giovedì 29 aprile 2021

DIARIO DAL CERCHIO Civismo


Che si potrà raccontare  alla fine dell’emergenza determinata dalla pandemia di corona virus? Spero che non si debba dire che abbiamo cercato solo le ragioni  e non abbiamo voluto vedere nemmeno le conseguenze. Probabilmente in questo momento Cartesio  non ci è di aiuto anche se ha segnato molte decisioni da qualche secolo a questa parte. La domanda è : che ruolo  ha la responsabilità individuale nell’efficacia delle norme  in una democrazia costituzionale?

Ha un grande ruolo perché dispone per ciascun cittadino  un ruolo fondamentale ,quella di essere la prima autorità nell’emergenza. E’ il singolo individuo che deciderà i suoi comportamenti. Saranno questi comportamenti che risolveranno i problemi . Ed è sicuramente vero stando  a quello che ci hanno insegnato le esperienze  nel nostro paese di terremoti, alluvioni, frane, esondazione, eruzioni . Il problema dunque si risolve con il civismo.  La responsabilità delle persone non si può imporre. Certo si possono creare dei deterrenti  per invogliare i comportamenti  ma non si possono imporre per legge,per decreto o con la forza. Deve poter far conto  sullo sforzo volontario  e quotidiano degli individui.. Nessuna norma , anche quella più severa, anche quella  “ imposta” può ottenere risultati senza l’impegno  di ciascuno e dell’intera collettività.

E’   forse difficile costruire ed esercitare un lessico civile che permetta di aprire ponti a concetti e realtà come l’accoglienza,la coesione,la tolleranza, ma un tentativo va fatto . Questo paese ha sofferto una lunga stagione di contrasti  proprio alla realizzazione di questi  aspetti  della vita nazionale  peraltro garantiti dalla costituzione perché basati sulle libertà. E’ proprio questa coscienza  in termini di virtù civili che ci da le risorse necessarie per andare avanti. La Costituzione che non prevede “lo stato di eccezione” non si sospende mai nemmeno in  situazioni di emergenza come questo . E’ la bussola per ogni azione e ogni comportamento sia dei governanti che dei cittadini. La Costituzione si applica scrupolosamente perché essa assegna  a ognuno i propri poteri  compreso il Governo che deve agire con tempestività. La condizione emergenziale imposta da un rischio di contagio  e quindi in difesa della vita ci deve far riflettere  sui limiti del potere di eccezione nella democrazia costituzionale. Lo diceva bene  Montesquieu  a proposito dei poteri straordinari : a volte si può pensare di mettere un “velo sulla legge” come qualcuno nel nostro paese chiedeva senza risultato  e come  fatto  proprio in questi giorni in un altro paese  europeo, si badi bene europeo. Ma è uno  iato.  In questi giorni  c’è stato anche un dibattito che si è incentrato sulla necessità di un  comando centrale  ( più che altro come esigenza di coordinamento e di uniformità non tanto  nell’accezione  “ dell’uomo solo al comando “), sulla decisione di un commissario ad acta  (per sveltire decisioni e procedure nel rispetto comunque delle norme in vigore )  di fronte alle misure prese da Governo e Protezione civile .

Va detto che la legge può prevedere un  commissario straordinario  al fine di perseguire “ specifici obiettivi  “ o “ per esigenze temporanee” ma la recente storia  ci ha insegnato che per esempio  nel caso del terremoto di L’Aquila quanto possa essere arbitrario il potere di un commissario.

 Il civismo  allora è l’opposto  dei poteri straordinari che  generano opacità di fronte alla necessità di una trasparenza estrema. Non ci sono  scorciatoie . E non ci sono scorciatoie nemmeno su quello che in questo momento è  fissata l’attenzione : la condizione  dello stato della sanità . Tanto che  qualcuno comincia a pensare che  forse è il caso di riprendere in considerazione la legge di riforma di questo settore per ridiscuterla e magari arrivare all’estremo di un referendum per abrogarla. Ma sarà la seconda parte di questa riflessione .

Il Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”

Via Giuseppe Avezzana, 51 - 00195 ROMA / C.F. 97996090581 www.generazionifuture.org-- comitatorodota@gmail.com  annuncia che intende istituire un gruppo di lavoro di giuristi, antropologi ed esperti di sanità, volto a studiare la proposizione di un Referendum per l’abrogazione della normativa che con la riforma del 1992 (L. 23/10/1992 n 421) ha reso la nostra sanità pubblica esposta al virus neoliberale, producendone l’indebolimento

strutturale a favore dei privati, causa principale del disastro sociale in corso.

Nel 1992 il governo presieduto dall’onorevole Giuliano Amato, con la legge 421 comunemente conosciuta come “Legge delega”, attuò imponenti cambiamenti in vari campi della Pubblica Amministrazione. Il primo ad essere interessato fu il settore della Sanità che aveva peraltro già conosciuto, nel breve arco di un decennio, numerose leggine di parziale modifica della legge 833.

 Con la Legge 421, secondo le intenzioni del legislatore, la Sanità doveva essere riorganizzata in modo da rispondere al fine fondamentale della tutela della salute attraverso un approccio di carattere esclusivamente imprenditoriale confidando che ciò avrebbe ottenuto anche un miglioramento del conto economico, perennemente in disavanzo.  

Finalmente applicate le regole di “mercato e della libera concorrenza” dissero alcuni, finalmente realizzati concretamente i principi di “efficienza del servizio e del contenimento della spesa” dissero altri: su questi due equivoci iniziali, che accontentarono apparentemente un po’ tutti, la legge   fu approvata in Parlamento.   

Conseguentemente il Governo approvò ed emanò il decreto 30 dicembre 1992, n. 502 “Riordino della disciplina in materia di sanità, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421”.

 I principali capisaldi furono: la riduzione del numero delle Ulss facendo di norma coincidere il territorio di competenza con quello provinciale e lo scorporo degli ospedali dalle stesse, la definizione delle Ulss e Ospedali come Aziende infraregionali dotate di personalità giuridica con a capo il Direttore Generale come organo monocratico, l’introduzione di norme volte al superamento del regime delle convenzioni e d’acquisizione delle prestazioni al fine di assicurare ai cittadini migliore assistenza e libertà di scelta, nuove modalità di rapporto tra il Servizio Sanitario Nazionale e Università, privatizzazione del rapporto di lavoro, riorganizzazione dei Presidi Multizonali di Prevenzione e loro trasformazione in Dipartimenti di Prevenzione.

 

Tutta questa produzione legislativa, sia per inusuale velocità con la quale era stata concretata, sia per le diversità di vedute sul merito, sia per un mezzo imbroglio capitato in Conferenza Stato Regioni, non aveva avuto alcun parere da parte delle Regioni alle quali l’articolo 117 della Costituzione della Repubblica assegna enormi e chiare competenze nella tutela della salute.

Dopo un approfondito lavoro ed un appassionato dibattito, le Regioni presentarono velocemente ricorso alla Corte Costituzionale contro molti articoli del decreto 502/92. La legge 421, infatti, dava la possibilità di modificare il decreto entro un anno dalla sua emanazione.

I motivi di una scelta così impegnativa (era stata la prima volta che le Regioni presentavano ricorso alla Corte Costituzionale in materia di sanità) furono di principio e di merito e s’incrociavano parzialmente con le obiezioni e le opposizioni che sia pure minoritarie si venivano manifestando sul complesso legislativo.

 

Di principio perché era convinzione delle Regioni che il Governo e di converso il Parlamento avevano abbondantemente superato i limiti del potere legislativo loro assegnato dalla Costituzione invadendo i campi di competenza delle Regioni che sono titolari della “programmazione e dell’organizzazione sanitaria nel loro territorio”.

 

Di merito perché lo Stato pur imponendo arbitrariamente alle Regioni le proprie decisioni legislative intendeva venire meno all’obbligo di finanziare il Fondo Sanitario Nazionale in modo congruo rispetto ai compiti di tutela della salute che assegnava alle Regioni stesse.

 

Il nocciolo della questione comunque rimane essenzialmente politico. La legge 421 e conseguentemente il decreto 502/92 erano il risultato di una battaglia protrattasi per anni contro la legge 833, ambiguamente attaccata dai detrattori non tanto sull’impianto generale ma su un aspetto costituito dalla presenza di organismi politici all’interno della Sanità, sul quale particolarmente sensibile era allora e lo sarà in misura maggiore successivamente forse l’opinione pubblica riesaminando la condizione della sanità al momento  della pandemia  di corona virus dei primi mesi del 2020.

Servizio  sanitario nazionale . Stato e regioni competenze  e gestione alla luce della pandemia di Covid 19

Legge 23 dicembre 1978, n. 833  "Istituzione del servizio sanitario nazionale"

GU n. 360 del 28-12-1978 - Suppl. Ordinario

10. L'organizzazione territoriale.

Alla gestione unitaria della tutela della salute si provvede in modo uniforme sull'intero territorio nazionale mediante una rete completa di unità sanitarie locali. L'unità sanitaria locale è il complesso dei presidi, degli uffici e dei servizi dei comuni, singoli o associati, e delle comunità montane i quali in un ambito territoriale determinato assolvono ai compiti del servizio sanitario nazionale di cui alla presente legge. Sulla base dei criteri stabiliti con legge regionale i comuni, singoli o associati, o le comunità montane articolano le unità sanitarie locali in distretti sanitari di base, quali strutture tecnico-funzionali per l'erogazione dei servizi di primo livello e di pronto intervento.

11. Competenze regionali.

Le regioni esercitano le funzioni legislative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera nel rispetto dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato ed esercitano le funzioni amministrative proprie o loro delegate. Le leggi regionali devono in particolare conformarsi ai seguenti principi:
a) coordinare l'intervento sanitario con gli interventi negli altri settori economici, sociali e di organizzazione del territorio di competenza delle regioni;
b) unificare l'organizzazione sanitaria su base territoriale e funzionale adeguando la normativa alle esigenze delle singole situazioni regionali;
c) assicurare la corrispondenza tra costi dei servizi e relativi benefici. Le regioni svolgono la loro attività secondo il metodo della programmazione pluriennale e della più ampia partecipazione democratica, in armonia con le rispettive norme statutarie. A tal fine, nell'ambito dei programmi regionali di sviluppo, predispongono piani sanitari regionali, previa consultazione degli enti locali, delle università presenti nel territorio regionale, delle organizzazioni maggiormente rappresentative delle forze sociali e degli operatori della sanità, nonché degli organi della sanità militare territoriale competenti. Con questi ultimi le regioni possono concordare:
a) l'uso delle strutture ospedaliere militari in favore delle popolazioni civili nei casi di calamità, epidemie e per altri scopi che si ritengano necessari;
b) l'uso dei servizi di prevenzione delle unità sanitarie locali al fine di contribuire al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie dei militari. Le regioni, sentiti i comuni interessati, determinano gli ambiti territoriali delle unità sanitarie locali, che debbono coincidere con gli ambiti territoriali di gestione dei servizi sociali. All'atto della determinazione degli ambiti di cui al comma precedente, le regioni provvedono altresì ad adeguare la delimitazione dei distretti scolastici e di altre unità di servizio in modo che essi, di regola, coincidano.

12. Attribuzione delle province.

Fino all'entrata in vigore della legge di riforma delle autonomie locali spetta alle province approvare, nell'ambito dei piani sanitari regionali, la localizzazione dei presidi e servizi sanitari ed esprimere parere sulle delimitazioni territoriali di cui al quinto comma del precedente articolo 11.

13. Attribuzione dei comuni.

Sono attribuite ai comuni tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera che non siano espressamente riservate allo Stato ed alle regioni. I comuni esercitano le funzioni di cui alla presente legge in forma singola o associata mediante le unità sanitarie locali, ferme restando le attribuzioni di ciascun sindaco quale autorità sanitaria locale. I comuni, singoli o associati, assicurano, anche con riferimento alla L. 8 aprile 1976, n. 278 , e alle leggi regionali, la più ampia partecipazione degli operatori della sanità, delle formazioni sociali esistenti sul territorio, dei rappresentanti degli interessi originari definiti ai sensi della L. 12 febbraio 1968, n. 132 , e dei cittadini, a tutte le fasi della programmazione dell'attività delle unità sanitarie locali e alla gestione sociale dei servizi sanitari, nonché al controllo della loro funzionalità e rispondenza alle finalità del servizio sanitario nazionale agli obiettivi dei piani sanitari triennali delle regioni di cui all'art. 55. Disciplinano inoltre, anche ai fini dei compiti di educazione sanitaria propri dell'unità sanitaria locale, la partecipazione degli utenti direttamente interessati all'attuazione dei singoli servizi.

14. Unità sanitarie locali.

L'ambito territoriale di attività di ciascuna unità sanitaria locale è delimitato in base a gruppi di popolazione di regola compresi tra 50.000 e 200.000 abitanti, tenuto conto delle caratteristiche geomorfologiche e socio-economiche della zona. Nel caso di aree a popolazione particolarmente concentrata o sparsa e anche al fine di consentire la coincidenza con un territorio comunale adeguato, sono consentiti limiti più elevati o, in casi particolari, più ristretti. Nell'ambito delle proprie competenze, l'unità sanitaria locale provvede in particolare:
a) all'educazione sanitaria;
b) [all'igiene dell'ambiente] (11/a);
c) alla prevenzione individuale e collettiva delle malattie fisiche e psichiche;
d) alla protezione sanitaria materno-infantile, all'assistenza pediatrica e alla tutela del diritto alla procreazione cosciente e responsabile;
e) all'igiene e medicina scolastica negli istituti di istruzione pubblica e privata di ogni ordine e grado;
f) all'igiene e medicina del lavoro, nonché alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali;
g) alla medicina dello sport e alla tutela sanitaria delle attività sportive;
h) all'assistenza medico-generica e infermieristica, domiciliare e ambulatoriale;
i) all'assistenza medico-specialistica e infermieristica, ambulatoriale e domiciliare, per le malattie fisiche e psichiche;
l) all'assistenza ospedaliera per le malattie fisiche e psichiche;
m) alla riabilitazione;
n) all'assistenza farmaceutica e alla vigilanza sulle farmacie;
o) all'igiene della produzione, lavorazione, distribuzione e commercio degli alimenti e delle bevande;
p) alla profilassi e alla polizia veterinaria; alla ispezione e alla vigilanza veterinaria sugli animali destinati ad alimentazione umana, sugli impianti di macellazione e di trasformazione, sugli alimenti di origine animale, sull'alimentazione zootecnica e sulle malattie trasmissibili dagli animali all'uomo, sulla riproduzione, allevamento e sanità animale, sui farmaci di uso veterinario;
q) agli accertamenti, alle certificazioni ed a ogni altra prestazione medico-legale spettanti al servizio sanitario nazionale, con esclusione di quelle relative ai servizi di cui alla lettera z) dell'articolo 6

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 30 aprile 2020

 




lunedì 26 aprile 2021

VOCI E STORIE DAL SILENZIO Dove nacque L’Aquila

 


L’Aquila, 7 luglio 2009 – L’Aquila è la città del “novantanove”. Novantanove rintocchi, ogni sera, dalla campana della Torre di Palazzo. Le canzoni che parlano di 99 case, 99 piazze, 99 chiese, 99 cannelle. Una città dalla toponomastica affascinante che ricordava paesi tuttora esistenti e paesi ormai scomparsi. Qui sono nato – 82 anni orsono – e qui sono sempre tornato dalle mie continue peregrinazioni. Qui ho vissuto negli anni belli dell’infanzia e della giovinezza, nei quali il tempo è riempito da scoperte sempre più ricche ed affascinanti, che lo dilatano a dismisura e che, nel mio caso, hanno avuto per oggetto soprattutto la città ed il luogo in cui essa è collocata. L’Aquila, allora, era per me una città meravigliosa. Una città fatta di piazze più che di strade, di palazzi e di chiese più che di case, all’interno di una cinta murata ancora pressoché integra. Una città affacciata su una conca amplissima, dominata da montagne maestose che sembrava di poter toccare, soprattutto nella luce rosata del tramonto. Ed essa era per me anche città misteriosa, nelle strade e nei “vicoli” che costituiscono il suo tessuto compatto, nei cortili raffinati dei suoi palazzi, nella sapiente distribuzione delle attività e delle funzioni che, al tempo della mia infanzia, ancora manteneva i suoi caratteri originari. 

Indubbiamente le peregrinazioni infinite, nella città e poi nei paesi circostanti, ad ogni ora del giorno e della notte, alla continua scoperta – e riscoperta – di piazzette, “chiassetti”, “sdruccioli”, fontane, decorazioni scultoree e pittoriche che riemergevano con prepotenza dalle successive “passate” di tinta e di intonaco, hanno determinato la scelta fondamentale della mia vita: quella di occuparmi della città e del territorio, intesi non come semplici “fatti fisici”, ma come sede delle comunità, delle loro relazioni sociali, della loro storia, della loro capacità di autogoverno. Partendo da queste curiosità ho assimilato, negli anni, la straordinaria vicenda dell’Aquila, della sua fondazione e della sua ricostruzione, mantenendo lo stesso carattere, dopo le cicliche e ripetute distruzioni per guerre e per terremoti. La fondazione era allora per lo più attribuita ad una “decisione esterna” – papale o imperiale – alla quale le popolazioni locali si sarebbero dovute necessariamente piegare. La realtà è più semplice e, nello stesso tempo, di gran lunga più affascinante: L’Aquila fu fondata dai suoi futuri cittadini, cioè dagli abitanti di un centinaio di paesi circostanti che formavano il “Comitatus Aquilanus”. Di qui il ricorrente “novantanove”. 

L’ampia conca solcata dall’Aterno, delimitata dalle pendici del Gran Sasso e del Velino-Sirente, al centro della quale sorge L’Aquila, è stata percorsa fin dai tempi antichissimi da raccoglitori e cacciatori, i quali seguivano le valli incassate che prolungano la conca fino alla montagna ed allo spartiacque del Velino ad Ovest e del Vomano a Nord. In epoca pre-romana, nella conca s’insediano Sabini e Vestini, separati da uno stretto ed allungato colle, sulla sommità pianeggiante del quale, molti secoli dopo, sarà costruita L’Aquila. Qui certamente c’era un luogo di scambio, di culto, di presidio, nel quale convenivano gli abitanti dei centri distribuiti nella pianura e sulle pendici montane. Nel periodo romano, il sistema insediativo si consolida e registra un deciso sviluppo economico, con l’apertura della Via Claudia Nova e con la protezione garantita ai pastori che la percorrono, con le loro greggi. Nasce così la pastorizia transumante, che condizionerà in maniera determinante lo sviluppo della conca. I “castelli” esistenti si consolidano ed altri ne sorgono lungo la nuova strada. Con la caduta dell’Impero romano l’intero sistema – economico ed insediativo – entra in crisi. La pastorizia transumante non è più possibile. La povera agricoltura di montagna non basta ad assicurare la sopravvivenza. I castelli e i casali si spopolano.  

Solo dopo molti secoli i pochi e miseri abitanti della conca cominciano a raccogliersi intorno ai monasteri benedettini dipendenti dalla Abbazia di Farfa e, successivamente, intorno alle pievi. La situazione cambia intorno al 1050, nel momento in cui, con i Normanni, che unificano tutto il Mezzogiorno, diventa possibile la ripresa della pastorizia transumante e quindi la integrazione della povera agricoltura montana con le sterminate risorse dei pascoli montani – utilizzabili solo d’estate – e di quelli delle pianure costiere, soprattutto pugliesi, utilizzabili solo d’inverno. Si innesca così un processo di sviluppo rapidissimo ed imponente. Vengono costruiti nuovi centri abitati, talvolta sul luogo dei preesistenti vici e pagi, si arricchisce il sistema dei collegamenti e si consolidano i percorsi principali della transumanza, i tratturi, che scavalcano fiumi e montagne e che sono punteggiati dai “riposi”, cioè dagli spazi in cui, ogni sera, il gregge deve fermarsi e che, in alcuni casi, diventeranno in futuro nuovi centri artigianali e commerciali, di servizio. 

Durante la transumanza si sposta una complessa ed articolata organizzazione, che, lungo il viaggio, seguita a produrre ed a commercializzare i prodotti. Il pastore transumante è una figura decisamente nuova, rivoluzionaria, nel rigido mondo medievale. Egli infatti conosce il mondo ed è libero, non asservito alla gleba e al feudatario. La sua vita è fatta di rinunce e sacrifici, ma l’abitudine alla meditazione ed alla contemplazione lo rende particolarmente sensibile alla bellezza in tutte le sue manifestazioni. Può portare con sé solo l’essenziale, ma il bastone al quale si appoggia e lo sgabello che usa per mungere le pecore sono finemente intagliati e la scodella in cui consuma il suo pasto è di ceramica artisticamente decorata. Inoltre, a conclusione della lunga, forzata, lontananza egli riporta – alla casa, al paese, alla sua donna – le conoscenze raccolte, i merletti più fini ed i gioielli più ricchi, i cui “modelli figurativi” sono gli stessi di quelli dei rosoni e dei portali delle chiese. Così la struttura culturale ed economica della conca si evolve e nasce la necessità di più efficaci sistemi di organizzazione commerciale, di governo, di rappresentanza collettiva. 

Nasce, in una parola, il bisogno di città e gli abitanti dei centri della conca decidono, collettivamente, nella prima metà del XIII secolo, di fondare L’Aquila, sulla collina che separa la parte vestina da quella sabina, nell’antico luogo di culto, di scambio, di presidio, che forse coincideva con quello della successiva Piazza Grande. Ovviamente, la fondazione della nuova città deve essere approvata da una superiore autorità, cioè dal Papa o dall’Imperatore. Tanto più che gli abitanti dei centri fondatori hanno idee molto chiare ed avanzano pretese che, all’epoca, appaiono addirittura eversive. Essi, infatti, pretendono di avere la “doppia cittadinanza” – quella del paese originario e quella della nuova città – pagando le tasse – il focatico – una volta sola e pretendono di assicurare alla città la rappresentanza dei castelli e casali fondatori, nonché l’uso collettivo, libero ed esclusivo dei pascoli sterminati delle montagne. 

Un primo assenso viene concesso, dietro pagamento di un congruo compenso, dal Papa Gregorio IX nel 1229 ed uno successivo dall’Imperatore Corrado IV, con un diploma del 1254, quattro anni dopo la morte di Federico II. Su queste basi gli abitanti dei centri fondatori avviano la costruzione della nuova città. Ma le opere realizzate vengono distrutte, nel 1259, da Manfredi che intende così punire gli aquilani per l’aiuto da essi portato a Carlo d’Angiò. Nel 1266 la città viene rifondata dallo stesso Carlo d’Angiò, secondo gli indirizzi culturali maturati nei monasteri benedettini e cistercensi. La città è cinta da mura che hanno 86 torrioni e 12 porte e lo spazio da esse delimitato (ben 167 ettari) è diviso “in croce”, cioè in quattro “quarti”, articolati in 54 “locali”: spazi destinati all’insediamento degli abitanti provenienti dai centri fondatori, dimensionati secondo la loro consistenza demografica. Secondo gli “Statuti” della nuova città, gli abitanti possono insediarsi “uti singuli” nei locali, solo dopo aver realizzato collettivamente, “uti socii”, la piazza, la chiesa, la fontana. Cioè, all’epoca, le opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Tuttavia i rapporti della nuova città con Carlo d’Angiò non sono buoni perché gli aquilani hanno scacciato i feudatari fedeli all’Imperatore che ne condizionavano la crescita ed hanno disobbedito all’ordine di reintegrarli nei loro feudi. 

Questo conflitto viene superato con il determinante contributo di Celestino V, il Papa eremita che decide di essere incoronato all’Aquila città a lui “più cara fra tucte le terre”, nella basilica di Collemaggio, da lui fondata 20 anni prima. Celestino entra all’Aquila il 27 luglio 1294, su un’asina bianca, tenuta per le briglie dall’Imperatore e da suo figlio Carlo Martello, re d’Ungheria. L’Aquila si presenta ai visitatori esterni come una grande “città pianificata”, come la “capitale” di un territorio vasto e ben organizzato in fase di grande sviluppo. Per i dignitari della Curia papale il confronto con la Roma di allora appare evidente. La “capitale del mondo” è ridotta a pochi nuclei edificati, circondati dalle magnifiche rovine di un passato imperiale, concentrati lungo le rive del Tevere, ormai scavalcato solo da Ponte Milvio, da Ponte S. Angelo e dagli antichi ponti Cestio e Fabricio. Il debole, informe, organismo urbano è dominato dalle residenze fortificate dei patrizi, continuamente in lotta fra loro per il dominio della città e del papato, all’interno della ormai lontanissima cerchia delle mura Aureliane, isolata nel deserto della campagna romana. Nonostante gli interventi di nuova edificazione e di abbellimento realizzati dagli ultimi Pontefici, Roma mostra con tutta evidenza la urgente, assoluta necessità di un “piano” adeguato. Ma per averlo dovrà aspettare Sisto IV e Sisto V. 

Il corteo papale aveva risalito la valle dell’Aterno, seguendo la vecchia strada intagliata nella roccia delle Gole di S. Venanzio, con due soste una a Castelvecchio Subequo (nel convento Francescano) e l’altra, presumibilmente ad Acciano, dove l’ordine dei benedettini di S. Spirito aveva la Chiesa di S. Corinzio. In queste occasioni Pietro aveva operato due miracoli: quello dell’asinello (sulla cui sella era stato collocato un bimbo paralitico, che risanato, camminò) e quello del malato di “mal caduco”, certo Dorricello di Gordiano. Lungo tutto il percorso le popolazioni dei centri vicini accorrevano a vedere il monaco divenuto Papa, per implorare benedizione, perdono, miracoli. Pietro da Morrone aveva accolto la notizia della sua elezione con ansia e perplessità – cum tremore et timore divino – ma avvicinandosi all’Aquila, città che, come detto prima, amava più … fra tucte le terre – ed alla sua basilica di Collemaggio, scelta per l’incoronazione, ritrovava serenità e fiducia. Forse ricordava la notte passata in preghiera sul Colle circa 20 anni prima, la visione della Madonna che gli chiedeva di costruire in quel luogo una chiesa ad essa dedicata e la successiva costruzione della basilica che aveva impegnato per tanti anni i suoi monaci di Santo Spirito a Maiella e la popolazione della nuova città. Ormai la basilica, anche se non definitivamente ultimata, era pronta ad accogliere il suo fondatore. Ed era pronta ad accoglierlo la nuova città con tutti i suoi castelli. Infatti L’Aquila era in quei giorni un gigantesco cantiere: le mura, iniziate da Lucchesino da Firenze, capitano della città nel 1272 e poi ultimate dal “cavalero del popolo” Nicolò dell’Isola, sono in larga misura erette e il piano della città è sostanzialmente definito, con l’attribuzione ai Castelli fondatori dei Locali e dei Quarti.  

Il Papa viene solennemente incoronato il 29 agosto 1294, alla presenza di una folla sterminata, alla quale partecipa la città, 30 anni dopo la sua rifondazione angioina. Il cardinale Stefaneschi, che guida la delegazione inviata dalla Curia di Roma, la definisce “non plenam civibus urbem sed spatiis certis signatam ob spemque futuram”. Il suo impianto forte e regolare è infatti chiaramente leggibile non solo nel disegno ippodameo della maglia stradale, ma anche nei limiti e nel sistema di piazze che rappresenta efficacemente i rapporti della nuova città con i centri fondatori. Infatti la costruzione della nuova città, seguendo le regole fissate dagli Statuti, è cominciata dalla costruzione della Chiesa e della Fontana, per poi passare alla edificazione delle case degli abitanti. Alla cerimonia di incoronazione partecipano circa 200 mila persone convenute da ogni dove (… fuerunt in sua coronatione ducentum milia et ego interfui). Nello stesso giorno il Papa concede alla Basilica di Collemaggio la Perdonanza, con la bolla dell’Indulgenza – con una cerimonia che da allora si ripete ogni anno – e circa un mese dopo, il 28 settembre 1294, Carlo II d’Angiò con la Concessio Castrorum et Casalium, ratifica la nascita della città e del Comitatus aquilanus.  

Come già accennato, il disegno della città ha un carattere ben definito e non è riconducibile all’impianto cardo-decumanico di derivazione romana. Esso è tutto impostato sulla centrale, dominante, Piazza Grande, della Cattedrale e del Mercato, ed è caratterizzato da un tessuto ortogonale, minuto, che garantisce una grande “permeabilità” ed una grande libertà di spostamento. Il “sistema dei luoghi centrali” è costituito, sul culmine pianeggiante del colle, dalla Piazza Grande, che occupa ben 12 isolati (e che anticipa di oltre 3 secoli dimensioni e caratteri delle piazze barocche) e dalla Piazza Palazzo, su cui si affaccia il Municipio. Le due piazze sono collegate da quattro strade che accolgono attività artigianali e di servizio, lambite dalle strade di penetrazione dalle porte principali. Nel tessuto urbano è mantenuto il tracciato curvilineo della antica via di salita al colle da Oriente, in corrispondenza del quale è collocata la Porta Bazzano. Il piano dell’Aquila è schematicamente ma efficacemente riportato dalla pianta schematica eseguita da Pico Fonticulano nel 1575. Questo impianto, urbano-territoriale resiste nei secoli, fino all’ultimo dopoguerra. La città, dopo aver resistito vittoriosamente per 10 anni a Braccio da Montone, viene conquistata da Carlo V, che la punisce con grandi distruzioni e con l’obbligo di finanziare la costruzione del Castello – mirabile esempio di architettura militare – destinato “ad reprimendam audaciam aquilanorum”.  

Tuttavia anche la realizzazione del nuovo castello e la costruzione di nuove, meravigliose, opere di architettura, si collocano coerentemente nel disegno urbano originario. Il quale sopravvive anche alle distruzioni provocate dal disastroso terremoto del 1703 – che ridusse la popolazione della città a soli 2000 abitanti. Infatti la ricostruzione è rapida ed altamente qualificata. Anche le trasformazioni ottocentesche, che adeguano la città alle nuove esigenze sociali ed economiche della “città borghese” rispettano la coerenza dell’impianto urbano, realizzando un nuovo “sistema dei luoghi centrali”, con il corso porticato che collega direttamente la Piazza Grande e la Piazza Palazzo, rafforzandone immagine e funzioni. Nell’ultimo dopoguerra, a partire dagli anni ’70 l’espansione urbana dilaga fuori dalle mura, in maniera casuale e disordinata, senza tener alcun conto dello straordinario, plurisecolare, insegnamento condensato nella città storica e nei centri minori del “Comitatus aquilanus”. Un insegnamento che sarà comunque indispensabile e prezioso, nel momento in cui si deciderà di porre mano alla faticosa – e necessariamente lunga – opera di recupero e di ricostruzione del centro storico e di riqualificazione della degradata periferia recente, dopo il terremoto disastroso del 6 aprile 2009. 

*Marcello Vittorini, professore emerito Sapienza università di Roma

L’articolo  scritto da Marcello Vittorini  sulla storia della città di L’Aquila  scritto nel luglio 2009 ripubblicato sul  numero di marzo  della rivista Verbum Press

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Eremo Rocca S. Stefano  lunedì 26 aprile 2021

 

sabato 24 aprile 2021

SETTIMO GIORNO IV Domenica di Pasqua ( Anno B )

 

Gesù è il dono del Padre.

Chi è veramente Gesù?

Niente come l’antitesi tra il Buon Pastore e il mercenario ce lo fa capire.

In cosa si differenziano radicalmente le due figure?

Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci alla sua mercé.

Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue.

E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro. Gesù dà la vita per noi. È lui che ce la dà, tiene a precisare, nessuno gliela toglie. Lui, solo lui, ha il potere di offrire la sua vita e di riprenderla di nuovo. In questo sta la sua autorevolezza, nel potere dell’impotenza, a cui Dio nella morte si è volontariamente esposto.

Gli uomini possono seguire Gesù solo in forza di questa sua autorevolezza. Per essa ne conoscono la voce, subiscono il fascino della sua Presenza, si dispongono alla sequela. Solo nel vivere questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta autorevole, cioè capace di incontrare l’altro, di amarlo e di dar la sua vita per lui. L’appartenenza fa essere eco fragile e tenace della sua Presenza e suscita la nostalgia di poterlo incontrare.

 

Dagli Atti degli Apostoli  (At 4,8-12)

In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro:
«Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d'Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato.
Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d'angolo.
In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo  (1Gv 3,1-2)

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.


Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 10,11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

C'è solo da provare le vertigini quando veniamo a sapere, da chi lo ha sperimentato, “quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente. E lo siamo fin d'ora.
Quello che poi saremo non ci è stato ancora rivelato.
Quando Dio si rivelerà in tutta la sua Bellezza e in tutto il suo Amore, la familiarità, la vicinanza, l'esperienza di figli saranno così intime da farci diventare simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Com' è possibile un amore così pieno che ha la forza di coinvolgere corpo, sensi, sentimenti, vita, progetti, momenti di gioia e di dolore, fallimenti e successi, fedeltà e peccati?
Solo Dio Padre può abbracciarci con un abbraccio così esclusivo. Solo il Figlio Gesù, splendore del Padre, Amatissimo del Padre, nostro fratello e compagno di viaggio, può rendere inebriante fino all'incredibile questo abbraccio.
Mi sento stupito, sconvolto, trasformato.
L'amore di Gesù è senza chiudende. Non conosce fossati, non pratica scarti, non discrimina, non esclude. E' tutto per noi, per il mondo, per ogni uomo e donna di questo mondo. E' un amore che guarisce, rallenta la morsa del dolore.
E' un unguento di consolazione e di fraternità.
Vivendo un amore di tenerezza così intensa, siamo introdotti nella visione di Dio. Non può che essere così.
Lo grido a squarciagola. Lo racconto a tutti: voglio conoscere il Volto di un Padre che mi ama dalla viscere. Chi mi aiuterà? Gesù ci fa fare i passi giusti verso il Volto di Dio. Si siede accanto al nostro malessere. Attenua la paura di esistere. Ci libera dagli incubi della solitudine, della paura e della miseria. Condivide il nostro sentiero cieco, disperante come un labirinto senza uscita. Si piega sui nostri peccati e, ad uno ad uno, li cura fino a distruggerli. Anzi nelle sue mani i peccati stessi diventano la nostra storia personale e talvolta comunitaria della quale con umiltà dobbiamo prendere coscienza per trovare la liberazione e la gioia.
Gesù ci ama a tal punto da aiutarci a vincere il male e a superarlo distruggendone nella memoria ogni traccia deprimente.
Desidero con tutto me stesso essere sotto quel crocifisso le cui piaghe continuano a versare sangue sul capo e sul corpo di tutti quelli che hanno avuto e hanno il coraggio di “rimanere” ai piedi del Legno.
Su quelli che fino all'ultimo istante sono rimasti apposta per bestemmiare e rendere ancora più infamante, se fosse stato possibile, quel dolore e quella vergogna.
Sul brigante che trova, negli scantinati del suo cuore, una piccola sorgente di pentimento e a quella si affida per non morire di disperazione, fino a quando Gesù non trasforma quella piccola sorgente in un fiume di misericordia che scorre in piena, tutto rendendo fecondo e buono.
Il senso di un Dio che ha tanto amato il mondo da darci il Figlio perché diventassimo figli è contenuto in questo amore che purifica e salva.
Quelle piaghe gloriose sono le destinatarie della nostra contemplazione amante. Le passiamo tutte in sequenza davanti ai nostri occhi e ci accorgiamo che le lacrime spontaneamente rigano il nostro viso, ci riscaldano e ci consolano.
Non dovrei mai staccare lo sguardo e il cuore da quelle mani e da quei piedi, da quella fronte ferita a morte, da quel costato generoso di Presenza di Dio.
L'amore di Gesù è concreto, quotidiano e instancabile. Corrisponde alla cura premurosa del pastore bello che si prende a cuore le pecore, le conosce per nome, le accarezza come creature della sua tenerezza. Le segue giorno e notte, guidandole col bastone che ritma il passo, vigilando su di esse e riconoscendo ciascuna, per il suono del suo campanaccio.
Per noi il pastore Gesù, bello come una madre e come un padre, dà la vita, non soltanto la guarigione.
Ci difende dai lupi e dai mercenari. E' pronto a lasciare le novantanove pecore fedeli nel recinto sicuro, per andare alla ricerca di me, smarrito e ferito, intrappolato nelle schiavitù delle mie false felicità.
Nessuno come Lui sa prendermi sulle spalle con infinita dolcezza e con pazienza tenace, dopo avermi liberato dall'intrico dei rovi. E se ho bisogno di unguento e di aceto per essere curato, li usa senza procurarmi sofferenza se non quella amabile della correzione perché il mio cuore si converta.
Com'è vera e trasformante la predicazione di Pietro a Gerusalemme. E' un invito al pentimento e alla vita nuova. Esigenze che rimangono attuali anche dopo la Pasqua, perché è vero che noi amiamo il Signore, ma allo stesso tempo rimane vero che siamo inguaribili schiavi del peccato.
Coloro che ascoltano l'Apostolo si sentono feriti nel cuore. Si pentono della loro mancanza di amore.
Sperimentano un dolore sincero per le loro infedeltà. Sono capaci di piangere per la gioia: hanno incontrato la misericordia di Gesù, quell'amore di tenerezza, molto più inguaribile dei nostri peccati.

Gesù, sono qui. Piango e mi lamento. Non mi vedi? Ascolta almeno la mia voce. Ti cerco dall'abisso dei miei peccati, mentre Tu mi cerchi dalle profondità del tuo amore.
Gesù, sono il tuo discepolo ribelle che ha creduto di essere importante, libero e furbo allontanandosi da te. Sei tu, in realtà, la ragione della mia vita.
Tu mi conosci per nome e mi chiami con affetto, dalle viscere della tua benevolenza. Tu ogni giorno passi in rassegna i nostri volti. Riprendi tra le mani le nostre storie. Non ti stanchi mai dei nostri occhi.
Sei il nostro pastore buono, instancabile giorno e notte. Con quel bastone che ci indica i passi.
Sei il nostro pastore bello, capace di restituire continuamente alla nostra vita i tratti di Tuo Padre che ci ha plasmati simili a Lui. Destinati a Lui. Desiderosi di Lui, fino alla “visione”. Per essere come Lui è.
Gesù, vedi come nella mia vita esistono due vie: una che mi porta per attrazione amorosa a Te. L'altra che mi porta a lasciarmi trascinare dalla passione, dalla parte oscura di me.
Gesù, diventa per me bastone e vincastro. Solo essi mi danno sicurezza.
Prepara per me la mensa della confidenza. Sii Tu, Gesù, a cospargere il mio capo col tuo unguento inebriante e trasformalo nel buon profumo di Te. Lascia che il mio calice trabocchi di felicità.
Sei Tu, Gesù, che mi permetti di rivolgerti una preghiera così ardita. E' la preghiera di chi sa di essere destinato alla visione.

Don Mario Simula https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=52955


La IV domenica di Pasqua ripete l’annuncio che Cristo è morto e risorto attraverso l’immagine del pastore. Immagine che, nell’odierna pagina evangelica, diviene visione sintetica dell’evento pasquale, culmine della storia di salvezza. Gesù, che durante la sua vita è stato il pastore del piccolo gregge (Lc 12,32) del gruppo dei suoi discepoli, ha esposto la sua vita per amore dei suoi fino a morire per amore dei suoi (cf. Gv 10,11-15: riferimento alla morte di Cristo); la sua morte poi sfocia nella resurrezione che prolunga ed estende il suo ministero di pastore a livello universale (Gv 10,16-18: riferimento alla resurrezione). In effetti, il testo evangelico parla di “altre pecore che non sono di quest’ovile” (Gv 10,16) e che sono chiamate a divenire un unico gregge: il riferimento è alla resurrezione di Cristo che fa l’unità dei figli di Dio dispersi. Non si deve poi dimenticare che il Risorto è il pastore che narra Dio guidando le sue pecore al di là della morte, come dice il Salmo 48,15 (secondo il testo ebraico), e non a caso la raffigurazione del buon pastore con la pecora in spalla si trova spesso nelle catacombe.

Per due volte Gesù ripete l'autorivelazione: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,11.14). L’aggettivo kalòs, letteralmente, “bello”, significa che Gesù è veramente degno del titolo di pastore, in quanto adempie pienamente la sua funzione. Proclamandosi “buon pastore” Gesù afferma di assumere completamente su di sé la responsabilità e il peso del gregge di Dio. L'“Io sono” iniziale ha valore di promessa e di impegno: Gesù attesta che sarà oggi, come ieri e in futuro, il pastore delle sue pecore. Egli promette la sua indefettibile presenza accanto ai suoi. Il termine kalós è usato nel IV vangelo in riferimento al vino delle nozze di Cana (2,10) e alle opere compiute da Gesù (10,32.33). In entrambi i casi esso indica realtà afferenti al tempo messianico: il vino dei tempi messianici e le opere messianiche. Insomma, questo aggettivo mette in luce l'opera salvifica compiuta dal Pastore messianico. Di fronte a questa pregnante valenza teologica, è ovvio che l'aggettivo kalós non indica una qualità soggettiva di Gesù come la sua bontà. Tale titolo è poi esplicitato dalla frase che attesta che il buon pastore “depone la sua vita per le pecore” (Gv 10,11). Questa espressione si trova altre tre volte nei vv. successivi (Gv 10,14.17.18) e sembra la versione giovannea dell'espressione sinottica “dare la vita per” (cf. Mc 10,45; Mt 20,28). Nell'AT troviamo un'espressione analoga per indicare il rischio a cui qualcuno espone la propria vita (Gdc 12,3; 1Sam 19,5; 28,21; Gb 13,14), per salvare una persona o il proprio popolo: David rischiava la vita per proteggere il gregge che doveva pascolare (1Sam 17,34ss.). Tuttavia nel testo giovanneo l'espressione ha ormai un senso tecnico caro e indica la morte di croce. Gesù dunque è veramente il Pastore perché giunge alla morte di croce per gli uomini. L'atto in cui culmina l'essere pastore di Gesù è il dono della propria della vita per le pecore, atto che Gesù compie nella massima libertà. La valenza salvifica di questo atto è sottolineata dal fatto che la morte di croce è la rivelazione dell'amore del Padre: “Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16).

L'azione salvifica del buon Pastore è posta in rilievo dall'azione, con esito nefasto per le pecore, del salariato (meglio che “mercenario”). Non essendo pastore, a lui non sta a cuore delle pecore stesse e, all'avvicinarsi di una minaccia per il gregge, egli non espone se stesso al rischio della vita, ma fugge e abbandona le pecore al loro destino (vv. 12-13). Non si tratta di cercare dei personaggi storici in cui identificare sia il salariato (v. 12-13) che il lupo (v. 12), ma di cogliere nel comportamento del salariato il contrappunto negativo del comportamento del buon pastore e, nell'avvicinarsi del lupo, l'approssimarsi di una situazione di pericolo per il popolo. In particolare il verbo “disperdere” (v. 12) evoca il passato sventurato di Israele, la dispersione tra le genti, gli esili e le deportazioni subite. Se il salariato “abbandona” le pecore, Gesù invece, all'approssimarsi dell'ora cruciale della Passione, promette ai suoi che non li abbandonerà, che non li lascerà orfani (cf. Gv 14,18); se il salariato non impedisce che le pecore siano “rapite” (v. 12), il Pastore Gesù assicura che nessuno potrà “rapire” i suoi dalla sua mano, perché è il Padre stesso che gliele ha date, e lui e il Padre sono “uno” (cf. Gv 10,28-29). Se anche il gruppo dei discepoli sarà disperso nel momento critico dell'arresto e della passione di Gesù (cf. Mc 14,27; Mt 26,31: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”), il Risorto, come pastore in cerca delle sue pecore disperse, raggiungerà e ridarà unità ai discepoli e continuerà a guidarli camminando davanti a loro (cf. Mc 14,28; Mt 26,32: “Dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”). Se il salariato non si sente legato alle pecore, invece Gesù sente come “suoi” i discepoli e per loro è disposto a deporre la vita.

Il rapporto fra Pastore e pecore è espresso nei termini di conoscenza reciproca nei vv. 14-15: Gesù è buon pastore perché conosce le sue pecore e queste conoscono lui, così come lui conosce il Padre e il Padre conosce lui. Questa conoscenza implica un coinvolgimento personale, una comunione vissuta. Si tratta di una conoscenza dinamica che avviene all'interno di una relazione esistenziale. Anche la relazione di appartenenza, per cui Gesù parla dei “suoi”, nasce dalla conoscenza prioritaria di Gesù per le sue pecore, conoscenza che è amore. I discepoli, a loro volta, conoscono Gesù, e la loro conoscenza è frutto della “fede” in Gesù, fede che porta il credente a partecipare alla vita divina in Gesù e ad avere comunione con lui e con il Padre. Questo legame di alleanza che unisce Gesù ai suoi discepoli è basato sul saldo fondamento della conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio (v. 15). Il “come” del v. 15 ha valore fondativo, costitutivo. La conoscenza che unisce Gesù alle sue pecore è della stessa natura di quella che lo unisce a Dio. In questo modo, il discorso sul buon pastore acquisisce sempre maggiore densità teologica, distaccandosi progressivamente dal piano del riferimento storico per elevarsi al piano della rivelazione cristologica. E proprio il riferimento alla morte di Cristo spiega l'apertura universalistica del discorso nel v. 16. Gesù parla di “altre pecore, non appartenenti a questo recinto”, cioè al giudaismo, che egli deve guidare: si tratta dei credenti provenienti dalla gentilità. Uno degli effetti della morte di Cristo è il raduno dei figli di Dio dispersi, la creazione di un unico gregge formato da persone provenienti non solo dal giudaismo, ma anche da tutti i popoli: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quando, in Gv 10,16 si usano i verbi al futuro “ascolteranno” e “diventeranno”, è evidente che si intravede l'ingresso dei gentili nella chiesa, evento che si produrrà dopo la Pasqua. Gesù è dunque pastore universale: la narrazione del martirio di Policarpo parla di Gesù Cristo come “Pastore della chiesa universale sparsa su tutta la terra” (Martirio di Policarpo 19,2).

È poi importante sottolineare che Gesù parla dell'unicità del Pastore, non dell'ovile, come erroneamente inteso in diversi manoscritti della traduzione latina di Gerolamo (et fiet unum ovile) suscitando, soprattutto in epoca rinascimentale, interpretazioni che vi individuavano indebitamente un riferimento alla sede petrina. Giustamente p. Ignace de la Potterie scrive: “Giovanni non avrebbe mai detto che Pietro era l'unico pastore!”. Inoltre il verbo usato da Giovanni nel v. 16 (“diventeranno”), suppone che tale unità e comunione sarà crescente e progressiva, fino ad aprirsi a una prospettiva escatologica. Non stupisce pertanto ciò che dice l'Apocalisse: “L'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore, e li guiderà alle sorgenti della vita” (Ap 7,17).

L'evoluzione del discorso trova il suo compimento nei vv. 17-18, in cui non vi è più alcun accenno alle immagini pastorali, ma solo affermazioni teologiche sul rapporto tra il Padre e il Figlio, e sulla morte-resurrezione di Cristo descritta come evento con cui Cristo depone e poi riprende la propria vita. Gesù aveva già accennato alla propria morte come deposizione della vita, ma ora vi aggiunge l'accenno alla resurrezione con le parole sul riprendere la vita. Così l'intero discorso su Gesù buon pastore sfocia nella contemplazione del compimento dell'opera di salvezza. Che è anche la rivelazione massima dell'amore del Padre verso il Figlio e per tutti gli uomini. Croce e resurrezione sono il segno supremo dell'amore di Dio per gli uomini. Il compimento del piano di salvezza divino è l'adempimento del comandamento ricevuto dal Padre: un adempimento avvenuto in piena libertà, come sottolinea l'affermazione che Gesù ha il potere (exousía) di deporre la vita e il potere di riprenderla. Questo “potere”, che dice la sovrana libertà di Gesù, Gesù lo manifesta all'interno di un’assoluta obbedienza nei confronti del Padre: l'obbedienza libera perché nasce dall'amore ed è motivata dall'amore. La sua obbedienza amorosa nei confronti del Padre diviene donazione libera e amorosa della vita per gli uomini. Il mistero del Pastore si sintetizza nell'evento della salvezza che è mistero di amore.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14497-un-pastore-per-tutti

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato 24 aprile 2021

MEDITERRANEO Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario


"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario".Ha scritto un giorno  Primo Levi.E’ quelo che accade giovedì 22  aprile quando un sos da un barcone viene ignorato da  due giorni. Il barcone si capovolge e muoiono 130 persone. Lo testimonia la nave di una ong  giunta purtroppo in ritardo.  Lo scenario è sempre quello  del Mediterraneo a poca distanza dalle coste della Libia. L’Europa silenziosa su questa ultima tragedia che non sa, non vuole  soprattutto interessarsi di questo problema. Non vuole interessarsi di persone che in ogni modo ,con viaggi per mare o per terra, con appelli, con richieste individuali ,le chiedono  accoglienza costretti ad abbandonare i loro paesi per varie ragioni . Giovedì 22 aprile  2021 sono affogate 130 persone nel mar Mediterraneo. Quante sono 130 persone? Quanto pesano 130 storie?

Scrive l’Agenzia Adnknos"130 persone annegate. Le autorità dell'Ue e Frontex sapevano del caso di emergenza, ma hanno negato il salvataggio. L'Ocean Viking è arrivata sulla scena, solo per trovare 10 cadaveri". A scriverlo su Twitter è Sea Watch International dopo l'ennesimo naufragio al largo delle coste della Libia. Dal canto suo Frontex, attraverso un portavoce, ha dichiarato che un aeroplano diell'Agenzia "che stava effettuando una ricognizione" nell'area in cui è naufragato il gommone partito dalle coste libiche con oltre cento migranti a bordo "ha avvistato un'imbarcazione, un gommone grigio, con dozzine di persone a bordo, alla deriva al largo della costa libica. L'aereo ha immediatamente allertato i centri di soccorso nazionali in Italia, Malta e Libia, come richiesto dal diritto internazionale".

In precedenza, Alarm Phone aveva fatto riferimento a "oltre 100 persone uccise. Una barca con cui eravamo in contatto si è capovolta. Ocean Viking ha trovato corpi senza vita. Tutte le autorità erano allertate, Frontex li aveva avvistati: li hanno lasciati annegare".

“Oggi, dopo ore di ricerca, la nostra peggiore paura si è avverata" scrive in una nota Luisa Albera, coordinatrice di Ricerca e Soccorso a bordo della Ocean Viking. "L’equipaggio della Ocean Viking ha dovuto assistere alle devastanti conseguenze del naufragio di un gommone a Nord-Est di Tripoli. Mercoledì mattina era scattato l’allarme rispetto a questa stessa imbarcazione con circa 130 persone a bordo". "Nelle ultime 48 ore - si legge - il network telefonico civile Alarm Phone ci ha avvisato di un totale di tre barche in difficoltà in acque internazionali al largo della Libia. Tutte si trovavano ad almeno dieci ore dalla nostra posizione nel momento in cui abbiamo ricevuto le segnalazioni. Abbiamo cercato due di queste barche, una dopo l’altra, in una corsa contro il tempo e con il mare molto mosso, con onde fino a 6 metri. In assenza di un coordinamento efficace da parte dello Stato, tre navi mercantili e la Ocean Viking hanno cooperato per organizzare la ricerca in condizioni di mare estremamente difficili. Oggi, mentre cercavamo senza sosta – nella totale mancanza di supporto dalle autorità marittime competenti – tre cadaveri sono stati avvistati in acqua dalla nave mercantile My rose".

"Un aereo di Frontex ha individuato poco dopo il relitto di un gommone. Dal momento in cui siamo arrivati sul posto oggi non abbiamo trovato nessun sopravvissuto, ma abbiamo visto almeno dieci corpi nelle vicinanze del relitto. Abbiamo il cuore spezzato. Pensiamo alle vite che sono state perse e alle famiglie che potrebbero non avere mai la certezza di ciò che è successo ai loro cari". "Questa tragedia arriva appena un giorno dopo l’orribile notizia condivisa dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni di una donna e un bambino morti su un gommone stracarico che è stato intercettato dalla Guardia Costiera libica in acque internazionali, e i naufraghi sono stati riportati coste libiche e portati in detenzione arbitraria, dove molti di loro subiscono violenze e abusi indicibili".

"Fuori, da qualche parte tra quelle stesse onde, un gommone che trasporta 120 persone. O 100 o 130. Non lo sapremo mai, perché sono tutti morti". Sos Mediterranee racconta così, con le parole della soccorritrice Luisa Albera, a bordo della Ocean Viking, quella che è solo l'ultima strage di migranti in mare, al largo della Libia. Ieri Alarm Phone ha lanciato l'allerta su tre diverse imbarcazioni: una con 40 persone e due gommoni con a bordo tra le 100 e le 120 persone ciascuno. La prima imbarcazione è stata ritrovata ribaltata, un secondo ha fatto ritorno in Libia e a bordo sono stati rinvenuti i cadaveri di una donna e un bambino. Dell'altro, con 42 persone a bordo, "non si hanno notizie da 53 ore". "Speriamo siano ancora vive - e chiediamo alle autorità di cercarle: non lasciate morire anche loro", è l'appello di Alarm Phone, che ieri aveva diramato una richiesta di soccorso ignorata dalle autorità marittime libica nonostante il gommone si trovasse in zona Sar libica a nord est di Tripoli. La posizione gps delle imabarcazioni è stata comunicata alle autorità europee e libiche, ma che l'unica risposta è stata il sorvolo di un "aereo di sorveglianza di Frontex, sette ore dopo il primo allarme, che ha individuato l'imbarcazione e ha informato tutte le autorità e le navi mercantili in zona sulla situazione critica di pericolo". 

Le autorità europee, secondo il report di Alarm Phone confermato dall'ong Sea Watch, avrebbero respinto le responsabilità del coordinamento delle azioni di salvataggio, indicando in quelle libiche le "autorità competenti". Un 'lavarsi le mani' che ha lasciato in balia del mare "con onde fino a sei metri" le imbarcazioni per una intera notte. Fonti Guardia Costiera: trovate le navi e segnalate a Libia La Guardia costiera italiana ha individuato i mercantili che erano più vicini all'area nella quale era stata segnalata la presenza di imbarcazioni con a bordo migranti e li ha comunicati alle autorità libiche. E' quanto riferiscono fonti della Guardia Costiera replicando alla ricostruzione effettuata da Alarm Phone dopo il naufragio avvenuto ieri. L'evento, proseguono le fonti, è avvenuto in area Sar libica e le autorità di Tripoli hanno assunto il coordinamento. La Guardia Costiera, su richiesta delle stesse autorità e come previsto dalle convenzioni internazionali, ha individuato i mercantili poi utilizzati dai libici per le ricerche. La protesta dell'Ong "Le autorità dell'UE e Frontex sapevano dell'emergenza, ma hanno negato il salvataggio", ha scritto l'ong su Twitter. Più netta l'accusa dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni: "Gli Stati si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone che hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo. 

 

È questa l'eredità dell'Europa?", ha scritto su Twitter la portavoce Safa Msehli.Dalla Ocean Viking hanno raccontato di aver cercato due delle tre imbarcazioni, "in una corsa contro il tempo e con mare molto mosso, con onde fino a 6 metri" e "in mezzo a un mare di cadaveri" ma che, in assenza di un "efficace" coordinamento guidato dallo Stato, tre navi mercantili e la stessa Ocean Viking hanno collaborato per organizzare la ricerca in condizioni di mare estremamente difficili. Ma, arrivati nel punto indicato, hanno trovato solo "corpi senza vita". La tragedia arriva nella giornata in cui il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha incontrato al Viminale il ministro degli Affari Esteri libico, Najla El Mangoush, la prima donna nella storia del suo Paese a ricoprire questa carica. Lamorgese "ha ribadito l'esigenza di conferire nuovo impulso alle relazioni italo-libiche, tradizionalmente privilegiate, confermando da parte italiana l'adozione di una strategia ampia e articolata nell'impostazione dei rapporti con il nuovo governo di unità nazionale chiamato a gestire questa fase cruciale per la stabilizzazione del Paese nordafricano". "Sono sicura che riuscirete a portare a termine con successo il vostro compito e, dal canto nostro, continueremo a sostenervi in tale percorso come abbiamo sempre fatto", ha detto il ministro all'interlocutrice libica. E con le morti nel mare è tornata anche la polemica politica con Matteo Salvini che ha twittato: " Altri morti, altro sangue sulla coscienza dei buonisti che, di fatto, invitano e agevolano scafisti e trafficanti a mettere in mare barchini e barconi stravecchi, anche con pessime condizioni meteo. Una preghiera e tanta rabbia". Frontex: "Abbiamo allertato Italia, Malta e Libia" Un aeroplano di Frontex "che stava effettuando una ricognizione" nell'area in cui è naufragato il gommone partito dalle coste libiche con oltre cento migranti a bordo "ha avvistato un'imbarcazione, un gommone grigio, con dozzine di persone a bordo, alla deriva al largo della costa libica. L'aereo ha immediatamente allertato i centri di soccorso nazionali in Italia, Malta e Libia, come richiesto dal diritto internazionale". Lo dichiara un portavoce di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Onu: gli Stati si sono rifiutati di salvarli "Gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire per salvare le vite di oltre 100 persone. Loro hanno implorato e lanciato chiamate di emergenza per due giorni, prima di affondare nel cimitero blu del Mediterraneo. 

È questa l'eredità dell'Europa?". È la domanda provocatoria con cui su Twitter Safa Msehli, la portavoce di Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni dell'Onu, ha commentato l'ultima tragedia sulle rotte migratorie dal Nord Africa. In un altro tweet, a corredo della foto di un gommone ribaltato in acqua, ha scritto: "Lasciati morire in mare. L'umanità è affogata". Sassoli: Governi inadeguati, diano mandato d'intervento all'Ue "La vicenda è dolorosa, terribile e ferisce la nostra umanità. Non si perda altro tempo e non si metta a rischio altra povera gente. I governi nazionali diano poteri e mandato all'Unione europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un'accoglienza obbligatoria. È necessario perché è oramai chiaro che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo. È su queste omissioni che si misurano le responsabilità delle morti in mare. Sulle dinamiche di questa ennesima strage, il Parlamento europeo vuole che sia fatta subito chiarezza e accertate eventuali colpe". Lo ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/gommone-naufraga-libia-si-temono-cento-morti-2b725f2a-7e2b-46b1-b6df-d8c3f1c85127.html

Eremo Rocca S. Stefano sabato 24 aprile 2021