lunedì 20 settembre 2021

LA LUNA DEI LUNATICI Lunazione

 


Dall’alto del minareto il Muezzin  saluta a gran voce la falce di Luna sorgente, i fedeli fanno eco alla sua preghiera  e comincia il Ramadan. Presso molti popoli alla luna nuova si accompagnano cerimonie religiose , feste e danze, come se gli uomini intendessero ringraziare il cielo  per il ritorno della pallida regina della notte.

L’apparire e lo sparire, il crescere e il decrescere della luna ,  cioè il fenomeno della “lunazione “, ha esercitato una immensa suggestione  in epoche remote, quando non si riusciva a capire le cause.

L’astronomo Beroso, che fu sacerdote di Baal al tempo  di Alessandro Magno , credeva che la luna fosse un globo per metà oscuro  e per metà luminoso, il quale girando  intorno al proprio asse , volgeva alternativamente le sue facce, mostrandosi  così un po’ in luce e un po’ in ombra.

In un antico scritto astronomico cinese  ( Li-shi-a-pi-tak-lun) si legge questa spiegazione del fenomeno : “ il Sole segue incessantemente la Luna  e ogni giorno le si avvicina  di 48.080 yocana. Quando il sole si ritira dalla luna , il progresso giornaliero è identico.  Il Sole avanza sulla luna ; il disco della luna si copre di ombre per circa 3 yocana  e mezzo al giorno. In tal modo la quantità di ombra aumenta sulla luna per quindici giorni ; finchè, all’inizio del quindicesimo giorno, la metà oscura della luna è completa. Non appena il Sole comincia ritirarsi sempre più, un giorno dopo l’asltro , dalla luna, la distanza coperta  resta sempre di 48.080 yocana  e la Luna si schiarisce di 3 yocana  e mezzo al giorno.  In tal modo dopo quindici giorni la luna è perfettamente luminosa , bianca e tonda e la gente dice  che la metà luminosa è piena “.

La conoscenza scientifica del mese sinodico è stata conquistata  a gradi, anche  per la complessità delle acquisizioni che essa comporta. I primi studiosi supposero che  il percorso della Luna , ovvero la sua orbita intorno alla Terra , fosse esattamente circolare , perché soltanto il cerchio perfetto  era considerata una curva “ divina”. In realtà il satelliti descrive un’orbita  ovale, ovvero un’ ellissi , e neppure sempre uguale , poiché lentamente si deforma , come se si gonfiasse e sgonfiasse.

Le fasi della Luna furono poeticamente descritte da Arato di  Soli ( III sec. a . C ) nei suoi Pronostici  con questi versi famosi :

Non vedi tu che quando a noi la Luna

sottil di corna appar dall’occidente  ,

ne annuncia il cominciar del nuovo mese ?

Non vedi tu che quando in terra sparge,

picciol ombra gettando , i prinmi rai,

ad accostarsi corre  al quarto giorno ?

E che all’ottavo è presso , allor che mostra

la metà del suo volto ? e a mezzo  il mese

quando  lo scopre inter? Che alfin prendendo

or una , or l’alatra faccia , ella dimostra sempre

qual fia del mese il dì che spunta?


Vi è un mezzo  semplice, popolaresco , per calcolare, con buona approssimazione il giorno della Luna  in un giorno qualunque, servendosi  unicamente di un numero particolare chiamato  epatta,  il quale rimane lo stesso nel corso di un intero anno  e cambia da anno all’altro.  Questo numero corrisponde all’età che aveva la luna  al trentuno dicembre dell’anno precedente quello che interessa. Per compuare l’età della luna  in un giorno qualsiasi di un anno  non bisestile si procede come segue  : si aggiunge all’epatta  il numero dei mesi interi trascorsi dal 1 gennaio o dal 1 marzo  fino al giorno di cui si tratta , a secondo che questo sia anteriore o posteriore al 1 marzo; si aggiunge al risultato  il numero che indica la data del mese  che si considera; la somma così ottenuta  (diminuita di trenta se eccede questo numero) rappresenta  l’età della luna che si voleva conoscere.

Facciamo un esempio  supponendo di voler calcolare l’età della luna alla data del 15 luglio  1875, anno per il quale l’epatta  è 23.  Aggiungendo 4 a 23, poiché sono trascorsi 4 mesi interi  fra il 1 marzo e il 15 luglio , si ha 27; aggiungendo poi 15 ( corrispondenti alla data ) si ha 42; sottraendo infine 30 si ottiene 12 ,cioè l’età della luna. Questa regola che presuppone soltanto la conoscenza dell’epatta ha bisogno di una  correzione se l’ anno è bisestile. Occorre in questo caso aggiungere una unità alla cifra finale.  E’ quindi possibile fissare agevolmente il giorno della Pasqua , poiché questa solennità, per decreto del Concilio Niceno, deve cadere nella domenica dopo  il plenilunio susseguente  al 21 marzo , e per la Bolla di Gregorio XIII , nella domenica che segue immediatamente il 14° giorno della luna. 

Eremo Rocca S. Stefano  lunedì  20 settembre 2021

 

sabato 18 settembre 2021

SETTIMO GIORNO : XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

 

Il santo battesimo ci ha inseriti nella morte del Signore, ci ha resi conformi al suo sacrificio. Questa è la radice della nostra esistenza cristiana, la sua sorgente profonda: il frutto deve essere l’umiltà, l’esistenza che ne sgorga deve essere un’esistenza donata nel servizio. È questo un punto centrale della vita cristiana. In essa, e dunque nella Chiesa, la logica delle “precedenze” è completamente rovesciata: il primo è colui che si fa il servo di tutti, come Gesù, il cui primato è stato posto dalla sua obbedienza ed immolazione sulla croce. La vera dignità è nella possibilità offerta all’uomo di imitare l’umiltà del Verbo Incarnato. Una conseguenza sconvolgente: il piccolo è il “sacramento” di Gesù e quindi in lui accogliamo il Padre.

Dal libro della Sapienza  (Sap 2,12.17-20)
 
[Dissero gli empi:]
«Tendiamo insidie al giusto,
che per noi è d’incomodo
e si oppone alle nostre azioni;
ci rimprovera le colpe contro la legge
e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.
Vediamo se le sue parole sono vere,
consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.
Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti,
per conoscere la sua mitezza
e saggiare il suo spirito di sopportazione.
Condanniamolo a una morte infamante,
perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 3,16-4,3)
 
Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.


Dal Vangelo secondo Marco ( Mc 9,30-37)
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

L’evangelo odierno (Mc 9,30-37) mostra un Gesù preoccupato della formazione dei suoi discepoli. Lo stesso spostamento dalla casa in cui aveva conversato con i suoi discepoli (Mc 9,28-29) per rimettersi nuovamente in cammino, Gesù vuole che avvenga in incognito “perché insegnava ai suoi discepoli e diceva loro …” (cf. Mc 9,30-31). Nella casa i discepoli lo avevano interrogato sulla loro incapacità di scacciare il demone muto e sordo che possedeva il ragazzo il cui padre si era rivolto a loro per liberarlo (Mc 9,14-29). E il testo disegna una sequenza serrata intorno al verbo interrogare: in 9,28 i discepoli interrogano Gesù e sono preoccupati della loro mancanza di potere; poi non osano interrogare Gesù sulle parole che lui aveva appena pronunciato circa il suo destino di sofferenza e di morte (Mc 9,32). Ciò che si tace è ciò che si teme, e Marco annota che essi avevano paura di interrogarlo (9,31). Paura di ciò che può essere dischiuso anche per la loro vita, da quelle parole. Infine è Gesù che interroga i discepoli ed essi tacciono (Mc 9,33). Non solo per paura, ma anche per vergogna, senso di colpa e cattiva coscienza. Annota Marco: “Per via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Mc 9,34). Sicché Gesù ancora deve insegnare. Si siede, si mette nella posizione del maestro e consegna loro un insegnamento sulla vita comunitaria.

Ma il suo primo insegnamento è sul suo prossimo destino di consegna nelle mani degli uomini e sulla sua morte violenta. Non si tratta di un’informazione, ma di qualcosa che deve essere imparato, perché riguarda da vicino la vita dei discepoli. L’insegnamento di Gesù è pratico: pratico, perché volto alla vita concreta che il discepolo deve seguire; pratico, perché connesso inestricabilmente alla vita che Gesù stesso vive. Che cosa insegna Gesù? Non cose che riguardino altri, ma il suo futuro. Un futuro che diverrà il presente dei discepoli, ciò che dovranno vivere. Facendo della sua consegna a morte un insegnamento, Gesù presenta l’esempio che diventerà norma di vita per ogni discepolo di Gesù e per ogni lettore del vangelo. E qui capiamo anche perché questo insegnamento sia ripetuto. Il passo di Mc 9,31 costituisce il secondo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù. Queste parole di Gesù dischiudono il suo mistero profondo, il tragitto della sua vita, e costituiscono l’insegnamento per eccellenza che i discepoli devono imparare. Esse sono decisive per la formazione del discepolo. Formazione che trova nell’insegnamento sulla vita di Gesù obbediente a Dio e consegnata agli uomini il capitolo centrale e decisivo. Gesù, in questi insegnamenti sta dicendo che la sua vita consegnata è la regola per il comportamento dei discepoli, è la griglia alla cui luce leggere e porre gli eventi della vita, soprattutto gli eventi dolorosi e di contraddizione. E come sempre avviene nella formazione, questo insegnamento deve essere detto, ridetto, ripetuto. In Mc 8,31 si dice che Gesù “cominciò” a insegnare ai discepoli, qui che Gesù riprende quell’insegnamento che aveva scatenato l’opposizione decisa e risoluta di Pietro (Mc 8,32). Ci sono insegnamenti che richiedono di essere ripetuti, esemplificati, e in ultima istanza vissuti, perché possano fare breccia nelle menti e nei cuori di discepoli sempre lenti a credere. Ed effettivamente un mutamento nella ricezione delle parole di Gesù si verifica già qui. Nessuna reazione veemente, gridata, impulsiva, come dopo il primo annuncio, nessun rifiuto a priori, ma un silenzio che non vuole o non sa comprendere. E più avanti ancora nel cammino di salita a Gerusalemme si specifica dettagliatamente il senso della consegna nelle mani degli uomini che qui è ricordata: “lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, lo sputacchieranno, lo flagelleranno, lo uccideranno e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 33-34). Anche allora non vi sarà comprensione da parte dei discepoli: la parola di Gesù comincerà a essere capita a partire dal momento in cui avrà raggiunto il suo punto di eloquenza massima: quando cioè sarà diventata realtà, tragica realtà nella carne di Gesù crocifisso, morto, sepolto e non più presente nel sepolcro il primo giorno della settimana. Insomma, Gesù sta dicendo che la sua vita consegnata è la regola di vita per i suoi discepoli.

Possiamo anche supporre che Gesù ripeta tutto questo per i suoi discepoli ma anche per sé. Soprattutto nel vangelo di Marco dove Gesù, per quanto sappia ciò a cui va incontro, resterà turbato, angosciato e spaventato dal suo cammino verso la croce. Gesù ripete ciò a cui deve acclimatarsi, ripete ciò che deve assumere, ripete gli eventi che lo riguarderanno e che non basta conoscere per saperli anche affrontare. E Gesù appare certo di quanto deve succedere. Se anche si tratta di eventi futuri, il verbo utilizzato per esprimerli è un presente (“viene consegnato”: Mc 9,31), quasi a dire la certezza di questi eventi. Ma esprime queste cose che lo riguardano con lucidità, coraggio e dolcezza. Gesù sta qui insegnando ai suoi discepoli non solo la direzione del cammino, ma anche il come affrontarlo. E tre sono le indicazioni: lucidità, coraggio, dolcezza. Lucidità: niente illusioni, niente sogni, ma realismo. Coraggio: quello che traspare in Gesù, ma che è anche la risolutezza a cui è chiamato il discepolo, la forza che dovrà animarlo. E infine la dolcezza: nessuna amarezza da parte di Gesù; nessuna accusa, nessuna invettiva, nessuna recriminazione, nessuna minaccia o parola violenta verso quanti lo accuseranno. E forse non c’è testimonianza più convincente della sua buona coscienza e della sua giustizia che questa mitezza. Parole aspre e difficili per chi le pronuncia come queste che dice Gesù sono tanto più credibili perché espresse con dolcezza, pace e serenità, senza astio e risentimento. Gesù annuncia un’azione che subirà, anzi un’azione che ne comporta tante altre, sgradevoli, umilianti, dolorose, violente e ingiuste. Ma soprattutto Gesù intuisce che nel suo futuro c’è anche il non poter determinare e controllare gli eventi e l’accettazione di essere consegnato in balia degli uomini. Viene il momento in cui l’affidamento a Dio passa attraverso la consegna nelle mani degli uomini. Consegna dietro cui si profila la morte. Ma dietro quell’annuncio i discepoli intuiscono anche la possibilità della loro morte e questo spiega la loro paura e ritrosia a interrogarlo su quelle parole. Ecco allora che Gesù, di fronte alla paura dei discepoli di porre domande, prende lui l’iniziativa di interrogarli. E così prosegue quell’insegnamento che è momento importante della formazione dei discepoli.

Dal cammino lungo la strada (en tè odò: Mc 9, 33) si passa alla casa (en tè oikía: Mc 9,33), al luogo del confronto e delle spiegazioni. Gesù pone la domanda: “Di cosa discutevate lungo la via?” (Mc 9,33). Il loro silenzio in realtà è eloquente e li smaschera: ciò di cui discutevano è indicibile, perché la discussione verteva su chi di loro fosse il primo e il più grande. Il loro silenzio dice anche la loro vergogna. Chiara, invece è la risposta di Gesù al loro silenzio imbarazzato. Gesù sveglia le menti dei discepoli con un paradosso. Le sue parole operano il passaggio dall’essere il primo all’essere l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Di tutti: anche di chi per qualità intellettuali o per efficacia pratica o per capacità spirituali è manifestamente meno dotato. Gesù vuole che la logica delle beatitudini abiti anche il servizio dell’autorità nella comunità cristiana. E rende più chiara la sua volontà con un gesto simbolico. Prende un bambino e lo mette in mezzo, lo abbraccia e accompagna tutto questo con una parola: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37). Gesù doveva spezzare la logica chiusa e autoreferenziale di discepoli che discutevano su chi di loro fosse più grande e migliore. E li obbliga a cambiare punto di vista portando lo sguardo su un bambino. Attorno al gesto di Gesù che abbraccia il piccolo bambino si crea un nuovo centro: il gesto di tenerezza di Gesù è linguaggio che invita a passare dai toni dell’arroganza, della virilità che vuole imporsi, a quelli della dolcezza e dell’accoglienza. Gesù non rimprovera nemmeno i discepoli per il loro gretto discutere e neppure per averlo fatto nascostamente da lui e neanche per non avergli voluto rispondere quando li ha interrogati. Il suo parlare e il suo agire tolgono loro anche la vergogna di una confessione. Gesù sapeva. E le parole che usa e il gesto che compie riorientano i discepoli raggiungendoli là dove sono: “Se uno vuole essere il primo” (Mc 9,35), e lo fa riorientando il loro sguardo, insegnando loro ad apprezzare anche ciò che normalmente nemmeno vedono e a cui non danno importanza, come un bambino in un consesso di adulti. Così Gesù sta ancora insegnando, sta ancora formando i suoi discepoli e sta formando anche noi che ormai sappiamo che la presenza del Risorto è da riconoscere nel fratello, anche nel più piccolo, in chi non è né grande né primo.

(Luciano Matricardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14712-la-regola-di-una-vita-consegnata)

Eremo Rocca S. Stefano sabato 18  settembre 2021

mercoledì 15 settembre 2021

SILLABARI ( Seconda parte ) Lo scudo d’Achille

 


OMERO Iliade Canto XVIII

 

Dopo che Ettore s'i fu  impossessato delle armi di Achille, che erano state indossate da Patroclo, la madre di Achille, Teti, fece forgiare dal dio Vulcano delle nuove armi per il proprio figlio.
Vulcano forgiò i nuovi gambali, la corazza, due spade, un elmo tutto ornato di chiome equine
(Iliade, libro XIX, 380-383) e uno smisurato scudo (Iliade , libro XVIII, versi 671,679-842).
Vulcano scolpisce sullo scudo una fedele rappresentazione della vita e della società del tempo. L' anello centrale,tutto completamente d'oro, rappresenta tutto l' universo conosciuto : la Terra,il mare , il cielo, il Sole, la Luna piena, alcune stelle e costellazioni (le Pleiadi,le Ladi, Orione , che con il suo sorgere preannuncia l' inverno, l'Orsa Maggiore, che non tramonta mai sul mare. Il nostro cielo è cambiato, per il fenomeno della "precessione" degli equinozi.
Abbiamo poi altri anelli in cui vengono rappresentate dodici scene della vita umana :
tre di città in pace, tre di città in guerra, tre in materia di agricoltura e tre sulla vita pastorale.
L' anello più esterno rappresenta il fiume Oceano che, come pensavano gli Antichi, circondava tutta la Terra.


Mentre seguìan tra lor queste contese,
Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;
stellati eterni rilucenti alberghi,       505
fra i celesti i più belli, e dallo stesso
Vulcan costrutti di massiccio bronzo.
Tutto in sudor trovollo affaccendato
de’ mantici al lavoro. Avea per mano
dieci tripodi e dieci, adornamento       510
di palagio regal. Sopposte a tutti
d’oro avea le rotelle, onde ne gisse
da sé ciascuno all’assemblea de’ numi,
e da sé ne tornasse onde si tolse:
maraviglia a vederli! Omai compiuto       515
l’ammirando lavor, solo restava
ch’ei v’adattasse le polite orecchie,
e appunto all’uopo n’aguzzava i chiovi.
Mentre venìa tai cose elaborando
con egregio artificio, entro la soglia       520
l’alma Teti mettea l’argenteo piede.
La vide, e le si fe’ Càrite incontro
ornata il capo d’eleganti bende,
dell’inclito Vulcan moglie vezzosa:
per man la strinse, e il roseo labbro aprendo,       525
Qual, le disse, cagione, o bella Teti,
ti guida inaspettata a queste case?
Rado suoli onorarle, e nondimeno
sempre cara vi giungi e riverita.
Inóltrati, perch’io pronta t’appresti       530
le vivande ospitali. - E sì dicendo,
la bellissima Dea l’altra introdusse,
e in un bel seggio collocolla, ornato
d’argentee borchie a lavorìo gentile
col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne       535
corse l’esimio fabbro, e sì gli disse:
Vieni, Vulcan, ché ti vuol Teti. - Ed egli:
Venerevole Diva e d’onor degna
nella casa mi venne. Ella malconcio
e afflitto mi salvò quando dal cielo       540
mi feo gittar l’invereconda madre,
che il distorto mio piè volea celato;
e mille allor m’avrei doglie sofferto
se me del mar non raccogliean nel grembo
del rifluente Ocèano la figlia       545
Eurìnome e la Dea Teti. camminavano;


 ed egli a tardo passo
avvicinato a Teti, in un lucente
trono s’assise, e la sua man ponendo
nella man della Dea, così le disse:
Qual mai sorte t’adduce a queste soglie,       585
o sempre cara e veneranda Teti,
in quell’ampio tuo peplo ancor più bella?
Troppo rado ne fai di tua presenza
contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire
libera esponi. A soddisfarlo il grato       590
cor mi sospinge, se pur farlo io possa,
e il farlo mi s’addica. - E a lui suffusa
di lagrime i bei rai Teti rispose:
Delle Dive d’Olimpo e qual sofferse
tanti, o Vulcano, tormentosi affanni       595
quanti in me Giove n’adunò? Me sola
fra le Dive del mar suggetta ei fece
ad un mortale, al re Pelèo. Ritrosa
ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace
logro dagli anni nel regal suo tetto.       600
Né il tenor qui restò di mie sventure.
Mi nacque un figlio. Io l’educai gelosa,
e come pianta ei crebbe, e mi divenne
il maggior degli eroi. Questo germoglio
di fertile terren, questo diletto       605
unico figlio su le navi io stessa
spedii di Troia alle funeste rive
a guerreggiar co’ Teucri. Avverso fato
gli dinega il ritorno; ed io non deggio
nella pelèa magion madre infelice       610
abbracciarlo più mai. Né questo è tutto.
Fin ch’ei mi vive, e la ria Parca il raggio
gli prolunga del Sole, ei lo consuma
nella tristezza, né giovarlo io posso.
Dagli Achivi ottenuta egli s’avea       615
premio di sue fatiche una fanciulla.
Agamennón gliela ritolse; ed esso
dell’onta irato, e nel dolor sepolto
si ritrasse dall’armi. I Teucri intanto
alle navi rinchiusero gli Achei,       620
né permettean l’uscita. Umìli allora
i duci argivi gli mandâr preghiere
e d’orrevoli doni ampie profferte.


Egli fermo negò la chiesta aita:
ma cinse di sue stesse armi l’amico       625
Pàtroclo, e al campo l’invïò seguìto
da molti prodi. Su le porte Scee
tutto un giorno durò l’aspro conflitto.
E il dì stesso Ilïon sarìa caduto,
s’alta strage menar visto il gagliardo       630
di Menèzio figliuol, non l’uccidea
tra i combattenti della fronte Apollo,
esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
vengo supplice madre al tuo ginocchio,
onde a conforto di sua corta vita
       635
di scudo e d’elmo provveder tu il voglia,
e di forte lorica e di schinieri
con leggiadro fermaglio. A lui perdute
ha tutte l’armi dai Troiani ucciso
il suo fedel compagno, ed egli or giace
       640
gittato a terra, e dal dolore oppresso.
Tacque; e il mal fermo Dio così rispose:
Ti riconforta, o Teti, e questa cura
non ti gravi il pensier. Così potessi
alla morte il celar quando la Parca       645
sul capo gli starà, com’io di belle
armi fornito manderollo, e tali
che al vederle ogni sguardo ne stupisca.
Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente
ai mantici tornò, li volse al fuoco,       650
e comandò suo moto a ciascheduno.
Eran venti che dentro la fornace
per venti bocche ne venìan soffiando,
e al fiato, che mettean dal cavo seno,
or gagliardo or leggier, come il bisogno       655
chiedea dell’opra e di Vulcano il senno,
sibilando prendea spirto la fiamma.
In un commisti allor gittò nel fuoco
argento ed auro prezïoso e stagno
ed indomito rame. Indi sul toppo
       660
locò la dura risonante incude,
di pesante martello armò la dritta,
di tanaglie la manca; e primamente
un saldo ei fece smisurato scudo
di dèdalo rilievo, e d’auro intorno
       665
tre ben fulgidi cerchi vi condusse,
poi d’argento al di fuor mise la soga.

Cinque dell’ampio scudo eran le zone,
e gl’intervalli, con divin sapere,
d’ammiranda scultura avea ripieni.       670
Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
e il Sole infaticabile, e la tonda
Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
incoronata la celeste volta,
e le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella       675
d’Orïon tempestosa, e la grand’Orsa
che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
ella si gira ed Orïon riguarda,
dai lavacri del mar sola divisa.
Ivi inoltre scolpite avea due belle       680
popolose città. Vedi nell’una
conviti e nozze. Delle tede al chiaro
per le contrade ne venìan condotte
dal talamo le spose, e Imene, Imene
con molti s’intonava inni festivi.       685
Menan carole i giovinetti in giro
dai flauti accompagnate e dalle cetre,
mentre le donne sulla soglia ritte
stan la pompa a guardar maravigliose.


D’altra parte nel fôro una gran turba       690
convenir si vedea. Quivi contesa
era insorta fra due che d’un ucciso
piativano la multa. Un la mercede
già pagata asserìa; l’altro negava.
Finir davanti a un arbitro la lite       695
chiedeano entrambi, e i testimon produrre.
In due parti diviso era il favore
del popolo fremente, e i banditori
sedavano il tumulto. In sacro circo
sedeansi i padri su polite pietre,       700
e dalla mano degli araldi preso
il suo scettro ciascun, con questo in pugno
sorgeano, e l’uno dopo l’altro in piedi
lor sentenza dicean. Doppio talento
d’auro è nel mezzo da largirsi a quello       705
che più diritta sua ragion dimostri.
Era l’altra città dalle fulgenti
armi ristretta di due campi in due
parer divisi, o di spianar del tutto
l’opulento castello, o che di quante       710
son là dentro ricchezze in due partito
sia l’ammasso. I rinchiusi alla chiamata
non obbedìan per anco, e ad un agguato
armavansi di cheto. In su le mura
le care spose, i fanciulletti e i vegli       715
fan custodia e corona; e quelli intanto
taciturni s’avanzano. Minerva
li precorre e Gradivo entrambi d’oro,
e la veste han pur d’oro, ed alte e belle
le divine stature, e d’ogni parte       720
visibili: più bassa iva la torma.
Come in loco all’insidie atto fur giunti
presso un fiume, ove tutti a dissetarse
venìan gli armenti, s’appiattâr que’ prodi
chiusi nel ferro, collocati in pria       725
due di loro in disparte, che de’ buoi
spïassero la giunta e delle gregge.
Ed eccole arrivar con due pastori
che, nulla insidia suspicando, al suono
delle zampogne si prendean diletto.       730
L’insidiator drappello alla sprovvista
gli assalìa, ne predava in un momento
de’ buoi le mandre e delle bianche agnelle,
ed uccidea crudele anco i pastori.
Scossa all’alto rumor l’assediatrice       735
oste a consiglio tuttavia seduta,
de’ veloci corsier subitamente
monta le groppe, i predatori insegue,
e li raggiunge. Allor si ferma, e fiera
sul fiume appicca la battaglia. Entrambe       740
si ferìan coll’acute aste le schiere.
Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco
era il Tumulto e la terribil Parca
che un vivo già ferito e un altro illeso
artiglia colla dritta, e un morto afferra       745
ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
le ricopre le spalle: i combattenti
parean vivi, e traean de’ loro uccisi
i cadaveri in salvo alternamente.       750
Vi sculse poscia un morbido maggese
spazïoso, ubertoso e che tre volte
del vomero la piaga avea sentito.
Molti aratori lo venìan solcando,
e sotto il giogo in questa parte e in quella       755
stimolando i giovenchi. E come al capo
giungean del solco, un uom che giva in volta,
lor ponea nelle man spumante un nappo
di dolcissimo bacco; e quei tornando
ristorati al lavor, l’almo terreno       760
fendean, bramosi di finirlo tutto.
Dietro nereggia la sconvolta gleba:
vero arato sembrava, e nondimeno
tutta era d’òr. Mirabile fattura!
Altrove un campo effigïato avea       765
d’alta messe già biondo. Ivi le destre
d’acuta falce armati i segatori
mietean le spighe; e le recise manne
altre in terra cadean tra solco e solco,
altre con vinchi le venìan stringendo       770
tre legator da tergo, a cui festosi
tra le braccia recandole i fanciulli
senza posa porgean le tronche ariste.
In mezzo a tutti colla verga in pugno
sovra un solco sedea del campo il sire,       775
tacito e lieto della molta messe.
Sotto una quercia i suoi sergenti intanto
imbandiscon la mensa, e i lombi curano
d’un immolato bue, mentre le donne
intente a mescolar bianche farine,       780
van preparando ai mietitor la cena.
Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo
sotto il carco dell’uva. Il tralcio è d’oro,
nero il racemo, ed un filar prolisso
d’argentei pali sostenea le viti.       785
Lo circondava una cerulea fossa
e di stagno una siepe. Un sentier solo
al vendemmiante ne schiudea l’ingresso.
Allegri giovinetti e verginelle
portano ne’ canestri il dolce frutto,       790
e fra loro un garzon tocca la cetra
soavemente. La percossa corda
con sottil voce rispondeagli, e quelli
con tripudio di piedi sufolando
e canticchiando ne seguìano il suono.       795
Di giovenche una mandra anco vi pose
con erette cervici. Erano sculte
in oro e stagno, e dal bovile uscièno
mugolando e correndo alla pastura
lungo le rive d’un sonante fiume       800
che tra giunchi volgea l’onda veloce.
Quattro pastori, tutti d’oro, in fila
gìan coll’armento, e li seguìan fedeli
nove bianchi mastini. Ed ecco uscire
due tremendi lïoni, ed avventarsi       805
tra le prime giovenche ad un gran tauro,
che abbrancato, ferito e strascinato
lamentosi mandava alti muggiti.
Per rïaverlo i cani ed i pastori
pronti accorrean: ma le superbe fiere       810
del tauro avendo già squarciato il fianco,
ne mettean dentro alle bramose canne
le palpitanti viscere ed il sangue.
Gl’inseguivano indarno i mandrïani
aizzando i mastini. Essi co’ morsi       815
attaccar non osando i due feroci,
latravan loro addosso, e si schermivano.
Fecevi ancora il mastro ignipotente
in amena convalle una pastura
tutta di greggi biancheggiante, e sparsa       820
di capanne, di chiusi e pecorili.
Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette       825
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.       830
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d’argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto       835
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file. Numerosa
stava la turba a riguardar le belle
carole, e in cor godea. Finìan la danza
tre saltator che in varii caracolli       840
rotavansi, intonando una canzona.
Il gran fiume Oceàn l’orlo chiudea
dell’ammirando scudo. A fin condotto
questo lavoro, una lorica ei fece
che della fiamma lo splendor vincea;       845
poi di raro artificio un saldo e vago
elmo alle tempie ben acconcio, e sopra
d’auro tessuta v’innestò la cresta.
Fur l’ultima fatica i bei schinieri
di pieghevole stagno. E terminate       850
l’armi tutte, il gran fabbro alto levolle,
e al piè di Teti le depose. Ed ella,
co’ bei doni del Dio, come sparviero
ratta calossi dal nevoso Olimpo.

 

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 14 settembre 2021