Il santo battesimo ci ha inseriti nella morte del Signore, ci ha resi conformi al suo sacrificio. Questa è la radice della nostra esistenza cristiana, la sua sorgente profonda: il frutto deve essere l’umiltà, l’esistenza che ne sgorga deve essere un’esistenza donata nel servizio. È questo un punto centrale della vita cristiana. In essa, e dunque nella Chiesa, la logica delle “precedenze” è completamente rovesciata: il primo è colui che si fa il servo di tutti, come Gesù, il cui primato è stato posto dalla sua obbedienza ed immolazione sulla croce. La vera dignità è nella possibilità offerta all’uomo di imitare l’umiltà del Verbo Incarnato. Una conseguenza sconvolgente: il piccolo è il “sacramento” di Gesù e quindi in lui accogliamo il Padre.
Dal libro della Sapienza
(Sap 2,12.17-20)
[Dissero gli empi:]
«Tendiamo insidie al giusto,
che per noi è d’incomodo
e si oppone alle nostre azioni;
ci rimprovera le colpe contro la legge
e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.
Vediamo se le sue parole sono vere,
consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.
Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti,
per conoscere la sua mitezza
e saggiare il suo spirito di sopportazione.
Condanniamolo a una morte infamante,
perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 3,16-4,3)
Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni
sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è
pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti,
imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella
pace un frutto di giustizia.
Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse
dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di
desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a
ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e
non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
Dal Vangelo secondo Marco ( Mc 9,30-37)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non
voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva
loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo
uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non
capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate
discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano
discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro:
«Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro:
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi
accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
L’evangelo odierno (Mc 9,30-37) mostra un Gesù preoccupato della formazione dei suoi discepoli. Lo stesso spostamento dalla casa in cui aveva conversato con i suoi discepoli (Mc 9,28-29) per rimettersi nuovamente in cammino, Gesù vuole che avvenga in incognito “perché insegnava ai suoi discepoli e diceva loro …” (cf. Mc 9,30-31). Nella casa i discepoli lo avevano interrogato sulla loro incapacità di scacciare il demone muto e sordo che possedeva il ragazzo il cui padre si era rivolto a loro per liberarlo (Mc 9,14-29). E il testo disegna una sequenza serrata intorno al verbo interrogare: in 9,28 i discepoli interrogano Gesù e sono preoccupati della loro mancanza di potere; poi non osano interrogare Gesù sulle parole che lui aveva appena pronunciato circa il suo destino di sofferenza e di morte (Mc 9,32). Ciò che si tace è ciò che si teme, e Marco annota che essi avevano paura di interrogarlo (9,31). Paura di ciò che può essere dischiuso anche per la loro vita, da quelle parole. Infine è Gesù che interroga i discepoli ed essi tacciono (Mc 9,33). Non solo per paura, ma anche per vergogna, senso di colpa e cattiva coscienza. Annota Marco: “Per via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Mc 9,34). Sicché Gesù ancora deve insegnare. Si siede, si mette nella posizione del maestro e consegna loro un insegnamento sulla vita comunitaria.
Ma il suo primo insegnamento è sul suo prossimo destino di consegna nelle
mani degli uomini e sulla sua morte violenta. Non si tratta di un’informazione,
ma di qualcosa che deve essere imparato, perché riguarda da vicino la vita dei
discepoli. L’insegnamento di Gesù è pratico: pratico, perché volto alla vita concreta
che il discepolo deve seguire; pratico, perché connesso inestricabilmente alla
vita che Gesù stesso vive. Che cosa insegna Gesù? Non cose che riguardino
altri, ma il suo futuro. Un futuro che diverrà il presente dei discepoli, ciò
che dovranno vivere. Facendo della sua consegna a morte un insegnamento, Gesù
presenta l’esempio che diventerà norma di vita per ogni discepolo di Gesù e per
ogni lettore del vangelo. E qui capiamo anche perché questo insegnamento sia
ripetuto. Il passo di Mc 9,31 costituisce il secondo annuncio della passione,
morte e resurrezione di Gesù. Queste parole di Gesù dischiudono il suo mistero
profondo, il tragitto della sua vita, e costituiscono l’insegnamento per
eccellenza che i discepoli devono imparare. Esse sono decisive per la formazione
del discepolo. Formazione che trova nell’insegnamento sulla vita di Gesù
obbediente a Dio e consegnata agli uomini il capitolo centrale e decisivo.
Gesù, in questi insegnamenti sta dicendo che la sua vita consegnata è la regola
per il comportamento dei discepoli, è la griglia alla cui luce leggere e porre
gli eventi della vita, soprattutto gli eventi dolorosi e di contraddizione. E
come sempre avviene nella formazione, questo insegnamento deve essere detto,
ridetto, ripetuto. In Mc 8,31 si dice che Gesù “cominciò” a insegnare ai
discepoli, qui che Gesù riprende quell’insegnamento che aveva scatenato
l’opposizione decisa e risoluta di Pietro (Mc 8,32). Ci sono insegnamenti che
richiedono di essere ripetuti, esemplificati, e in ultima istanza vissuti,
perché possano fare breccia nelle menti e nei cuori di discepoli sempre lenti a
credere. Ed effettivamente un mutamento nella ricezione delle parole di Gesù si
verifica già qui. Nessuna reazione veemente, gridata, impulsiva, come dopo il
primo annuncio, nessun rifiuto a priori, ma un silenzio che non vuole o non sa
comprendere. E più avanti ancora nel cammino di salita a Gerusalemme si
specifica dettagliatamente il senso della consegna nelle mani degli uomini che
qui è ricordata: “lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, lo
sputacchieranno, lo flagelleranno, lo uccideranno e dopo tre giorni risorgerà”
(Mc 33-34). Anche allora non vi sarà comprensione da parte dei discepoli: la
parola di Gesù comincerà a essere capita a partire dal momento in cui avrà
raggiunto il suo punto di eloquenza massima: quando cioè sarà diventata realtà,
tragica realtà nella carne di Gesù crocifisso, morto, sepolto e non più
presente nel sepolcro il primo giorno della settimana. Insomma, Gesù sta
dicendo che la sua vita consegnata è la regola di vita per i suoi discepoli.
Possiamo anche supporre che Gesù ripeta tutto questo per i suoi discepoli ma
anche per sé. Soprattutto nel vangelo di Marco dove Gesù, per quanto sappia ciò
a cui va incontro, resterà turbato, angosciato e spaventato dal suo cammino
verso la croce. Gesù ripete ciò a cui deve acclimatarsi, ripete ciò che deve
assumere, ripete gli eventi che lo riguarderanno e che non basta conoscere per
saperli anche affrontare. E Gesù appare certo di quanto deve succedere. Se
anche si tratta di eventi futuri, il verbo utilizzato per esprimerli è un
presente (“viene consegnato”: Mc 9,31), quasi a dire la certezza di questi
eventi. Ma esprime queste cose che lo riguardano con lucidità, coraggio e
dolcezza. Gesù sta qui insegnando ai suoi discepoli non solo la direzione del
cammino, ma anche il come affrontarlo. E tre sono le indicazioni: lucidità,
coraggio, dolcezza. Lucidità: niente illusioni, niente sogni, ma realismo.
Coraggio: quello che traspare in Gesù, ma che è anche la risolutezza a cui è
chiamato il discepolo, la forza che dovrà animarlo. E infine la dolcezza:
nessuna amarezza da parte di Gesù; nessuna accusa, nessuna invettiva, nessuna
recriminazione, nessuna minaccia o parola violenta verso quanti lo accuseranno.
E forse non c’è testimonianza più convincente della sua buona coscienza e della
sua giustizia che questa mitezza. Parole aspre e difficili per chi le pronuncia
come queste che dice Gesù sono tanto più credibili perché espresse con
dolcezza, pace e serenità, senza astio e risentimento. Gesù annuncia un’azione
che subirà, anzi un’azione che ne comporta tante altre, sgradevoli, umilianti,
dolorose, violente e ingiuste. Ma soprattutto Gesù intuisce che nel suo futuro
c’è anche il non poter determinare e controllare gli eventi e l’accettazione di
essere consegnato in balia degli uomini. Viene il momento in cui l’affidamento
a Dio passa attraverso la consegna nelle mani degli uomini. Consegna dietro cui
si profila la morte. Ma dietro quell’annuncio i discepoli intuiscono anche la
possibilità della loro morte e questo spiega la loro paura e ritrosia a
interrogarlo su quelle parole. Ecco allora che Gesù, di fronte alla paura dei
discepoli di porre domande, prende lui l’iniziativa di interrogarli. E così
prosegue quell’insegnamento che è momento importante della formazione dei
discepoli.
Dal cammino lungo la strada (en tè odò: Mc 9, 33) si passa alla
casa (en tè oikía: Mc 9,33), al luogo del confronto e delle
spiegazioni. Gesù pone la domanda: “Di cosa discutevate lungo la via?” (Mc
9,33). Il loro silenzio in realtà è eloquente e li smaschera: ciò di cui
discutevano è indicibile, perché la discussione verteva su chi di loro fosse il
primo e il più grande. Il loro silenzio dice anche la loro vergogna. Chiara,
invece è la risposta di Gesù al loro silenzio imbarazzato. Gesù sveglia le
menti dei discepoli con un paradosso. Le sue parole operano il passaggio
dall’essere il primo all’essere l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Di
tutti: anche di chi per qualità intellettuali o per efficacia pratica o
per capacità spirituali è manifestamente meno dotato. Gesù vuole che la logica
delle beatitudini abiti anche il servizio dell’autorità nella comunità
cristiana. E rende più chiara la sua volontà con un gesto simbolico. Prende un bambino
e lo mette in mezzo, lo abbraccia e accompagna tutto questo con una parola:
“Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi
accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37). Gesù
doveva spezzare la logica chiusa e autoreferenziale di discepoli che
discutevano su chi di loro fosse più grande e migliore. E li obbliga a cambiare
punto di vista portando lo sguardo su un bambino. Attorno al gesto di Gesù che
abbraccia il piccolo bambino si crea un nuovo centro: il gesto di tenerezza di
Gesù è linguaggio che invita a passare dai toni dell’arroganza, della virilità
che vuole imporsi, a quelli della dolcezza e dell’accoglienza. Gesù non
rimprovera nemmeno i discepoli per il loro gretto discutere e neppure per averlo
fatto nascostamente da lui e neanche per non avergli voluto rispondere quando
li ha interrogati. Il suo parlare e il suo agire tolgono loro anche la vergogna
di una confessione. Gesù sapeva. E le parole che usa e il gesto che compie
riorientano i discepoli raggiungendoli là dove sono: “Se uno vuole essere il
primo” (Mc 9,35), e lo fa riorientando il loro sguardo, insegnando loro ad
apprezzare anche ciò che normalmente nemmeno vedono e a cui non danno
importanza, come un bambino in un consesso di adulti. Così Gesù sta ancora
insegnando, sta ancora formando i suoi discepoli e sta formando anche noi che
ormai sappiamo che la presenza del Risorto è da riconoscere nel fratello, anche
nel più piccolo, in chi non è né grande né primo.
(Luciano Matricardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14712-la-regola-di-una-vita-consegnata)



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