Gesù è il dono del Padre.
Chi è veramente Gesù?
Niente come l’antitesi tra il Buon Pastore e il mercenario ce lo fa capire.
In cosa si differenziano radicalmente le due figure?
Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci alla sua mercé.
Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue.
E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro. Gesù dà la vita per noi. È lui che ce la dà, tiene a precisare, nessuno gliela toglie. Lui, solo lui, ha il potere di offrire la sua vita e di riprenderla di nuovo. In questo sta la sua autorevolezza, nel potere dell’impotenza, a cui Dio nella morte si è volontariamente esposto.
Gli uomini possono seguire Gesù solo in forza di questa sua autorevolezza. Per essa ne conoscono la voce, subiscono il fascino della sua Presenza, si dispongono alla sequela. Solo nel vivere questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta autorevole, cioè capace di incontrare l’altro, di amarlo e di dar la sua vita per lui. L’appartenenza fa essere eco fragile e tenace della sua Presenza e suscita la nostalgia di poterlo incontrare.
Dagli Atti degli Apostoli (At 4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro:
«Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio
recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia
noto a tutti voi e a tutto il popolo d'Israele: nel nome di Gesù Cristo il
Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui
vi sta innanzi risanato.
Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è
diventata la pietra d'angolo.
In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato
agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,1-2)
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la
propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le
pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e
il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa
delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le
pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io
devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo
pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di
nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il
potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre
mio».
C'è solo da provare le vertigini quando veniamo a
sapere, da chi lo ha sperimentato, “quale grande amore ci ha dato il Padre
per essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente. E lo siamo fin d'ora.
Quello che poi saremo non ci è stato ancora rivelato.
Quando Dio si rivelerà in tutta la sua Bellezza e in tutto il suo Amore, la
familiarità, la vicinanza, l'esperienza di figli saranno così intime da farci
diventare simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Com' è possibile un amore così pieno che ha la forza di coinvolgere corpo,
sensi, sentimenti, vita, progetti, momenti di gioia e di dolore, fallimenti e
successi, fedeltà e peccati?
Solo Dio Padre può abbracciarci con un abbraccio così esclusivo. Solo il Figlio
Gesù, splendore del Padre, Amatissimo del Padre, nostro fratello e compagno di
viaggio, può rendere inebriante fino all'incredibile questo abbraccio.
Mi sento stupito, sconvolto, trasformato.
L'amore di Gesù è senza chiudende. Non conosce fossati, non pratica
scarti, non discrimina, non esclude. E' tutto per noi, per il mondo, per ogni
uomo e donna di questo mondo. E' un amore che guarisce, rallenta la morsa
del dolore.
E' un unguento di consolazione e di fraternità.
Vivendo un amore di tenerezza così intensa, siamo introdotti nella visione di
Dio. Non può che essere così.
Lo grido a squarciagola. Lo racconto a tutti: voglio conoscere il Volto di un
Padre che mi ama dalla viscere. Chi mi aiuterà? Gesù ci fa fare i passi giusti
verso il Volto di Dio. Si siede accanto al nostro malessere. Attenua la paura
di esistere. Ci libera dagli incubi della solitudine, della paura e della
miseria. Condivide il nostro sentiero cieco, disperante come un labirinto senza
uscita. Si piega sui nostri peccati e, ad uno ad uno, li cura fino a
distruggerli. Anzi nelle sue mani i peccati stessi diventano la nostra storia
personale e talvolta comunitaria della quale con umiltà dobbiamo prendere
coscienza per trovare la liberazione e la gioia.
Gesù ci ama a tal punto da aiutarci a vincere il male e a superarlo distruggendone
nella memoria ogni traccia deprimente.
Desidero con tutto me stesso essere sotto quel crocifisso le cui piaghe
continuano a versare sangue sul capo e sul corpo di tutti quelli che hanno
avuto e hanno il coraggio di “rimanere” ai piedi del Legno.
Su quelli che fino all'ultimo istante sono rimasti apposta per bestemmiare e
rendere ancora più infamante, se fosse stato possibile, quel dolore e quella
vergogna.
Sul brigante che trova, negli scantinati del suo cuore, una piccola sorgente di
pentimento e a quella si affida per non morire di disperazione, fino a quando
Gesù non trasforma quella piccola sorgente in un fiume di misericordia che
scorre in piena, tutto rendendo fecondo e buono.
Il senso di un Dio che ha tanto amato il mondo da darci il Figlio perché
diventassimo figli è contenuto in questo amore che purifica e salva.
Quelle piaghe gloriose sono le destinatarie della nostra contemplazione amante.
Le passiamo tutte in sequenza davanti ai nostri occhi e ci accorgiamo che le
lacrime spontaneamente rigano il nostro viso, ci riscaldano e ci consolano.
Non dovrei mai staccare lo sguardo e il cuore da quelle mani e da quei piedi,
da quella fronte ferita a morte, da quel costato generoso di Presenza di Dio.
L'amore di Gesù è concreto, quotidiano e instancabile. Corrisponde alla
cura premurosa del pastore bello che si prende a cuore le pecore, le conosce
per nome, le accarezza come creature della sua tenerezza. Le segue giorno e
notte, guidandole col bastone che ritma il passo, vigilando su di esse e
riconoscendo ciascuna, per il suono del suo campanaccio.
Per noi il pastore Gesù, bello come una madre e come un padre, dà la vita, non
soltanto la guarigione.
Ci difende dai lupi e dai mercenari. E' pronto a lasciare le novantanove pecore
fedeli nel recinto sicuro, per andare alla ricerca di me, smarrito e ferito,
intrappolato nelle schiavitù delle mie false felicità.
Nessuno come Lui sa prendermi sulle spalle con infinita dolcezza e con pazienza
tenace, dopo avermi liberato dall'intrico dei rovi. E se ho bisogno di unguento
e di aceto per essere curato, li usa senza procurarmi sofferenza se non quella
amabile della correzione perché il mio cuore si converta.
Com'è vera e trasformante la predicazione di Pietro a Gerusalemme. E' un invito
al pentimento e alla vita nuova. Esigenze che rimangono attuali anche dopo la
Pasqua, perché è vero che noi amiamo il Signore, ma allo stesso tempo rimane
vero che siamo inguaribili schiavi del peccato.
Coloro che ascoltano l'Apostolo si sentono feriti nel cuore. Si pentono della
loro mancanza di amore.
Sperimentano un dolore sincero per le loro infedeltà. Sono capaci di piangere
per la gioia: hanno incontrato la misericordia di Gesù, quell'amore di
tenerezza, molto più inguaribile dei nostri peccati.
Gesù, sono qui. Piango e mi lamento. Non mi vedi?
Ascolta almeno la mia voce. Ti cerco dall'abisso dei miei peccati, mentre Tu mi
cerchi dalle profondità del tuo amore.
Gesù, sono il tuo discepolo ribelle che ha creduto di essere importante, libero
e furbo allontanandosi da te. Sei tu, in realtà, la ragione della mia vita.
Tu mi conosci per nome e mi chiami con affetto, dalle viscere della tua
benevolenza. Tu ogni giorno passi in rassegna i nostri volti. Riprendi tra le
mani le nostre storie. Non ti stanchi mai dei nostri occhi.
Sei il nostro pastore buono, instancabile giorno e notte. Con quel bastone che
ci indica i passi.
Sei il nostro pastore bello, capace di restituire continuamente alla nostra
vita i tratti di Tuo Padre che ci ha plasmati simili a Lui. Destinati a Lui. Desiderosi
di Lui, fino alla “visione”. Per essere come Lui è.
Gesù, vedi come nella mia vita esistono due vie: una che mi porta per
attrazione amorosa a Te. L'altra che mi porta a lasciarmi trascinare dalla
passione, dalla parte oscura di me.
Gesù, diventa per me bastone e vincastro. Solo essi mi danno sicurezza.
Prepara per me la mensa della confidenza. Sii Tu, Gesù, a cospargere il mio
capo col tuo unguento inebriante e trasformalo nel buon profumo di Te. Lascia
che il mio calice trabocchi di felicità.
Sei Tu, Gesù, che mi permetti di rivolgerti una preghiera così ardita. E' la
preghiera di chi sa di essere destinato alla visione.
Don Mario Simula https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=52955
La IV domenica di Pasqua ripete l’annuncio che Cristo è morto e risorto attraverso l’immagine del pastore. Immagine che, nell’odierna pagina evangelica, diviene visione sintetica dell’evento pasquale, culmine della storia di salvezza. Gesù, che durante la sua vita è stato il pastore del piccolo gregge (Lc 12,32) del gruppo dei suoi discepoli, ha esposto la sua vita per amore dei suoi fino a morire per amore dei suoi (cf. Gv 10,11-15: riferimento alla morte di Cristo); la sua morte poi sfocia nella resurrezione che prolunga ed estende il suo ministero di pastore a livello universale (Gv 10,16-18: riferimento alla resurrezione). In effetti, il testo evangelico parla di “altre pecore che non sono di quest’ovile” (Gv 10,16) e che sono chiamate a divenire un unico gregge: il riferimento è alla resurrezione di Cristo che fa l’unità dei figli di Dio dispersi. Non si deve poi dimenticare che il Risorto è il pastore che narra Dio guidando le sue pecore al di là della morte, come dice il Salmo 48,15 (secondo il testo ebraico), e non a caso la raffigurazione del buon pastore con la pecora in spalla si trova spesso nelle catacombe.
Per due volte Gesù ripete l'autorivelazione: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,11.14). L’aggettivo kalòs, letteralmente, “bello”, significa che Gesù è veramente degno del titolo di pastore, in quanto adempie pienamente la sua funzione. Proclamandosi “buon pastore” Gesù afferma di assumere completamente su di sé la responsabilità e il peso del gregge di Dio. L'“Io sono” iniziale ha valore di promessa e di impegno: Gesù attesta che sarà oggi, come ieri e in futuro, il pastore delle sue pecore. Egli promette la sua indefettibile presenza accanto ai suoi. Il termine kalós è usato nel IV vangelo in riferimento al vino delle nozze di Cana (2,10) e alle opere compiute da Gesù (10,32.33). In entrambi i casi esso indica realtà afferenti al tempo messianico: il vino dei tempi messianici e le opere messianiche. Insomma, questo aggettivo mette in luce l'opera salvifica compiuta dal Pastore messianico. Di fronte a questa pregnante valenza teologica, è ovvio che l'aggettivo kalós non indica una qualità soggettiva di Gesù come la sua bontà. Tale titolo è poi esplicitato dalla frase che attesta che il buon pastore “depone la sua vita per le pecore” (Gv 10,11). Questa espressione si trova altre tre volte nei vv. successivi (Gv 10,14.17.18) e sembra la versione giovannea dell'espressione sinottica “dare la vita per” (cf. Mc 10,45; Mt 20,28). Nell'AT troviamo un'espressione analoga per indicare il rischio a cui qualcuno espone la propria vita (Gdc 12,3; 1Sam 19,5; 28,21; Gb 13,14), per salvare una persona o il proprio popolo: David rischiava la vita per proteggere il gregge che doveva pascolare (1Sam 17,34ss.). Tuttavia nel testo giovanneo l'espressione ha ormai un senso tecnico caro e indica la morte di croce. Gesù dunque è veramente il Pastore perché giunge alla morte di croce per gli uomini. L'atto in cui culmina l'essere pastore di Gesù è il dono della propria della vita per le pecore, atto che Gesù compie nella massima libertà. La valenza salvifica di questo atto è sottolineata dal fatto che la morte di croce è la rivelazione dell'amore del Padre: “Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16).
L'azione salvifica del buon Pastore è posta in rilievo dall'azione, con
esito nefasto per le pecore, del salariato (meglio che “mercenario”). Non
essendo pastore, a lui non sta a cuore delle pecore stesse e, all'avvicinarsi
di una minaccia per il gregge, egli non espone se stesso al rischio della vita,
ma fugge e abbandona le pecore al loro destino (vv. 12-13). Non si tratta di
cercare dei personaggi storici in cui identificare sia il salariato (v. 12-13)
che il lupo (v. 12), ma di cogliere nel comportamento del salariato il
contrappunto negativo del comportamento del buon pastore e, nell'avvicinarsi
del lupo, l'approssimarsi di una situazione di pericolo per il popolo. In
particolare il verbo “disperdere” (v. 12) evoca il passato sventurato di
Israele, la dispersione tra le genti, gli esili e le deportazioni subite. Se il
salariato “abbandona” le pecore, Gesù invece, all'approssimarsi dell'ora
cruciale della Passione, promette ai suoi che non li abbandonerà, che non li
lascerà orfani (cf. Gv 14,18); se il salariato non impedisce che le pecore
siano “rapite” (v. 12), il Pastore Gesù assicura che nessuno potrà “rapire” i
suoi dalla sua mano, perché è il Padre stesso che gliele ha date, e lui e il
Padre sono “uno” (cf. Gv 10,28-29). Se anche il gruppo dei discepoli sarà
disperso nel momento critico dell'arresto e della passione di Gesù (cf. Mc
14,27; Mt 26,31: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”), il
Risorto, come pastore in cerca delle sue pecore disperse, raggiungerà e ridarà
unità ai discepoli e continuerà a guidarli camminando davanti a loro (cf. Mc
14,28; Mt 26,32: “Dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”). Se il
salariato non si sente legato alle pecore, invece Gesù sente come “suoi” i
discepoli e per loro è disposto a deporre la vita.
Il rapporto fra Pastore e pecore è espresso nei termini di conoscenza reciproca nei vv. 14-15: Gesù è buon pastore perché conosce le sue pecore e queste conoscono lui, così come lui conosce il Padre e il Padre conosce lui. Questa conoscenza implica un coinvolgimento personale, una comunione vissuta. Si tratta di una conoscenza dinamica che avviene all'interno di una relazione esistenziale. Anche la relazione di appartenenza, per cui Gesù parla dei “suoi”, nasce dalla conoscenza prioritaria di Gesù per le sue pecore, conoscenza che è amore. I discepoli, a loro volta, conoscono Gesù, e la loro conoscenza è frutto della “fede” in Gesù, fede che porta il credente a partecipare alla vita divina in Gesù e ad avere comunione con lui e con il Padre. Questo legame di alleanza che unisce Gesù ai suoi discepoli è basato sul saldo fondamento della conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio (v. 15). Il “come” del v. 15 ha valore fondativo, costitutivo. La conoscenza che unisce Gesù alle sue pecore è della stessa natura di quella che lo unisce a Dio. In questo modo, il discorso sul buon pastore acquisisce sempre maggiore densità teologica, distaccandosi progressivamente dal piano del riferimento storico per elevarsi al piano della rivelazione cristologica. E proprio il riferimento alla morte di Cristo spiega l'apertura universalistica del discorso nel v. 16. Gesù parla di “altre pecore, non appartenenti a questo recinto”, cioè al giudaismo, che egli deve guidare: si tratta dei credenti provenienti dalla gentilità. Uno degli effetti della morte di Cristo è il raduno dei figli di Dio dispersi, la creazione di un unico gregge formato da persone provenienti non solo dal giudaismo, ma anche da tutti i popoli: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quando, in Gv 10,16 si usano i verbi al futuro “ascolteranno” e “diventeranno”, è evidente che si intravede l'ingresso dei gentili nella chiesa, evento che si produrrà dopo la Pasqua. Gesù è dunque pastore universale: la narrazione del martirio di Policarpo parla di Gesù Cristo come “Pastore della chiesa universale sparsa su tutta la terra” (Martirio di Policarpo 19,2).
È poi importante sottolineare che Gesù parla dell'unicità del Pastore, non
dell'ovile, come erroneamente inteso in diversi manoscritti della traduzione
latina di Gerolamo (et fiet unum ovile) suscitando, soprattutto in
epoca rinascimentale, interpretazioni che vi individuavano indebitamente un
riferimento alla sede petrina. Giustamente p. Ignace de la Potterie scrive:
“Giovanni non avrebbe mai detto che Pietro era l'unico pastore!”. Inoltre il
verbo usato da Giovanni nel v. 16 (“diventeranno”), suppone che tale unità e
comunione sarà crescente e progressiva, fino ad aprirsi a una prospettiva
escatologica. Non stupisce pertanto ciò che dice l'Apocalisse: “L'Agnello che
sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore, e li guiderà alle sorgenti
della vita” (Ap 7,17).
L'evoluzione del discorso trova il suo compimento nei vv. 17-18, in cui non vi è più alcun accenno alle immagini pastorali, ma solo affermazioni teologiche sul rapporto tra il Padre e il Figlio, e sulla morte-resurrezione di Cristo descritta come evento con cui Cristo depone e poi riprende la propria vita. Gesù aveva già accennato alla propria morte come deposizione della vita, ma ora vi aggiunge l'accenno alla resurrezione con le parole sul riprendere la vita. Così l'intero discorso su Gesù buon pastore sfocia nella contemplazione del compimento dell'opera di salvezza. Che è anche la rivelazione massima dell'amore del Padre verso il Figlio e per tutti gli uomini. Croce e resurrezione sono il segno supremo dell'amore di Dio per gli uomini. Il compimento del piano di salvezza divino è l'adempimento del comandamento ricevuto dal Padre: un adempimento avvenuto in piena libertà, come sottolinea l'affermazione che Gesù ha il potere (exousía) di deporre la vita e il potere di riprenderla. Questo “potere”, che dice la sovrana libertà di Gesù, Gesù lo manifesta all'interno di un’assoluta obbedienza nei confronti del Padre: l'obbedienza libera perché nasce dall'amore ed è motivata dall'amore. La sua obbedienza amorosa nei confronti del Padre diviene donazione libera e amorosa della vita per gli uomini. Il mistero del Pastore si sintetizza nell'evento della salvezza che è mistero di amore.
Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14497-un-pastore-per-tutti




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