venerdì 24 marzo 2023

LETTERATURA ITALIANA DI MIGRAZIONE

Nell’ambito della letteratura italiana della migrazione, la scrittura a quattro mani continua ad essere una pratica ampiamente sfruttata.
A distanza di trent’anni dalle prime opere “collaborative”, che hanno ca-
ratterizzato la fase aurorale di questa letteratura, la cooperazione tra un
autore migrante, che ha vissuto la storia in prima persona, e un coautore
italiano, scrittore o giornalista, ausilio per la stesura del testo, è ancora
produttiva. Come nel caso di Fabio Geda ed Enaiatollah Akbari, coautori
del libro Storia di un figlio. Andata e ritorno, edito nel 2020 da Baldini e Castoldi. Il fatto singolare è che questo romanzo sia il sequel del precedente Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, pubblicato dallo stesso editore dieci anni prima, il cui autore è però il solo Geda, mentre Akbari è narratore in prima persona del proprio tragico ed estenuante viaggio di migrazione dall’Afghanistan all’Italia, passando per Pakistan, Iran, Turchia e Grecia.

Riporto di seguito lo studio del Prof. Hussien Mahmoud ,Misr University for Sciences and Technology “La scrittura migrante in lingua italiana: dalle quattro mani alla seconda generazione”

Gli immigrati in Italia si chiamano anche i nuovi italiani. Chi sono questi nuovi italiani e che effetto abbiano sulla lingua e cultura italiana? Questo è il campo di studio, ancora nuovo, malgrado la passata di almeno 25 anni al primo tentativo, ad opera di Armando Gnisci, fortemente contestato dagli italianisti italiani, di inserire la letteratura migrante nel percorso dello studio della letteratura italiana.

In questo intervento cercherò di esporre le tre fasi della scrittura migrante in Italia, attraverso un percorso di crescita che va dall’autobiografismo, scritto da quattro mani, cioè mediato da altri co-autori, alla conquista di un proprio, originale, linguaggio, fino agli scrittori di seconda generazione.

Questo studio vuole essere alla fine un primo tentativo di scrivere la storia della letteratura migrante in Italia, dai primi arabi del Maghreb, Taher Ben Jallon e Saleh Methnani, passando di Amara Lakhos, finendo con la seconda generazione. Questi ultimi sono nati in Italia o vi sono giunti da molto piccoli, pertanto hanno frequentato scuole italiane, e hanno vissuto in un contesto italiano, assimilandone pienamente la cultura. Sembra dunque preferibile, visto il processo di work in progress di questa letteratura, dare voce agli autori stessi. Sono esempi della seconda generazione Igiaba Scego, Laila Wadia e Sumaya Abdel Qader.

Introduzione

La letteratura dei migranti è senz’altro un’occasione di conoscenza reciproca. Sono discorsi che erano un giorno difficili da fare, ma oggi grazie a tanti sforzi, da parte di italianisti e comparatisti coraggiosi, il discorso è diventato accettabile, soprattutto con il successo di tanti scrittori migranti; ma proprio per questo che occasioni di questo tipo rappresentano uno spiraglio d’aria da non soffocare.

La migrazione letteraria

Il fenomeno migratorio ha cominciato a interessare e a preoccupare le società europee soprattutto a partire dagli anni Settanta, con la prima grande ondata proveniente da diverse zone del sud e dell’est. L’Italia assume in tale contesto un ruolo del tutto peculiare: per la sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo, è uno dei paesi europei maggiormente interessato; per la sua lunga e ancora recente storia di emigrazione massiccia, essa si ritrova invece a subire, prendendo in prestito il titolo del primo saggio di critica letteraria di A. Gnisci sul fenomeno: Il rovescio del gioco.

Proprio Armando Gnisci è stato il primo studioso a monitorare l’emergere della letteratura italiana della migrazione, mettendo a punto una poetica nella quale centrale è il ruolo innovativo delle scritture nate dall’incontro di mondi e lingue diverse, ma nella quale fondamentale è il loro ruolo nel processo di “decolonizzazione europea”.

I libri di A. Gnisci rappresentano il primo tentativo di scrivere la storia della letteratura migrante in Italia, seguendo il processo della formazione di questa letteratura mentre era in progresso, consapevole del suo passato, ma anche prevedendo il suo futuro. La sua è una funzione attiva nella presa di coscienza e dunque nell’affrontare la volontà di dominio e di conquista dell’Europa, in campo letterario come in ogni altro.

La prima fase

Per questa prima fase possiamo segnalare due libri rappresentanti della produzione letteraria a quattro mani, Immigrato di Salah Mehnani con Mario Fortunati nel 1990 e Dove lo stato non c’è di Tahar Ben Jelloun in collaborazione con Egi Volterrani nel 1991.

Dai primi anni ‘90 ha inizio così la prima fase della “Letteratura italiana della migrazione” secondo la definizione di Armando Gnisci, lui stesso è ideatore della Banca Dati Basili: si veda a questo proposito l’intervista di A. Bruno; Gnisci, Da noialtri europei a noitutti insieme, Roma, Bulzoni, 2002; Gnisci, Creolizzare l’Europa. Letteratura e Migrazione, Roma, Meltemi 2003; Gnisci, Via della Decolonizzazione europea, Isernia, Cosmo Iannone, 2004; Gnisci, Decolonizzare l’Italia, Roma, Bulzoni Editore, 2007; Gnisci, L’educazione del te, Roma, Sinnos, 2009).

Se per Armando Gnisci gli scrittori migranti sono «quelli che cambiano vita e lingua, che girano il mondo e lo spazio, che trapassano i mondi [Essi] accrescono la presenza del letterato nel mondo e creolizzano le contrade dove si fermano» (Armando Gnisci, Creolizzare l’Europa Roma: Meltemi, 2003, p. 172), da parte nostra ci sembra opportuno affermare, che per la prima fase, come alcuni degli scrittori egiziani migranti, non è cambiata la lingua, nonostante che buona parte della letteratura dei migranti arabi sono state legate alle “storie di immigrazione”, dedicata dunque in parte all’ambiente di origine e molto alle esperienze del protagonista fuori del suo paese.

Migranti egiziani

Per trattare degli scrittori migranti di provenienza egiziana e dunque contribuire alla stesura del “nuovo planetario italiano” (è il titolo di un libro di A. Gnisci, Città Aperta Edizioni, Roma 2006), possiamo innanzitutto esporre dei dati su base meramente quantitativa, mediante i quali osservare come, fra le 131 opere di scrittori migranti di provenienza araba (la Somalia inclusa) solo 7 siano le opere di scrittori egiziani, mentre gli stessi scrittori sono quattro su 52 arabi. Gli autori egiziani sono al terzo posto insieme ai libanesi e tunisini, mentre il primato spetta ai marocchini, con 16 scrittori, seguiti subito dopo, anche se con grande stacco, dagli algerini (7 scrittori). Gli iracheni e i somali sono alla pari con 6 scrittori.

Venendo ora a un criterio qualitativo, la mappa varia significativamente: gli scrittori siriani, ad esempio, malgrado siano solo due, possono vantare l’importante produzione di Yusef Wakkas; in modo analogo, gli algerini hanno potuto attirare l’attenzione dei lettori e della critica grazie anche alle opere di Amara Lakhous. I palestinesi, con tre rappresentanti, potrebbero invece accrescersi, quantitativamente e qualitativamente, annoverando anche gli scrittori israeliani di origine araba, che tuttavia ho preferito tralasciare in questa sede, per non confondere letteratura araba e israeliana, ognuna delle quali ha peculiari caratteristiche.

Altri scrittori che potrebbero essere menzionati sono sociologi, antropologi e giornalisti di testate italiane fra i quali l’egiziano Magdi Allam, autore anche di opere di genere autobiografico, politicamente appartenente alla destra italiana e in definitiva “più realista del re”, o, sul versante politico opposto, l’algerino Khaled Fuoad Allam, rappresentante dell’Islam moderato e riformista, o il filologo egiziano Mahmoud Salem El Sheikh, membro dell’Accademia della Crusca e ex delegato del rettore dell’Università di Firenze, ma principale punto di riferimento per il mondo islamico in Italia e per l’Italia del mondo islamico.

Ricorriamo ai dati forniti dalla Banca Dati BASILI, Università di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Italianistica e Spettacolo, http://www.disp. let.uniroma1.it/basili, utile bibliografia storica dei testi degli scrittori migranti che hanno pubblicato le loro opere in Italia e in lingua italiana, ordinata cronologicamente dalle origini (1986) fino ai nostri giorni, corredata di una analoga bibliografia degli studi critici condotti in materia.

Appare chiara la scarsa presenza nella letteratura italiana della migrazione degli autori provenienti dall’Egitto, che abbiano scelto l’Italia come seconda patria e che abbiano adottato l’italiano come lingua di espressione letteraria.

L’uso della lingua araba nelle opere letterarie degli scrittori migranti egiziani conferma l’osservazione di Mia Lecomte secondo la quale l’uso di una lingua “straniera” comporterebbe l’indifferenza del mondo arabo: il fatto che questi scrittori cerchino in ogni modo di evitare tale rischio, ci lascia presupporre che essi, consapevoli della propria importanza per la letteratura d’origine (M. Lecomte, “L’Asia mediterranea o vicino oriente”, in Nuovo Planetario Italiano, a cura di A. Gnisci, cit., pp. 295-325), vorrebbero far rivivere la scuola del mahgar, dunque imporre nuovamente all’attenzione dei critici il valore innovativo e rinvigorente della propria letteratura rispetto agli scrittori “sedentari”. Un’ipotesi, questa, che verrebbe del resto confermata dal carattere stagnante e inerte della letteratura egiziana attuale, la quale di fatto, ha cominciato a perdere pubblico.

La seconda fase

Poco dopo questi ‘momenti di gloria’, la letteratura migrante conosce un momento di crisi. L’attenzione mediatica su questi temi va scemando e le grandi case editrici perdono interesse alla pubblicazione: l’esotismo migratorio non attira più e gli autori sono costretti a cercare altre strade. La crisi approda a una nuova, originale, stagione: gli scrittori si moltiplicano, abbandonano i co-autori, giungono a uno stile più maturo, scrivono liberamente, senza paura di sbagliare, contenendo lo slancio autobiografico.

Dopo la prima fase centrata sulle difficoltà della vita da migrante, si passa a una fase di creatività fortemente ancorata agli elementi culturali del paese di provenienza. Fondamen­tale rimane sempre il bisogno di comunicare, di aprire una finestra sugli usi e costumi del paese di appartenenza, di va­lorizzare la propria cultura che effettivamente viene ignorata nel paese di accoglienza.

Nascono premi per scrittori migranti, tra i primi Exs&tra a Bologna, Lo sguardo dell’altro a Napoli, La Biblioteca di Babele a Torino e riviste dedicate a tali autori, tra le prime El-Ghibli. C’è un vero e proprio pullulare di piccole case editrici specializzate nella pubblicazione di romanzi e racconti firmati da autori stranieri che vivono e scrivono in Italia: le edizioni dell’Arco, Fara, Besa, Mangrovie, Tracce diverse (per un’esposizione aggiornata, si veda l’articolo di Alessandra Bruno Letteratura migrante: concorsi per scrittori emergenti, http://www.maldura.unipd.it/masters/italianoL2/Lingua_nostra_e_oltre/LNO3_26luglio2010/Bruno_16_18.pdf).

Sono di questo periodo opere come la raccolta di racconti Amanda Olinda Azzurra e le altre della brasiliana Christiana de Caldas Brito per i tipi della Oèdipus, Lo spirito delle sabbie gialle del senegalese Mbacke Gadji pubblicato dalle Edizioni dell’Arco o le prime raccolte liriche del poeta camerunese Ndiock Ngana. Anche case editrici importanti si sono negli ultimi tempi riavvicinate a questi autori: oltre all’iracheno Younis Tawfik, ormai al suo terzo romanzo per Einaudi, si possono citare l’algerino Amara Lakhous, che ha pubblicato il suo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, vincitore dei premi Sciascia e Flaiano, con la e/o di Roma; l’albanese Ornela Vorpsi, che ha dato alle stampe Il paese dove non si muore mai per la Einaudi.

La terza fase

Alla letteratura migrante segue la “letteratura di seconda generazione”, che è costituita dagli scritti dei figli di immigrati approdati in Italia durante gli anni ’70 e ’80, anche se pure que­sta definizione stenta a trovare riconoscimento tra gli studiosi e gli autori stessi. Questi scrittori sono nati in Italia o vi sono giunti da molto piccoli, pertanto hanno frequentato scuole italiane, e hanno vissuto in un contesto italiano, assimilandone piena­mente la cultura.

A differenza degli scrittori migranti, gli autori di seconda generazione non hanno scelto in quale Paese vivere. L’utilizzo dell’italiano per le loro opere non è stata, come per i loro antecessori, una scelta ponderata e magari sofferta, in quanto non lingua madre.

La seconda generazione, però, è fortemente contaminata da due culture diverse, quella geneticamente, ma non solo geneticamente, ereditata dai genitori e quella acquistata durante il processo complicato dell’acquisizione della nuova identità. Sono nuovi italiani che non porteranno più nomi come Mario e Vincenzo, ma Usama e Mohamed. Hanno ancora un contatto diretto con la terra di provenienza, durante le visite, le vacanze “sacre” che devono essere passate in patria (infatti nelle stagioni di vacanze, estate, feste religiose è difficile trovare un posto negli aerei su queste linee). L’immagine del figlio dell’immigrante in queste visite periodiche è di uno che si veste bene, mangia in modo diverso, parla senza limiti e senza tabù.

Questa immagine è stata espressa in tanti modi non solo nelle opere letterarie migranti, ma anche nelle opere letterarie nazionali. Basta leggere alcune delle famose opere moderne della narrativa araba, come “La stagione dell’immigrazione verso nord -1967” del sudanese El Tayeb Saleh, o prima ancora quando l’egiziano Tawfiq el Hakim scrisse “Un uccellino dall’Oriente – 1938” seguito dal suo connazionale Yehia Heqi con la sua opera “La lanterna di Om Hashem – 1944” e da non dimenticare il famoso libanese Suhail Edris e il suo “Quartiere Latino” del 1953.

Mentre presso Laterza è uscita la raccolta Pecore nere, che comprende racconti di Igiaba Scego, Ingi Mubiayi Kakese, Gabriella Kuruvilla e Lily-Amber Laila Wadia, è stata presentata al pubblico proprio come un insieme di racconti di scrittrici migranti di seconda generazione: provenienti dall’India, dalla Somalia e dall’Egitto, le quattro scrittrici hanno proposto due racconti ciascuna nei quali si interrogavano sulla propria identità sospesa fra due culture e due lingue.

Conclusione

La necessità di costruire una nuova storia della letteratura italiana che mettesse conto della presenza di scrittori provenienti dal resto del mondo, oltrepassati i primi momenti di perplessità espressive “a quattro mani”, che ormai scrivono in italiano opere che potrebbero interessare anche il pubblico italiano. La seconda generazione degli autori migranti, si augura, non troveranno grossi problemi ad inserirsi al mondo letterario italiano.


Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1989 a Villa Literno, in provincia di Caserta,venne assassinato Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano che lavorava senza contratto come raccoglitore di pomodori. Masslo si trovava nella sua baracca assieme ad altri braccianti quando quattro rapinatori fecero irruzione per rubare il
denaro accumulato durante la stagione della raccolta: alla flebile opposizione di Masslo non esitarono a sparare, uccidendolo. L’episodio fece clamore, i funerali furono trasmessi in diretta dalla RAI, si ebbero «manifestazioni locali e nazionali»
e, per la prima volta, «la diffusione di una coscienza antirazzista» (Colucci 2018: 12). L’opinione pubblica aprì gli occhi sulle drammatiche condizioni di vita degli immigrati e il Parlamento, nel giro di pochi mesi, approvò la legge n° 39 del 28 febbraio 1990, comunemente nota come “legge Martelli”, la prima varata in Italia
per disciplinare l’immigrazione straniera.
In questo fervente contesto sociale e politico nasce la “letteratura italiana dell’immigrazione”. Gli autori sono migranti che, supportati nella scrittura da coautori italiani, raccontano la propria storia. È una letteratura di testimonianza, che propone un discorso differente rispetto alla consueta narrazione mediatica, volendo offrire un punto di vista diverso sul fenomeno, interno e intimo. Pap Khouma, Salah Methnani e gli altri pionieri che hanno formato il primo nucleo di opere migranti all’inizio degli anni Novanta sono testimoni, migranti-scrittori più che scrittori- migranti, e le loro opere sono autobiografie “tematiche” (così le ha definite Remo
Cacciatori), preannunciate da titoli parlanti (Io, venditore d’elefanti; Immigrato).
Trent’anni dopo si verificano ancora episodi tragici nelle province d’Italia, dove la furia razzista non si abbatte più solo sugli immigrati, ma anche sui loro figli, come Willy Monteiro Duarte, nato a Roma da genitori capoverdiani, pestato fino alla morte
a Colleferro il 6 settembre 2020. I flussi migratori non sono mai terminati, frutto di crisi umanitarie, economiche, climatiche, cui non sembra possibile mettere freni.
Vecchie ferite si riaprono, come in Afghanistan, con i talebani che riprendono il potere e i giovani costretti ad emigrare. Ali Ehsani, scappato dall’Afghanistan vent’anni fa e divenuto scrittore in Italia (
commentando i fatti che travolgono oggi il suo paese natale, ha dichiarato: «vedere quello che sta accadendo in Afghanistan significa tornare a fare i conti con le ferite della mia vita» (il Foglio, 17/08/2021, p. 2). In Parlamento si discute ancora in merito a sbarchi e ridistribuzioni, mentre l’opinione pubblica si divide sulla concessione della cittadinanza per diritto di suolo. Per queste ragioni il legame tra cronaca e letteratura continua a essere forte nelle scritture migranti, che sono, in molti casi, ancora scritture di testimonianza: l’impegno civile e politico degli scrittori si riflette nell’esigenza di un racconto “vero”. E con la reiterazione dei temi si assiste alla riproposizione anche dei metodi di costruzione del testo: autore straniero affiancato da coautore italiano, editing standardizzante imposto dalle case editrici che riduce e appiattisce le possibilità espressive dell’eteroglossia, il valore storico-testimoniale delle opere che precede il loro effettivo pregio estetico-letterario.


FONTE

academia.edu

https://www.academia.edu › La_scrittura_migrante_in...


Eremo Rocca S. Stefano venerdì 24 marzo 2023





 

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