti contemporanei, Uto Ughi, utilizza un Guarneri del Gesù nei suoi concerti.

Il “ Cannone “ usato da Paganini e pervenuto fino a noi è uno strumento unico, perché le sue parti principali sono giunte intatte fino a noi ed il suo valore è accresciuto dal prestigio del celebre proprietario. La vernice è ancora quella originale e, nella parte terminale della tavola armonica, reca il segno dell'uso da parte di Paganini che, come tutti i suoi contemporanei, suonava senza usare la mentoniera, poggiando il mento direttamente sullo strumento.

Il Cannone divenne un eccezionale partner per i virtuosismi di Paganini che, grazie anche alla straordinaria estensione delle dita della mano sinistra, sviluppò nuove tecniche violinistiche sfruttando al massimo le potenzialità dello strumento.

Niccolò Paganini, secondo una precisa disposizione testamentaria, lasciò il Cannone alla sua città natale, Genova, "onde sia perpetuamente conservato".

Il violino, insieme con altri cimeli paganiniani, dal 1851 si trova a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, e sul suo stato di conservazione vigila una commissione di esperti, tra i quali Mario Trabucco, violinista incaricato di suonarlo periodicamente, e Bruce Carlson, liutaio conservatore.

Famosi violinisti si sono esibiti con il Cannone in concerti in Italia e all'estero, tuttavia rimane un privilegio riservato al vincitore del Concorso Internazionale di violino 'Premio Paganini', suonare il prezioso strumento il 12 ottobre in occasione delle Celebrazioni Colombiane.

Il violino del grande virtuoso e compositore genovese Niccolò Paganini rientra fra i più importanti strumenti musicali nella storia della musica occidentale. Lo stato di conservazione è eccezionale, grazie soprattutto al fatto che dopo la morte del violinista (avvenuta nel 1840) venne suonato di rado. Lo strumento, secondo gli studiosi, accompagnò Paganini dal 1802 sino alla morte ed egli vi si affezionò a tal punto da chiamarlo "il mio cannone violino" per le sue prodezze acustiche. Riteniamo che la maggior parte del logorio visibile sullo strumento sia da attribuire a quello provocato dallo stesso Paganini nell'arco della sua brillante carriera. Il ‘Cannone’ divenne un eccezionale partner per i virtuosismi del musicista che sviluppò nuove tecniche violinistiche sfruttando al massimo le potenzialità dello strumento. Paganini influenzò molti musicisti, non solo violinisti, sia della sua epoca che delle generazioni successive tra i quali si possano menzionare i pianisti Franz Liszt e Robert Schuman.

'Mezzo' prediletto per l’interpretazione musicale di Paganini, questo prezioso violino fu costruito nel 1743 da Bartolomeo Giuseppe Guarneri, più tardi conosciuto come Giuseppe Guarneri 'del Gesù'. Oggi questo liutaio viene considerato, insieme al suo concittadino e contemporaneo Antonio Stradivari, uno dei massimi esponenti della gloriosa scuola cremonese di liuteria che ebbe inizio nella prima metà del '500, con la cristallizzazione della forma del violino da parte di Andrea Amati. Paganini, nel suo testamento redatto nel 1837, tre anni prima della morte, precisò: "Lego il mio violino alla Città di Genova onde sia perpetuamente conservato." Una semplice frase, facile di concetto, ma piena di insidie. Chiunque si occupi di conservazione di strumenti si troverà a confrontarsi con due priorità difficilmente conciliabili: quella di conservare gli oggetti per le generazioni future, rallentandone per quanto possibile il degrado ed il logoramento e quella di rendere la collezione accessibile e fruibile ai costruttori, musicisti, appassionati, studiosi, visitatori e, in sintesi, alla società attuale. É indispensabile giungere ad elaborare una politica conservativa che salvaguardi i due aspetti. Inoltre ai rischi e ai danni derivanti dall’utilizzo si devono aggiungere quelli connessi, e direi inevitabili, legati al trasporto dello strumento.

È noto a chiunque si occupi di strumenti ad arco – costruttori, restauratori e musicisti – che l’utilizzo continuo dello strumento richieda una serie altrettanto continua di piccoli riparazioni, aggiustamenti e messe a punto – che possano portare a graduale e spesso irreversibile modifiche delle parti originali cancellando l’evidenza storica e generando uno strumento progressivamente sempre più reinventato. La scelta di aver effettuato il “recupero storico” del ‘Cannone’ va interpretata come una delle chiavi per equilibrare la politica di conservazione e di utilizzo dello strumento, nell’ottica di esporre il violino di Paganini nella sua rinnovata veste più fedele all’aspetto originario, quando fu consegnato alla città di Genova.

Il “recupero storico”, che ha avuto riscontri lusinghieri da parte dei musicisti, è vano se non viene supportato da un cambiamento radicale nel concepire l’utilizzo dello strumento. Infatti l’aspettativa da parte del pubblico di ascoltare il suono dello strumento non va perseguita a tutti costi, ma va indirizzata scegliendo accuratamente le occasioni più congeniali e prendendo alcune precauzioni necessarie per la buona conservazione dello strumento.

Negli ultimi anni è maturata la necessità, sempre più importante, di conoscere a fondo lo stato di salute di questo prezioso violino. Solo con dei dati precisi, rilevati con rigoroso metodo scientifico, sarà possibile capire come si comporta il violino all’interno o all’esterno della teca nelle diverse condizioni di utilizzo o di conservazione.

È chiaro che il comportamento di uno strumento musicale nel corso della propria esistenza per molti aspetti è ancora sconosciuto e che, grazie alle tecnologie moderne è possibile acquisire elementi che diano la possibilità di operare nelle migliori condizioni sia per l’esposizione che per la conservazione degli strumenti ad arco, inoltre ogni strumento rappresenta un caso a sé. Proprio per i motivi sopraindicati ci siamo avvalsi della collaborazione del dott. Gabriele Rossi Rognoni, curatore del Museo degli Strumenti Musicali della Galleria dell’Accademia di Firenze e del prof. Marco Fioravanti, docente dell’Università degli Studi di Firenze - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali e Forestali: insieme a loro è stato sviluppato un progetto di monitoraggio e analisi più approfonditi del comportamento del ‘Cannone’ nelle diverse situazioni al fine di conservare e comprendere al meglio questo prezioso documento storico vivente.


Fonte : http://www.paganini.comune.genova.it/violi_guarneri_filosofia.htm


Eremo Rocca S. Stefano lunedì 11 aprile 2022


 








BIBLIOFOLLIA : STORIE DI LIBRI PERDUTI

Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.” … “Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno.”

Così scrive Carlos Ruiz Zafòn in “L'ombra del vento “ .Ogni libro possiede un'anima . I libri non ci appartengono mai. Hanno una vita propria e un loro compito specifico. Anche se tutti non sono d'accordo.

Infatti “ non ci sono dati certi, ma secondo la AIE (Associazione Italiana Editori) su 262 milioni di volumi stampati ogni anno (dati del 2005) l’invenduto è del 35%, ossia una montagna di 75 milioni di volumi. Nei siti ambientalisti e presso le associazioni attive nella lotta allo spreco (ad esempio, www.greenreport.it) questa cifra è equiparata senza ulteriori mediazioni a quella della macerazione, ma l’analisi dovrebbe essere svolta a un livello di maggior sottigliezza, perché se è vero che il destino finale dell’invenduto sta, o prima o dopo, nella macerazione, è altrettanto vero che il cammino è lungo e prevede una serie di passaggi (secondo mercato a metà prezzo, vendita a stock, ecc.).

Va poi tenuto presente che nei calcoli dell’invenduto forniti dall’AIE entrano anche i volumi editi da case editrici di dimensioni tanto piccole da non riuscire a presentare i propri prodotti tramite il sistema di distribuzione libraria organizzata a livello nazionale. Una realtà, questa, caratterizzata da un’eterogeneità e da una dispersione tali da rendere incerte le statistiche basate su aggregati complessi. Basta pensare che lo stesso numero delle case editrici scende da più di 8.814, se si assume la ragione sociale delle aziende registrate, sino a poco più di 2.900, se si escludono quelle che in realtà sono emanazione di aziende, fondazioni, enti con altre finalità, o che hanno una produzione occasionale, ecc. Ed ancora: gli editori che hanno una presenza organizzata sul mercato (pubblicano almeno un titolo al mese, hanno un piano editoriale, una distribuzione in libreria e almeno 100 titoli commercialmente vivi in catalogo) sono solo 1.016.Indicativamente, si può fare riferimento alle dichiarazioni rese da responsabili aziendali di alcune grandi case editrici (per il resto restie a informare il pubblico su un dato “rischioso” a livello di immagine, perché in definitiva enfatizza un dato negativo della propria attività) che indicano nel 5-6% la quota di macerazione “strutturale” dei libri da parte delle grandi aziende editoriali (vedi intervista al direttore della Hoepli).A queste cifre, quali esse siano, vanno comunque aggiunti i dati relativi alla macerazione dei libri diffusi nelle edicole, un settore distributivo che non entra nei calcoli dell’AIE pur essendo di notevole entità. Sebbene in calo rispetto al successo del 2002 (44,2 milioni di copie di libri), e 2003 (60 milioni di copie), nel 2007 sono stati diffuse nelle edicole 45 milioni di copie, con 432 titoli (erano 988 nel 2006).In definitiva, non è possibile allo stato attuale indicare una cifra realistica della macerazione di libri, sebbene si possa sicuramente affermare il suo essere costituita da grandi cifre.Alla macerazione di testi operata dalle case editrici va poi aggiunta quella messa in atto dalle 12.000 biblioteche complessivamente presenti sul territorio italiano. Anche questa una realtà difficilmente quantificabile in termini assoluti. Si può comunque farsene un’idea valutando la situazione di Milano, le cui 23 biblioteche comunali, che detengono un patrimonio di 480 mila volumi, hanno scartato complessivamente circa 79 mila libri nel 2008 (da notare che i volumi in uscita superano quelli in entrata: nello stesso periodo sono stati, infatti, acquistati dalle stesse biblioteche solo 36 mila testi cartacei). A Torino le 17 biblioteche civiche, che custodiscono più di 1 milione 400 mila documenti, nel 2008 hanno acquisto 79 mila volumi, ma ne hanno congelato in un magazzino altri 60 mila destinati al macero.Come ultimo elemento di questo complesso quadro vanno calcolati gli effetti della crisi economica in atto, che aggiungono una quota congiunturale alla macerazione strutturale prodotta dall’ordinario sistema distributivo. Il fallimento di grandi case editrici, come Editori Riuniti o Meltemi (per citare solo le più grandi), si conclude con un’ulteriore uscita dal mercato di una quantità di volumi calcolabile in centinaia di migliaia.

I costi ecologici del riciclaggio

La quantità di libri destinati alla macerazione supera di gran lunga le necessità della filiera del riciclaggio. Secondo il Comieco (Consorzio nazionale per la raccolta e il recupero degli imballaggi a base cellulosica) e l’Unionmaceri (l'associazione rappresenta le aziende del recupero della carta), l’offerta della carta da macero ha ormai superato la domanda dell'industria cartaria nazionale, tanto che l'Italia è divenuto un Paese esportatore netto di questa materia seconda. Secondo le associazioni di categoria ben 150 mila tonnellate di carta derivanti dalla raccolta differenziata e destinata al riciclo giacciono nei depositi. Bisogna poi notare che dal punto di vista ecologico la macerazione non è a residuo zero, dato che, anzi, ogni chilo di carta riciclata produce circa 400 grammi di scarti tra pulper e fanghi di cartiera. Infine, dal punto di vista della gestione aziendale, va sottolineata la quantità di obblighi formali che accompagnano la macerazione: in base alla normativa, è necessario per prima cosa inviare una comunicazione all'agenzia delle entrate e alla guardia di finanza specificando: prezzo di acquisto, valore ricavabile dal riciclo, il giorno e l'ora previsti per la macerazione e la ditta incaricata a farlo. E prima di sancire la definitiva morte delle copie invendute la legge sul diritto di autore prevede che questi sia avvisato e abbia la possibilità di acquistare le copie alle stesse condizioni che avrebbe l'editore se le avviasse al macero. E’ comprensibile che in queste condizioni complessive la scelta di mandare libri al macero non offra alcun vantaggio economico per gli editori, ma che anzi si traduca spesso in un costo aggiuntivo (il trasporto dei volumi all’azienda di macerazione) giustificato solo con la necessità di razionalizzare gli stock per ridurre i costi di magazzino.

La macerazione dei libri in Lombardia

Nella macerazione dei libri, la Lombardia batte per la quantità l'Emilia Romagna, il Piemonte e il Lazio messi assieme, e vale come mercato quanto 8-9 regioni del Centro-Sud. In termini assoluti i volumi stampati in Lombardia si aggirano annualmente attorno ai 125 milioni sul totale nazionale di 262 milioni. Nel 2009 i libri venduti a Milano sono stati il 19,9% del totale del mercato italiano (era il 20% nel 2008). E’ una percentuale di non molto superiore a quella di Roma, in cui la percentuale dei libri venduti sul totale italiano è 14,9% nel 2009 (nel 2008 il 15,3%). Nello stesso anno i libri venduti in Lombardia (compreso il Canton Ticino) sono stati il 30,9% del totale (erano il  29,4% nel 2008). E’ una percentuale doppia rispetto a quella del Lazio: 16,6% nel 2009, con un leggero calo dall’anno precedente 17,3%. Nel 2009 le opere prodotte a Milano sono state 22 mila. Includendo la Lombardia si arriva a 24 mila, ovvero al 39,1% di quelle pubblicate in Italia. La tiratura dei titoli editi in Lombardia è il 54,2% di quella italiana. Al 31 gennaio 2010 a Milano città operavano 943 editori, a Roma 1059; la Lombardia ne ha 1727, il Lazio 1315. (Mondadori, Rcs, Gruppo Mauri-Spagnol, Feltrinelli rappresentano quasi il 55% del mercato).”(1)

Il macero è un’operazione che consiste nel distruggere carte o libri non più vendibili.

La carta è un materiale riciclabile perché composto di cellulosa, e cioè una materia che può essere sottoposta a molteplici cicli di lavorazione. Stiamo parlando di uno dei primi materiali sottoposti a riciclaggio  nella storia industriale. Il materiale riciclato non è di qualità inferiore, esso può essere infatti utilizzato per produrre carta di alta qualità.

Anche la carta rientra nel problema della gestione dei rifiuti. Dall’articolo di Veronica Ulivieri In forte sofferenza il mercato del riciclo della carta pubblicato il mese di marzo del 2018 su «La Repubblica.it», possiamo constatare quanto sia complessa la gestione di un materiale riciclato che fino al gennaio del 2018 era in gran parte assorbito dal mercato cinese. L’Italia, infatti, fino ad allora esportava un terzo della carta riciclata e in seguito la importava come cartone da imballaggio e carta grafica. Chiuse le frontiere cinesi, la conseguenza immediata è stato il crollo del 70% del prezzo della carta riciclata. Le cartiere adibite alla gestione della carta da macerare e riciclare si sono ritrovate con un’eccedenza ingestibile. Il problema viene contenuto con un sempre maggiore utilizzo di carta riciclata e con l’apertura di nuovi stabilimenti.

Perché i libri vanno al macero

I libri non sempre trovano spazio nelle librerie. Del resto sarebbe impossibile mettere in scaffale una pur minima parte dei troppi libri pubblicati ogni anno. Quando i libri vanno nelle librerie, cioè in quei luoghi deputati alla loro vendita, ci restano per un tempo limitato: dai due ai nove mesi, a seconda della loro vendibilità. Solo in casi eccezionali i libri restano in libreria oltre una manciata di mesi. È il caso, ad esempio, dei classici, di quei libri, cioè, che per qualità e storia sono, in teoria, vendibili per un tempo non delimitato.

Quando un libro ha cessato la sua esistenza estemporanea, e cioè quando, dopo pochi mesi, non vende più ed è un prodotto “morto” per il mercato editoriale, l’editore si trova di fronte a diverse possibilità:

1 – mercato dei remainders: il libro, ormai non più in commercio, fisicamente esiste ancora in un numero variabile di copie che costituisce la giacenza di magazzino. L’editore immette queste giacenze nel circuito dei remainders: i libri sono venduti in librerie specializzate con uno sconto anche fino al 70% o 90% del prezzo di copertina;

2 – blocchi di libri fuori commercio vengono venduti per cifre irrisorie a stockisti e a bancarelle dell’usato;

3 – l’autore, avvertito dall’editore che il libro è fuori commercio e che ci sono giacenze di magazzino, ha l’opportunità di acquistarne tutte o una parte con uno sconto significativo. Tale procedura, che precede il macero, in genere è prevista da contratto perché l’autore deve avere diritto a acquistare copie del suo libro prima della distruzione (fonte http://scrittorincausa.blogspot.com/2011/11/il-macero.html);

4 – l’ultima possibilità è il macero: da questo processo l’editore non ricava nulla, ma è una scelta inevitabile perché c’è bisogno di liberare spazio e ridurre le spese di magazzino.(2)

Fonte

  1. http://soslibri.diogenemagazine.eu/home/il-progetto

  2. https://www.bwtraduzioni.it/perche-i-libri-vanno-al-macero-e-come-evitarlo/


Eremo Rocca S. Stefano lunedì 11 aprile 2022

 

domenica 10 aprile 2022

DIARIO DEL CERCHIO IL RUMORE DEI PASSI : UN MODO NUOVO DI ABITARE LA CITTA’ ( Seconda parte )

 

Abbiamo detto che la città è un organismo complesso che nel tempo si è andato modificando. Il modello della città come punto di aggregazione di relazioni, di scambi economici ( il mercato, le fiere ,le associazioni dei mestieri ) che per secoli l’ha caratterizzata tende oggi ad incrinarsi per motivi sociali, culturali , ambientali. E’ per questo che le città potrebbero assumere un nuovo ruolo perché potrebbero essere le incubatrici di risposte e soluzioni a problemi come quelli ambientali, a problemi rappresentati dalla diversa composizione della popolazione dovuta all’immigrazione e a un modo anche di contrastare le nuove povertà, i conflitti sociali, i problemi legati al diritto ad un’abitazione adatta alle proprie esigenze .

Il Green new deal europeo potrebbe insieme al Next Generation Eu aprire una nuova stagione di vita alle città . Una vita alternativa o per lo meno più vicina alle esigenze di quanti vi riconoscono valori culturali e identità. A partire dal racconto che non deve essere né ignorato , né sottovalutato che della città fanno i luoghi : centri storici, quartieri, tipologie edilizie piazze, viali, giardini.

Il paesaggio urbano è quello che è. Nella prospettiva della “ rigenerazione” urbana bisogna tenere conto dell’esistente e dove possibile preservarlo, conservarlo e valorizzarlo. Dove non è possibile occorre innovare. Ma il vero innovamento è quello della funzionalità, naturalmente guardando ai processi in atto che determinano cambiamenti. La rigenerazione come strumento e come processo deve in questo momento di passaggio allungare lo sguardo per offrire nuove funzioni alla città e nuove opportunità di vita a quanti ora la frequentano ,visto come si sono messe le cose ma soprattutto a quanti vorrebbero continuare a viverci o tornare a viverci, creando anche un canale di comunicazione tra i centri storici e le periferie , restituendo a quest’ultime la dignità di città nuova, città satellitare, città parte della città.

La città allora in questo senso deve contribuire al riequilibrio del territorio ,al superamento dei quartieri del disagio urbano. Malgrado queste anticipazione sulla rigenerazione urbana rimane sempre una domanda di fondo : che cosa potrà e dovrà significare la rigenerazione urbana. Sicuramente una serie di scelte ,programmi e processi per renderla innanzitutto città attrattiva. Poi fermare il consumo del suolo,recupero del patrimonio edilizio, restituzione dei punti di aggregazione ai quartieri ( teatri, cinema, librerie, biblioteche ,balere ecc.) scomparsi per far posto a supermercati e ristoranti.

Soprattutto l’uso del patrimonio edilizio pubblico e privato in abbandono deve dare una casa a tutti ,promuovere una nuova urbanizzazione delle aree male urbanizzate ,creare servizi per permettere insediamenti che ricompongano una società cittadina con un particolare sguardo al verde urbano .Parchi,alberature,giardini a ttraverso anche una “ forestazione urbana” che permetta di piantare alberi e non solo di abbatterli perché vecchi o malati quando va bene e quando va male di vederli abbattersi a causa delle intemperie su tutto e tutti evitando danni mortali solo per buona sorte ( 1 )

Rigenerazione urbana significa anche attenzione agli spazi pubblici: strade ,piazze, porticati che sono luoghi di prossimità essenziali alle abitazioni . Una città che si riavvia a rimodulare il proprio ruolo ,la propria funzione. Una città che proprio per questo va incontro a pericoli come per esempio la “ deregulation edilizia” contenuta per esempio nel Decreto semplificazione . Nuove norme e nuovi piani che rischiano di deviare la rigenerazione a favore di interessi speculativi.

Un esempio per tutti è quello che in nome dell’innovazione e della prestazione energetica si prevede di demolire e ricostruire edifici aumentandone i volumi : a dispetto dell’esistente. ( 2 )

Scrive The vision :“ La segregazione urbana è spesso considerata un fattore fondamentale della crisi delle città, legato all’idea di ghetto e ai quartieri popolari stigmatizzati. Quei quartieri sono la cosiddetta cintura delle metropoli: le periferie. A forte concentrazione di immigrati, come spiega la sociologa Annick Magnier nel suo libro Sociologia dei sistemi urbani, la mancanza di coesione sociale nel rapporto tra città e periferie si presenta come un ostacolo primario all’integrazione stessa. La questione italiana interessa ben 15 milioni di abitanti che vivono in quartieri suburbani dove convivono con insediamenti formali e informali: 28mila persone di etnia rom e 600mila migranti a cui è stato negato lo status di rifugiati politici abitano in edifici che per il 20% risultano essere in pessime condizioni. A dirlo è la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza e degrado di città e periferie, che stima inoltre a 650mila le famiglie che attendono un’abitazione pubblica, in ragione delle 49mila case popolari occupate abusivamente o finite nella mani della criminalità organizzata e adibite a luoghi di spaccio e ricettazione. Territori ai margini della società, che negli anni sono stati argomento di discussione nei vari programmi di governo. A partire dall’esecutivo Renzi, la cui “messa in sicurezza” delle periferie – cui alludeva il Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie del 2016 – ha messo sì a disposizione delle città metropolitane fondi per tale scopo, ma senza dar vita a una dimensione strutturale, seppur piccola, dei programmi di rigenerazione urbana e di riqualificazione. Un’esperienza estemporanea, legata al tempo del finanziamento, è anche quella che prevedeva un investimento di 25 miliardi in 10 anni per la rigenerazione delle periferie italiane, suggerita dalla Commissione d’inchiesta e mai applicata dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. (…)  L’Istat ha calcolato che a livello nazionale, nei capoluoghi abitano più di 9,5 milioni di persone, di cui oltre un terzo alloggia in quartieri dove il disagio economico è più evidente. La forte presenza di famiglie vulnerabili, si deve a molteplici fattori: da quello reddituale, alla presenza di giovani al di fuori dei percorsi di studio, di formazione o lavoro. Tra queste pieghe di disperazione e povertà si infiltra la criminalità organizzata, la quale costruisce contesti relativamente protetti e fornisce occupazione (in settori come droga, prostituzione e ricettazione) in grado di sostituire la presenza dello Stato. (3 )

E’ di questi giorni (05/02/2021 ) la notizia del via libera da parte della Conferenza unificata all’attuazione del decreto che individua 5.518 piccoli comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti che rientrano nelle tipologie della legge 158/2017 ( legge Realacci )e che sulla base di tale decreto potranno beneficiare di finanziament per una serie di tipologie di lavori.

Tra le misure principali previste nella legge Realacci:

-         diffusione della banda larga e misure di sostegno per l’artigianato digitale;

-         semplificazione per il recupero dei centri storici in abbandono o a rischio spopolamento anche per la loro conversione in alberghi diffusi;  

-         interventi di manutenzione del territorio con priorità per la tutela dell’ambiente e la prevenzione del rischio idrogeologico;

-         messa in sicurezza di strade e scuole e interventi di efficientamento energetico del patrimonio edilizio pubblico;

-         acquisizione e riqualificazione di terreni e edifici in abbandono; 

-         possibilità di acquisire case cantoniere da rendere disponibili per attività di protezione civile, volontariato, promozione dei prodotti tipici locali e turismo;

-         realizzazione di itinerari turistico - culturali ed enogastronomici e di mobilità dolce;

-         possibilità di acquisire binari dismessi e non recuperabili all’esercizio ferroviario, da utilizzare come piste ciclabili;

-         dotazione dei servizi più razionale ed efficiente, possibilità per i centri in cui non ci sono uffici postali di pagare bollette e conti correnti presso gli esercizi commerciali;

-        facoltà di istituire, anche in forma associata, centri multifunzionali per la fornitura di una pluralità di servizi, in materia ambientale, sociale, energetica, scolastica, postale, artigianale, turistica, commerciale, di comunicazione e sicurezza, nonché per attività di volontariato e culturali;

-         interventi in favore dei cittadini residenti e delle attività produttive insediate nei piccoli comuni;

-         promozione delle produzioni agroalimentari a filiera corta e del loro utilizzo anche nella ristorazione collettiva pubblica.

I piccoli comuni secondo la classificazione adottata dalla legge sono circa il 70% dei 7.978 comuni italiani e comprendono oltre il 50% del territorio nazionale. Ci vivono oltre 10 milioni di cittadini, il 16,51% della popolazione italiana. Qui vengono prodotti il 93% delle DOP e degli IGP accanto al 79% dei vini più pregiati. ( 4 )

Dunque una città diversa  .Scrive Lorena di Maria nel dicembre 2020 su Labsus.org: “Immaginate una città dove spazi abbandonati e dimenticati riprendono vita. Una città nella quale fabbriche dismesse e centri commerciali in disuso, negozi sfitti e spazi pubblici si trasformano in luoghi aperti alla cittadinanza. Proprio qui nascono nuove attività culturali, artistiche e musicali, sorgono orti urbani, mercatini e aree per il gioco. Pensate ora a una comunità di cittadini che ogni giorno si prende cura di questi spazi e che, con impegno, ne garantisce il futuro. Potremmo dire che “è troppo bello per essere vero”, ma in molte città d’Italia, d’Europa e del mondo, questa è già realtà. Così le città si stanno reinventando, attraverso una rigenerazione urbana dove gli usi temporanei scommettono sul provvisorio, sull’imprevisto e sull’impermanente, diventando catalizzatori capaci di offrire nuove soluzioni per riprogettare lo spazio urbano.”

Una città in cui “l’urbanistica tattica “ ci permette di reinventarla. Infatti continua Lorena di Maria : “Sono sempre più numerose le iniziative che vedono la collaborazione tra cittadini attivi e Amministrazione attraverso la cura condivisa e la gestione dei beni comuni per la rigenerazione urbana. Mike Lydon e Antony Garcia, fondatori di Street Plans, parlano di “short term action, long term change” (Lydon, Garcia, 2015), ovvero azioni di breve termine che sono capaci di generare un cambiamento nel lungo periodo. Gli interventi di urbanistica tattica, a differenza del riuso temporaneo, si concentrano prevalentemente all’interno dello spazio pubblico, alla scala di quartiere: ne sono protagoniste piazze, strade e intersezioni che, tramite la riappropriazione o la ri-progettazione, vengono trasformate da luoghi dominati dall’asfalto e dal traffico in spazi verdi, di inclusione e innovazione.

Tra le esperienze raccolte e analizzate nel lavoro di tesi emerge il “Parking Day”, evento mondiale dove parcheggi a pagamento, grazie ai cittadini, rinascono come parchi pubblici temporanei oppure i “Pavement to Plaza”, che, attraverso la colorazione della pavimentazione ed economici arredi urbani, restituiscono a pedoni e ciclisti uno spazio non più congestionato e trafficato; infine, l’esperienza delle “Guerrilla Gardening” che, con il loro motto “trasformiamo il cemento in fiori”, mettono in atto piccoli atti dimostrativi considerati “attacchi verdi” per salvare angoli delle città dal degrado.

Si tratta nella maggior parte dei casi di progetti economici che mirano a coinvolgere e ispirare i cittadini per migliorare la vivibilità e contribuire alla salute, alla felicità e al benessere di tutti e tutte.

In questo senso si pone anche la “ mobilita urbana sostenibile” che è un “ modello di sistema di trasporto a disposizione di persone e merci in grado di soddisfare al meglio le esigenze di spostamento massimizzandone efficacia e accessibilità e al tempo stesso riducendo al minimo gli impatti ambientali.”

Il contenuto e il confine di questo concetto sono notevolmente mutati nel corso negli ultimi anni, e ancora di più nell’ultimo anno, perché mutate sono le condizioni di contorno e le ragioni di spostamento presenti e future. Per i 3,5 miliardi di persone che vivono attualmente nelle città del mondo, la mobilità è una questione essenziale legata alla sussistenza, ai servizi e alla vita sociale. Le città sono inoltre destinate a crescere fino ad accogliere quasi il 70% della popolazione terrestre entro metà secolo, una sfida che fra gli altri anche il settore dei trasporti deve affrontare e superare. Al tempo stesso, il 25% delle emissioni di gas serra in Europa derivano dal settore dei trasporti. Decarbonizzare il sistema dei trasporti pubblici e privati e ridurne le emissioni è considerata da anni una delle principali armi di mitigazione contro i cambiamenti climatici. Secondo il Piano europeo di azione per il clima, le emissioni di CO2 si devono ridurre del 33% al 2030, fino a raggiungere le emissioni zero al 2050. Per il settore dei trasporti, questo significa passare dai 100 milioni t/anno di CO2 attuali a 77 milioni t/anno in 10 anni. La gestione della mobilità urbana sostenibile costituisce una sfida importate per le aree urbane. Piani e politiche devono soddisfare il fabbisogno di spostamento di persone e beni, mantenere la qualità della vita, favorire l’attività economica e migliorare la qualità ambientale.” (5)

Il successo di un sistema integrato di mobilità urbana sostenibile sta però anche nel coinvolgimento attivo dei cittadini nelle decisioni pubbliche, nell’ascoltare con loro le problematiche e nel disegnare insieme le soluzioni. La partecipazione, anche nella sfera dei trasporti, è un elemento imprescindibile per creare un sistema flessibile, adeguato alle esigenze e capace di essere sfruttato.”

Una cittadinanza attiva anche attraverso un governo della città più vicino ai cittadini . Infatti la domanda che le nuove città dovrebbero porre è : “È possibile rideclinare il concetto di cittadinanza attraverso l’utilizzo di pratiche proprie della democrazia partecipativa e dell’Amministrazione condivisa? Il livello di governo più vicino ai cittadini può rappresentare a tutti gli effetti il luogo adatto per sviluppare modalità di partecipazione “nuove” e volte a una sempre maggiore inclusione degli stranieri? Partendo dall’assunto che il momento elettorale non rappresenta l’unica modalità di partecipazione alla vita politica del Paese, la mia tesi ha l’obiettivo di mettere in luce come non solo i cittadini formali, ma anche gli stranieri residenti possano essere inclusi in tutti quei processi che, considerandoli “cittadini attivi“, possono contribuire a renderli partecipi alla vita della comunità. ( 6 )

“La Città agìta“ è un libro che racconta una “ città inedita e dinamica. Inedita, perché gli spazi in gioco sono spesso interstiziali o di margine, anche se non mancano nel testo riflessioni sul contributo che simili pratiche potrebbero apportare alla riattivazione di importanti patrimoni pubblici – come quelli demaniali, ad esempio. Dinamica, perché, nonostante le difficoltà dei mercati immobiliari e la paralisi delle politiche pubbliche urbane e territoriali, si assiste alla produzione di nuovo spazio collettivo – nella forma di community gardens e piazze attrezzate al posto di aree parcheggio e lotti abbandonati, oppure centri culturali, luoghi aggregativi e co-working in fabbriche dismesse ecc. –, ad integrazione ed estensione dello spazio pubblico più tradizionalmente progettato, e per azione di alleanze inaspettate, dove ritroviamo, a livelli diversi, Terzo settore, gruppi informali, privato profit, attore pubblico.” Gli autori in definitiva dicono : “Tornando al titolo del libro, ci sembra di poter tracciare una traiettoria futura per invitare le politiche pubbliche a ragionare in modo strategico sulla città come Bene comune. L’uso transitivo del verbo “agire”, declinato a participio passato nel titolo, è analogo all’inglese acting out, che nella psicoanalisi viene impiegato con il significato di “esprimere sentimenti repressi o inconsci in comportamenti palesi”. La città agìta è forse anche la città di un inconscio collettivo, che non trovando spazio di rappresentazione pubblica, palesa bisogni, desideri e immaginari futuri nell’azione diretta di cura e riuso dello spazio? Questa domanda aprirebbe al ruolo dei Beni comuni anche come domanda di città. Si può allora partire da questi per integrare politiche e pratiche e “riprendersi la città” collettivamente?” ( 7 )


( 1) vedi decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del 9 ottobre 2020

(2 ) art. 10 della legge 120 del 11/09/2020 ( conversione in legge del decreto “ Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale ) che prevede una deregulation totale agli strumenti di gestione della città,sia al DPR 380 del 2001 ( che regola l’edilizia ) sia delle normative urbanistiche e degli standard urbanistici previsti daol Decreto 1444/68 ( che garantiscono la presenza di spazi verdi ,parcheggi e servizi ai quartieri ).

( 3 ) The Vision .it


( 4 ) Scrive Andrea Scarchilli – Ufficio stampa Istituto Nazionale di Urbanistica: “ Ermete Realacci, oggi presidente della Fondazione Symbola, da presidente della Commissione Ambiente della Camera nella scorsa legislatura promosse la legge riuscendo a ottenerne l’approvazione. Per tre legislature i tentativi si erano arenati al Senato, dopo i sì di Montecitorio. Oggi Realacci riconosce l’importanza del decreto della Conferenza unificata perché è un passo in avanti “pur in forte ritardo. Non dobbiamo tuttavia nascondere il fatto che i finanziamenti sono molto limitati, parliamo di 160 milioni di euro complessivi”. Il mondo dal 2017 è cambiato e l’emergenza sanitaria ha come accennato posto ancora più in evidenza le potenzialità dei piccoli Comuni. Ritiene Realacci che oltre ad aumentare le risorse a disposizione occorra oggi più di ieri “attivare la politica che quella legge proponeva, ovvero tutte quelle azioni che servono a mantenere o a dotare i borghi dei servizi necessari. Lo spirito della legge è quello di guardare ai piccoli Comuni non come a un piccolo mondo antico da accompagnare verso una morte indolore ma come a una scommessa su un’Italia che fa l’Italia, su un’economia più a misura d’uomo”. La battaglia di Realacci per i borghi è persino ventennale, risale almeno a quando da presidente guidava Legambiente. Istituì una giornata dedicata proprio ai piccoli comuni e ama ricordare che in occasione di quella del 2002 ricevette un messaggio del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Questi borghi, questi paesi rappresentano un presidio di civiltà. [...] Sono parte integrante, costitutiva della nostra identità, della nostra Patria. Possono essere un luogo adatto alle iniziative di giovani imprenditori. L'informatica e le tecnologie possono favorire questo processo. [...] Può diventare anche questa grande avventura un'opportunità da cogliere”. Il promotore della legge ne vede sintetizzati i cardini proprio nel messaggio di Ciampi. Li elenca: “Identità del Paese, innovazione tecnologica e opportunità per i giovani. Sembra scritto oggi. La legge del 2017 mira proprio a promuovere una visione per la quale i piccoli comuni non vanno sostenuti in nome di ragioni umanitarie ma come una scommessa che chiama in causa le tecnologie. Quindi più risorse e attivare gli strumenti, i servizi. A oggi è passato solo lo stop alla chiusura degli uffici postali nei borghi”.

(5)Elisa Torricelli Come rendere più sostenibile la mobilità urbana https://www.lenius.it/mobilita-urbana-sostenibile/

( 6 ) https://www.labsus.org/2020/12/rideclinare-la-cittadinanza/ “Rideclinare la cittadinanza” Inclusione, partecipazione e uguaglianza sostanziale di Benedetta Montigiani 6 Dicembre 2020

( 7 ) La città agìta Nuovi spazi sociali tra cultura e condivisione di Roberto Albano - Alfredo Mela - Emanuela Saporito 20 Luglio 2020 https://www.labsus.org/2020/07/la-citta-agita/

Eremo Rocca S. Stefano domenica  10 aprile 2022