Per mezzo dei suoi messaggeri, Dio ha preparato l’umanità,
nel corso di una lunga storia, alla venuta di suo Figlio e alla rivelazione
della salvezza da lui portata. Partendo dal popolo di Israele, il suo amore
redentore doveva estendersi a tutti gli uomini. È il motivo per cui Gesù ha
chiamato i Dodici a formare il nucleo del popolo definitivo di Dio e li ha
fatti suoi collaboratori. Sono stati incaricati di vincere il potere del male,
di guarire e di salvare gli uomini che avessero creduto al loro messaggio.
Solo una piccola parte del popolo di Israele ha creduto in
Gesù e in quelli che egli ha mandato. Dopo la sua risurrezione, Gesù ha di
nuovo mandato i suo discepoli e accresciuto la loro missione e i loro poteri.
Da allora gli inviati di Dio si recano presso tutti i popoli per offrire agli
uomini il perdono di Dio e la vita nuova.
Ma non vi è che una piccola parte dell’umanità che ha
sentito l’offerta divina e ha trovato la fede nell’amore di Dio e nella sua
salvezza. Oggi che sono state smascherate le ideologie moderne del razionalismo
e del nazionalismo, del fascismo e del socialismo, che si sono rivelate false
dottrine di salvezza, si è operata una nuova apertura per il Vangelo presso
molti popoli e molti uomini. E noi cristiani siamo tenuti, in modo nuovo, a
portare la nostra testimonianza al nostro prossimo: per mezzo della nostra
preghiera e del nostro impegno personale. Da questa testimonianza dipende non
solo l’avvenire dell’umanità, ma anche quello della comunità ecclesiale ed il
destino di ogni cristiano.
Dal libro del profeta Amos
(Am 7,12-15)
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene,
veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai
profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del
re ed è il tempio del regno».
Amos rispose ad Amasìa e disse:
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va', profetizza al mio popolo Israele».
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni ( Ef 1,3-14)
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l'ha riversata in abbondanza su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
facendoci conoscere il mistero della sua volontà,
secondo la benevolenza che in lui si era proposto
per il governo della pienezza dei tempi:
ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra.
In lui siamo stati fatti anche eredi,
predestinati - secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà -
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità,
il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto,
avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava
loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio
nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di
calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete
partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero,
andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per
loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti
demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

L’odierna pagina evangelica presenta l’invio in missione dei Dodici
da parte di Gesù. Il testo presenta le disposizioni di Gesù ai discepoli prima
del loro invio (Mc 6,7-11), quindi uno stringato resoconto della loro attività
missionaria (Mc 6,12-13). Trova dunque realizzazione ciò che era stato
preannunciato al momento della costituzione del gruppo dei Dodici. Quando cioè,
chiamati a sé quelli che lui stesso voleva e aveva scelto (Mc 3,13), Gesù “ne
costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e anche per
mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14-15). Gli
inviati a predicare e a far retrocedere il male curando e guarendo sono dunque
coloro che Gesù stesso ha chiamato. La missione non è frutto dell’iniziativa personale,
non è espressione del protagonismo del credente che si inventa avventuriero
della fede o che intende “salvare il mondo” con le sue buone ed eroiche
intenzioni e disposizioni. Il missionario è un chiamato: quindi dev’essere
anzitutto una persona obbediente alla parola del Signore, disposto a rinnovare
la propria chiamata giorno per giorno con l’ascolto quotidiano della parola di
Dio. La missione dice dunque riferimento fondante a Colui che invia, prima
ancora che rapporto con i destinatari dell’annuncio. Solo così la missione
potrà essere sacramento della presenza e della venuta del Signore. Altrimenti
sarà una mera manifestazione del protagonismo umano che, anche quando si
esprime con maniere spirituali o pastorali, è in realtà profondamente mondano.
Il nostro testo specifica che i discepoli sono inviati “a due a due” (Mc
6,7). Il missionario non è un avventuriero isolato. Non solo egli agisce in
obbedienza a un mandato, a nome di una chiesa, ma svolge la sua missione
insieme ad altri. Il testo suppone il fatto che in due ci si può proteggere
meglio da pericoli. Qoelet suggeriva che è “meglio essere in due che uno solo”
(Qo 4,9). Inoltre essere in due dona saldezza alla testimonianza: nell’AT una
testimonianza, per essere valida, si deve basare su almeno due testimoni (Nm
35,30; Dt 17,6; 19,15). Ma soprattutto quel non essere soli, bensì due (o più),
è importante perché così si può vivere la relazione, la comunione e la
carità. La vita insieme degli inviati, la loro carità, la qualità della
loro relazione, sono già testimonianza missionaria che rende presente Cristo a
coloro che essi incontrano. La missione non consiste anzitutto in attività, in
un fare per gli altri, ma in una relazione, improntata a comunione e carità,
tra gli stessi missionari. La fraternità degli inviati è la prima testimonianza
che certifica la bontà del loro andare e annunciare. Inoltre, essere insieme in
un viaggio missionario produce tensioni, mette a dura prova la propria capacità
di sopportazione, di accoglienza, di ascolto, di rispetto, e dunque è ciò che
può concretamente cambiare le persone. La relazione umana è elemento che aiuta
il movimento di conversione reale del missionario: altrimenti, che credibilità
può avere chi predica conversione agli altri e la trascura per sé? Prima
dimensione costitutiva dell’invio in missione è dunque la fraternità
che gli inviati sono chiamati a vivere.
Gesù inoltre, “dava loro potere sugli spiriti impuri” (Mc 6,7). Che
significa? Semplicemente che l’inviato, restando legato al suo Signore con la
fede e con l’ascolto obbediente della sua parola, può lasciar agire in lui la
potenza stessa del suo Signore e dunque, instaurando relazioni autentiche con
chi incontra, spandere benedizione. Nulla di magico o di scontato in quel
potere che Gesù conferisce ai suoi: se infatti, questo invio è coronato da
successo (“Essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano
molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”: Mc 6,12-13),
altre volte essi falliranno e mostreranno di non essere all’altezza del compito
ricevuto (Mc 9,18).
Le disposizioni che accompagnano l’invio (Mc 6,8-9) sono estremamente
rigorose e mostrano che una seconda dimensione che riempie di contenuto la
missione, oltre alla fraternità, è la povertà. Se sono rivolte ai
Dodici, in realtà esse delineano anche i tratti perenni dell’azione missionaria
della chiesa. E l’opera di annuncio del vangelo destinato anzitutto ai poveri
deve svolgersi con sobrietà e povertà di mezzi. Il mezzo è
già messaggio, e come potrebbe il vangelo rivolto a poveri, sofferenti e ultimi
come destinatari privilegiati, essere annunciato con dispiegamento di mezzi e
opere grandiose, ed essere affidato a messaggeri ricchi e potenti? Non sarebbe
questa un’ipocrisia da parte dei missionari e un’umiliazione inflitta ai
destinatari? Gesù “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che
un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma di calzare sandali e
di non portare due tuniche” (Mc 6,9).
Se è vero che il rigore delle direttive di Gesù è tale che Gerolamo afferma
che i discepoli sono mandati “pressoché nudi”, tuttavia occorre sottolineare
che queste direttive (che riguardano la missione all’interno della terra di
Israele) erano realmente praticabili, sicché la povertà e la precarietà in cui
sono posti gli inviati non può essere elusa con interpretazioni simboliche o
edulcorate. Gesù situa la missione cristiana all’interno del radicalismo
evangelico. La povertà dei missionari fa emergere il fatto che la missione
ha il suo senso non nel “conquistare anime” o nel far proseliti, ma nell’essere
segno del Dio che viene e nell’avere come protagonista e soggetto il
Risorto stesso. Senza essere legge da applicare sempre e dovunque o modello da
copiare, le rigorose direttive missionarie dicono un’esigenza perenne della
missione della chiesa: ogni epoca dovrà riformulare le forme della povertà
della missione. Certo, quando Paolo si imbarcherà e viaggerà in nave per
raggiungere la terra europea, dovrà maneggiare denaro e pagare il biglietto …
Ma l’istanza di sobrietà e povertà rimane.
Pienamente parte di questa povertà è il fatto che Gesù non proibisce il
superfluo, ma il necessario, ciò che potrebbe rendere la missione più
efficiente, rapida, produttiva: provviste di cibo nella bisaccia, denaro nella
borsa per far fronte a eventuali emergenze e bisogni che insorgessero. Gesù
proibisce di avere due tuniche, ovvero di avere con sé la veste di riserva per
il domani, proibisce il pane, il cibo povero per eccellenza. Decisamente, il
punto di vista di Gesù non è quello dell’efficacia operativa! Al tempo stesso,
la redazione marciana di questo discorso di Gesù contiene due “concessioni” che
non si trovano nel più rigoroso testo parallelo di Matteo: il bastone e i
sandali (Mc 6,8-9). In Matteo entrambi non sono permessi: “né sandali, né
bastone” (Mt 10,10). Il bastone serve per sorreggersi mentre si guada un
ruscello, per difendersi da un animale, per accompagnare il passo del cammino e
i sandali proteggono la pianta dei piedi dai sassi, dai rovi, da altre insidie.
Ci si può legittimamente chiedere se questa concessione, strana all’interno di
un testo così radicale, non sia una maniera con cui il cammino degli inviati
del Signore Gesù viene assimilato al viaggio dei figli d’Israele che nella
notte pasquale hanno intrapreso l’esodo, il percorso di uscita dalla terra
egiziana. Si dice infatti in Es 12,11 dando indicazioni su come mangiare
l’agnello pasquale: “Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i
sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta” (Es 12,11). La
missione, dunque, come memoria dell’esodo, come cammino salvifico.
L’invio in missione crea dei testimoni: gli inviati stessi devono
far regnare su di sé le esigenze del vangelo. La loro stessa presenza dovrà
essere annuncio e trasparenza di colui che li ha inviati. La missione non dovrà
mai essere “contro”, anche quando gli inviati non saranno ascoltati o accolti
(Mc 6,11): chiedere conversione e far retrocedere il male operando il bene,
questo il loro compito (Mc 6,12-13). Dunque: proclamare le esigenze del
vangelo e testimoniarne la grazia. Né i missionari potranno avanzare
pretese o fare bizze, ma accetteranno l’ospitalità che verrà loro offerta (Mc
6,10). L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate, ma
colui che ha “i modi del Signore” (Didaché XI,8).
Il discorso di Gesù suppone inoltre la vulnerabilità degli inviati, il fatto
che la loro missione potrà incontrare ostacoli e fallire: gli inviati potranno
essere non ascoltati né accolti. La loro parola potrà non solo non convertire
ma anche suscitare un’alzata di spalle. È come se Gesù prevenisse gli inviati
avvertendoli di questa possibilità che dunque essi dovranno mettere in conto.
Né potranno scoraggiarsi o considerarsi falliti per questo. Il loro percorso
dovrà continuare e sempre riprendere. Non era forse questo il mandato che il
Signore aveva dato al suo profeta: quello di annunciare la volontà di Dio quale
che fosse la reazione, positiva o negativa, dei destinatari del messaggio?
“Ascoltino o non ascoltino – dice Dio ad Ezechiele – sapranno almeno che un
profeta si trova in mezzo a loro” (Ez 2,5). Potremmo parafrasare: ascoltino o
non ascoltino, sapranno almeno che in mezzo a loro vi è un annunciatore della
parola di Dio, un suo servo, un suo inviato. A quel punto il messaggio
dell’inviato è la sua stessa persona, è lui stesso. L’annunciatore diviene lui
stesso annuncio. L’evangelizzatore diviene lui stesso vangelo.
Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14626-con-i-modi-del-signore
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