E con la prima stella
nel cielo fresco dell’inverno
il fumo si confonde con le ombre.
Sui tetti delle case
aggrappate ad anni solitari
e a colline pietrose
è tutto un silenzioso via vai
di carezze dentro sogni dispersi
che stasera stentano ad addormentarsi.
***
Vestivamo il diavolo senza poter comprare
i vestiti di Prada
che per la fame non avevamo nemmeno
gli occhi per piangere.
A volte le vecchiette di Vico Spezzato
ci dicevano attenti agli spiriti per farci
paura
e tenerci a bada monelli come eravamo
ma gli spiriti erano angeli con le scarpe
da zappaterra o con la camicia da ferroviere
padri e zii che lavoravano dalla mattina
alla sera
come mastro Salvatore Petrilli il muratore
e mastro Puntello il falegname
che poi la sera si sedevano specialmente
d’estate fuori la porta della cantina di Ioletta
e con un bicchiere di vino in mano
raccontavano storie affascinanti di Garibaldi
e qualcuno dei loro padri era stato garibaldino.
Oreste Bagonghe cantava bandiera rossa
e il professor Carlo Autiero commemorava
ogni anno
nella sezione del PCI di Corso Ovidio
Lenin e la Rivoluzione d’ottobre.
Avevo i calzoni corti e andavo dietro
a mio padre
trovai da leggere in quella sezione
“La madre” di Gorkj e “I cosacchi” di Tolstoi
e ho amato così la Bur grigia.
I cugini Marcone giocavano tutti al calcio
io non li guardavo nemmeno perché
forse del pallone non me ne importava niente
ma in fondo ero un po’ geloso
di non saper giocare al calcio come loro.
Andavamo a far guerra tirandoci sassate
fuori Porta e non avevamo ancora letto
“I ragazzi della Via Pal”.
Leggevo Capitan Mike,Grande Black
e il Monello
che costavano venti lire e me li comprava
mia madre il mercoledì
quando andava a dare l’acqua alle piante
di zia Liberata che in agosto andava
a Pescara da sua sorella.
Mi piaceva di più Gino Bartali
perché Fausto Coppi era un po’ aristocratico
e tutte quelle storie della Dama Bianca
che da ragazzo non capivo.
Parlavo nel sonno durante la notte
e zio Arnaldo qualche volta me lo riferiva
a modo suo che dormivamo nella stessa stanza.
Erano gli anni dell’oratorio, della prima comunione,
delle versioni di latino della professoressa Rizza
della colazione con pane e frittata prima
di entrare a scuola.
Erano gli anni che ricordo ora sempre di più
ogni giorno
e la notte quando non posso dormire
mentre faccio finta di dimenticare quello
che ho mangiato ieri
erano gli anni lievi che non ingombrano il cuore
il cuore leggero di quegli anni vissuti
alla leggera.
***
Di Tione ricordo Olindo Rosati
maestro di scuola per una vita e pure
sindaco
e il suo amico Don Rinaldo che incontro
ancora qualche volta
e il gran parentado di Annamaria
la famiglia Trionfi e quella loro grande casa
sulla piazza.
E ricordo nonna Francesca tra i silenzi
del suo giardino di montagna
di fronte ad un’altra montagna
dove il gelo d’inverno e la solagna d’estate
spaccano ugualmente le pietre
e Massimino che da giovane andava
in bicicletta a l’Aquila per trasportare
così le sue merci
e quei morti che dopo la frana
non si sono più trovati
un cimitero scomparso
che Caterina andava a cercare nelle campagne
del pendio del monte
per accendere un lumino il due novembre.
Quel paese mi ricordo dove erano rimasti
solo due asini
che incontravi la sera all’abbeverata alla fonte.
Di Tione ricordo gli amici che Daniele
mi ha fatto conoscere
e che ora vado a trovare in quel piccolo
cimitero sulla strada per Fontecchio
ora che per le sue strade non s’incontra
più nessuno
né vivi né morti perché il terremoto
se li è presi tutti e si è preso le loro case
e s’è preso la Chiesa di S. Vincenzo
e solo la torre ha lasciato in piedi.
Di Tione mi restano nel ricordo
queste poesie di “Stelle in corsa”
che per Tione qui ho ricopiato come
l’alfabeto d’un pianto, il sillabario
di un dolore,
il canto d’una luna di gennaio
sul monte e sulla valle, lungo il fiume
e dentro i boschi ,come un respiro
che di respiro ha il vezzo
che l’ultima volta che l’ho visto
mi si è mozzato in gola il fiato.
Di Tione non voglio più dire ora
ora che dorme nel cuore un sogno
il sogno di tornare a rivedere i suoi tetti
le sue case e poi parlarne di nuovo.
***
Al termine di un giorno
restano a bagnarsi sotto
l’umida sera di settembre
un prato e un cuore:
solitudini alla luce lunare
e desolate terre
dei primi desolati sogni
che non riescono ad incuriosire
nemmeno più la vita.
***
Era la prima luna
nella prima ora della notte
pura nel freddo puro
d’inverno:
sembrava il volto
della stagione nostra
lieve come l’aria
pure trafitta da un’attesa fatta
da un poco di pianto
da un poco di speranza.
***
Questa città che amo in segreto
senza mai osare di confessarlo
è uno sguardo, una luce
un cielo riflesso dentro l’ombra
d’una finestra,calore di bocche
che scioglie il respiro.
Amo il respiro di questa città
lo porta il vento che asciuga
la terra e le ossa dei suoi morti.
***
Voglio vedere un altro tramonto
voglio vedere un’altra alba.
Per resistere vivo
ogni respiro può essere
un immediato pensiero
un pensiero di vita,
posato leggero come il volo
dei passeri,
come cuore d’un nido
in fondo al bosco,
leggiadra e dorata fiamma
come passione ostinata
e soffio d’ali nell’aria.
***
Brilla nitida l’Orsa.
Dondola la luna in cielo.
Tra i ciottoli che risuonano
come rintocchi in un mare
di marmo,
tra fili d’erba come lampi
di terra smossa,
è tutto un camuffarsi di ombre:
fanno la fila per entrare
nel letto dell’alba
prima di svendersi al vento
d’un altro irrequieto giorno
che s’annuncia attorno,
attorno,
come l’inverno al prato della valle.
***
Sai leggo ancora versi di Montale
come sempre,
quelli che ti piacevano
poi mi ritornano in mente .
Rammento le stanze
dove li ho letti e le ore
e fissando a volte
una a una quelle ore
rifletto a poco a poco
quelle parole in altri versi.
Quelli che scrivo
ogni tanto ,qualche volta
pensando a te.
Non ho mai capito
per me per te perché
quei versi sono come un ragionare
sulla vita dentro la passione
che non riesco a comprendere,
perché credo mai sono
dove credo.
Basterebbero versi così e così
messi in fila in modo da vivere
da soli ; no invece sono versi
che stanno ancora dentro
e sono parole che mi fanno
parlare ancora
per la mia giornata
fino a notte. La notte che viene
sempre dopo il giorno
e anche dopo la giornata
della vita.
So solo che sono stato
stolto e forte per sempre
leggendo quei versi ,
perché posso ancora intendere
chi sono pur nei dilemmi ,
chi sono oggi
chi sono stato ieri
con la stessa allegria forse
di quel’altro naufrago.
Eremo Rocca Stefano sabato 10 aprile 2021





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