domenica 12 settembre 2021

COPIA INCOLLA La figura femminile nella Commedia di Dante Presenze femminili nella Divina Commedia ( Prima parte )





Nel 2021 ricordiamo la morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna, suo luogo d’esilio, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321. Tantissime le iniziative culturali in tutta Italia, volte a celebrare il Sommo poeta, simbolo dell’unità del nostro Paese. La sua Commedia, considerata uno dei capolavori della letteratura mondiale, oggi è più che mai attuale perché infonde la speranza di riuscire presto anche noi a “rivedere le stelle".

Copio e incollo un testo  adattato da Presenze femminili nella Divina Commedia di Gioia Guarducci  che posto in più parti .

Nella civiltà occidentale del Medioevo "la donna" non aveva uno specifico posto. L'uomo, come prima creatura più simile a Dio, possedeva una autorità "naturale" sulla moglie, la figlia, la sorella ed anche la madre. La Bibbia dice: "Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza", la donna in fondo era nata soltanto dalla costola di Adamo e quindi doveva essere "naturalmente" meno perfetta e meno importante di lui!
Il campo d'azione di ogni donna era la casa, il suo dovere la procreazione. Generare buoni eredi era il compito
affidatole; il cuore della casa in quei tempi era la grande camera nuziale, dove le donne passavano gran parte della giornata, lavorando d'ago o al telaio, dove concepivano e partorivano figli e dove infine morivano.
La fragilità e debolezza della donna "necessitavano" di sorveglianza e di protezione, prima da parte del padre e dei fratelli e poi del marito e della sua famiglia.
Le donne però nella vita pratica non restano subordinate completamente agli uomini, infatti lavorano nei campi o nelle botteghe artigiane con i mariti, filano, tessono, cuciono e ricamano, contribuendo così al benessere familiare.
Nei ceti più agiati, guidano la casa, comandano uno stuolo di servi ed attendono all'educazione dei figli. Come scrive Francesco da Barberino: la figlia di un cavaliere, di un giudice o di un medico dovrà filare o cucire "sì che poi che sarà con suo marito in casa, possa malinconia con ciò passare, oziosa non stare e anco in ciò alcuno servigio fare".
Molte famiglie povere mandavano a servizio le proprie figliole, per procurare loro un po' di dote e il corredo, ed anche le vedove, quando non riuscivano ad ottenere dagli eredi del marito quanto spettava loro, erano costrette a guadagnarsi da vivere filando o come domestiche in casa d'altri, tutte comunque venivano sospettate di cattiva condotta morale, di costumi sfrenati, data la nota "debolezza" della natura femminile!
Nella mentalità comune di quell'epoca, le donne sono ritenute tutte subdole, ingannatrici, licenziose e inaffidabili: "Tutti i grandi disonori, vergogne, peccati e spese s'acquistano per femmine" riporta infatti un testo antico.
La ribellione o l'insubordinazione della donna portava disordine e era soggetta alla sanzione della comunità ed anche delle leggi civili e religiose.
Abbiamo fin qui visto che la società medievale vedeva nella donna un personaggio gregario, cui negare ogni autonomia.
La "condizione femminile" aveva riconoscimento solo nell'ambito del matrimonio o tra le mura di un convento.
In questo quadro poco idilliaco per le donne, quale considerazione del genere femminino aveva un grande poeta di quel tempo, Dante?
INFERNO
Nei trentatré canti dell'Inferno, “tra le genti dolorose c’hanno perduto il ben dell’intelletto” (Inf. III, vv.17-18) gli incontri con figure femminili sono veramente pochi, spesse volte invece il poeta cita personaggi che non sono presenti, ma solo ricordati nelle parole delle anime trapassate o come modelli esemplari.
Dentro l'immane voragine che si sprofonda nel mezzo dell’emisfero settentrionale, Dante immagina di trovare una miriade di anime dannate, tra cui molti personaggi ben conosciuti del suo tempo.
I primi spiriti femminili si trovano nel Limbo (IV Canto), luogo che accoglie non propriamente i dannati, ma solo coloro che non avendo conosciuto la vera fede sono stati esclusi dalla beatitudine eterna.
Proprio nel Limbo Dante incontra Beatrice ( la fanciulla fiorentina amata dal poeta fin dall’infanzia e ispiratrice di tutte  le sue poesie), che è scesa su invito di S. Lucia a sua volta inviata dalla Madonna, per incoraggiarlo ad intraprendere questo viaggio di redenzione.
“I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar desio;
Amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”. (Inf. II, vv.70-74)
Tra i giusti, che non conobbero Dio e non ricevettero il battesimo, ma che furono in vita esempi di virtù, ecco ottoantiche donne (le prime cinque, però, sono solo figure della leggenda ).


Esse con altre anime, né tristi, né felici, abitano in un “nobile castello”, circondato da un “prato di fresca verdura” e  “difeso intorno d' un bel fiumicello”, in “loco aperto, luminoso ed alto”. Dante non si attarda a parlare con loro, ma ne fa cenno nominandole ad una ad una :
“I’ vidi Elettra con molti compagni,
tra ‘quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea,
da l’altra parte, e vidi ‘l re Latino,
che con Lavinia sua figlia sedea.
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Julia, Marzia e Corniglia;
e solo in parte vidi il Saladino. (Inf. V, vv.121-129)
Elettra madre di Dardano, progenitrice della stirpe Troiana,di Enea e dei suoi discendenti, Camilla figlia del re dei Volsci, caduta nella guerra contro Enea Pentesilea regina delle Amazzoni, figlia di Ares (Marte), uccisa da Achille Lavinia figlia del re Latino, moglie di Enea e progenitrice dei Romani
Lucrezia moglie di Collatino, suicidatasi dopo l’offesa fatta al suo onore da Sesto Tarquinio
Iulia figlia di Giulio Cesare e sposa di Pompeo Marzia moglie di Catone l’Uticense
Corneglia (Cornelia) madre dei Gracchi .


Di Marzia si parlerà ancora nel I canto del Purgatorio, quando Dante e Virgilio supplicano, in nome della sua cara sposa, appunto, il vecchio custode del secondo regno, Catone.
"ma son del cerchio ove son li occhi casti di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, o santo petto, che per tua la tegni." (Purg. I, vv.78-80)Marzia sta tutta nella dolce espressione "occhi casti", e in quel tenero desiderio che il marito la consideri ancora sua.
Nel canto che segue Dante incontra i lussuriosi, coloro cioè che non riuscirono a frenare gli istinti carnali (II cerchio).
Questi spiriti vengono trasportati qua e là da una incessante bufera:
"la bufera infernal che mai non resta
mena gli spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta” (Inf. V, vv.31-33)
Questa loro pena segue la cosiddetta legge del “contrappasso”, una pena cioè esattamente uguale o contraria alla colpacommessa: i lussuriosi sono trascinati vorticosamente dalla bufera, così come in vita furono trascinati dalle passioni.
Il poeta chiede a Virgilio:
"…Maestro chi son quelle
genti, che l’aura nera sì gastiga?” (Inf.. V, vv.50-51)
e Virgilio gli risponde, indicando tra mille e più ombre che passano anche le figure di alcune donne:
“ La prima di color di cui novelle
tu vuoi saper “ mi disse quegli allotta*,
“fu imperadrice di molte favelle.
a vizio di lussuria fu sì rotta
che libito fe’ lecito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa;
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi il grande Achille
che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano...”e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
che amor di nostra vita dipartille. (Inf. V, vv. 52-69)
*Allotta= allora
Didone, suicidatasi dopo essere stata abbandonata da Enea,
Cleopatra ("Cleopatràs lussuriosa"), portata alla guerra e al suicidio per amore di Antonio,
Elena, moglie infedele e causa della sanguinosa guerra di Troia,
Semiramide, lussuriosa e uccisa dal figlio incestuosamente amato.
Sono tutte eroine della tradizione classica, che vengono indicate come esempi di amore eccessivo o mal riposto.


Gli unici personaggi vissuti veramente che il poeta incontra sono Paolo e Francesca.
Dante rivolgendosi a Virgilio dice:
":……………..Poeta, volentieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno
e paion sì al vento esser leggieri”.
(Inf.,V,vv.73-74)
Chi parla con Dante, però, è solo Francesca, perché Paolo al suo fianco piange e tace.
Tutti la conosciamo: è Francesca da Rimini, o più precisamente Francesca da Polenta, figlia del signore di Ravenna,Guido il vecchio.
Ricordiamo qui che dal 1318 Dante fu ospite, durante il suo esilio da Firenze, di un nipote di quest'ultimo, Guido Novello da Polenta.
Francesca, giovanissima, costretta a sposare per ragioni politiche (1275) Gianciotto Malatesta, vecchio, zoppo e deforme I due amanti, probabilmente nell’anno 1285, furono però sorpresi e uccisi dal marito–fratello offeso.
Perché Dante parla di questo episodio di cronaca nera del suo tempo?
Il fattaccio di cronaca nera, accaduto in una Corte famosa, aveva suscitato ai suoi tempi molto scalpore. Dante, però, non lo riporta per dovere di cronaca, ma solo perché spinto da un sentimento di partecipazione e pietà, (dirà infatti:- “Francesca i tuoi martiri a lacrimar mi fanno tristo e pio”).
Il poeta forse vede riflessi in Francesca se stesso e la fragilità di tutti gli esseri umani.
Riconosce colpevole la donna e giusta la condanna, ma se ne duole e prova dell’affetto per la sua tragica sorte, in fondo, come dice il Vangelo, “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Ascoltiamo le parole di Francesca da Rimini:
“O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aer perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il Re dell’universo
noi pregheremmo Lui della tua pace,
poi c’hai pietà del nostro amor perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a vui,
mentre che ‘l vento come fa si tace.
Siede la terra dove nata fui,
su la marina dove il Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, c’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte,
Caina attende chi a vita ci spense.” (Inf. V, vv. 88-107)
Quest’ultime terzine sono famosissime e iniziano tutte con la parola “Amor”. Questo Amore rappresenta tutta
l’esistenza di questa giovane donna e tutta la sua tragedia. Francesca sembra quasi voler allontanare da sé la
responsabilità di un amore colpevole, indicando nell’Amore una ineluttabile forza, che agisce indipendentemente dalla volontà dell’individuo.
(“Amor ch’al cor gentil ...” è il concetto proprio del Dolce Stil Novo che ritroviamo anche in molti altri poeti.)
Più avanti troviamo citata la maga tessala Eritone, la quale dice Virgilio lo aveva una volta costretto, con un sortilegio, a lasciare il Limbo per scendere nel nono cerchio infernale per evocare uno spirito sulla terra.

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì 1 settembre 2021 


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