domenica 12 settembre 2021

COPIA INCOLLA La figura femminile nella Commedia di Dante Presenze femminili nella Divina Commedia ( Quinta parte )

 “Nepote ho io di là ch’ha nome Alagia,
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro* malvagia;
e questa sola di là m’è rimasa”. (Purg.XIX, vv.142 –145)
Questa Alagia Fieschi, moglie di Moroello Malaspina, ebbe fama di donna virtuosa e fu conosciuta personalmente da Dante durante la sua permanenza nel castello dei Malaspina in Lunigiana.
Nel XX canto (versi 19-24), i due poeti sentono un’anima narrare esempi di povertà; primo tra gli altri è quello di Maria, che partorì il Bambino in una povera stalla.
"e per ventura udi’ : ”Dolce Maria!”
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
e seguitar: “Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti* il tuo portato santo”. "
*sponesti= deponesti
Come esempio di avarizia punita (al verso112 di questo stesso canto), Dante ricorda, tratta dalle Sacre Scritture, la figura di Saffira (“indi accusiam col marito Saffira”). Ella e il marito Anania vendettero un podere e invece di consegnare l’intero ricavato agli Apostoli, ne trattennero una parte; smascherati da San Pietro, negarono tutto, ma vennero fulminati da Dio.
Nel canto XXII ( versi 109-114), Virgilio nomina alcune eroine greche, che dice son con lui nel Limbo. Esse sono:Antigone, Deifile, Argia, Ismene, Isifile, Teti, Deidamia e la figlia di Tiresia, la maga Manto. Qui però il poeta è caduto in contraddizione, perché Manto si troverà poi all'Inferno, nella bolgia degli indovini (Inf. XX, vv. 52-56)
Di nuovo la Vergine Maria è citata come esempio di temperanza negli ultimi versi del XXII canto, quando i due poeti si avvicinano ad uno strano albero dai frutti profumati, che ha rami e tronco che digradano all’ingiù, contrario dell’abete.
Dal folto delle fronde, sentono provenire una voce che ricorda loro come Maria alle nozze di Cana si preoccupasse più alla buona riuscita della festa nuziale che di soddisfare la sua bocca (il suo appetito) e dice che con quella bocca ora Ellaintercede per le anime del Purgatorio.
Vi è dopo anche un breve accenno alla sobrietà delle antiche donne romane.
"Li due poeti all’alber s’appressaro
e una voce per entro le fronde
gridò: “Di questo cibo avrete caro*”.
Poi disse: “Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli* e intere,
ch’a la sua bocca,ch’or per voi risponde.
E le Romane antiche, per lor ber,
contente furon d’acqua;.............." Purg., XXII,vv.139-146)
*caro= carestia
* orrevoli=onorevoli
Nel XXIII Canto, vengono incontro anime terribilmente magre, il cui aspetto rinsecchito fa venire alla mente a Dante quello degli Ebrei dopo il lungo assedio di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito. Allora, per la fame, narrava lo storico Giuseppe Flavio, una donna Maria di Eleazaro divorò bestialmente il suo stesso bambino:
"Io dicea fra me stesso pensando: “Ecco la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco*!”."(Purg., XXIII,vv.28-30)
*diè di becco= divorò col becco come un uccello rapace
Tra di loro,( i golosi puniti con la pena del contrappasso), Dante incontra l’amico Forese Donati, morto circa cinque anni prima. Dante gli chiede come è possibile che non sia ancora nell’Antipurgatorio, come coloro che hanno atteso per pentirsi fino al termine della vita.
Forese risponde che è per merito delle lacrime e delle preghiere di sua moglie Nella, unica donna onesta in mezzo alle corrotte donne di Firenze e scaglia una forte invettiva contro la moda femminile del suo tempo:
“Ond’elli a me: “Sì tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzio d’i martìri
la Nella mia col suo pianger dirotto,
coi suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.
Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia,che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo* interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline*?
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ‘l ciel veloce loro ammanna*,
già per urlar avrian le bocche aperte;
ché, se l’antiveder* qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.* (Purg. XXIII vv. 85-111)
*pergamo= pulpito ;
*spirital o altre disciplinei=o pene date dalle autorità religiose o pene date da autorità civili;
*ammanna= prepara;
*antiveder=prevedere;
*Prima fien ....con nanna= saranno addolorate prima che metta la barba il bimbo, che ora si consola con la ninnananna.


Nel canto successivo il poeta chiede all’amico dove sia la sua buona sorella Piccarda e Forese risponde che ella è già tra i beati:
“Ma dimmi se tu sai dov’è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda”.
“La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, triunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona”. (Purg.XXIV,vv.9-15)
Vi è poi subito dopo l’incontro con il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani, che dà modo a Dante di discutere di poesia e di definire il Nuovo Stile. Prima del colloquio Bonagiunta mormora il nome Gentucca e dichiara che questa sarà una donna gentile che gli farà apprezzare la città di Lucca.
“El mormorava; e non so che “Gentucca”
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga*
de la giustizia che sì li pilucca.
“O anima”, diss’io, “che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga”.
“Femmina è nata e non porta ancor benda*”
cominciò el, “che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.*
Tu te n’andrai con questo antivedere*;
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere*.”(Purg.XXIV,vv.37-48)
*ov’el sentia la piaga= dove egli sentiva lo strazio della fame;
*benda= velo delle donne maritate;
*come... riprenda= sebbene se ne parli male ;
*antivedere= profezia;
*se nel mio...vere= se ti hanno indotto in errore le mie parole, le cose reali poi ti chiariranno quanto ho detto.
Nel canto XXV, i due poeti salgono una scala che li conduce alla settima cornice, dove in una cortina di fuoco avanzano i lussuriosi, che alternano un inno sacro ad esempi di castità.
“Appresso al fine ch’a quell’inno fassi,
gridavano alto: “Virum non cognosco”,
indi ricominciavan l’inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: “Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tosco”.
Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.” (Purg.XXV,vv.127-135)
Il primo esempio di castità è quello di Maria che all’Angelo annunziante la nascita di Gesù rispose di non conoscere uomo; il secondo esempio riporta il mito della dea Diana, che allontana la ninfa Elice, poiché aveva conosciuto il veleno (tosco= tossico) dell’amore (Venere); l’ultimo è l’amore di donne e uomini che vivono castamente il sacramento del matrimonio.
Nel XXVII canto,infine, Dante e Virgilio salgono la scala che porta al Paradiso Terrestre. Qui il poeta latino dice che sonogiunti dove la ragione umana (cioè lui stesso) non potrà più fare da guida:
"…e se' venuto in parte
dov' io per me più oltre non discerno" (Purg, XXVII vv.124-125)
e aggiunge che Dante dovrà attendere
" mentre che vegnan lieti gli occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno" * (Purg.XXVII, vv.136-137)
* cioè: i lieti begli occhi di Beatrice, la quale, piangendo, aveva spinto Virgilio ad andare in aiuto di Dante. ( II canto dell'Inferno) .
Nel Paradiso Terrestre si incontrano due figure di donna: Matelda e Beatrice, le quali lo guideranno nel cammino verso il Paradiso.
La prima, Matelda, è una sorridente giovane (“bella donna”) che canta raccogliendo fiori.
E' lei che dopo aver fatto immergere Dante nel fiume Leté, perché si purifichi e dimentichi anche il ricordo del peccato, lo fa bere alla sorgente dell’Eunoé, in modo che quell’acqua lo rafforzi nelle virtù.
I commentatori hanno cercato di ravvisare in lei qualche personaggio storico, chi l’ha identificata con Matilde di
Canossa, chi con la “donna gentile” citata altrove, altri con una delle donne nella “Vita Nova”, altri ancora con la monaca benedettina Matilde di Hachenborn o con Matilde di Magdeburgo, autrici entrambe di scritti spirituali.
Il mistero resta, ma con tutta probabilità Matelda è solo il simbolo della Grazia Divina, infatti Beatrice, nel XXXIII canto dice di lei che è “usa”, cioè abituata, a purificare le anime che salgono dal Purgatorio al Paradiso.
Nel XXX Canto, a coronamento del viaggio spirituale verso l’alto, c’è finalmente l’incontro con Beatrice, che non è più la Bice Portinari, fanciulla amata del poeta, ma, pur nella conservazione dei lineamenti umani della giovinetta conosciuta da Dante, è divenuta ormai la rappresentazione tangibile della Teologia, della Verità rivelata.
Essa è la messaggera di Dio, che deve guidare il poeta all’interno dei cieli del Paradiso.

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 10 settembre 2021




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