domenica 11 luglio 2021

BIBLIOFOLLIA : Non solo per scherzo

 

Mark Twain in una strampalata novella racconta  di essere entrato  nella bottega del suo libraio di New York e di avergli domandato se era vero che  egli accordava un certo sconto  ai soci di una associazione a cui Twain apparteneva. E, avuto risposta affermativa, seguitò domandandogli di altre quattro associazioni  o istituzioni , di cui pure egli faceva parte e che avevano diritto ad altrettanti sconti. E il libraio regolarmente assentiva. E allora lo scrittore continuò:

- Sta tutto bene, ma io poi non sono il primo venuto, io sono Mark Twain ; non avrò io diritto ad un piccolo trattamento di favore?-

-E’ più che giusto, Signor Twain, sappiamo il nostro dovere.-

- Ma Voi dimenticate  chì io sono  vostro antico ed assiduo  avventore: dovreste solo  per questo darmi un piccolo soprasconto.-

- Anche questo è giusto Signor Twain.-

- E allora io prendo questo volume  (era un volume di due dollari, prezzo avanti guerra); fatemi il conto di quanto vi devo.-

-E’ fatto Signor Twain . Prenda pure il libro sono io che devo rifarle 12 cent-.

 

Un pastore anglicano  di campagna, avendo composto un sermone che aveva riscosso   molti applausi nella sua parrocchia, pensò di stamparlo. Andò a Londra da  noto tipografo  Bowyer. Questi accolse cortesemente il nuovo cliente , s’intese con lui  sul formato  e sui caratteri e quindi  chiese quante copie desiderava stampare.  Il bravo pastore rispose tranquillamente che essendoci in Inghilterra più di  10.000 parrocchie  e contando che ognuna di esse ne avrebbe comprato almeno un esemplare ma qualcuna più di uno si potevano stampare 30-35 mila copie.  Lo stampatore sorrise a fior di labbra e annuì. Qualche mese dopo , avendo l’autore chiesto l’esito della vendita vide con terrore giungere un estratto conto che gli chiedeva di pagare   il suo debito di 875 sterline  per spese di stampa delle 35 mila copie del sermone  e il compenso di 5 sterline per la vendita di 17 copie del sermone medesimo. Il povero pastore passò una brutta notte . Ma la mattina successiva si vide recapitare una lettera che diceva:” Caro signore, vi chiedo perdono dell’innocente scherzo  che mi sono permesso di farvi.  Io conoscevo meglio di voi qual’erano le possibilità di vendere le copie del vostro sermone per cui  al posto delle 35 mila richieste ne ho stampate soltanto cinquanta copie.  Del cui modesto prezzo ricavato mi permetto di farvi  dono per farmi perdonare della libertà che mi sono presa.”

 (Da Aneddoti bibliografici raccolti da Giuseppe Fumagalli , Casa Editrice Bietti, Milano, 1933)

Eremo Rocca S. Stefano  domenica 11 luglio 2021  

 

 

SETTIMO GIORNO XV Domenica del tempo ordinario

 


Per mezzo dei suoi messaggeri, Dio ha preparato l’umanità, nel corso di una lunga storia, alla venuta di suo Figlio e alla rivelazione della salvezza da lui portata. Partendo dal popolo di Israele, il suo amore redentore doveva estendersi a tutti gli uomini. È il motivo per cui Gesù ha chiamato i Dodici a formare il nucleo del popolo definitivo di Dio e li ha fatti suoi collaboratori. Sono stati incaricati di vincere il potere del male, di guarire e di salvare gli uomini che avessero creduto al loro messaggio.

Solo una piccola parte del popolo di Israele ha creduto in Gesù e in quelli che egli ha mandato. Dopo la sua risurrezione, Gesù ha di nuovo mandato i suo discepoli e accresciuto la loro missione e i loro poteri. Da allora gli inviati di Dio si recano presso tutti i popoli per offrire agli uomini il perdono di Dio e la vita nuova.

Ma non vi è che una piccola parte dell’umanità che ha sentito l’offerta divina e ha trovato la fede nell’amore di Dio e nella sua salvezza. Oggi che sono state smascherate le ideologie moderne del razionalismo e del nazionalismo, del fascismo e del socialismo, che si sono rivelate false dottrine di salvezza, si è operata una nuova apertura per il Vangelo presso molti popoli e molti uomini. E noi cristiani siamo tenuti, in modo nuovo, a portare la nostra testimonianza al nostro prossimo: per mezzo della nostra preghiera e del nostro impegno personale. Da questa testimonianza dipende non solo l’avvenire dell’umanità, ma anche quello della comunità ecclesiale ed il destino di ogni cristiano.

Dal libro del profeta Amos  (Am 7,12-15)
 
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno».
Amos rispose ad Amasìa e disse:
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va', profetizza al mio popolo Israele».

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni ( Ef 1,3-14)
 
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l'ha riversata in abbondanza su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
facendoci conoscere il mistero della sua volontà,
secondo la benevolenza che in lui si era proposto
per il governo della pienezza dei tempi:
ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra.
In lui siamo stati fatti anche eredi,
predestinati - secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà -
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità,
il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto,
avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.


 Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)
 
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

L’odierna pagina evangelica presenta l’invio in missione dei Dodici da parte di Gesù. Il testo presenta le disposizioni di Gesù ai discepoli prima del loro invio (Mc 6,7-11), quindi uno stringato resoconto della loro attività missionaria (Mc 6,12-13). Trova dunque realizzazione ciò che era stato preannunciato al momento della costituzione del gruppo dei Dodici. Quando cioè, chiamati a sé quelli che lui stesso voleva e aveva scelto (Mc 3,13), Gesù “ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e anche per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14-15). Gli inviati a predicare e a far retrocedere il male curando e guarendo sono dunque coloro che Gesù stesso ha chiamato. La missione non è frutto dell’iniziativa personale, non è espressione del protagonismo del credente che si inventa avventuriero della fede o che intende “salvare il mondo” con le sue buone ed eroiche intenzioni e disposizioni. Il missionario è un chiamato: quindi dev’essere anzitutto una persona obbediente alla parola del Signore, disposto a rinnovare la propria chiamata giorno per giorno con l’ascolto quotidiano della parola di Dio. La missione dice dunque riferimento fondante a Colui che invia, prima ancora che rapporto con i destinatari dell’annuncio. Solo così la missione potrà essere sacramento della presenza e della venuta del Signore. Altrimenti sarà una mera manifestazione del protagonismo umano che, anche quando si esprime con maniere spirituali o pastorali, è in realtà profondamente mondano.

Il nostro testo specifica che i discepoli sono inviati “a due a due” (Mc 6,7). Il missionario non è un avventuriero isolato. Non solo egli agisce in obbedienza a un mandato, a nome di una chiesa, ma svolge la sua missione insieme ad altri. Il testo suppone il fatto che in due ci si può proteggere meglio da pericoli. Qoelet suggeriva che è “meglio essere in due che uno solo” (Qo 4,9). Inoltre essere in due dona saldezza alla testimonianza: nell’AT una testimonianza, per essere valida, si deve basare su almeno due testimoni (Nm 35,30; Dt 17,6; 19,15). Ma soprattutto quel non essere soli, bensì due (o più), è importante perché così si può vivere la relazione, la comunione e la carità. La vita insieme degli inviati, la loro carità, la qualità della loro relazione, sono già testimonianza missionaria che rende presente Cristo a coloro che essi incontrano. La missione non consiste anzitutto in attività, in un fare per gli altri, ma in una relazione, improntata a comunione e carità, tra gli stessi missionari. La fraternità degli inviati è la prima testimonianza che certifica la bontà del loro andare e annunciare. Inoltre, essere insieme in un viaggio missionario produce tensioni, mette a dura prova la propria capacità di sopportazione, di accoglienza, di ascolto, di rispetto, e dunque è ciò che può concretamente cambiare le persone. La relazione umana è elemento che aiuta il movimento di conversione reale del missionario: altrimenti, che credibilità può avere chi predica conversione agli altri e la trascura per sé? Prima dimensione costitutiva dell’invio in missione è dunque la fraternità che gli inviati sono chiamati a vivere.

Gesù inoltre, “dava loro potere sugli spiriti impuri” (Mc 6,7). Che significa? Semplicemente che l’inviato, restando legato al suo Signore con la fede e con l’ascolto obbediente della sua parola, può lasciar agire in lui la potenza stessa del suo Signore e dunque, instaurando relazioni autentiche con chi incontra, spandere benedizione. Nulla di magico o di scontato in quel potere che Gesù conferisce ai suoi: se infatti, questo invio è coronato da successo (“Essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”: Mc 6,12-13), altre volte essi falliranno e mostreranno di non essere all’altezza del compito ricevuto (Mc 9,18).

Le disposizioni che accompagnano l’invio (Mc 6,8-9) sono estremamente rigorose e mostrano che una seconda dimensione che riempie di contenuto la missione, oltre alla fraternità, è la povertà. Se sono rivolte ai Dodici, in realtà esse delineano anche i tratti perenni dell’azione missionaria della chiesa. E l’opera di annuncio del vangelo destinato anzitutto ai poveri deve svolgersi con sobrietà e povertà di mezzi. Il mezzo è già messaggio, e come potrebbe il vangelo rivolto a poveri, sofferenti e ultimi come destinatari privilegiati, essere annunciato con dispiegamento di mezzi e opere grandiose, ed essere affidato a messaggeri ricchi e potenti? Non sarebbe questa un’ipocrisia da parte dei missionari e un’umiliazione inflitta ai destinatari? Gesù “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma di calzare sandali e di non portare due tuniche” (Mc 6,9).

Se è vero che il rigore delle direttive di Gesù è tale che Gerolamo afferma che i discepoli sono mandati “pressoché nudi”, tuttavia occorre sottolineare che queste direttive (che riguardano la missione all’interno della terra di Israele) erano realmente praticabili, sicché la povertà e la precarietà in cui sono posti gli inviati non può essere elusa con interpretazioni simboliche o edulcorate. Gesù situa la missione cristiana all’interno del radicalismo evangelico. La povertà dei missionari fa emergere il fatto che la missione ha il suo senso non nel “conquistare anime” o nel far proseliti, ma nell’essere segno del Dio che viene e nell’avere come protagonista e soggetto il Risorto stesso. Senza essere legge da applicare sempre e dovunque o modello da copiare, le rigorose direttive missionarie dicono un’esigenza perenne della missione della chiesa: ogni epoca dovrà riformulare le forme della povertà della missione. Certo, quando Paolo si imbarcherà e viaggerà in nave per raggiungere la terra europea, dovrà maneggiare denaro e pagare il biglietto … Ma l’istanza di sobrietà e povertà rimane.

Pienamente parte di questa povertà è il fatto che Gesù non proibisce il superfluo, ma il necessario, ciò che potrebbe rendere la missione più efficiente, rapida, produttiva: provviste di cibo nella bisaccia, denaro nella borsa per far fronte a eventuali emergenze e bisogni che insorgessero. Gesù proibisce di avere due tuniche, ovvero di avere con sé la veste di riserva per il domani, proibisce il pane, il cibo povero per eccellenza. Decisamente, il punto di vista di Gesù non è quello dell’efficacia operativa! Al tempo stesso, la redazione marciana di questo discorso di Gesù contiene due “concessioni” che non si trovano nel più rigoroso testo parallelo di Matteo: il bastone e i sandali (Mc 6,8-9). In Matteo entrambi non sono permessi: “né sandali, né bastone” (Mt 10,10). Il bastone serve per sorreggersi mentre si guada un ruscello, per difendersi da un animale, per accompagnare il passo del cammino e i sandali proteggono la pianta dei piedi dai sassi, dai rovi, da altre insidie. Ci si può legittimamente chiedere se questa concessione, strana all’interno di un testo così radicale, non sia una maniera con cui il cammino degli inviati del Signore Gesù viene assimilato al viaggio dei figli d’Israele che nella notte pasquale hanno intrapreso l’esodo, il percorso di uscita dalla terra egiziana. Si dice infatti in Es 12,11 dando indicazioni su come mangiare l’agnello pasquale: “Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta” (Es 12,11). La missione, dunque, come memoria dell’esodo, come cammino salvifico.

L’invio in missione crea dei testimoni: gli inviati stessi devono far regnare su di sé le esigenze del vangelo. La loro stessa presenza dovrà essere annuncio e trasparenza di colui che li ha inviati. La missione non dovrà mai essere “contro”, anche quando gli inviati non saranno ascoltati o accolti (Mc 6,11): chiedere conversione e far retrocedere il male operando il bene, questo il loro compito (Mc 6,12-13). Dunque: proclamare le esigenze del vangelo e testimoniarne la grazia. Né i missionari potranno avanzare pretese o fare bizze, ma accetteranno l’ospitalità che verrà loro offerta (Mc 6,10). L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate, ma colui che ha “i modi del Signore” (Didaché XI,8).

Il discorso di Gesù suppone inoltre la vulnerabilità degli inviati, il fatto che la loro missione potrà incontrare ostacoli e fallire: gli inviati potranno essere non ascoltati né accolti. La loro parola potrà non solo non convertire ma anche suscitare un’alzata di spalle. È come se Gesù prevenisse gli inviati avvertendoli di questa possibilità che dunque essi dovranno mettere in conto. Né potranno scoraggiarsi o considerarsi falliti per questo. Il loro percorso dovrà continuare e sempre riprendere. Non era forse questo il mandato che il Signore aveva dato al suo profeta: quello di annunciare la volontà di Dio quale che fosse la reazione, positiva o negativa, dei destinatari del messaggio? “Ascoltino o non ascoltino – dice Dio ad Ezechiele – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro” (Ez 2,5). Potremmo parafrasare: ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che in mezzo a loro vi è un annunciatore della parola di Dio, un suo servo, un suo inviato. A quel punto il messaggio dell’inviato è la sua stessa persona, è lui stesso. L’annunciatore diviene lui stesso annuncio. L’evangelizzatore diviene lui stesso vangelo.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14626-con-i-modi-del-signore

Eremo Rocca S. Stefano domenica  11 luglio 2021

 

giovedì 8 luglio 2021

COLORARE I COLORI Il Trittico del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch



Animali immaginifici, demoni e chimere grottesche, paesaggi fantasy e scenari allucinati: sembrano scene da un film particolarmente riuscito, invece è un dipinto di fine Quattrocento. Il Giardino delle Delizie è un puzzle enorme e straripante di particolari diviso in tre pannelli, sul modello dei trittici in uso nelle chiese. Perché Bosch scelse questo formato per un’opera evidentemente di altro tenore? E che cosa raccontavano ai suoi contemporanei le sue incredibili visioni? Oltre i riferimenti all’Inferno e al Paradiso, un campo di simboli e possibili allegorie si distende a perdita d’occhio nell’opera del Maestro fiammingo.

Per celebrare i 500 anni dalla morte di Hieronymus Bosch è stato realizzato un sito interattivo che ha come protagonista il trittico del grande maestro fiammingo, Il Giardino delle delizie, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.

Il capolavoro di Bosch, di datazione incerta, è un’opera molto ambiziosa, ma soprattutto molto complessa per la sua ricchezza di simboli. Il dipinto formato da tre tavole, che rappresenta numerose scene bibliche, ha probabilmente lo scopo di descrivere la storia dell'umanità attraverso la dottrina cristiana medievale. Le tre scene del trittico aperto sono da analizzare in ordine cronologico da sinistra verso destra, per quanto anche su questo, non esiste la certezza di questa lettura.

Il sito, che cerca appunto di spiegare in maniera dettagliata il capolavoro, è stato realizzato da storici dell’arte e filemaker. Di facile fruibilità per l’utente, con menù a tendina, permette di navigare agevolmente nel dipinto, con la possibilità di ingrandire particolari e soprattuto di ascoltare un commento (in inglese e olandese) esplicativo di questa complessa opera.

E’ inoltre in fase di ultimazione un documentario dal titolo Touched by the devil che cercherà di rivelare i misteri di alcuni dipinti di Bosch. Nell’arco di cinque anni un team di ricercatori ha infatti visitato diversi musei tra cui il Louvre, il Prado e la National Gallery of Art di Washington per approfondire la pittura di Bosch. Sono state utilizzate tecniche moderne, quali raggi X e fotografia infrarossi e analisi ad ampio spettro per analizzare più in profondità la pittura di Bosch, in questo modo anche lo spettatore sarà in grado di guardare i lavori di Bosch con occhi differenti.(1)

(1)https://artemagazine.it/attualita/item/393-un-sito-interattivo-per-il-giardino-delle-delizie-di-bosch

La fonte più antica che parla di questo dipinto è la “Storia dell’ordine di San Girolamo” (1605) che indica il Trittico di Bosch con il titolo “Della gloria vana e del gusto effimero della fragola o corbezzolo”.
La fragola compare, in effetti, nel pannello centrale ma questo dipinto è sempre stato nominato da tutti il Giardino delle Delizie.

I pannelli esterni, visibili solo quando il Trittico del Giardino delle Delizie è chiuso, descrive la creazione del mondo.

Il mondo si presenta come una sfera trasparente in cui la parte inferiore sembra essere un liquido in ebollizione, mentre nella parte superiore Dio appare nell’atto della creazione.

La tavola di sinistra, in un paesaggio abitato da animali esotici, descrive la creazione di Eva davanti agli occhi di Adamo. Si tratta della rappresentazione della nascita della vita.

La scena della tavola centrale del Giardino delle Delizie è la descrizione dei piaceri e dell’amore. Lo spazio è occupato da una moltitudine di figure nude e rappresentate in qualsiasi posizione, mentre le architetture sono fantasiose, come ad esempio la costruzione che galleggia al centro di uno specchio d’acqua e che potrebbe simboleggiare la Fonte del Peccato.

La tavola di destra, invece, descrive orribili torture in un paesaggio cupo ma in cui gli strumenti musicali sono numerosi e spesso usati per infliggere sofferenze e dolore. Per questo la scena è stata definita un concerto demoniaco.

Scrive Antonella Mazzei  su il Cheos.com  : “Il “Giardino delle Delizie” di Hieronymus Bosch dà vita ad una nuova iconografia profana, che parte dal ricordo del Paradiso e della Creazione fino al presente umano ricco di lussuria e peccato che condurrà inesorabilmente all’unico futuro dell’Inferno. Nasce in questo modo il Trittico del Giardino delle Delizie che conduce l’uomo ad una riflessione su se stesso, mettendo a nudo la vera essenza dell’umanità. L’enigmatico trittico di Hieronymus Bosch è composto non solo da tre scompartimenti decorati, ma da due facce esterne che se chiuse concedono al fruitore un altro spettacolo artistico. L’artista raffigurò la Creazione del globo terrestre, in particolar modo quella del terzo giorno. Secondo lo studioso Tolnay, la scelta di quel giorno è specifica, è il giorno in cui ancora non esistono animali né uomini, solo forme di vita di tipo vegetale e minerale, è il giorno della fragilità dell’uomo raffigurato da una sfera trasparente.  La composizione è caratterizzata da colori spenti, monocromatici, con l’assenza del colore vero e proprio a testimonianza che in quel giorno ancora non c’era la luce del sole e della luna, perché non erano ancora state create. Per lo studioso Belting la scelta del monocromatico di questo panello è da contrapporsi al colore dell’interno: la contrapposizione tra il mondo prima di essere abitato dall’uomo e il passaggio successivo, il globo popolato da uomini e altre affascinanti creature. L’unica figura che popola la porzione dei pannelli chiusi è Dio. Hieronymus Bosch non crea la solita raffigurazione del Padre degli uomini, lo colloca in un angolo in alto a sinistra, in ginocchio, con una tiara in testa e il libro della Bibbia sulle ginocchia stesse. Tutto nella composizione, sia per i pannelli chiusi che aperti, è iperbolico.(…) Hieronymus Bosch raffigura gli uomini non con il solito gioco del chiaroscuro, ma con masse chiare che contrastano con ciò che li circonda. I colori dei corpi sono chiari, tranne che per l’ultima scena: gli uomini hanno un incarnato più scuro, tipicità dell’arte egizia. Per la creazione dell’uomo non usa il concetto della bellezza ideale. Ciò che più gli interessa è riempire ogni spazio con figure e dettagli, andando contro quindi “l’horror vacui”. Tutto ciò annulla ogni tipo di prospettiva geometrica, è soprattutto la massa dei corpi a dare l’idea di spazio. Si esclude che l’opera possa essere stata concepita per un ambiente religioso, probabilmente fu realizzato per Enrico III di Nassau, uomo colto e amatore d’arte.”(2)

(2) https://ilchaos.com/il-giardino-delle-delizie-di-hieronymus-bosch-nuova-iconografia-profana/

Il testo che segue  è tratto da “L’icona che delira” di Stefano Cristante (3  )  Edizione  Mimesis :

Di Hieronymus Bosch non è certo nemmeno l’anno di nascita. Pare si sia trattato del 1453, quando alla famiglia del pittore Anthonis Van Aken si aggiunse il neonato Jeroen. I Van Aken abitavano a s’Hertogenbosch, una florida cittadina del Brabante settentrionale, conosciuta anche come Den Bosch o Bois-Le-Duc o Bolduc: oggi è una ricca città olandese di circa 140 mila abitanti, facilmente raggiungibile da Amsterdam in auto in meno di un’ora e mezzo e da Bruxelles in meno di due ore. Lodovico Guicciardini, mercante con la passione della scrittura e discendente del più celebre Francesco, nel 1567 diede alle stampe Descrittione di Lodovico Guicciardini patritio fiorentino di tutti i Paesi Bassi altrimenti detti Germania inferiore. Questa la sua descrizione della città natale di Bosch.(…) Jeroen Van Aken apparteneva a una famiglia di pittori molto considerati: il nonno, Jan, è il certo autore dell’affresco di una Crocifissione datato 1444 della cattedrale di s’Hertogenbosch, e alcuni critici gli attribuiscono altre opere affrescate. Il padre di Jeroen, Anthonis, gestiva una rinomata bottega pittorica, che alla sua morte (1478) passò al figlio Goessen, maggiore di Jeroen di dieci anni. L’apprendistato di Bosch si svolse probabilmente ad Antwerpen, da cui sarebbe tornato alla fine degli anni ’70 del 1400 per sposare la ricca borghese Aleyt de Meervenne. La famiglia della sposa gli spalancò le porte della società benestante di s’Hertogenbosch, eliminando le preoccupazioni economiche dalla vita del pittore (il quale, nel frattempo, aveva adottato lo pseudonimo Bosch per sancire il suo distacco dalla famiglia d’origine e per omaggiare la sua città).

Tra il 1468 e il 1516 Bosch figura ripetutamente nei registri della Confraternita di Nostra Diletta Signora (la Madonna) come un adepto d’importanza o “notabel”, titolo attribuito solo circa a un centinaio di persone dell’alta borghesia cittadina. La Confraternita si occupava prevalentemente di opere di carità e di pratiche devozionali, ed ebbe un ruolo importante nell’apertura di case d’insegnamento ispirate dalla “devotio moderna” della Congregazione dei Fratelli della Vita Comune. Questo gruppo sorse dalle predicazioni di Jan van Ruysbroeck e del suo discepolo Geert Groote, fortemente polemici con gli eretici (in particolare con la setta degli Adamiti, propugnatori di un ritorno al cristianesimo puro e primitivo) e con il clero corrotto (si tratta insomma di un gruppo di riformatori precedenti Martin Lutero). Nell’ambito della Confraternita si ritiene che sia stato scritto il volume De Imitatione Christi, l’opera religiosa della letteratura cristiana occidentale più diffusa dopo la Bibbia. Tra il 1480 e il 1485 Erasmus da Rotterdam passò tre anni nella casa d’insegnamento della Confraternita di s’Hertogenbosch. Nel 1504, Bosch ricevette 36 “livres” per una tavola dipinta commissionata da Filippo il Bello, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I d’Asburgo. In quel periodo Bosch figura ripetutamente nei documenti contabili della sua città come grande contribuente.  Nel 1516, in data 9 agosto, i registri della Confraternita di Nostra Diletta Signora riportarono la morte di “Hieronymus Aken, alias Bosch, insignis pictor”.

Il trittico . Dal punto di vista materiale, il Trittico è un dipinto su supporto ligneo: aperto, misura 220 centimetri di altezza per 389 di larghezza (Figura 2). Il primo pannello, quello di destra (97 centimetri di larghezza), è chiamato La creazione di Eva (o Il Giardino dell’Eden). Quello centrale (195 centimetri di larghezza) dà nome all’intera opera: si tratta del Giardino delle delizie. Il pannello di sinistra (97 centimetri) è conosciuto come L’Inferno musicale. Chiuso (Figura 3), il Trittico ha una larghezza di 194 centimetri e presenta sulle ante esterne un quarto dipinto, da cui prende le mosse la lettura dell’intera opera: si tratta, secondo tutti gli specialisti, del Terzo giorno della creazione del mondo, un’immagine affascinante dipinta con la tecnica della grisaglia, cioè con sfumature a monocromo di bianco e grigio.

La breve scheda dedicata al Trittico del Giardino delle delizie nel sito del Museo del Prado avvisa che “è un’opera moralistica e una delle creazioni più enigmatiche, complesse e belle di Bosch, realizzata nell’ultimo periodo della sua vita. Fu acquistata nell’asta dei beni del priore don Fernando, figlio naturale del granduca di Alba, e fu portata da Filippo II all’Escorial nel 1593. Fa parte del deposito del Patrimonio Nazionale presso il Museo del Prado dal 1939.”

Le notizie sull’acquisizione spagnola del dipinto sono certe. La questione della datazione è invece più problematica, perché l’analisi dendrocronologica del supporto ligneo ha rivelato che si tratta di un reperto databile intorno al 1465. L’usanza del tempo era di far asciugare il legno per molti anni, solitamente anche più di dieci e talvolta venti. Tuttavia un singolo particolare del dipinto – un ananas, evidentemente importato in Europa dopo i primi viaggi transoceanici – conforta l’opinione degli studiosi che, in seguito a osservazioni stilistiche sui diversi periodi dell’arte di Bosch, datano il Trittico tra gli ultimi anni del 1400 e i primissimi anni del 1500. (4)

( 3  ) Che relazione c’è tra l’opera e il suo contesto sociale? Come si può individuare il nesso tra un’opera e il tempo in cui essa “accade”, che può anche essere molto distante da quello della sua realizzazione? 
A partire da questi interrogativi, Stefano Cristante analizza alcuni capolavori apparentemente senza tempo, come il Trittico delle delizie di Bosch e Il mercante di Venezia di Shakespeare, ed esplora i contorni sociologici delle pratiche artistiche ed esistenziali di menti irregolari come Walter Benjamin, Carmelo Bene e Hugo Pratt. Stefano Cristante insegna Sociologia della comunicazione e Sociologia della scrittura giornalistica all’Università del Salento. Si occupa principalmente di comunicazione politica e di sociologia dell’arte e della cultura. Per Mimesis ha pubblicato: Corto Maltese e la poetica dello straniero (2016), Andrea Pazienza e l’arte del fuggiasco (2017), Società low cost (2018). Dirige la rivista internazionale “H-ermes. Journal of Communication” e la collana “Public Opinion Studies” (Meltemi).

(4) https://www.indiscreto.org/i-misteri-del-trittico-delle-delizie/

Eremo Rocca S. Stefano giovedì  8 luglio 2021

 

SILLABARI : Ricostruzione

 Ricostruzione: una testimonianza. Aprile 2010Un anno di dolore, macerie e proteste. Ma anche di  speranza e voglia di  ricominciare.

 Riparto da  quelle diecimila  fiaccole della notte del 6 aprile 2010  per non dimenticare ma anche per trovare da quel ricordo la forza di andare ancora avanti a distanza di dieci anni e più da quell’evento. Avanti tra  ventimila palazzi danneggiati nel centro storico , avanti  al lavoro ancora per i prossimi dieci anni  stando ad alcune stime 2009 .Cinquantamila aquilani  senza le loro case con ospitalità a carico dello Stato.  4.500 cantieri autorizzati  e in via di realizzazione .Problemi  burocratici, lentezze, storture .  Diciannove newtown costruite a tempo di record . 184 inchieste giudiziarie avviate di cui almeno 150  potrebbero essere archiviate.

Scriveva  Paolo Viana:”Perché l’Aquila torni a volare servono almeno 297 milio­ni di euro. Tanto costerà ri­parare le case meno danneggiate e ripopolare almeno in parte la città devastata un anno fa dal ter­remoto. A fornirci questa stima, con quella punta di ritrosia che ben s’addice a un grand commis dei Lavori pubblici, è Gaetano Fontana, cui il Governatore del­l’Abruzzo, Gianni Chiodi, neo­commissario dell’emergenza ter­remoto, ha affidato la macchina della ricostruzione. « Non chiede­temi quanto costeranno le case B e C – premette –. Posso solo dire che i lavori per renderle agibili ammontano in media a 45.000 eu­ro » . E siccome al primo aprile le pratiche già autorizzate erano 6.600, il conto è presto fatto. Al preventivo, tuttavia, mancano – oltre agli immobili E ( i più dan­neggiati, 500.000 euro per rico­struirne uno) e a tutti i centri sto­rici, per intervenire sui quali sono appena uscite le linee guida – 2000 pratiche in attesa di completare l’iter, un numero imprecisato di appartamenti i cui proprietari non si sono ancora fatti vivi e le B e C degli altri 56 comuni del cra­tere.
Ciò detto, la ricostruzione legge­ra sconta mesi di ritardo e Fonta­na si trova a gestire scelte « altrui » , cioè assunte dalla Protezione ci­vile e dagli enti locali, che ora mo­strano la corda. Solo nel capoluo­go, ad esempio, per ottenere il rimborso dei lavori ( totale per la prima casa, 20% in meno e tetto di 80.000 euro per le altre) ogni pro­getto deve passare il vaglio di una filiera composta da Fintecna e da due consorzi di ingegneria, Reluis e Cineas: sui loro tavoli la rico­struzione leggera diventa pesan­tissima.”

 

L’Ordine degli ingegneri dell’Aquila parla di ' meccanismo infernale': i progetti sono smem­brati e affidati a centinaia di con­sulenti in giro per l’Italia e mentre negli altri comuni del cratere que­sto esame avviene negli uffici tec­nici ( con costi inferiori) qui i con­tenziosi fioccano. « La verità – ri­batte Riccardo Campagna del Ci­neas – e che c’è il via libera defi­nitivo per più di seimila pratiche e i ritardi dipendono dai profes­sionisti che non rispondono alle nostre richieste di chiarimento »

  Ma non è l’unico guazzabuglio. Prendiamo le fibre di carbonio: si usano per impacchettare pilastri e travi di cemento armato, per ren­derle antisismiche; in Umbria, nel ’ 97, quand’erano il non plus ultra della tecnologia, costavano 1.245 euro al metro quadrato. Nel defi­nire i rimborsi della ricostruzione aquilana, qualche generoso fun­zionario regionale ha confermato quel prezzo, incurante del fatto che in tredici anni il valore fosse sceso a 300 euro. Il Cineas l’ha de­nunciato, il Comune ha deciso di non pagare più questo prodotto quattro volte tanto ed è scoppia­to il finimondo: pratiche bloccate e accuse al vetriolo tra Regione e Comune.

  Paolo De Santis, presidente degli ingegneri aquilani, avverte che «le fibre di carbonio non sono l’uni­co pasticcio. Nel prezzario della Regione mancano i valori degli i­solatori sismici; sono datati quel­li del materiale per il conteni­mento energetico e degli infissi e­sterni, dei materiali fonoassor­benti e per la coibentazione; per non dire delle nuove tecnologie per il calcestruzzo... » . 
  « Pensano di affidare a o­gni professionista la determina­zione del prezzo, ma se fra qualche anno un magistrato chiedesse perché sullo stesso infisso sono stati applicati due valori, cosa suc­cederebbe?

 

Fin qui  le perplessità dunque di questo avvio di lavori .  Ma qual è la situazione un anno dopo il terremoto.Dopo il sisma del 6 aprile  di magnitudo 5,9 della scala Richter  ( con 308 vittime e 1.600 feriti) 67.459  aquilani sono stati assistiti  dalla Protezione Civile: 35.690  sistemati in 200 tendopoli ; 31.769 in hotel o case private. Nel giro di pochi giorni a l’Aquila sono arrivati 17.000 volontari. Un anno dopo sono ancora 4.300 le persone ancora negli alberghi  (sulla costa abruzzese o a L’Aquila) più 622 negli appartamenti del complesso della Scuola della Guardia  di Finanza di Coppito . 19.000 aquilani sono stati sistemati nelle abitazioni del Piano Case. Le tendopoli sono state chiuse a dicembre.

80.000 i sopralluogi  effettuati  per verificare le condizioni di sicurezza  dei fabbricati in Abruzzo; 32,1% gli edifici  risultati inagibili  del totale. Agibili  52,00%. Parzialmente o temporaneamente inagibili  il 15.9%. Tre milioni e cinquecentomila metri cubi di macerie ancora nel centro storico di L’Aquila.  Diciannove  come si diceva le new town  per ridare un tetto alle persone  rimaste senza casa dopo il terremoto.4.449 dunque il nuovi appartamenti costruiti  Possono ospitare  15.000 persone sono costati  792 milioni. 1.800 sono le villette realizzate in legno  già costruite che ospitano  3.300 persone  ( su 8.500 previste). Costo : 230 milioni. Sono 32 le scuole realizzate  in Abruzzo per sostituire quelle distrutte dal terremoto  o danneggiate. Costo 81 milioni. La Procura della Repubblica di L’Aquila ha inviato fino ad oggi  30 avvisi di garanzia.

Sono 4.950 le opere d’arte  salvate e messe in sicurezze  da chiese e palazzi gravemente danneggiati. Statue dipinti , sculture , oggetti sacri e liturgici sono stati recuperati  tra le macerie dai vigili del fuoco , dalle Soprintendenze, dalle forze dell’ordine e dai  350 volontari di Legambiente.

Ma è una lettera del Sindaco di L’Aquila al Commissario regionale  che quantifica  le somme già impegnate  secondo  le varie OO.PP.CC.MM. : 6 milioni di euro  per contribuire alle spese di traslochi   e deposito dei mobili per le case inagibili; 47 milioni  di euro per gli indennizzi  alle attività produttive bloccate  dal  sisma; 40 milioni di euro per il contributo  per i beni privati danneggiati o distrutti ; 15 milioni di euro per indennizzi e contributi   per le attività sociali, culturali e religiose;  30 milioni di euro per il contributo alle imprese  che hanno completato immobili destinati agli sfollati; 35 milioni di euro per contributi ai privati  che hanno ristrutturato immobili per riaffittarli  ai propri inquilini o per metterli nel mercato degli affitti; 3 milioni e 300 mila euro per pagare i proprietari che hhano dato abitazioni in affitto; 120 milioni di euro per i puntellamenti ,demolizioni ed opere di messa in  sicurezza  ( di cui 40 milioni urgentissimi), non essendoci più denari in cassa;  25 milioni di euro per  contributi alle case  “A” per esito di agibilità;  60 milioni di euro  per lavori alle case “B” e “C” con esito di agibilità; 108 milioni per contributi autonoma sistemazione  per un totale di 489.300.000 euro.

A fronte il 14 aprile  il presidente della Giunta regionale  Gianni Chiodi nonché Commissario al terremoto ha affermato  in una conferenza stampa  sul recupero della Chiesa di Santa Maria Paganica che i soldi per la ricostruzione ci sono  : 4 miliardi di euro  in tutto, due dei quali  della Cassa Depositi e prestiti che attendono di essere spesi.


Eremo Rocca S. Stefano  giovedì  8 luglio 2021