Ver è ch’altra fiata qua giù fui,
congiurato da quella Eritòn cruda
che richiamava l’ombre ai corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda. (Inf. IX, vv.22-27)
Sempre in questo canto, Dante incontra le figure mitologiche delle tre Furie (Megera, Aletto e Tesifone) e della
Gorgone.
"...tre Furie infernal di sangue tinte,
che membra femmine avieno e atto,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avian per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte." (Inf. IX, vv. 38-42)
e poi:
“Quest’è Megera dal sinistro canto,
quella che piange dal destro è Aletto,
Tesifòn è nel mezzo” e tacque a tanto.
(Inf. IX, vv. 46-48)
“Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ‘l Gorgòn si mostra e tu ‘l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso:” (Inf. IX, vv. 55-57)
Anche solo con brevi cenni possiamo talora scorgere la simpatia del Poeta per alcune figure femminini che non si trovano all’Inferno, ma qui vengono solo ricordate, come ad esempio (Inf. XVI, v.37) l’ava del dannato Guido Guerra, “la buona Gualdrada”, (esempio di virtù domestiche e di onesti costumi nella Firenze del suo tempo) o Ghisolabella, sorella di Venedico Caccianemico, condannato tra i ruffiani,
“I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far le voglie del marchese,
come che suoni la sconcia novella.” (Inf. XVIII, vv.55-57)
o pure ancora Isifile, fanciulla mitologica, ma viene soltanto ricordata quando Dante incontra Giasone (Iasòn)
"Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.
Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta." (Inf. XVIII, vv.91-96)
Altro linguaggio Dante adopera però per peccatrici più spregevoli, vediamo infatti come ci presenta Taide, la prostituta, che troviamo nella seconda bolgia tra gli adulatori:
“di quella sozza e scapigliata fante *
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
Taide è, la puttana che rispuose.....” ( Inf., XVIII, vv.129-133)
* fante = fantesca; donna;
Come si vede, in questo caso, non c’è né commiserazione, né pietà alcuna! Taide è un personaggio classico, tratto dalla commedia “L’Eunuco” dello scrittore latino Terenzio.
Scendendo ancora più giù nell’imbuto infernale, nella quarta bolgia, tra gli indovini che vollero “veder troppo davante” ed ora “tacendo e lacrimando” procedono avanzando all’indietro col capo orrendamente torto, ci si presenta la maga Manto.
Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, è la fondatrice della città di Mantova (= Mantua, città natale del poeta Virgilio).
Con questi versi, messi in bocca a Virgilio, viene raffigurata l’indovina :
“E quella che ricopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogni pilosa pelle,
Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si pose là dove nacqu’io;”
( Inf., XX, vv.51-56)
“Qui passando la vergine cruda *
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì per fuggire ogni consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi ch’intorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fér la città sovra quell’ossa morte;
e per cole che ‘l loco prima elesse,
Mantua l’appellar sanz’altra sorte.” ( Inf., XX, vv.82-93)
* cruda: selvatica
Verso la fine del canto si incontrano ancora altre indovine o streghe, che vengono nominate di sfuggita con le seguenti parole:
"Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spola e 'l fuso e fecersi 'ndivine,
fecer malie con erbe e con imago" *( Inf., XX, vv.121-123)
* ‘ndivine = indovine; imago = immagine
Nel XXX canto, Dante ricorda, in una similitudine tratta dal mito, una madre resa folle dal dolore: Ecuba, regina di Troia, che, dopo la caduta della città, vede l’uccisione della figlia Polissena e poi trova sulla riva del mare il corpo fatto a pezzi del figlio Polidoro. la leggenda tramandava che ella impazzisse e fosse tramutata in cagna.
"Ecuba trista, misera e cattiva *
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come un cane;
tanto il dolor le fé la mente torta". (Inf, XXX, vv. 16-20)
* cattiva: sciagurata

Appartiene al mito anche un’altra figura femminile, che troviamo tra i dannati: Mirra.
Questa era una principessa, che per poter soddisfare la sua insana passione verso il proprio padre, Cinìra, re di Cipro, si finse un’altra donna. Il padre si accorse dell'inganno e disgustato cercò di ucciderla, ma ella riuscì a fuggire e fu poi mutata in pianta odorosa (la mirra, appunto).
Mirra è punita nel cerchio VIII, nella decima bolgia, tra i falsificatori di persona
"Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma …......” (Inf., XXX,vv.37-41)
Ultima apparizione femminile dell’Inferno è un personaggio biblico la moglie di Putifarre, la quale accusò falsamente Giuseppe di aver tentato di violentarla, mentre era stato proprio lui a sfuggire ai suoi tentativi di adescamento.
Noi la incontriamo tra le anime degli accusatori fraudolenti, che giacciono in preda ad una grande febbre.
"Ed io a lui: “ chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ‘l verno,*
giacendo strette ai tuoi destri confini?”
“ Qui li trovai – e poi volta non dierno-“,
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L'una è la falsa che accusò Gioseppo...” (Inf., XXX, vv.91-97)
*cioè che fumano per l’evaporazione del sudore della febbre come fumano le mani bagnate nelle gelide giornate invernali.
Dopo questo ultimo incontro fino al Purgatorio non troveremo più personaggi femminili.


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