Secondo il libro della Genesi l'uomo, in cui è immesso da Dio un soffio di vita che lo rende vivente, è preso e posto in un giardino «perché lo coltivi e lo custodisca». Qui germogliano altre creature e qui vengono creati gli animali, perché «non è bene che l'uomo sia solo» (Gen 2,18): l'uomo è veramente tale quando è in relazione, quando è in comunità, e gli animali - pure plasmati dalla terra vengono posti in relazione con lui che ad essi dà il nome, cioè li distingue, li individua come partners. C'è quindi co-creaturalità tra uomini e animali, tutti creati dalla terra, tutti destinati a vivere insieme, a dividere lo stesso spazio terrestre, e a morire insieme dopo una vita piena di relazioni. Uno stesso destino infatti legherà uomini e animali, i quali - dirà il saggìo Qohelet- avranno la medesima sorte; «Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra».
Il rapporto tra uomo e animali non è paritario, ma non si configura neppurè
come rapporto tra un soggetto e un oggetto, perché entrambi restano soggetti,
anche se la relazione permane asimmetrica. È l' uomo che dà il nome all'animale
e non viceversa, ma l'animale è anche un aiuto per l'uomo (si badi che anche la
relazione uomo donna in Gen 2,18 è vista come aiuto, 'ezer kenegdo,
letteralmente ,«aiuto contro di lui.!). Per vivere la sua avventura, l'uomo ha
bisogno di aiuto, e di aiuto «altro»: sicché l'uomo ha bisogno della donna, la
donna ha bisogno dell'uomo, gli umani hanno bisogno degli animali e tutti hanno
bisogno gli uni degli altri. ..
Questa co-creaturalitàè di nuovo affermata anche nel racconto della creazione, redatto in epoca più tarda e posto al capitolo l della Genesi, e diviene un inno dossologico al Creatore. L'opera di Dio è un no al caos, al nulla, alla tenebra, e lo Spirito di Dio plasma, quasi «cova» le creature volute da Dio ...
La Parola potente di Dio diventa evento, e. le acque “fanno uscire”, la terra “fa uscire” generando la vita: vegetali e animali seconde la loro specie, le loro particolarità: Quale grande solidarietà: acqua e terra sono, in virtù della Parola di Dio, matrici di tutti gli esseri viventi tra i quali Dio vuole l'uomo,creato,da lui a sua immagine e somiglianza ( Gen 1,26-27)! All'uomo come agli animali Dio dà la benedizione e lo stesso comando: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra (Gen 1,22 e 28). Ogni creatura è buona, recita questo inno creazionale, ed è in una grande solidarietà che tutte le creature animate sono benedette e ricevono in dono la terra: non l'una senza l'altra,non l'uomo senza l'animale, non uomini e animali senza i vegetali!
Di questa alleanza c'è un segno che vediamo noi uomini insieme agli animali alla fine di ogni temporale, segno che ci commuove entrambi: «L'arcobaleno sarà sule nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vìve in ogni carne che è sulla terra» (Gen 9,16)
In un midrash sulla Genesi, davanti alla creazione Dio esclama: «Mondo mio,
mondo mio, possa tu trovare grazia davanti a me in ogni tempo come hai trovato
grazia davanti a me in quest' ora». Sì, nell'intenzione di Dio il mondo era
armonia, pace e solidarietà tra co-creature, ma quel che è stato ed è
contraddice questa intenzione ... Permane però immutata la volontà di Dio, la
sua alleanza con gli uomini e con tutti gli esseri viventi, uccelli, bestiame e
bestie selvatiche, e Dio la riconferma come scopo e compimento della storia:
«In quel tempo farò per loro un' alleanza con le bestie della terra e gli
uccelli del cielo e con i rettili del suolo: arco e spada e guerra eliminerò
dal paese» (Osea2,20).
In attesa di quel giorno, mentre vediamo un animale soffrire; il nostro cane morire, gli uccelli sul davanzale che mangiano le briciole del nostro pane, dobbiamo credere che Dio «si dà pensiero»degli animali(cf.Mt6;26; Le 12,24; I Cor; 9,9); che Dio ha pietà degli animali presenti nella Ninive che è questo mondo (cf. Gn 4, 10-11);, che Dio dà loro il cibo nel tempo opportuno perché si sazino (cf. Sal 104,27-28}.Davvero, noi uomini dovremmo saper riconoscere negli animali dei compagni di viaggio. L'immagine biblica di Tobia che parte per un lungo viaggio accompagnato da un angelo è dal suo cane è parabola del nostro cammino sulla terra, durante il quale gli animali, non solo gli «angeli custodi» o - ma non sempre è dato! - gli altri uomini, ci sono compagni. Gli animali sono una presenza, e spesso, soprattutto per le persone più povere e semplici, sono aiuto, compagnia e consolazione: sì, gli animali sono compagni di viaggio degli uomini
Scrive Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata). “ Nel rivolgersi a Giobbe, il Creatore gli ricorda che non è l’uomo la prima delle sue creature, bensì la bestia, anzi le bestie, (è questo il significato del vocabolo ebraico behēmôt, identificato in antico con l’elefante, poi con l’ippopotamo e ora con il bufalo), “che io ho creato al pari di te… Esso è la prima delle opere di Dio” (Gb 40,15-19).
Infatti, secondo l’ordine della creazione stabilito nel Libro della Genesi, prima sono creati gli animali e solo alla fine l’uomo (Gen 1,20-28). Di fronte all’esito della sua creazione, il Signore ne restò soddisfatto (“Dio vide che era cosa buona”), e benedì gli animali, esattamente come farà per l’uomo e la donna: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,21-22.28). Poi, sempre secondo la Genesi, il Creatore condusse gli animali all’uomo “per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Gen 2,19).
Il
Signore ha tanta stima nell’uomo da lui creato, che fa un passo indietro, non
gli presenta la creazione già bella e fatta, ma gli chiede di collaborare.
Non sarà il Creatore a imporre i nomi agli animali da lui creati, bensì l’uomo:
“Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a
tutti gli animali selvatici” (Gen 2,20). L’azione dell’uomo di mettere un nome
agli animali va al di là dell’ovvio chiamare un animale “pecora” e l’altro
“leone”, uno “cammello” e l’altro “elefante”.
Il nome nella cultura orientale è l’essenza stessa dell’essere, è quel che lo distingue e lo raffigura, è la sua stessa realtà. Pertanto imporre il nome, non indica solo qualificare il genere, ma l’identità. Ne sanno qualcosa i pastori del medio oriente. Quello che agli occhi di un occidentale appare semplicemente come un gregge, agli occhi del beduino, è invece un prolungamento della sua vita, quel che gli permette di esistere e per il quale ha rispetto e premura. Per questo, al momento della nascita dell’agnellino, il pastore, come Adamo, impone il nome al nascituro, e ognuno è diverso ai suoi occhi.
L’occidentale vede il gregge, il pastore distingue “bianchino” da “batuffolo”, “furbetto” da “testardo”, “luce” da “malizia”… ogni pecora ha il suo nome che la contraddistingue per il comportamento. Così si comprende meglio l’affermazione di Gesù, il pastore ideale, che “chiama le sue pecore, ciascuna per nome” (Gv 10,3) e che è pronto a dare la sua vita per esse (Gv 10,11). L’intima relazione che si crea tra il pastore e la sua pecora è descritta magistralmente nella Bibbia nella storia che il profeta Natan narrò al re Davide per rimproverarlo del suo delitto (2 Sam 11).
Il profeta racconta di un povero che non aveva nulla “se non una sola
pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta
insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e
dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia” (2 Sam 12,1-3). No,
non è un amore esagerato. Allevare un animale è imporgli un nome e
trattarlo come un figlio. Quando si legge nel Libro della
Genesi che il Signore ha affidato il creato all’uomo affinché lo domini (Gen
1,26), il dominio non ha il significato di sfruttamento o di sopraffazione, ma è
l’atteggiamento del pastore che si prende cura del suo bestiame,
garantendo il benessere di quel che gli è stato affidato, e collabora
all’azione creatrice perché divenga quel che il Creatore ha pensato (“La
creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”, Rm
8,19).
Gli animali sono doni del Signore e l’uomo è il loro custode, questi non
vanno maltrattati ma curati,
come il pastore con le sue pecore (“fascerò quella ferita e curerò quella
malata”, Ez 34,16). Essendo stati creati prima dell’uomo gli animali hanno una
storia evolutiva più ricca e per chi ha occhi per vedere, sono maestri di vita
e di saggezza (Gesù
non esita a invitare i discepoli a imparare dagli “uccelli del cielo”, Mt
6,26), e di
fedeltà, come il cane, che insieme all’angelo Raffaele
accompagna e segue Tobia nel suo lungo viaggio: “Il giovane partì insieme con
l’angelo, e anche il cane li seguì e si avviò con loro; Il cane, che aveva
accompagnato lui e Tobia, li seguiva” (Tb 6,1;11,4). L’autore sacro non ha
esitato a mettere come fedeli compagni di viaggio di Tobia un angelo e un cane, chiamati entrambi a essere compagni
di strada per l’uomo, e Gesù stesso si intenerisce di fronte all’immagine dei
“cagnolini che mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”
(Mt 15,27).


Nessun commento:
Posta un commento