La recente scomparsa di Maurizio Costanzo il cui “Costanzo Show” fu indubbiamente il più longevo show della storia della tivvù mi permette di riflettere e condividere su questo modo di fare una certa tivvù per decenni . Una storia iniziata forse con “Bontà loro” progenitore del ben più celebre Costanzo Show dove la casalinga era ospite insieme a Miss Italia ed alla star di turno, discorrendo di tutto o niente e passata poi attraverso il gradimento del pubblico a contenuti diversi e in particolare a incontri e discussioni politici grazie all'intuizione di Giancarlo Funari di invitare ai talk show i politici del momento che comparivano in tv solo nelle Tribune politiche . Il mixer dei due generi ebbe poi in Michele Santoro l'artefice incomparabile per la trasformazione di una normale discussione da bar ad “evento televisivo” in prima serata con milioni di spettatori conquistati dal suo modo di condurre un poco guascone, un poco semiserio, un poco “incazzato”.Il talk show politico divenne quindi un genere televisivo di sicuro successo. Conquistato tra l'altro dallo stesso Santoro nella puntata in cui ebbe come ospite Silvio Berlusconi ad Anno Zero dando vita ad una memorabile puntata se non dal punto di vista giornalistico almeno da quello degli ascolti, visto che la 7 raggiunse picchi di share inimmaginabili fino ad allora.. Da allora un lento declino ha segnato e sta segnando queste trasmissioni che spesso vengono giustiziate dal telecomando che immancabilmente le esclude dai programmi che il telespettatore medio segue giornalmente .
La democrazia del talk show. Storia di un genere che ha cambiato la televisione, la politica, l'Italia di Edoardo Novelli ,Carocci Editore 2016 ripercorre l’evoluzione del talk show politico puro, impuro e ibrido, analizzandone i meccanismi della “messa in scena” e gli effetti. Un percorso che inizia con la televisione pedagogica di Tribuna elettorale e Faccia a faccia, procede con la deriva spettacolare di Bontà Loro e L’Altra campana, per arrivare alle piazze di Samarcanda e Milano, Italia, alla democrazia del pubblico di Funari leader e Braccio di ferro, al racconto della seconda Repubblica proposto da Porta a porta, L’Arena, Vieni via con me. Sino all’attuale ibridazione del talk show con la rete, esperimenti di una nuova scena pubblica orizzontale e di una democrazia digitale. In un contesto in cui la politica ha invaso la televisione con un lungo, ininterrotto talk show; la televisione ha contaminato con la sua logica e i suoi linguaggi l’intera scena pubblica. Un’anomalia tutta italiana, non priva di conseguenze sugli attori e le forme della nostra democrazia rappresentativa. Incrociando ricerca d’archivio con dati quantitativi,
Queste ed altre ricerche ci permettono di fare un'autopsia ai talk show e ai motivi che lentamente ne vanno degradando i contenuti e l'immagine.
Senza però non
chiederci prima che cosa vedono oggi gli italiani in una tivvù
stretta
fra modelli di business pletorici, regole di ingaggio poco
trasparenti, remunerazioni drogate e offerta ripetitiva, in cui va
scomparendo progressivamente la normalità del messaggio .
del
messaggio.
La televisione italiana ha una storia molta lunga alle spalle. L’11 settembre 1949, con una trasmissione sperimentale dalla Triennale di Milano presentata da Corrado, hanno avuto inizio le trasmissioni televisive in Italia con lo standard a 625 linee, ma la programmazione ufficiale cominciò soltanto il 3 gennaio 1954, a cura della RAI, in bianco e nero. Da quel giorno sono stati mandati in onda film, serie tv, i Festival di Sanremo, i programmi di gioco condotti da Mike Bongiorno, Portobello di Enzo Tortora e partite. Ognuno di questi programmi ha sicuramente lasciato buoni ricordi nei telespettatori, chi più chi meno.
Ma se si vuole fare una classifica dei programmi più visti di tutta la storia della televisione italiana, ci si accorge che abbiamo a che fare con un primato che resiste da trent’anni. Infatti, ad oggi il programma più visto risulta La Piovra 4 del 1989, con protagonista un grandissimo Michele Placido, il cui primato è caratterizzato da uno share del 59% e un totale di 17.277.000 telespettatori. Al secondo posto si colloca il faccia a faccia tra Berlusconi e Prodi del 2006, che fece restare con gli occhi incollati al televisore16.129.000 spettatori (share del 52%), mentre al terzo posto abbiamo il capolavoro di Roberto Benigni, “La vita è bella” del 1997. Vincitore di tre Premi Oscar (miglior film, miglior attore e miglior colonna sonora), fu mandato in onda su Rai 1 nel 2001 e fu visto da 16.080.000 telespettatori (share del 54%). (1)
Già nei primi anni di questo millennio la tv gode di un grado di fiducia limitato. Solo due persone su dieci la considerano un medium davvero indipendente e libero. Peraltro, gran parte dei programmi di informazione televisivi appare in calo di credibilità. I tg, soprattutto. Il Tg3 (56,7% di valutazioni positive) e il Tg1 (52,4%) continuano ad essere i più accreditati, fra gli italiani. Ma subiscono, entrambi, un declino. Particolarmente rilevante, nel caso del Tg1, rispetto al 2007. Come, d'altronde, il Tg2. Il calo di fiducia colpisce, a maggior ragione, le testate giornalistiche delle reti Mediaset. Il Tg di La7, invece, segna un aumento di credibilità, rispetto al 2007, ma, per la prima volta dopo tanti anni, arretra, seppur di poco, rispetto al 2012. Gli unici tg che registrano una crescita costante, anche nell'ultimo anno, sono quelli sulle reti all news. Rai News24 e Sky Tg24. Insomma, l'informazione tivù ha perduto e sta perdendo credito, in misura diversa, un po' dovunque. La stessa tendenza coinvolge i programmi di approfondimento e i talk legati all'attualità politica e sociale. Molti, fra i più conosciuti e considerati, fino ad oggi, subiscono un brusco calo di fiducia. Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo, In mezz'ora: pérdono tutti intorno ai 4-5 punti, nella valutazione degli italiani (intervistati). Solo Report, un programma di inchiesta, e Piazza Pulita, un talk di battaglia, fanno registrare una crescita di consensi significativa. Così, Ballarò si conferma primo, nella graduatoria della fiducia. Ma, per la prima volta, da quando viene condotta l'indagine di Demos-Coop, il talk condotto da Giovanni Floris condivide il primato. Con Report, appunto. Il programma di Milena Gabanelli. (2)
Nel 2014 in Italia il numero di persone che accede a contenuti video più volte a settimana attraverso lo streaming on-demand è pari all’80% del campione esaminato dal rapporto Ericsson ConsumerLab&Media, mentre quelle che guardano video sulla tv tradizionale sono il 79%. Il sorpasso, anche se di un punto decimale, è una realtà. Rispetto al 2013, gli 'streamer' sono cresciuti di circa 7 punti percentuali, mentre i 'traditionals' sono diminuiti di circa 11 punti: nel 2013 erano il 90% circa. (3)
A distanza di quasi venti anni la situazione si è così trasformata tenendo conto che il punto di svolta è stato il lockdown messo in atto al fine di ridurre o scongiurare il contagio da coronavirus.
Il consumo della televisione online sta cambiando velocemente e lo scenario dell’universo televisivo, che comprende la tv lineare, quella on demand, quella satellitare, quella via Internet, quella fruita attraverso i media digitali (smartphone, PC e tablet), si è negli ultimi mesi molto modificato. “Stiamo assistendo all’aumento dell’utilizzo dei servizi di streaming video e al consolidamento dei cambiamenti dei comportamenti di fruizione che la pandemia ha accelerato” dice Fabrizio Angelini, ceo (amministratore delegato) di Sensemakers. “Il segnale di novità più forte è rappresentato dalla crescita dei consumi in streaming sulle tv connesse che favorisce forme sempre più evolute di utilizzo delle piattaforme digitali e l’emergere di nuove dinamiche competitive”.
“A crescere maggiormente sul fronte digitale è la fruizione di contenuti offerti dai servizi in abbonamento, l’80% degli “heavy users”, ovvero coloro che vedono video digitali almeno 2-3 volte a settimana, guarda abitualmente queste piattaforme (+7% rispetto alla rilevazione di giugno) mentre ammonta al 64% (+5 rispetto alla rilevazione di giugno) la quota dei fruitori abituali dei contenuti sostenuti dalla pubblicità. “E nei sette mesi trascorsi tra la prima e la seconda rilevazione”, sottolinea ancora lo studio, “è aumentata anche la frequenza di visualizzazione, con il 39% degli “heavy user” che guarda i video digitali più volte al giorno e il 25% che lo fa almeno una volta al giorno”. (4)
Ma cosa guardano gli italiani che hanno preferito lo streaming? Soprattutto film e serie tv (con percentuali superiori al 50%) seguiti da contenuti di intrattenimento e sport. A portare il pubblico in questa direzione sono principalmente gli algoritmi che costruiscono i suggerimenti e le raccomandazioni delle piattaforme, ma anche, per il 32%, la promozione pubblicitaria dei titoli di maggior richiamo
Sensemakers, società specializzata nella consulenza su audience, comportamenti di consumo e investimenti digitali, ha presentato un interessante studio che mette in evidenza come il 2020 abbia fatto registrare crescite importanti nel consumo di video rispetto all’anno precedente soprattutto, come era prevedibile, in corrispondenza delle due fasi di lockdown (marzo-aprile e ottobre-dicembre).
Una delle novità più interessanti della ricerca è quella della crescita di importanza, nel consumo televisivo, delle tv connesse, “utilizzate dal 78% degli heavy user con percentuali ancora maggiori su segmenti socio-demografici più pregiati per gli investitori pubblicitari: 35-44 anni, con figli conviventi, alto grado di scolarizzazione e reddito, residenti nei grandi centri urbani. Le tv connesse inoltre assorbono oltre la metà (52%) del tempo speso nella visualizzazione dei contenuti in streaming”
Già nel 2014 dai dati di un rapporto della Ericsson ConsumerLab&Media, emerge che gli italiani, mentre guardano la tv, interagiscono con altri device, come smartphone e tablet. Il 44% utilizza applicazioni o naviga per approfondire i contenuti che sta guardando, il 29% ne discute online sui social network, dando vita alla social tv. Inoltre, un italiano su quattro guarda sul device alternativo un altro programma rispetto a quello in onda sulla tv. (5)
L’annuario 2022 a cura del CeRTA, il Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi dell’Università Cattolica del sacro Cuore di Milano, ha condotto una ricerca che svela quali sono i programmi più visti in streaming dagli italiani nell’anno catodico 2021/2022. Il tempo speso per consumare contenuti audiovisivi di origine televisiva in streaming, nel nostro Paese, è quasi raddoppiato in poco più di due anni. La ricerca rivela che in Italia ammontano a 17.148.000 le televisioni Smart o connesse con dispositivi esterni collegati a internet che consentono la visione di contenuti in streaming.
Ma ritorniamo ai talk show per fare una disamina di quelli che vengono messi in onda e per capire brevemente le ragioni del loro declino.
Tra i più famosi talk italiani: Maurizio Costanzo show, Samarcanda, Uomini e donne, Milano Italia, Mixer, 8 e mezzo, Porta a porta, Ballarò, Piazzapulita, Matrix, Annozero, Parla con me, Che tempo che fa, L’infedele, Quarto grado, Le invasioni barbariche .
In Italia i programmi che si possono comprendere nella generica categoria dei talk show sono molti. Considerando solo la fascia serale e preserale (dalle 20 in poi, più o meno), nei primi sette canali della tv generalista – i tre della RAI, i tre di Mediaset e La7 – si alternano una ventina di talk show diversi in una settimana, alcuni dei quali vanno in onda quasi ogni giorno. Ce ne sono poi molti altri che vengono trasmessi alla mattina o al pomeriggio, e altri ancora su canali che raggiungono un pubblico minore. La prima conseguenza evidente è che servono ogni giorno moltissimi ospiti.
Attualmente questo l’elenco dei principali talk show televisivi italiani:
Uomini e Donne: l’enciclopedia online Treccani inserisce il programma televisivo Uomini e Donne sotto la voce talk show, anche se notoriamente è conosciuto come people show. Vi partecipano uomini e donne di tutte le età, in cerca dell’anima gemella. La conduttrice-moderatrice è Maria De Filippi, uno dei volti più punta delle reti Mediaset.
Verissimo: restando a Canale 5, Verissimo è uno dei talk show in onda il sabato pomeriggio più longevi della televisione italiana. Al timone della trasmissione Silvia Toffanin, ex letterina di Passaparola e da tempo al fianco di Pier Silvio Berlusconi.
Pomeriggio 5: dal lunedì al venerdì in onda sulla rete ammiraglia Mediaset, Pomeriggio 5 è un talk show leggero condotto da Barbara d’Urso. All’interno del contenitore pomeridiano di Canale 5 si spazia tra politica, cronaca, televisione e gossip, con la partecipazione di numerosi opinionisti ad alimentare il dibattito televisivo.
Live Non è la d’Urso: sempre Barbara d’Urso è la conduttrice di Live Non è la d’Urso, il talk show della domenica sera di Canale 5 dove vengono trattate tematiche simili rispetto a quelle di cui si discute in settimana nello studio di Pomeriggio 5. Inoltre, in più di un’occasione la d’Urso ha ospitato in trasmissione importanti personaggi della politica italiana.
Talk show politici italiani
A seguire un breve elenco dei più famosi talk show politici in Italia (tra parentesi canale e conduttore):
Cartabianca (Rai Tre, Bianca Berlinguer)
Porta a Porta (Rai Uno, Bruno Vespa)
Quarta Repubblica (Rete 4, Nicola Porro)
Stasera Italia (Rete 4, Quarta Repubblica)
DiMartedì (La7, Giovanni Floris)
Otto e mezzo (La7, Lilli Gruber)
Piazzapulita (La7, Corrado Formigli)
Agorà ( Rai Monica Giandotti)
L'aria che tira (La 7 Mirta Merlino )
Tagadà (La 7 Tiziana Panella )
Secondo la rilevazione dei dati auditel della settimana 12-18 marzo 2023 gli spettatori sono stati in totale 8.876.469 ascoltatori medi (AMR ) per 1.491.246.728 ore totali (TTS) così divisi Warners Bros.Discovery 681.265 ,La 7 339,144, Mediaset 3.497.496 ,RAI 3.296.341 ,Sky 635.974 ,
C'è attualmente un ampio dibattito su come debbano essere considerati i contenuti dei talk show: se la loro priorità sia quella dell’informazione e di un servizio pubblico o se siano piuttosto da considerarsi come spettacolo e intrattenimento al pari di altri programmi fatti di contenuti artificiosi. È una questione rilevante, perché la televisione è vista ogni giorno da milioni di persone, e il modo in cui queste ne percepiscono i contenuti influenza le loro opinioni e la loro conoscenza dell’attualità.
In una recente intervista a Fanpage Corrado Formigli, conduttore su La7 del programma Piazzapulita, ha risposto a una domanda sulla necessità di avere come ospite un opinionista che negli ultimi tempi ha fornito ricostruzioni distorte e problematiche sulla guerra in Ucraina: «I critici facciano pace con questa cosa, i talk show devono garantire una pluralità e farlo in modo vivace. Il genere, fino a prova contraria, si compone di due parole: talk e show».
E proprio in quell'intervista su Fanpage Formigli continua così :
“I talk show sono sporchi, brutti, cattivi, odiati, usati come
riferimento per tutto ciò che non si debba fare, ma continuano a
dettare l'agenda dei giornali e generare discussione. Da 15 anni si
dice che i talk sono morti, mentre fanno ascolti eccellenti se si
considera che sono tantissimi. È importante chiarire che il talk
show è un genere televisivo che si regge su alcune regole
fondamentali: può cambiare il mix di elementi, ma un punto
invariabile è che si basa su un confronto di idee differenti e sul
tentativo di dare al pubblico in maniera fruibile e accattivante gli
ingredienti e gli elementi per farsi una propria idea.(6)
Secondo
diversi autori di talk show italiani sentiti dal Post, non c’è una
correlazione diretta tra la spettacolarizzazione dei contenuti
(scontri tra gli ospiti, prese di posizione impopolari, eccetera) e
un aumento degli ascolti del programma: sul lungo periodo non sarebbe
una strategia vincente a mantenere il pubblico fedele, anche se
alcune singole puntate potrebbero beneficiarne in termini di ascolti.
Ci sono però ospiti capaci più di altri di attirare l’audience –
il seguito dei telespettatori – e per questo molto contesi.
Un autore di un importante talk show italiano, che ha lavorato a lungo in diversi altri talk show, ha detto al Post che nella costruzione dei programmi si pensa spesso «all’ospite prestigioso», ma non è facile convincerlo a partecipare, visto che in una qualsiasi giornata ci sono sempre «altri tre o quattro programmi concorrenti che fanno il tuo stesso lavoro». Da qui nasce la necessità di pagare alcuni ospiti ricorrenti, in modo da assicurarsi la loro presenza: quando si rivelano questi meccanismi generalmente si creano sempre grandi polemiche , ma non tutti i talk show lo fanno e non tutti gli ospiti accettano o chiedono compensi. Da una parte quello degli ospiti televisivi è una forma di lavoro che discende dalle loro capacità e competenze, e che genera profitti per le reti televisive, e quindi è meritevole di essere retribuito; dall’altra la credibilità delle tesi espresse viene messa in dubbio, se si considera che l’ospite è pagato da un programma per dire cose che concorrano ai suoi obiettivi di audience.(7)
Giuseppe De Rita fa il sociologo ed è presidente dell’istituto di ricerche sociali ed economiche che si chiama Censis. Sul Corriere della Sera di martedì 29 marzo 2022 ( 8) si è domandato se l’affollamento di “opinioni” – quelle di ognuno sui social network, ma prima ancora lo spazio che dedicano loro i media tradizionali – prive di consistenza fattuale o di un livello di competenza di chi le esprime superiore a quello dell’avere semplicemente vissuto, non stia diventando solo una questione di quantità (già abbondantemente stigmatizzata da anni) ma anche di qualità: e non stia cambiando le nostre civiltà e relazioni con la realtà.
E
Giuseppe de Ritis coglie nel segno . I talk show ( 9)nel tempo hanno
fatto di tutto per restare” in onda” ovvero “Mentre la
tipologia di audience è rimasta sostanzialmente invariata per quanto
riguarda i principali network televisivi, ad essere cambiati sono
proprio i talk show stessi, che
negli anni hanno attraversato
trasformazioni e mutamenti, recependo ed adattandosi ai vari
cambiamenti sociali prima o più compiutamente di altri, ad esempio
ridefinendo il ruolo del conduttore e variando le modalità di messa
in scena e di comunicazione.
Altri ancora hanno provveduto a
coinvolgere attivamente il pubblico, assente in Tribuna elettorale o
“passivo”, come già detto, in Porta a Porta. Molti programmi si
sono aperti alla presenza di un pubblico in grado di poter prendere
la parola ed intervenire nel dibattito, o di farsi portatore di
qualche istanza o rivendicazione specifica.
Anche gli stessi
format non esitano a mutare: dal tipico faccia a faccia dei primi
talk, si passa all’esibizione e alla teatralizzazione, al ricorso
sempre più frequente alla satira e alle formule della fiction
televisiva, oltre ai sondaggi, le sigle musicali e il già richiamato
utilizzo dei social in diretta televisiva. “
(1)https://www.parmateneo.it/?p=59515
(2)https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/27586_Il__Paese_stanco_che_non__crede_pi%C3%B9_a_tg_e_talk_show.php
(3) http://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/gli-italiani-tra-streaming-e-tv-tradizionale-dati-ericsson-consumerlab-25d760d3-86ba-4d3f-b314-e7d048c8ee53.html
(6)https://www.fanpage.it/spettacolo/programmi-tv/corrado-formigli-la-guerra-non-e-come-il-covid-il-talk-show-deve-dare-spazio-a-idee-diverse/
https://www.fanpage.it/
(7)https://www.ilpost.it/2022/04/23/talk-show-informazione-ospiti
(
8)Dicevano i nostri vecchi che «la matematica non è un’opinione»,
sicuri che le verità indiscutibili non possono essere scalfite da
ondeggianti valutazioni personali, spesso dovute a emozioni interne e
collettive.
Temo che quella sicurezza non abbia più spazio
nell’attuale dinamica culturale. Se qualcuno si esponesse a dire
che due più due fa quattro, si troverebbe subito di fronte qualcun
altro che direbbe «questo lo dice lei», quasi insinuando il dubbio
che non si tratta di una verità, ma di una personale opinione. Vige
ormai da tempo qui da noi la regola «uno vale uno». Non ci sono
verità che non possano essere messe in dubbio: tu la pensi così, ma
io la penso al contrario e pari siamo. Non ci sono santi, dogmi,
decreti, ricerche di laboratorio, tabelle statistiche; vale e resta
dominante il primato dell’opinione personale.
Siamo così
diventati un popolo prigioniero dell’opinionismo, e ormai non solo
per tradizione di tifo calcistico, ma di lettori di tutti i problemi
e gli eventi su cui si svolge la nostra vita collettiva. Basta
comprare al mattino un quotidiano e si rimane colpiti da prime pagine
piene di riferimenti che annunciano tanti articoli interni, quasi
tutti rigorosamente legati a fatti d’opinione, a personaggi
d’opinione, a polemiche d’opinione, in un inarrestabile primato
dell’Opinione regina mundi.
Da vecchio opinionista (lo sono su
questo giornale dal 1976) mi sorprende quanto siano ampie e forti le
ondate quotidiane d’opinione, il loro rimpallarsi a circolo,
l’enfasi che ci si mette per mantenersi l’uditorio, la
propensione a sentirne la potenza di convincimento quasi la
presunzione di far parte di un mondo, non condizionato da altri
poteri, un «mondo potente di suo».
Non ci rendiamo però conto
che restiamo tutti prigionieri di livelli culturali bassi, inchiodati
alle proprie opinioni, refrattari a livelli più alti di conoscenza,
restii all’approfondimento, al confronto, alla dialettica.
(
9)(https://tesi.luiss.it/25414/1/634002_ALBERTI_FEDERICA.pdf
La spettacolarizzazione
dell’informazione: dai talk show alla
cronaca nera. Università Luiss Dipartimento di Scienze Politiche
Cattedra di Campaigning e Organizzazione del Consenso








