mercoledì 15 settembre 2021

SILLABARI : Vulcano (Prima parte )


Nella primavera del 2010 l’Europa del nord affrontò uno sconvolgimento molto maggiore per l’eruzione del vulcano Eyjafjöll, nel sud dell’Islanda. Per quasi un mese, dal 14 aprile al 9 maggio, migliaia di aerei le cui rotte avrebbero dovuto attraversare la zona che si estende dalla Francia settentrionale alla Finlandia furono costretti a fermarsi o a cambiare traiettoria. La situazione tornò completamente normale solo dopo l’estate.

 

Il fenomeno fu prodotto dalla combinazione dell’eruzione di lava incandescente con la presenza di un ghiacciaio, l’impronunciabile Eyjafjallajökull, proprio sopra il cratere attivo. Ghiaccio e lava insieme crearono una gigantesca nube di vapore che si alzò nel cielo per chilometri e cominciò a spostarsi nell’atmosfera portando con sé particelle che avrebbero potuto mettere a rischio gli aerei. Le persone che vivevano intorno al vulcano furono evacuate, anche per evitare il pericolo di inondazioni causate dal ghiaccio fuso. La nube di cenere arrivò fino all’Italia settentrionale. (1)

 

A leggere la stampa quotidiana  di metà aprile 2010,  i racconti sul piccolo vulcano d’Islanda  dal nome impronunciabile   oscillano  tra due visioni.

Da una parte il resoconto cronachistico dei commentatori. Raccontano storie di persone   in forte disagio per essere rimaste bloccate  in aeroporti e stazioni . L’affanno dei governi per  preparare piani alternativi di trasporto a quello aereo . Piccole odissee quotidiane e grandi speculazioni  ladresche. L’alternanza tra chiusura si e chiusura no  degli spazi aerei. Troppa prudenza o qualche temerarietà. I giornali riferiscono anche quella sottile fascinazione  che il vulcano ha operato nei confronti di uomini e donne, intellettuali e non  ,stimolando  non solo un immaginario la cui officina risale  ai primordi dell’uomo  ma anche la ricerca di una nuova filosofia di vita. La “lezione delle ceneri”  come richiamo all’umiltà per un uomo che da “ apprendista Dio” vorrebbe ipotecare il futuro  con i guasti del presente.

Ma le eruzioni vulcaniche non sonop come i terremoti , gli esperti con qualche approssimazione le possono prevedere.

Dopo il vulcano  islandese dal nome impronunciabile ma che voglio trascrivere  Eyjafjallajokull ci sono ancora undici montagne  di fuoco che tengono  in allerta i geologi. La lista stilata dall’Università del North Carolina calcola i rischi in base alla popolazione  e mette dunque sotto osservazione i seguenti vulcani  : Fuji (Giappone) ,Katia (Islanda) Chaiten,Krakatau, Derapi, Vesuvio , Pinatubo, Mount Rainier , Nevada del Ruiz,Popocatepl, Nyirangongo  (Congo ). In realtà ci sono però molti altri vulcani in eruzione  come il Villarica in Cile ( ultima eruzione  22 novembre 2009) Mayon nelle Filippine  ( 15 settembre 2009) e molti altri . Tra questi gli italiani  Etna ( ultima eruzione 2008), Vesuvio, Stromboli .


D’altra parte un rapporto dell’Agenzia spaziale europea  nel 2007  ha calcolato che 500 milioni  di persone vivono nel mondo  a ridosso di un vulcano  attivo.

Millecinquecento vulcani attivi nel mondo  da cui sono nati paradisi come le Hawai  Una cinquantina sono in eruzione ma solo undici sono considerati potenzialmente disastrosi.

Il 90% dei  millecinquecento vulcani attivi  è concentrato nei  40 mila chilometri  dell’anello di fuoco del Pacifico.

Dunque l’uomo convive da sempre con il fenomeno delle eruzioni. Da sempre i vulcani fanno il loro mestiere.  Tutto a posto si dirà . No , perché , dobbiamo  fare un riflessione più attenta:  perché è  la cenere del vulcano che misura la nostra fragilità in questo momento e ci induce quindi a riflettere su tutti gli allarmi  e le angosce  che attirano la nostra attenzione. Allarmi e angosce veri o immaginari.

E la domanda è : l’eruzione di un vulcano è lo stesso pericolo di quando abbiamo vutoo paura del baco  elettronico che all’alba del nuovo millennio  doveva sconquassare tutto. E’ lo stesso pericolo  di quando abbiamo avuto paura ,l’11 settembre   2001 , che veramente la catastrofe delle torri gemelle incendiasse il mondo in una corsa irreparabile alla distruzione. E’ lo stesso pericolo di quando abbiamo paura per la fine del mondo pronosticata per il prossimo 2012, o per la prossima tempesta solare o per il prossimo impatto di una meteora contro la terra.

La storia, la storia dell’uomo è questo : una farfalla in Giappone sbatte le ali  e provoca un terremoto in California.

In realtà l’eruzione di un vulcano e la sua cenere dovrebbe essere l’ultima cosa che ci dovrebbe far paura. E’ un semplice fenomeno naturale. Il vulcano ha fatto il suo mestiere e lo fa da secoli, da millenni. Non è però la caduta di un aereo che ha azzerato il governo polacco ; non è  una bomba tra la gente   del terrorismo.   Gli spasmi giganteschi  dei titani sepolti nelle viscere della montagna  hanno plasmato e dovrebbero continuare a plasmare il carattere degli uomini. Infatti l’aggettivo vulcanico è un complimento , è l’aggettivo del genio, la forma più apprezzata del talento .

Tocqueville  attribuiva al vulcano  il paesaggio agrario della Sicilia orientale e lo contrapponeva  a quello della Sicilia occidentale: la coltura irrigua contro la coltura secca.


Vulcano è il dio dei fabbri, dei minatori, di tutti quelli che  estraggono ricchezza  e aggiungono  valore alle cose.  Ha le “ mani d’oro” e con il suo ferro battuto crea opere d’arte  di inestimabile valore  come ci racconta Omero.

Vulcano è il protettore dei creatori di ricchezza attraverso il lavoro delle mani. E quindi non è solo distruttore ma anche costruttore . Alimentando le terme solforose  delle Eolie crea turismo e  industria del benessere fisico. Trasforma il nero che spaventa  in nero che affascina : l’architettura  che costruisce con la pietra lavica tanto in Sicilia quanto in Giappone.

Vulcano che costruisce. Il terremoto vulcanico del  1693 in Sicilia  fu la catastrofe di un mondo vecchio senza la quale  l’inizio e la fondazione delle stupende, meravigliose città barocche non sarebbe mai avvenuto.

Il cratere di un vulcano e per Pisolini l’ingresso dell’inferno . Martinetti dopo l’eruzione  dell’Etna del 1923 vi andava in pellegrinaggio e ne fece oggetto di una rappresentazione teatrale.

E allora perché spaventarsi della cenere, quella cenere che misura la nostra fragilità e non ci fa volare  ma nel senso vero della parola . Si può fare a meno dell’aereo come mezzo di trasporto. Non dobbiamo tornare alla carrozza ma come dice  Ulrick Bech non è accaduto nulla di diverso da un piccolo  momento di riflessione. La cenere ci ha detto che forse ogni tanto ci si può e ci si deve fermare, accettando questo stop e valorizzandolo .

Lo stop al volo  ha però messo in evidenza. .

UNO . Senza areo sembriamo  personaggi di Samuel Beckett : “frammenti di corpi , esistenze smarrite  il cui mondo e la cui vita  si sono sfasciati. Tutti vogliono andare  al più presto, per inscenare affari e impegni, per sbadigliare alle conferenze  o sopportare feste di famiglia,per trascorrere uno scampolo di vacanza  per pochi giorni o per avere un amore a distanza ecc.”

DUE . Di colpo il rischio è diventato onnipresente  e ha detto che qualcosa di brutto può accadere in qualsiasi momento . Che tutti “ tutti noi condividiamo  una qualche condizione contingente  che determina la nostra condizione  fondamentale qui ed ora.”

TRE . Siamo una comunità di destini dispersi sul pianeta. L’eruzione di un vulcano è una cosa naturale che sentiamo  pericolosa ma i pericoli per i quali ci preoccupiamo costantemente e di cui abbiamo  paura e angoscia  come la febbre suina, l’aviaria, la nube atomica di Chernobyl, la crisi finanziaria  non sono naturali   ma sono il frutto del comportamento degli uomini.

Non vogliamo celebrare i viaggi in carrozza con cocchio a quattro cavalli e nuove stazioni di posta ma una domanda possiamo e dobbiamo farcela: ma dunque  dove stiamo andando ?

(1)https://www.lastampa.it/cultura/2017/11/28/news/che-fine-ha-fatto-il-vulcano-che-nel-2010-blocco-mezza-europa-1.34392776

 

 

Eremo Rocca S. Stefano martedì 14 settembre 2021

 

 

 

 

 

 

 

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