mercoledì 15 settembre 2021

SILLABARI ( Seconda parte ) Lo scudo d’Achille

 


OMERO Iliade Canto XVIII

 

Dopo che Ettore s'i fu  impossessato delle armi di Achille, che erano state indossate da Patroclo, la madre di Achille, Teti, fece forgiare dal dio Vulcano delle nuove armi per il proprio figlio.
Vulcano forgiò i nuovi gambali, la corazza, due spade, un elmo tutto ornato di chiome equine
(Iliade, libro XIX, 380-383) e uno smisurato scudo (Iliade , libro XVIII, versi 671,679-842).
Vulcano scolpisce sullo scudo una fedele rappresentazione della vita e della società del tempo. L' anello centrale,tutto completamente d'oro, rappresenta tutto l' universo conosciuto : la Terra,il mare , il cielo, il Sole, la Luna piena, alcune stelle e costellazioni (le Pleiadi,le Ladi, Orione , che con il suo sorgere preannuncia l' inverno, l'Orsa Maggiore, che non tramonta mai sul mare. Il nostro cielo è cambiato, per il fenomeno della "precessione" degli equinozi.
Abbiamo poi altri anelli in cui vengono rappresentate dodici scene della vita umana :
tre di città in pace, tre di città in guerra, tre in materia di agricoltura e tre sulla vita pastorale.
L' anello più esterno rappresenta il fiume Oceano che, come pensavano gli Antichi, circondava tutta la Terra.


Mentre seguìan tra lor queste contese,
Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;
stellati eterni rilucenti alberghi,       505
fra i celesti i più belli, e dallo stesso
Vulcan costrutti di massiccio bronzo.
Tutto in sudor trovollo affaccendato
de’ mantici al lavoro. Avea per mano
dieci tripodi e dieci, adornamento       510
di palagio regal. Sopposte a tutti
d’oro avea le rotelle, onde ne gisse
da sé ciascuno all’assemblea de’ numi,
e da sé ne tornasse onde si tolse:
maraviglia a vederli! Omai compiuto       515
l’ammirando lavor, solo restava
ch’ei v’adattasse le polite orecchie,
e appunto all’uopo n’aguzzava i chiovi.
Mentre venìa tai cose elaborando
con egregio artificio, entro la soglia       520
l’alma Teti mettea l’argenteo piede.
La vide, e le si fe’ Càrite incontro
ornata il capo d’eleganti bende,
dell’inclito Vulcan moglie vezzosa:
per man la strinse, e il roseo labbro aprendo,       525
Qual, le disse, cagione, o bella Teti,
ti guida inaspettata a queste case?
Rado suoli onorarle, e nondimeno
sempre cara vi giungi e riverita.
Inóltrati, perch’io pronta t’appresti       530
le vivande ospitali. - E sì dicendo,
la bellissima Dea l’altra introdusse,
e in un bel seggio collocolla, ornato
d’argentee borchie a lavorìo gentile
col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne       535
corse l’esimio fabbro, e sì gli disse:
Vieni, Vulcan, ché ti vuol Teti. - Ed egli:
Venerevole Diva e d’onor degna
nella casa mi venne. Ella malconcio
e afflitto mi salvò quando dal cielo       540
mi feo gittar l’invereconda madre,
che il distorto mio piè volea celato;
e mille allor m’avrei doglie sofferto
se me del mar non raccogliean nel grembo
del rifluente Ocèano la figlia       545
Eurìnome e la Dea Teti. camminavano;


 ed egli a tardo passo
avvicinato a Teti, in un lucente
trono s’assise, e la sua man ponendo
nella man della Dea, così le disse:
Qual mai sorte t’adduce a queste soglie,       585
o sempre cara e veneranda Teti,
in quell’ampio tuo peplo ancor più bella?
Troppo rado ne fai di tua presenza
contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire
libera esponi. A soddisfarlo il grato       590
cor mi sospinge, se pur farlo io possa,
e il farlo mi s’addica. - E a lui suffusa
di lagrime i bei rai Teti rispose:
Delle Dive d’Olimpo e qual sofferse
tanti, o Vulcano, tormentosi affanni       595
quanti in me Giove n’adunò? Me sola
fra le Dive del mar suggetta ei fece
ad un mortale, al re Pelèo. Ritrosa
ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace
logro dagli anni nel regal suo tetto.       600
Né il tenor qui restò di mie sventure.
Mi nacque un figlio. Io l’educai gelosa,
e come pianta ei crebbe, e mi divenne
il maggior degli eroi. Questo germoglio
di fertile terren, questo diletto       605
unico figlio su le navi io stessa
spedii di Troia alle funeste rive
a guerreggiar co’ Teucri. Avverso fato
gli dinega il ritorno; ed io non deggio
nella pelèa magion madre infelice       610
abbracciarlo più mai. Né questo è tutto.
Fin ch’ei mi vive, e la ria Parca il raggio
gli prolunga del Sole, ei lo consuma
nella tristezza, né giovarlo io posso.
Dagli Achivi ottenuta egli s’avea       615
premio di sue fatiche una fanciulla.
Agamennón gliela ritolse; ed esso
dell’onta irato, e nel dolor sepolto
si ritrasse dall’armi. I Teucri intanto
alle navi rinchiusero gli Achei,       620
né permettean l’uscita. Umìli allora
i duci argivi gli mandâr preghiere
e d’orrevoli doni ampie profferte.


Egli fermo negò la chiesta aita:
ma cinse di sue stesse armi l’amico       625
Pàtroclo, e al campo l’invïò seguìto
da molti prodi. Su le porte Scee
tutto un giorno durò l’aspro conflitto.
E il dì stesso Ilïon sarìa caduto,
s’alta strage menar visto il gagliardo       630
di Menèzio figliuol, non l’uccidea
tra i combattenti della fronte Apollo,
esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
vengo supplice madre al tuo ginocchio,
onde a conforto di sua corta vita
       635
di scudo e d’elmo provveder tu il voglia,
e di forte lorica e di schinieri
con leggiadro fermaglio. A lui perdute
ha tutte l’armi dai Troiani ucciso
il suo fedel compagno, ed egli or giace
       640
gittato a terra, e dal dolore oppresso.
Tacque; e il mal fermo Dio così rispose:
Ti riconforta, o Teti, e questa cura
non ti gravi il pensier. Così potessi
alla morte il celar quando la Parca       645
sul capo gli starà, com’io di belle
armi fornito manderollo, e tali
che al vederle ogni sguardo ne stupisca.
Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente
ai mantici tornò, li volse al fuoco,       650
e comandò suo moto a ciascheduno.
Eran venti che dentro la fornace
per venti bocche ne venìan soffiando,
e al fiato, che mettean dal cavo seno,
or gagliardo or leggier, come il bisogno       655
chiedea dell’opra e di Vulcano il senno,
sibilando prendea spirto la fiamma.
In un commisti allor gittò nel fuoco
argento ed auro prezïoso e stagno
ed indomito rame. Indi sul toppo
       660
locò la dura risonante incude,
di pesante martello armò la dritta,
di tanaglie la manca; e primamente
un saldo ei fece smisurato scudo
di dèdalo rilievo, e d’auro intorno
       665
tre ben fulgidi cerchi vi condusse,
poi d’argento al di fuor mise la soga.

Cinque dell’ampio scudo eran le zone,
e gl’intervalli, con divin sapere,
d’ammiranda scultura avea ripieni.       670
Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
e il Sole infaticabile, e la tonda
Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
incoronata la celeste volta,
e le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella       675
d’Orïon tempestosa, e la grand’Orsa
che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
ella si gira ed Orïon riguarda,
dai lavacri del mar sola divisa.
Ivi inoltre scolpite avea due belle       680
popolose città. Vedi nell’una
conviti e nozze. Delle tede al chiaro
per le contrade ne venìan condotte
dal talamo le spose, e Imene, Imene
con molti s’intonava inni festivi.       685
Menan carole i giovinetti in giro
dai flauti accompagnate e dalle cetre,
mentre le donne sulla soglia ritte
stan la pompa a guardar maravigliose.


D’altra parte nel fôro una gran turba       690
convenir si vedea. Quivi contesa
era insorta fra due che d’un ucciso
piativano la multa. Un la mercede
già pagata asserìa; l’altro negava.
Finir davanti a un arbitro la lite       695
chiedeano entrambi, e i testimon produrre.
In due parti diviso era il favore
del popolo fremente, e i banditori
sedavano il tumulto. In sacro circo
sedeansi i padri su polite pietre,       700
e dalla mano degli araldi preso
il suo scettro ciascun, con questo in pugno
sorgeano, e l’uno dopo l’altro in piedi
lor sentenza dicean. Doppio talento
d’auro è nel mezzo da largirsi a quello       705
che più diritta sua ragion dimostri.
Era l’altra città dalle fulgenti
armi ristretta di due campi in due
parer divisi, o di spianar del tutto
l’opulento castello, o che di quante       710
son là dentro ricchezze in due partito
sia l’ammasso. I rinchiusi alla chiamata
non obbedìan per anco, e ad un agguato
armavansi di cheto. In su le mura
le care spose, i fanciulletti e i vegli       715
fan custodia e corona; e quelli intanto
taciturni s’avanzano. Minerva
li precorre e Gradivo entrambi d’oro,
e la veste han pur d’oro, ed alte e belle
le divine stature, e d’ogni parte       720
visibili: più bassa iva la torma.
Come in loco all’insidie atto fur giunti
presso un fiume, ove tutti a dissetarse
venìan gli armenti, s’appiattâr que’ prodi
chiusi nel ferro, collocati in pria       725
due di loro in disparte, che de’ buoi
spïassero la giunta e delle gregge.
Ed eccole arrivar con due pastori
che, nulla insidia suspicando, al suono
delle zampogne si prendean diletto.       730
L’insidiator drappello alla sprovvista
gli assalìa, ne predava in un momento
de’ buoi le mandre e delle bianche agnelle,
ed uccidea crudele anco i pastori.
Scossa all’alto rumor l’assediatrice       735
oste a consiglio tuttavia seduta,
de’ veloci corsier subitamente
monta le groppe, i predatori insegue,
e li raggiunge. Allor si ferma, e fiera
sul fiume appicca la battaglia. Entrambe       740
si ferìan coll’acute aste le schiere.
Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco
era il Tumulto e la terribil Parca
che un vivo già ferito e un altro illeso
artiglia colla dritta, e un morto afferra       745
ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
le ricopre le spalle: i combattenti
parean vivi, e traean de’ loro uccisi
i cadaveri in salvo alternamente.       750
Vi sculse poscia un morbido maggese
spazïoso, ubertoso e che tre volte
del vomero la piaga avea sentito.
Molti aratori lo venìan solcando,
e sotto il giogo in questa parte e in quella       755
stimolando i giovenchi. E come al capo
giungean del solco, un uom che giva in volta,
lor ponea nelle man spumante un nappo
di dolcissimo bacco; e quei tornando
ristorati al lavor, l’almo terreno       760
fendean, bramosi di finirlo tutto.
Dietro nereggia la sconvolta gleba:
vero arato sembrava, e nondimeno
tutta era d’òr. Mirabile fattura!
Altrove un campo effigïato avea       765
d’alta messe già biondo. Ivi le destre
d’acuta falce armati i segatori
mietean le spighe; e le recise manne
altre in terra cadean tra solco e solco,
altre con vinchi le venìan stringendo       770
tre legator da tergo, a cui festosi
tra le braccia recandole i fanciulli
senza posa porgean le tronche ariste.
In mezzo a tutti colla verga in pugno
sovra un solco sedea del campo il sire,       775
tacito e lieto della molta messe.
Sotto una quercia i suoi sergenti intanto
imbandiscon la mensa, e i lombi curano
d’un immolato bue, mentre le donne
intente a mescolar bianche farine,       780
van preparando ai mietitor la cena.
Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo
sotto il carco dell’uva. Il tralcio è d’oro,
nero il racemo, ed un filar prolisso
d’argentei pali sostenea le viti.       785
Lo circondava una cerulea fossa
e di stagno una siepe. Un sentier solo
al vendemmiante ne schiudea l’ingresso.
Allegri giovinetti e verginelle
portano ne’ canestri il dolce frutto,       790
e fra loro un garzon tocca la cetra
soavemente. La percossa corda
con sottil voce rispondeagli, e quelli
con tripudio di piedi sufolando
e canticchiando ne seguìano il suono.       795
Di giovenche una mandra anco vi pose
con erette cervici. Erano sculte
in oro e stagno, e dal bovile uscièno
mugolando e correndo alla pastura
lungo le rive d’un sonante fiume       800
che tra giunchi volgea l’onda veloce.
Quattro pastori, tutti d’oro, in fila
gìan coll’armento, e li seguìan fedeli
nove bianchi mastini. Ed ecco uscire
due tremendi lïoni, ed avventarsi       805
tra le prime giovenche ad un gran tauro,
che abbrancato, ferito e strascinato
lamentosi mandava alti muggiti.
Per rïaverlo i cani ed i pastori
pronti accorrean: ma le superbe fiere       810
del tauro avendo già squarciato il fianco,
ne mettean dentro alle bramose canne
le palpitanti viscere ed il sangue.
Gl’inseguivano indarno i mandrïani
aizzando i mastini. Essi co’ morsi       815
attaccar non osando i due feroci,
latravan loro addosso, e si schermivano.
Fecevi ancora il mastro ignipotente
in amena convalle una pastura
tutta di greggi biancheggiante, e sparsa       820
di capanne, di chiusi e pecorili.
Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette       825
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.       830
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d’argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto       835
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file. Numerosa
stava la turba a riguardar le belle
carole, e in cor godea. Finìan la danza
tre saltator che in varii caracolli       840
rotavansi, intonando una canzona.
Il gran fiume Oceàn l’orlo chiudea
dell’ammirando scudo. A fin condotto
questo lavoro, una lorica ei fece
che della fiamma lo splendor vincea;       845
poi di raro artificio un saldo e vago
elmo alle tempie ben acconcio, e sopra
d’auro tessuta v’innestò la cresta.
Fur l’ultima fatica i bei schinieri
di pieghevole stagno. E terminate       850
l’armi tutte, il gran fabbro alto levolle,
e al piè di Teti le depose. Ed ella,
co’ bei doni del Dio, come sparviero
ratta calossi dal nevoso Olimpo.

 

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 14 settembre 2021  

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