sabato 10 aprile 2021

Esistere&Resistere Lockdown undici

 


E con la prima stella

nel cielo fresco dell’inverno

il fumo si confonde con le ombre.

Sui tetti delle case

aggrappate ad anni solitari

e a colline pietrose

è tutto un silenzioso via vai

di carezze dentro sogni dispersi

che stasera stentano ad addormentarsi.

 

***

Vestivamo il diavolo senza poter comprare

i vestiti di Prada

che per la fame non avevamo nemmeno

gli occhi per piangere.

A volte le vecchiette di Vico Spezzato

ci dicevano attenti agli spiriti per farci

paura

e tenerci a bada monelli come eravamo

ma gli spiriti erano angeli con le scarpe

da zappaterra o con la camicia da ferroviere

padri e zii che lavoravano dalla mattina

alla sera

come mastro Salvatore Petrilli il muratore

e mastro Puntello il falegname

che poi la sera si sedevano specialmente

d’estate fuori la porta della cantina di Ioletta

e con un bicchiere di vino in mano

raccontavano storie affascinanti di Garibaldi

e qualcuno dei loro padri era stato garibaldino.

Oreste Bagonghe cantava bandiera rossa

e il professor Carlo Autiero commemorava

ogni anno

nella sezione del PCI di Corso Ovidio

Lenin e la Rivoluzione d’ottobre.

 Avevo i calzoni corti e andavo dietro

a mio padre

trovai da leggere in quella sezione

“La madre” di Gorkj e “I cosacchi” di Tolstoi

e ho amato così la Bur grigia.

I cugini Marcone giocavano tutti al calcio

io non li guardavo nemmeno perché

forse del pallone non me ne importava niente

ma in fondo ero un po’ geloso

di non saper giocare al calcio come loro.

Andavamo a far guerra tirandoci sassate

fuori Porta e non avevamo ancora letto

“I ragazzi della Via Pal”.

Leggevo Capitan Mike,Grande Black

e il Monello

che costavano venti lire e me li comprava

mia madre il mercoledì

quando andava a dare l’acqua alle piante

di zia Liberata che in agosto andava

a Pescara da sua sorella.

Mi piaceva di più Gino Bartali

perché Fausto Coppi era un po’ aristocratico

e tutte quelle storie della Dama Bianca

che da ragazzo non capivo.

Parlavo nel sonno durante la notte

e zio Arnaldo qualche volta me lo riferiva

a modo suo che dormivamo nella stessa stanza.

Erano gli anni dell’oratorio, della prima comunione,

delle versioni di latino della professoressa Rizza

della colazione con pane e frittata prima

di entrare a scuola.

Erano gli anni che ricordo ora sempre di più

ogni giorno

e la notte quando non posso dormire

mentre faccio finta di dimenticare quello

che ho mangiato ieri

erano gli anni lievi che non ingombrano il cuore

il cuore leggero di quegli anni vissuti

alla leggera.

 

***

Di Tione ricordo Olindo Rosati

maestro di scuola per una vita e pure

sindaco

e il suo amico Don Rinaldo che incontro

ancora qualche volta

e il gran parentado di Annamaria

la famiglia Trionfi e quella loro grande casa

sulla piazza.

E ricordo nonna Francesca tra i silenzi

del suo giardino di montagna

di fronte ad un’altra montagna

dove il gelo d’inverno e la solagna d’estate

spaccano ugualmente le pietre

e Massimino che da giovane andava

in bicicletta a l’Aquila per trasportare

così le sue merci

e quei morti che dopo la frana

non si sono più trovati

un cimitero scomparso

che Caterina andava a cercare nelle campagne

del pendio del monte

per accendere un lumino il due novembre.

Quel paese mi ricordo dove erano rimasti

solo due asini

che incontravi la sera all’abbeverata alla fonte.

Di Tione ricordo gli amici che Daniele

mi ha fatto conoscere

e che ora vado a trovare in quel piccolo

cimitero sulla strada per Fontecchio

ora che per le sue strade non s’incontra

più nessuno

né vivi né morti perché il terremoto

se li è presi tutti e si è preso le loro case

 e s’è preso la Chiesa di S. Vincenzo

e solo la torre ha lasciato in piedi.

Di Tione mi restano nel ricordo

queste poesie di “Stelle in corsa”

che per Tione qui ho ricopiato come

l’alfabeto d’un pianto, il sillabario

di un dolore,

il canto d’una luna di gennaio

sul monte e sulla valle, lungo il fiume

e dentro i boschi ,come un respiro

che di respiro ha il vezzo

che l’ultima volta che l’ho visto

mi si è mozzato in gola il fiato.

Di Tione non voglio più dire ora

ora che dorme nel cuore un sogno

il sogno di tornare a rivedere i suoi tetti

le sue case e poi parlarne di nuovo.

 

***

Al termine di un giorno

restano a bagnarsi sotto

l’umida sera di settembre

un prato e un cuore:

solitudini alla luce lunare

e desolate terre

dei primi desolati sogni

che non riescono ad incuriosire

nemmeno più la vita.

 

***

Era la prima luna

nella prima ora della notte

pura nel freddo puro

d’inverno:

sembrava il volto

della stagione nostra

lieve come l’aria

pure trafitta da un’attesa fatta

da un poco di pianto

da un poco di speranza.

 

***

Questa città che amo in segreto

senza mai osare di confessarlo

è uno sguardo, una luce

un cielo riflesso dentro l’ombra

d’una finestra,calore di bocche

che scioglie il respiro.

Amo il respiro di questa città

lo porta il vento che asciuga

la terra e le ossa dei suoi morti.

 

***

Voglio vedere un altro tramonto

voglio vedere un’altra alba.

Per resistere vivo

ogni respiro può essere

un immediato pensiero

un pensiero di vita,

posato leggero come il volo

dei passeri,

come cuore d’un nido

in fondo al bosco,

leggiadra e dorata fiamma

come passione ostinata

e soffio d’ali nell’aria.

 

***

Brilla nitida l’Orsa.

Dondola la luna in cielo.

Tra i ciottoli che risuonano

come rintocchi in un mare

di marmo,

tra fili d’erba come lampi

di terra smossa,

è tutto un camuffarsi di ombre:

fanno la fila per entrare

nel letto dell’alba

prima di svendersi al vento

d’un altro irrequieto giorno

che s’annuncia attorno,

attorno,

come l’inverno al prato della valle.

 

***

Sai leggo ancora versi di Montale

come sempre,

quelli che ti piacevano 

poi mi ritornano in mente .

Rammento le stanze

dove li ho letti e le ore

e fissando  a volte

una a una quelle ore

rifletto a poco a poco

quelle parole  in altri versi.

Quelli che scrivo

ogni tanto ,qualche volta

pensando a te.

Non ho mai capito

per me per te perché

quei versi  sono come un ragionare

sulla vita dentro la passione

che non riesco a comprendere,

perché  credo mai sono

dove credo.

Basterebbero versi così e così

messi in fila in modo  da vivere

da soli ; no invece sono versi

che stanno ancora dentro

e sono parole che mi fanno

parlare  ancora

per la mia giornata

fino a notte. La notte che viene

sempre dopo il giorno

e anche dopo la giornata

della vita.

So  solo che sono stato

stolto e forte per sempre

leggendo quei versi ,

perché posso ancora intendere

chi sono  pur nei dilemmi ,

chi sono oggi

chi sono stato ieri

con la stessa allegria forse

di quel’altro  naufrago.

 

Eremo Rocca Stefano  sabato 10 aprile  2021

 

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