Un poemetto ironico di Galileo Galilei contro l’obbligo, imposto ai professori dal governo Granducale, di portare la toga anche al di fuori delle loro mansioni. La veste però indicava, e indica tutt’ora, il ceto e il potere di una classe
Intorno al 1590 il ventiseienne Galileo Galilei, professore di matematica presso l’università di Pisa, compone un gustoso poemetto di 300 versi, che circola manoscritto per il divertimento degli amici, ma che contribuisce di certo ad alienargli le simpatie dei sussiegosi e bigotti colleghi accademici. Si tratta del componimento Contro il portar la toga, scritto, in terzine di endecasillabi nello stile satirico del Berni, per contestare l’obbligo di recente imposto ai professori di indossare la veste anche al di fuori delle situazioni accademiche.(1)
Nel testo è innanzitutto evidente l’insofferenza del giovane Galileo per l’ambiente aristotelico in cui si muove, per chi con faticosa erudizione va “il sommo ben investigando”, laddove, per lui, “a chi vuol una cosa ritrovare,/ bisogna adoperar la fantasia,/ e giocar d’invenzione, e ‘ndovinare”. Scrive Galileo: “… per trovar il bene io ho provato/ che bisogna proceder pel contrario:/ cerca del male, e l’hai bell’e trovato”. La tesi che egli difende è – come ben sanno, dice, persino gli animali – che “un male a null’altro secondo” è “l’andar vestito”, da cui consegue che “il sommo ben sarebbe andare ignudo”. Figuriamoci portar la toga! Molteplici, esilaranti e maliziosi gli argomenti a sostegno: sessuali, sociali, economici, pratici, di convenienza, per giungere a concludere che gli uomini son fatti come i fiaschi: quelli più rustici “che non han tanto in dosso” son pieni di eccellente vino, mentre quelli che han “veste delicate” spesso “o son pieni di vento,/ o di belletti o d’acque profumate,/ o son fiascacci da pisciarvi drento”. (2)
Capitolo contro il portar la toga
Mi fan patir costoro il grande stento,2
Che
vanno il sommo bene investigando,
E per ancor3
non v’hanno dato drento.
E mi vo col cervello immaginando,
Che
questa cosa solamente avviene
Perchè non è dove lo van
cercando.
Questi dottor non l’han mai intesa bene4,
Mai
son entrati per la buona via,5
Che
gli possa condurre al sommo bene.
Perchè6,
secondo l’opinion mia,
A chi vuol una7
cosa ritrovare,
Bisogna adoperar la fantasia,
E giocar d’invenzione, e ’ndovinare;
E se tu non puoi ire a
dirittura,
Mill’altre vie ti posson aiutare.
Questo par che c’insegni la
natura,
Che quand’un non può ir per l’ordinario,
Va dret’a
una strada più sicura.
Lo stil dell’invenzione è molto
vario;
Ma per trovar il bene io ho provato8
Che
bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e
trovato;
Però che ’l sommo bene e ’l sommo male
S’appaion
com’i polli9
di mercato.
Quest’è una ricetta generale:
Chi vuol saper che
cosa è l’astinenza;
Trovi prima10
che cosa è ’l carnovale,
E ponga tra di lor la differenza;
E
volendo conoscer i peccati,
Guardi se ’l prete gli dà11
penitenza;
E se tu vuo’ conoscer gli12
sciaurati,
Omacci tristi e senza discrizione,
Basta che tu conosca i preti e’ frati,
Che son tutti bontà e
divozione:
E questa via ci fa toccar il fondo13,
E
sciogl’il nodo14
alla nostra questione.
Io piglio un male a null’altro
secondo,
Un mal che sia cagion de gli altri mali,
Il maggior
mal che si trovi nel mondo15;
Il
quale ognun che vede senz’occhiali,
Che sia l’andar vestito,
tien per certo;
Questo lo sanno in sino gli16
animali,
Che vivono spogliati e allo scoperto;
E sia pur l’aria
calda17
o ’l tempo crudo,
Non istan mai18 vestiti19 o al coperto.
Volgo poi
l’argomento, e ti conchiudo,
E ti fo confessare a tuo20
dispetto,
Che ’l sommo ben sarebbe andare ignudo.
E perchè
vegghi che quel ch’io ho21
detto
È chiaro e certo e sta com’io lo dico22,
Al
senso e alla ragion te ne rimetto.
Volgiti a quel felice tempo
antico,
Privo d’ogni malizia e d’ogni inganno,
Ch’ebbe sì
la natura23
e ’l cielo amico;
E troverai che tutto quanto l’anno
Andava
nud’ognun, picciol e grande,
Come dicon i libri che lo
sanno.
Non ch’altro, e’ non portavon le mutande,
Ma
quant’era in altrui di buono o bello24
Stava
scoperto da tutte le bande.
E così ognun, secondo il suo25
cervello,
Coloriva e ’ncarnava il suo disegno,
Secondo che
gettava il suo pennello;
Nè bisognava26
affaticar l’ingegno
A strolagar per via d’architettura,
O
’ndovinar27
da qualche contrassegno:
Non occorreva andar per
cognettura,
Perchè la roba stava in su la28
mostra,
E si vendeva a peso e a misura.
E quest’è la
ragion29
che ci dimostra
Ch’allor non eron gl’inconvenienti30,
Che
si veggon seguire all’età nostra.
Quella sposa si duol co’
suo’31
parenti,
Perchè lo sposo è troppo mal fornito,
E non ci vuole star sotto altrimenti;
Ma
dice che ci piglierà32
partito,
E che gli han
dato colui a malizia,
Tal che gli è forza cambiarle
marito33.
Altri34,
che di ben sodi ha gran dovizia,
Talor dà in
una ch’ha sì poca entrata,
Che non v’è da35
ripor la masserizia.
Così resta la36
sposa sconsolata:
Gli è ver che questo non avvien sì spesso;
Pur di queste
qualcuna s’è trovata:
Dov’allor si vedeva a un di
presso,
Innanzi che venissino alle prese,
La proporzion tra
l’uno e l’altro sesso.
Non si temeva allor del mal
franzese:
Però che, stand’ignudo alla campagna,
S’un
avea37
qualche male, era palese;
E s’una donna avea qualche magagna,
La
teneva coperta38
solamente
Con tre o quattro foglie di castagna.
Così non era
gabbata la gente,
Come si vede che l’è gabbat’ora,
Se già
l’uomo non è più ch’intendente:
Chè tal par buona, veduta39
di fuora,
Che se tu la ricerchi sotto panno40,
La
trovi come ’l vaso di Pandora.
E così d’ogni frode41
e d’ogn’inganno
Si vede chiaro che n’è sol cagione
L’andar
vestito tutto quanto l’anno.
Un’altra, e non minor,
maladizione
Nasce tra noi di questa42
ria semenza,
Che tien il
mondo in gran confusione:
Quest’è la maggioranza e
preminenza43
Che
vien da’ panni bianchi, oscuri o persi44,
Che
pongon tra’ Cristian la differenza.
Questa pospone a i monaci i
conversi,
Antepon l’oste a i suoi lavoratori,
E da i padron45
fa i sudditi diversi:
Dov’in que’ tempi46
non eran signori,
Conti, marchesi o altri47
bacalari,
Nè anche poveracci o servidori48.
Tutti
quanti eron uomini ordinari,
Ognun si stava ragionevolmente,
Eron
tutti49
persone nostre pari,
E ciascun del50
compagno era parente;
Se non era parente, gli era amico51;
Se
non amico, al manco conoscente.
Credi pur ch’ella sta52
com’io ti dico,
Che ’l vestir panni e simil fantasie
Son
tutte quante invenzion del Nimico;
Come fu quella
dell’artiglierie,
E delle streghe e dello spiritare,
E degli
altri incantesimi e malie.
Un’altra cosa mi fa53
strabiliare,
E sto per dirti quasi ch’io c’impazzo,
Nè so
trovar com’ella54
possa stare:
Ed è, che se qualcun per55
suo sollazzo,
Sendo ’ngegnoso e alto di cervello,
Talor va
ignudo, e’ dicon che gli è56
pazzo:
I ragazzi gli gridan: Véllo, véllo;
Chi gli fa pulce secche e chi lo
morde,
Traggongli sassi57
e fannogli il bordello;
Altri lo vuol legar con delle corde,
Come
se l’uomo fusse una vitella:
Guarda se le persone son balorde!
E
se tu credi che questa sia bella,
E’ bisogna che ’n cielo, al parer
mio58,
Regni
qualche pianeto o qualche stella.
Però se vuol
così Domenedio59,
Che
finalmente può far ciò che vuole60,
Io
son contento andar vestito anch’io,
E non ci starò
a far altre parole61:
Andrommen’anch’io
dietro a questa voga;
Ma Dio sa lui, se me n’incresce e
duole!
Ma ch’io sia per voler portar la toga,
Come s’io
fussi qualche Fariseo,
O qualche scriba62
o archisinagoga,
Non lo pensar; ch’io non son mica Ebreo,
Se
bene e’ pare al nome e al casato
Ch’io sia disceso da qualche
Giudeo.
I’ sto a veder se ’l mondo è spiritato,
Se egli63
è uscito del cervello affatto,
E s’egli è desto, o pure
addormentato;
E s’egli è vero ch’un che non sia matto
Non
arrossisca che gli sia veduto
Un abito sì sconcio e
contraffatto64.
In
quant’a me65
mi son ben risoluto,
Ch’io non ne voglio intender più
sonata:
Mi contento del mal ch’io n’ho66
già auto;
E perchè non paresse alla brigata,
Ch’io mi
movessi senz’occasione,
Come fan quegli ch’han poca levata,
Io
son contento dir la mia ragione,
E che tu stesso la sentenza
dia:
So che tu hai67
giudizio e discrizione.
La prima penitenza che ci sia
(Guarda se per la prima68 ti par nulla),
È ch’io non posso fare i fatti mia,
Come sarebbe andar alla
fanciulla;
Ma mi tocca a restar fuor della porta,
Mentre ch’un
altro in casa si trastulla.
Dicon ch’è
grave errore, e troppo69
importa,
Ch’un dottor vadia a casa le puttane:
La togal
gravità non lo comporta.
E ’l veder70
queste cose così strane
Mi fa poi far qualch’altro
peccataccio,
E bene spesso adoperar le mane:
Onde costor, che71
si pigliano impaccio
Della mia salvazione e del mio bene,
Bravano e gridan ch’io72
non ne fo straccio.
A un che vada in toga non conviene73
Il
portar un vestito che sia frusto,
A voler che la cosa vadia
bene74;
Perchè,
mostrando tutto quanto il fusto75
E
la persona76
giù lunga e distesa,
Egli è forza ch’ei faccia77
il bellombusto:
E così viene78
a raddoppiar la spesa;
E questa a chi non ha molti quattrini79
È
una dura e faticosa impresa.
Non ci vuol tanti rasi ed
ermisini80,
Quando
tu puoi portare il ferraiuolo:
Basta aver buone scarpe e
buon calzini81;
Il
resto, quando sia82
di romagnuolo,
Non vuol dir nulla, se ben par che questa83
Sia
una sottigliezza da Spagnuolo84:
E
non importa che tu ti rivesta,
Mutand’abiti
e foggie a tutte l’ore,
Se è85
dì di lavoro o dì di festa.86
Se per
disgrazia un povero dottore
Va per la strada in toga
scompagnato87,
Par
quasi ch’e’ ci metta dell’onore88;
E se non è da venti89
accompagnato,
Mi par sempre sentir dir le brigate:
«Colui è
un ignorante e smemorato90»:
Tal
che sarebbe meglio a farsi frate91;
Ch’al
manco vanno a coppie92,
e non a serque,
Come van gli spinaci e le granate.
Però chi
dice lor: Beati terque,
Non dice ancor quanto si
converrebbe,
E sarie poco a dir terque quaterque93;
Dove
ch’a un dottor bisognerebbe
Dargli la mala Pasqua col mal
anno,
A voler far quel ch’ei meriterebbe94.
Non
so com’ei non crepi dell’affanno95,
Quand’egli
ha intorn’a sè96
diciott’o venti,
Che, per udirlo, a bocca aperta stanno97.
A
me non par egli essere altrimenti,
Che sia tra i pettirossi la
civetta,
O la Misericordia98
tra’ Nocenti;
E n’ho aut’99a’
miei dì più d’una stretta:
E però, toga, va’ pur in
buon’ora100,
Vatten’in
pace, che sie101
benedetta.
Ma quand’anche un dottore andasse102
fuora,
E ch’andar103
solo pur gli bisognassi,
Come si vede che gli avvien talora,
Tu non lo vedi andar se non
pe’ chiassi,
Per la vergogna, o ver lungo104
le mura,
E ’n simil altri luoghi da papassi:
E par ch’e’
fugga la mala ventura;
Volgesi or da man manca or da man destra,
Com’un che del
bargello abbia paura:
Par una gatta in una via maestra,
Che sbalordita fugga le
persone,
Quand’è cascata giù dalla finestra105,
Che
se ne corre via carpon carpone,
Tanto ch’ella s’imbuchi in
qualche volta,
Perchè gli spiace la conversazione106.
****
Se
tu vai fuor per far qualche faccenda,
Se tu l’hai a far innanzi
desinare107,
Tu
non la fai che gli è or di108
merenda,
Perchè la toga non ti lascia andare,
Ti s’attraversa,
t’impaccia e t’intrica109,
Ch’è
uno stento a poter camminare.
E però non par ch’ella si
disdica
A quei che fanno le lor cose adagio
E non han troppo a
grado la fatica,
Anzi han per boto lo star sempre in agio,
Come
dir frati o qualche110
prete grasso,
Nimici capital d’ogni disagio,
Che non vanno
mai fuor se non a spasso
Come diremmo noi111,
a cercar funghi,
E se la piglian così passo passo.
A questi
stanno bene i panni lunghi,
E non a un mie par, che bene spesso
Ho
a correr perch’un birro non mi giunghi;
E ho sempre paur di
qualche messo,
O che ’l Provveditor non mi condanni,
Ch’a dire
il vero è112
un vituperio espresso.
Però, prima ch’usar113
più questi panni,
Vo’
rinunziar la cattedra a Ser Piero114,
E
se non la vuol lui, a Ser Giovanni115.
Io vo’ che noi facciamo a dir il vero:
Che crediam noi però
però ch’importi116
Aver
la toga di velluto nero,
E un che dreto il ferraiuol ti porti,
E
che la notte poi ti vadia avanti
Con una torcia, come si fa a’
morti?
Sappi che questi tratti tutti quanti
Furon trovati da
qualcuno astuto117,
Per
dar canzone e pasto agl’ignoranti,
Che tengon più valente e più
saputo
Questo di quel, secondo ch’egli arà Una toga di
rascia o di velluto.
Dio sa poi lui come la cosa sta118!
Ma
s’io avessi a dire il119
mio parere,
Questo discorso un tratto non mi va.
Ch’importa
aver le vesti rotte o intere,
Che gli uomini sien Turchi o
Bergamaschi,
Che se gli dia del Tu120
o del Messere?
La non istà ne’ rasi o ne’ dommaschi121;
Anzi
vo’ dirti una mia fantasia,
Che gli uomini son fatti com’i
fiaschi.
Quando tu vai la state122
all’osteria,
Alle Bertuccie, al Porco, a Sant’Andrea,
Al
Chiassolino o alla Malvagia,
Guarda que’ fiaschi, innanzi che123
tu bea
Quel che v’è
drento; io dico124
quel vin rosso,
Che fa vergogna al greco e alla verdea:
Tu gli
vedrai che non han tanto in dosso125,
Che
’l ferravecchio ne dessi un quattrino;
Mostran la carne nuda in sino126 all’osso:
E poi son pien di sì eccellente
vino,
Che miracol non è se le brigate
Gli dan del glorioso e
del divino.
Gli altri, ch’han quelle veste delicate,
Se tu
gli tasti, o son127
pieni di vento,
O di belletti o d’acque profumate,
O
son fiascacci da pisciarvi drento128.
Note al testo del poemetto
Nel cod. A si legge, su di una carta di guardia: Capitolo del Galileo; nessun titolo è in capo alla poesia. Nel cod. B in capo alla poesia è scritto: Contro le toghe. Del Sig.r Galileo Galilei. Il cod. C reca il seguente titolo, che si legge tanto su di una carta di guardia quanto in testa alla poesia: Capitolo del Sig.r Galileo Galilei contro il portar la toga, quando ei leggeva a Pisa. I codici D, F, G intitolano: In biasimo delle toghe: il cod. F soggiunge a questo titolo l'indicazione Capitolo; il cod. G, Capitolo del Sig. Galileo Galilei. Nel cod. E prima era stato scritto, in capo al componimento: Del Sig.r Iacopo Soldani; poi queste parole furono cancellate, e della stessa mano fu scritto: Capitolessa in biasimo della toga, del Galileo. La stampa s’intitola: Capitolo del Galileo in biasimo della toga.
1. Nel cod. D prima era scritto Mi fan patir costoro il grande tormento, poi fu corretto Mi fanno patir certi il grande stento che è la lezione dei codici E, F, G e della stampa s. Intorno alla mano di cui sono questa e le altre correzioni del cod. D, vedi l’Avvertimento.
7. Nel cod. D prima era scritto han mai intesa, poi fu corretto hanno intesa, che è la lezione dei codici E, F, G e della stampa s.
8. Nel cod. D prima era scritto Mai son, che poi fu corretto in Nè son. I codici E, F, G e la stampa s leggono Nè sono. — Nel cod. C entrati, è stato corretto in luogo di andati, ch’era scritto prima. — per la vera via, s
50. Nel cod. D prima era scritto E chiaro e certo; poi fu corretto E tutto vero, che è la lezione dei codici E, F, G e della stampa s — e sta come la dico, C - io ti dico, D, F, G
61. Nel cod. D prima era scritto secondo il suo, e poi fu corretto a voler di, che è la lezione dei codici E, F, G e della stampa, s.
79. Nel cod. D prima era scritto Altri, poi fu corretto Un poi, che è la lezione dei codici E, F, G e della stampa s.
200-201. I codici D, E, F, G e la stampa s in luogo dei v. 200-201 leggono i seguenti:
E che tu faccia differenza alcuna,
Ch’e’ sia dì di lavoro o dì di festa:
Sia di nero o di bianco, tutt’è una;
Tu non ha’ a mutar foggia a tutte l’ore
Nè più nè manco come fa la luna.
Nel penultimo verso i codici F, G leggono Non hai da mutar foggia, e il cod. E Tu non ha’ mutar fogge, e la stampa s Tu non ha’ a mutar fogge.
239-240. Dopo il v. 240 i codici A e C lasciano uno spazio bianco, capace di tre versi; i codici B ed E e la stampa s segnano sei versi di puntolini, e il cod. E scrive un P come iniziale del primo verso mancante e una M come iniziale del quarto; il cod. D avverte soltanto: «Qui manca la rima»; i codici F e G leggono al v. 239 s’imbuchi e si difenda, e non hanno alcun segno di lacuna.
Edizione: Galileo Galilei. Le opere di Galileo Galilei - Vol. IX, sotto gli auspici di Sua Maestà il Re d'Italia. A cura di Antonio Favaro. Firenze, Tipografia di G. Barbera, 1899. Fonte: Internet Archive
(1)(http://www.naturismoanita.it/naturismo/anche-galileo-galilei)
(2)https://www.galileonet.it/galileo-senza-veli/
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 24
marzo 2023


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