Nella storia, nel quotidiano più ordinario, il Dio eterno si fa prossimo dell’uomo. Attira la sua attenzione e gli invia dei “segni”: per esempio, facciamo l’esperienza inattesa del suo aiuto; incontriamo un uomo che testimonia di lui con forza. La sua preghiera ci coinvolge e noi “prendiamo gusto a essere con Dio”. Ascoltiamo la sua parola in modo nuovo. Scopriamo subito il suo intervento negli avvenimenti della nostra vita e scopriamo sempre più chiaramente il “filo conduttore”. Ma può accadere che talvolta percepiamo l’incontro con lui come una esigenza che ci disturba, che ci irrita e ci provoca. È necessario abbandonare la terra ferma, osar affrontare l’ignoto, forse cambiare.
E subito ricominciamo a fare questi ragionamenti: Perché dare un senso particolare a tale avvenimento? Non è piuttosto il caso a ordinare tutto, le leggi naturali come gli obblighi sociali? Perché prendere le elucubrazioni del nostro spirito come “messaggi di Dio”? Uno psicologo potrebbe spiegare meglio i diversi motivi delle nostre reazioni.
Il nostro io percepisce un rischio, e rifiuta, per pigrizia o per autodifesa. Peggio: la nostra vita prende allora una cattiva direzione.
Gesù viene nella sua città natale. L’interesse che suscita aumenta sempre di più. Il suo insegnamento suscita meraviglia. Da lui emana una saggezza indicibile. Ma molto presto l’attrattiva che egli esercita si altera: La gente è stupita: “Donde gli vengono queste cose? Non è costui il carpentiere?”, rampollo di una famiglia ordinaria? E trasmetterebbe una nuova dottrina? Annuncerebbe una esigenza?
Era certamente in gioco l’invidia. E soprattutto il “buon senso”.
È per questa ragione che i contemporanei di Gesù rifiutano di riconoscere l’azione di Dio nell’avvenimento. E non è tutto: deformano l’evento di Cristo e lo trasformano in “scandalo”, in una forza del male che spinge al peccato. Tale interpretazione “tenebrosa” finisce per rassicurarli, dopo una simile provocazione.
Ecco una tranquillità pagata molto cara! La fede in Dio e la redenzione in Gesù Cristo diventano inaccessibili. Invece, gli abitanti di Nazaret avrebbero dovuto rischiare di abbandonarsi. Soltanto colui che ha una relazione di intimità con il Redentore sarà salvato. Colui che si è blindato nell’autoconservazione rimane chiuso alla salvezza. E sospettare con cattiveria che l’attrazione di Cristo sia una tentazione contro Dio in realtà non fa che rassicurare il suo egoismo, per quanto “ragionevoli” possano apparire i suoi argomenti.
Dal libro del profeta Ezechièle ( Ez 2,2-5 )
In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io
ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell'uomo, io ti mando ai
figli d'Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me.
Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai
quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro:
"Dice il Signore Dio". Ascoltino o non ascoltino - dal momento
che sono una genìa di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in
mezzo a loro».
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi ( 2Cor
12,7-10)
Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina,
un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.
A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me.
Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta
pienamente nella debolezza».
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi,
nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo:
infatti quando sono debole, è allora che sono forte.
Dal Vangelo secondo Marco ( Mc 6,1-6)
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo
seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando,
rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza
è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di
Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era
per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra
i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma
solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro
incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.
Scrive Enzo Bianchi sul suo
blog : “ Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul
nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non
spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non
riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui
che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo
molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre
siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga.
Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano
miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li
riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non
raggiungono il loro fine.
Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera. Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).
E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.
A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica
né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in
evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde
la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai
tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue
mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha
autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda
che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza
è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”. Si
interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di
Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella
fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc 1,10; 3,29-30);
oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare
la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).
E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.
No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola. Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.
Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.
Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, impone
loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato
prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare
dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per
questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis).
Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche
fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei
presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti
agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía,
il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli
altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano!
In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta;
il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da
quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò
gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.
Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a curare, e neppure a fare il bene.
Eremo Rocca S. Stefano sabato 3 luglio 2021


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