Nel Purgatorio, in un paesaggio prettamente terrestre, Dante si imbatte in molti vecchi amici di gioventù, ricorda i tempi di Firenze prima dell’esilio e il cuore gli si riempie di nostalgia e di rammarico.
Tra coloro che espiano in questo luogo le loro colpe prima di salire in Paradiso,dante non pone molte donne, ma vengono proposti numerosi personaggi femminili tratti o dalla storia o dal mito, come esempi sia virtù che di colpa.
Nel primo canto troviamo Virgilio che, mentre supplica Catone di lasciarli passare, ricorda, al severo custode del Purgatorio, l’affetto della sua sposa Marzia, che si trova tra le anime del limbo.
“Non son gli editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son gli occhi casti
di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amor adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni”.
“Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là”, diss’elli allora,
“che quante grazie volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume dimora
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.” (Purg. I, vv.78-90)
Con la connotazione degli “occhi casti”e della richiesta che la consideri sempre sua moglie (“che per tua la tegni”),Dante fa di Marzia l’esempio di moglie fedele. Il poeta non ha voluto tener conto della verità storica, che ci dice comeCatone l’Uticense, dopo aver sposato Marzia, la cedette a Quinto Ortensio e che, solo dopo la morte di quest’ultimo, la riprese con sé.

Nel terzo canto, Manfredi, presentatosi come nipote di Costanza d’Altavilla ( anima che ritroveremo tra i beati nel III canto del Paradiso), prega Dante affinché, una volta tornato nel mondo dei viventi, riferisca a sua figlia (anch’essa di nome Costanza, che egli afferma essere “bella” e “buona”), che lui, nonostante la scomunica, si è salvato dall’Inferno e che attende di poter scontare le sue colpe nel Purgatorio.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.” (Purg.III, vv.112-117)
e poco dopo aggiunge :
“Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza”. ( Purg. III vv.142-145)
Nel V canto del Purgatorio è ricordata con biasimo Giovanna, sposa di Bonconte da Montefeltro, che chiede a Dante di ricordarlo nelle sue preghiere, perché sua moglie non lo ricorda più:
“Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non han di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”. ( Purg. V, vv.88-90)
Nel canto V le anime si presentano dicendo di sé:
“Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati…” ( Purg. V, versi 52-57)
Tra loro si trova la mesta figura di Pia de’ Tolomei, un personaggio storicamente vissuto tra la fine del 1200 e i primi anni del secolo successivo.
Ella apparteneva alla famiglia dei Tolomei di Siena. Andata sposa a Nello de’ Pannocchieschi, podestà di Volterra e di Lucca, fu assassinata dal marito, che la fece precipitare da un balcone del castello della Pietra in Maremma. (Oggi le rovine di questo castello vengono ancora indicate come “il salto della Contessa”.).
C’è chi dice che sia stata uccisa perché colpevole di infedeltà, chi invece sostiene che il marito se ne liberò per potersi risposare. Ci sono molte notizie infatti di una relazione e di un successivo matrimonio di Nello con una donna “dai molti mariti e dai molti amanti”: Margherita degli Aldobrandeschi.
Il mistero della morte di Pia rimane fitto oggi come allora.
“ Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via
- seguitò 'l terzo spirito al secondo -
ricorditi di me che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma” * (Purg., V, vv.130-136)
* lo sa bene colui che, dopo avermi inanellata con la sua gemma, mi ha sposata. oppure come interpreta Natalino Sapegno, seguendo un anonimo commentatore fiorentino antico,: "come sa bene colui che mi fece morire e che prima mi aveva dato l'anello e sposata".
Dante prova per questa giovane affetto e commiserazione, infatti ce la presenta come una donna quieta piena di
sollecitudine e di dolcezza, priva di qualunque risentimento verso il marito.
Nell'ottavo canto Dante incontra un caro amico, il giudice Nino Visconti, che ricorda con grande affetto la figlia
Giovanna e dà invece di Beatrice d'Este, la sua vedova, passata assai presto a nuove nozze, un giudizio assai duro:
“Quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ‘nnocenti si risponde.
Non credo che la sua madre più m'ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura." (Purg. VIII, vv. 70-78)

Dante qui mostra di credere che Beatrice d'Este fosse colpevole di infedeltà alla memoria del marito, ma in realtà nel medio evo le donne non potevano disporre di se stesse, e i loro matrimoni erano oggetto di scambi politici, in nome del benessere familiare.
A quei tempi, comunque, le seconde nozze delle spose erano mal viste dall'opinione pubblica e le loro infedeltà, quando i mariti erano lontani, erano un luogo comune diffusissimo.
Nelle parole di Nino Visconti (e quindi in Dante stesso) vi è un’eco del pregiudizio medievale contro le donne, secondo una tradizione letteraria che risale ai classici, Ovidio, Virgilio ecc. e ai Padri della Chiesa.
Può darsi anche che il Sommo Poeta, pensasse alla propria moglie Gemma, che non lo aveva seguito nell'esilio, neanche quando i suoi figli stessi lo avevano raggiunto.
Nel canto successivo si affaccia Lucia (la santa di Siracusa), la quale, per facilitargli la salita, prende tra le braccia Dante addormentato, e lo porta all’ingresso del Purgatorio.
Virgilio racconta a Dante:
Venne una donna e disse: “I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via”.
Sordel rimase e l’altre gentil forme;
ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella entrata aperta;
poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro”. (Purg. IX vv. 55-63)
Nel canto X Dante, mentre sale, vede scolpiti in altorilievo, nella parete del monte di marmo bianco, esempi di umiltà.
Il primo di questi rappresenta la Madonna che riceve l'annunzio dall'Angelo che pare dica “Ave!”, mentre Maria che sembra dire: "Ecco la serva di Dio":
"Giurato si saria ch’el dicesse “Ave!”,perché iv’era imaginata quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella “Ecce ancilla Dei”, propriamente come figura in cera si suggella." (Purg. X vv.40-45)Dopo appare il re David, che danza intorno all'Arca dell'Alleanza, mentre ad una finestra del palazzo reale appare Micol, la moglie, che è rappresentata irritata per l'eccessiva umiltà del marito.


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