"Di contra, effigiata ad una vista
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista." (Purg. X vv.67-69)
Più avanti troviamo scolpita la storia di Traiano e della vedova che gli chiede giustizia. La vedova è descritta come una donna chiusa nel suo dolore ma dotata di un forte senso di giustizia e di una lucida capacità di obiezione.
" ’ dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir:: “Segnor, fammi vendetta
di mio figliol ch’è morto, ond’io m’accoro”;
ed elli a lei rispondere: “Or aspetta
tanto ch’i’ torni”; e quella: “Segnor mio”,
come persona in cui dolor s’affretta,
“se tu non torni?”; ed ei: “Chi fia dov’io,
la ti farà”; ed ella. “L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?
ond’elli : “Or ti conforta; ch’ei conviene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritiene”." (Purg. X vv.76-93)
Nel XII canto, tra gli esempi di superbia punita intagliati nella pietra del sentiero che sale verso la vetta del Purgatorio,
Dante vede raffigurate due eroine della mitologia classica: Niobe e Aracne.
"O Niobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti."
(Purg. XII, vv.37-39)
"O folle Aragne,sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su gli stracci
de l'opera che mal per te si fé." (Purg. XII, vv. 43-45)
Niobe, moglie del re di Argo, superba per la numerosa prole (sette maschi e sette femmine) schernì la dea Latona,madre di soli due figli Apollo e Diana, e per questo fu da lei punita con l'uccisione di tutti i suoi figli.
Aracne, abile e superba tessitrice della Lidia, avendo sfidato la dea Atena nell'arte del tessere, fu da questa tramutata in ragno (Aragne = Aracne, nome che in greco significa "ragno").
Successivamente saliamo al girone dove sono puniti gli invidiosi, coloro cioè che furono più lieti del danno degli altri che della propria fortuna.
Questi penitenti, vestiti con mantelli dal colore livido della pietra , addossati l’uno accanto all’altro alla parete rocciosa e con gli occhi cuciti col fil di ferro, sono paragonati ai mendicanti ciechi che sostano alle porte delle chiese.
Mentre il Poeta cammina si sentono voci aeree che gridano esempi di carità, che incitano il buon cristiano non solo a non invidiare il suo prossimo, ma anzi ad amarlo.
Il primo esempio ricorda il gesto di Maria alle nozze di Cana, allorché piena di sollecitudine verso i giovani sposi, disse "Non hanno più vino" e invitò il Figlio a compiere il primo miracolo.
"E verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.
La prima voce che passò volando
“Vinum non habent” altamente disse,
e dietro a noi l’andò reiterando." (Purg. XIII vv.25-30)
Mentre avanza sul sentiero di livida pietra, Dante vede un'ombra, che alza il mento in su come fanno i ciechi, e le chiede di farsi riconoscere. Tra l’altre vidi un’ombra ch’ aspettava in vista; e se volesse alcun dir “Come?”,
lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
“Spirto” diss’io “che per salir ti dome,
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome”.
"Io fui sanese"- rispuose- "e con questi
altri rimondo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti. *
Savia non fui, avvegna che Sapìa *
Fussi chiamata, e fui de l'altrui danni
più lieta assai che di ventura mia" (Purg. XIII, vv. 100-110)
* rimondo…= purifico la vita empia
lagrimando…= supplicando con lacrime affinché Dio (Colui) conceda se stesso a noi
*avvegna che Sapìa…= sebbene il mio nome fosse Sapìa,(nome che ha la medesima radice di "savia" e di "sapere").

Sapia, della famiglia senese Salvani, era zia di quel Provenzano, che aveva sperato di diventare Signore di Siena e che,
per questa sua presunzione, Dante ha posto tra i Superbi (vedi il Canto XI del Purgatorio). Ella fu sposa di Ghinibaldo di
Saracino, signore di Castiglioncello, presso Monteriggioni.
Ai piedi di questo luogo, sulla via francigena, insieme al marito, Sapia aveva fatto costruire l’ospizio di Santa Maria per i
pellegrini che si recavano a Roma e nei Luoghi santi.
Di lei non si sa molto, eccetto che prese parte alle lotte politiche e che, come essa stessa dice, assistette compiaciuta (
non si sa bene perché) alla sconfitta, ad opera dei Guelfi di Firenze, dei suoi concittadini, guidati dal suo stesso nipote
Provenzano Salvani, nella battaglia di Colle Val d'Elsa nel 1269.
“ Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co’ loro avversari
ed io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
Rotti fuor quivi e volti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispàri*,
tanto ch’io volsi in su l’ardita faccia,
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
come fe’ ‘l merlo per poca bonaccia.”* ( Purg. XIII, vv.115-123)
* dispàri= diversa
*come fe’ il merlo…= riferimento ad una favola popolare che dice come il merlo, dopo un periodo freddo, per pochi giorni di sole, credendo finita la cattiva stagione, cantasse al Signore “ Non ti temo più, perché è finito l’inverno!”.

Dalle sue parole Sapia sembra pentita per aver partecipato con tanto odio alle lotte fratricide e appare grata al vecchio
Pier Pettinaio, che con le sue sante preghiere le ha abbreviato il tempo da trascorrere nell'Antipurgatorio.
Sul finire del suo lungo discorso, quest'anima chiede che Dante, tornato sulla terra, la riabiliti presso i suoi parenti.
“E chèggioti* per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui* tu ben mi rinfami*.
Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;
ma più vi perderanno gli ammiragli”. ( Purg. XIII, vv.148-154)
*cheggioti= ti chiedo;
propinqui= concittadini;
rinfami= mi ridia buona fama
Qui, però, si vede in lei ancora una pepata vena canzonatoria verso i suoi concittadini, definiti “gente vana”, perché sperano in imprese senza costrutto, ) sperperando i loro averi.
Si diceva infatti che il borgo di Talamone sull’Argentario fosse stato acquistato dai Senesi per farne uno sbocco al mare,ma, essendo il luogo malarico, nonostante le ingenti spese essi non ne ricavassero niente.
La Diana era un mitico fiume, che i Senesi credevano scorresse sotto la città, ma ma le lunghe e dispendiose ricerche non approdarono a niente.
Negli ultimi versi del canto successivo, il poeta ode voci che gridano esempi di invidia punita. Viene ricordata Aglauro, figlia di Cecrope, re di Atene, che invidiosa della sorella, aveva cercato di impedirne l’amore col dio Mercurio, e che da questi fu per punizione tramutata in pietra.
“Io son Aglauro che divenni sasso” ( Purg. XIV,v. 139)
Nel canto XV, i due poeti arrivano alla terza cornice , qui Dante ha la visione di esempi di mansuetudine. il primo esempio narra di Maria che con Giuseppe ritrova Gesù nel tempio tra i dottori.
"Ivi mi parve in una visione
estatica di subito esser tratto,
e vedere in un tempio più persone;
e una donna in su l’entrar, con atto
dolce di madre dicer: “Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo”. E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, disparío." (Purg., XV,vv.85-93)
Nella seconda visione di mansuetudine, si contrappone la mansueta risposta di Pisistrato alla moglie , di cui condanna l’atteggiamento altero e vendicativo. Essa infatti chiedeva di punire duramente l’affronto subito dalla figlia, baciata in pubblico da un giovane ateniese innamorato di lei.
"Indi m’apparve un’altra con quell’acque
giù per le gote che ‘l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
e dir: “Se tu se’ sire della villa
del cui nome ne’ deèi fu tanta lite,
e onde ogne scienza disfavilla,
vendica te di quelle braccia ardite
ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto”.
E ‘l segnor mi parea benigno e mite
risponder lei con viso temperato:
“Che farem noi a chi mal ne desira,
se quei che ci ama è per noi condannato?”. (Purg., XV,vv.94-105)
Nel XVI canto Dante chiede a Marco Lombardo chi sia quel buon Gherardo che egli ha nominato quale esempio di saggezza in un secolo privo ormai di valori cavallereschi, e ne ha per risposta che lo può identificare dalla figlia Gaia.
“Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso della gente spenta,
in rimprovero del secolo selvaggio?”.
“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco*.” (Purg., XV,vv.133-141)
*vosco=con voi
Questa Gaia era figlia di Gherardo da Camino, capitano generale di Treviso, protettore di artisti e letterati, di cui si sa
solamente che fu moglie di Tolberto da Camino e che morì nel 1311.
Per alcuni commentatori fu esempio di virtù, per altri invece di impudicizia; in questo caso l’accenno di Dante sarebbe
ironico e fatto solo per contrapporre i sani costumi dell’antichità a quelli corrotti dell’età nuova.
Proseguendo la lettura della seconda cantica del poema, troviamo al canto diciassettesimo due figure mitologiche
femminili che Dante ci offre come esempi di ira punita. Esse sono:
Progne, sposa dell’eroe greco Teseo, la quale uccise il figlio Iti e ne diede in pasto le carni al marito, per punirlo d’aver violentato la sorella Filomena, e che per questo fu trasformata in usignuolo.
De l’empiezza di lei che mutò forma ne l’uccel ch’a cantar più si diletta. (Purg, XVII, vv19-21)
e la regina Amata, moglie del re Latino, che credendo improrogabili le nozze di sua figlia Lavinia con lo straniero Enea, furiosa si tolse la vita, impiccandosi ad una trave:
"Surse in mia visione una fanciulla
piangendo forte e dicea: “O regina
perché per ira hai voluto esser nulla?
Ancisa* t’hai per non perder Lavinia;
or m’hai perduta! Io son essa che lutto*,
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina”." (Purg, XVII, vv.34-39)
* ancisa= uccisa;
* lutto= faccio lutto.

Nel XVIII canto al verso 100, ancora Maria, la Madonna, è riproposta come esempio di sollecitudine, quando volle
recarsi ad assistere la cugina Elisabetta, che doveva partorire:
“Maria corse con fretta alla montagna”
Nel canto successivo, Dante sogna una femmina deforme (una Sirena), che diviene a un tratto bellissima e inizia a cantare con voce dolce, ma presto le si affianca una santa donna che, dopo aver sgridato Virgilio per aver lasciato che
Dante ascoltasse senza proseguire la sua strada, strappa le vesti all’adescatrice mostrandone il ventre putrido, il cui odore fetido risveglia il Poeta.
Mi venne in sogno una femmina balba*,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di color scialba. (Purg, XIX, vv.7-9)
*balba=balbuziente
"Poi ch’ella avea ’l parlar così disciolto,
cominciava a cantar, sì che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
“Io son – cantava - io son dolce Serèna,
che ‘marinai in mezzo mar dismago*;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s’ausa*,
rado sen parte; sì tutto l’appago!”.
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta*
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lunghesso me per far colei confusa.
“O Virgilio, Virgilio, chi è questa?”,
fieramaente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quell’onesta.
L’altra prendéa e dinanzi l’aprìa,
fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscía." (Purg. XIX vv:16-33)
* dismago= incanto ;
* s’ausa= si abitua;
* presta= premurosa.
Virgilio spiega la visione , dicendo:
“Vedesti – disse – quell’antica strega
che sola sovr’a noi omai si piagne*,
vedesti come l’uom da lei si slega.” (Purg. XIX vv:58-60)
*si piagne= per la quale si scontano le pene nei tre gironi del Purgatorio che ci sovrastano;
* si slega= si libera
Il sogno vuole esprimere la difficoltà del distacco dagli allettanti beni materiali (il soave canto della Sirena) e la
necessità della Grazia spirituale (la santa donna)che ne sveli il marcio e la bruttezza nascosta.
Alla fine di questo canto, Il Poeta incontra papa Adriano, al quale chiede si se vuole qualcosa dai vivi, ma il Papa risponde che a pregare per lui non gli è rimasta che la buona nipote Alagia, per la quale teme la vicinanza corrotta della famiglia
.Eremo Rocca S. Stefano giovedì 9 settembre 2021

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