mercoledì 31 marzo 2021

BIBLIOFOLLIA Amore per i libri e la lettura

L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce per diventare un sentimento affatto distinto dall'amore della letteratura e fonte, per sé solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli. [...] In una libreria, anche piccola, si gode disponendo i propri libri in un nuovo ordine che formi una nuova combinazione di colore; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un cambiamento. [...]

È insomma un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri, tutti gli sconforti, tutte le insidie e anche tutte le gloriole di un piccolo re che non potendo allargare i propri confini quanto vorrebbe, si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.

EDMONDO DE AMICIS, citato in: Bandini-Butti, Manuale di bibliofilia, 1971.

 

Rocca S. Stefano mercoledì 31 marzo 2021


SILLABARI Cosmogonie ( Terza parte )

Secondo Flavio Alterasi  : “ Il sistema cosmogonico è perciò il sistema portante della politica, della filosofia, della psicologia e di tutta la cultura cinese. La realtà è vista come un continuo mutamento, una perenne trasformazione di un’unica, eterna energia (Li) ed Esistenza (Tao). Ne consegue che non può esservi nessuna teoria della creazione del mondo e degli esseri. E nemmeno la “Rivelazione” di un dio personale.Ovviamente, se non c’è origine, non c’è nemmeno fine, ma c’è vita e culto degli antenati.
Non esiste neppure necessità di mediazione e quindi di una casta sacerdotale: ogni essere umano è officiante verso la vita. La   natura e l’avvicendarsi dei fenomeni sono la realtà e l’espressione delle leggi del Tao. Si tratta allora di conoscere le leggi del movimento e del mutamento - la vera scienza - così da poter dirigere e modificare, in una realtà dinamica, ogni situazione e le sue conseguenze. Come? Intuizioni, attraverso le divinazioni.
Perciò imperano le regole del comportamento in armonia con la natura, ovvero con la legge. Ecco l’etica (Te), e la virtù degli esseri umani, che si basa sull’osservanza di ciò che vuole il Tao. L’imperatore ne ha l’intuizione; e dispone le sue leggi in armonia con il Cielo, ponendo i cardini della società.
Per tutti. Per millenni.

Sulla cosmovisione e la teogonia precolombiane (così come sugli usi e costumi, organizzazione sociale, politica ed economica, le storie, le lingue, i tipi etnici, e qualsiasi altra specificazione sulle antiche culture americane), si può trovare un vastissimo materiale di informazioni, tanto nei codici o testi indigeni, come nell’opera dei cronisti spagnoli delle Indie (i quali diedero vita a un genere all’interno della letteratura spagnola), come nei documenti storici, e nelle relazioni di viaggio e anche nel lavoro di antropologi, archeologi e ricercatori in generale; tanta ricchezza di informazioni facilita la ricerca degli studiosi, specialmente di quanti sono interessa ai simboli come trasmissori delle conoscenze cifrate delle grandi tradizioni, e come mezzo per penetrare i loro segreti; ciò presuppone negli interessati, uno spirito senza pregiudizi quando non una modificazione completa della loro mentalità, segnata e corrotta dal condizionamento impostole dai criteri esclusivamente materiali e strettamente limitati della ignoranza contemporanea. 

Questi simboli si incontrano ovunque in qualsiasi manifestazione della cultura precolombiana, poiché si esprimono in tutte le attività umane; tra queste, nella scrittura pittografica, ideogrammatica e geroglifica, alcune con elementi fonetici. Ugualmente nelle loro storie mitiche (il Popol Vuh, per esempio) rappresentate in forma rituale da enormi masse di attori, ballerini, cantanti, recitanti e musicisti, adornati con vesti e pitture cerimoniali, che incarnavano le energie di diversi spiriti e numi; cosi essi teatralizzavano la loro cosmogonia, che veniva rappresentata in uno spazio geografico sacro (specchio della città dell’aldilà, del cielo), dove queste storie come i gesti esatti e precisi -solo mutabili per diverse coreografie e scenografie stabilite nel loro calendario festivo - venivano continuamente ripetuti, perché fosse possibile la vita dell’uomo e dei cosmo. 

Si immagini quale grado di potere e raffinatezza doveva avere un popolo che reiterava costantemente e ritualmente la sua cosmogonia, e la sua storia mitica e simbolica esemplare, incarnandola quotidianamente in cerimonie di questa natura, tutti i giorni dei mesi dell’anno, e ogni anno della sua vita. Comunque i loro simboli si fanno più chiari, essendo numerici e riferiti allo spazio-tempo, soprattutto nei calendari mesoamericani. Questi meccanismi astronomici e astrologici di base matematica, fondati sulla natura ciclica e ritmica di tutta la realtà, stabilirono i modelli di tutta la cultura di quei popoli, e contrassegnarono l’esistenza individuale e collettiva, dal momento che l’essere stesso, e il suo nome, erano in accordo ai periodi cosmici, considerati come divinità. 

Questa straordinaria invenzione - nella quale armonizzavano lo spazio e il tempo attraverso il continuo movimento, con gli astri, i colori, i sapori, le malattie, gli animali e i vegetali le pietre, le costruzioni umane, i diversi dèi, i fenomeni naturali, l’agricoltura, la guerra e la pace, le profezie, e tutto ciò che è possibile immaginare - è di una armonia perfetta; soprattutto quando si consideri anche che la lettura di tali calendari è mùltidimensionale, e che i distinti piani nei quali si manifesta questa costruzion ammirevole - specchio e modello dell’universo - si trovano indissolubilmente fusi, senza disordine, e, per analogia, assolutamente in corrispondenza con la natura stessa degli esseri, dei fenomeni e delle cose. Detti calendari erano l’espressione più perfetta della loro cosmovisione, e, basandosi su di loro, questi popoli strutturarono le loro civiltà; erano sempre i calendari a fissare le feste rituali e tutta l’attività individuale, a rappresentare la magia della cosmogonia nel suo perpetuo ricrearsi, allo stesso modo di come lo facevano le grandi cerimonie di rappresentazione mitica già menzionate. Desideriamo nuovamente ricordare che tutte le strutture culturali precolombiane, inclusa l’organizzazione sociale, derivavano dalla loro cosmogonia. 

E curioso come la stessa visione dei mondo possa rivestirsi di tanti dettagli differenti e matrici distinte, come è il caso delle numerose nazioni indigene. Da una matrice comune nascono figli differenti, che si

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 31 marzo 2021

sabato 27 marzo 2021

SETTIMO GIORNO Domenica delle palme ( Anno B )

 

E' allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre.

L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: “Io sono il pane della vita... Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò... E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno” (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena.

Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche.

Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male.

Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato “amico”. È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato “amico”? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione?

Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più “complice” di nessuno.

 

Marco 11,1-10

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:
«Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!».

Letture previste dal lezionario festivo per la Messa:
Is 50,4-7 Sal 21 Fil 2,6-11 Mc 14,1-15,47

Con la domenica delle Palme entriamo nella settimana santa in cui seguiremo il cammino di Gesù passo dopo passo e giorno dopo giorno. Seguiremo il cammino che condurrà Gesù alla passione, morte e resurrezione. E l'invito che viene a tutti noi e a tutta la chiesa è a volgere lo sguardo, la mente, il cuore a Gesù e al suo cammino. Un detto rabbinico afferma che "un uomo impara in base alle vie che percorre". Il discepolato cristiano esige che si impari dalle vie che percorre Gesù, ed esige che si sappiano misurare le proprie vie sulle vie percorse da Gesù. La settimana santa è questo cammino che può orientare nuovamente i nostri cammini personali ed ecclesiali. Così questa santa settimana, proponendoci il cammino di verità e di sofferenza di Gesù, può aiutarci a fare anche noi un cammino di verità, quella verità fuori della quale vi è solo inganno, e anche un cammino di sofferenza, perché la verità emerge in noi solo con sofferenza, come in un parto.


In particolare, la pagina evangelica odierna ci presenta il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Un aspetto di tale cammino è che si tratta di un cammino non solo povero, ma disarmato. Dietro alle notazioni evangeliche sulla cavalcatura povera e mite scelta da Gesù si profila l’immagine del messia descritto da Zaccaria come mite e umile (Zc 9,9-10), messia disarmato che, in virtù di tale inermità, potrà anche disarmare il suo popolo. Certo, un re disarmato, è un paradosso, è un re che si è disarmato, da armato e dotato di esercito quale era. Ovvero, può convincere altri dell'efficacia dell'inermità solo chi vive l'inermità sulla sua pelle. Sappiamo come le nostre relazioni siano attraversate da violenza multiforme e plurima. Le forme della violenza possono essere rozze e grossolane, ma più spesso sono sottili, dissimulate. Ma chiediamoci: quando c’è violenza? È violenta ogni azione in cui si agisce come se si fosse soli ad agire: come se gli altri, il resto dell'universo, o semplicemente, il resto della famiglia, il resto della comunità fosse là soltanto per ricevere l'azione. Se questa è la violenza capiamo che non occorre alzare le mani o la voce per essere violenti. La violenza, in radice, è una assolutizzazione dell'io. Seguire il cammino di Cristo significa imparare il cammino della mitezza, ovvero dell'essere più forti della propria forza, accettando di mettere limiti a se stessi per accogliere e fare spazio ad altri, agendo avendo di mira, responsabilmente, le conseguenze che la propria azione può avere su altri. E sapendo dunque dirsi anche dei no.

Nella pagina evangelica il cammino di Gesù è espresso solo nella seconda parte, mentre la prima è occupata dall'indugiare del narratore su ciò che Gesù ha detto ai discepoli circa il loro entrare in un villaggio, il prendere una cavalcatura e poi l'effettivo svolgersi delle cose. Sette degli undici versetti del testo sono occupati dalla descrizione di questi dettagli che ci possono apparire poco significativi. E non basta dire che qui appare la capacità profetica di Gesù, la sua autorità, quasi la sua chiaroveggenza. Si tratta di azioni e situazioni molto normali che non esigono nulla di straordinario. Ma forse ci dicono altro. Gesù sente e sa vicina la sua fine, la sua morte. Il suo cammino va verso la morte. E quando il futuro si assottiglia o svanisce, il dettaglio acquista importanza. Quando non si può più guardare troppo avanti si comincia a guardare meglio ciò che è vicino, prossimo, immediato. Così l'atteggiamento di Gesù ci insegna ad accordare importanza alle piccole cose, sapendo che è esattamente in queste piccole cose che viviamo i nostri grandi valori,viviamo il vangelo, viviamo l'amore. Certo, quando non si guarda che il piccolo, il dettaglio, e lo si rende enorme, allora la vita diviene una prigione e la si rende tale per coloro che vivono con noi; quando si accorda peso spropositato a dettagli insignificanti normalmente per lamentarsene, allora si sta semplicemente dichiarando la propria piccola qualità umana, la propria totale estraneità alla makrothymía; ma quando si guardano i dettagli perché si ha cura degli altri, perché si prevede ciò che gli altri possono incontrare sul loro cammino, quando cioè è l'amore che presiede a questo sguardo e lo guida, allora questo sguardo è vitale. In realtà, in questo testo noi possiamo vedere il cammino di chi prevede ciò che avverrà non perché è un indovino, ma semplicemente perché è responsabile. Vi è uno sguardo che vede le cose piccole perché è piccolo esso stesso, perché è sguardo di persone piccole, meschine; vi è uno sguardo che vede le cose piccole perché nella logica dell'amore nulla è piccolo ma tutto è importante.

 

L'atteggiamento di Gesù in questo cammino emblematico verso Gerusalemme è un cammino di mitezza e non di arroganza, di dolcezza e non di pretesa. Gesù promette di restituire subito la cavalcatura su cui intende entrare in Gerusalemme, non se ne appropria, non la requisisce. Il testo sottolinea la povertà di Gesù, il suo essere un paradossale signore: signore che ha bisogno di un asino, se lo fa portare, ma promette di restituirlo subito. Gesù dispone gli eventi perché alla luce delle Scritture emerga la qualità messianica del cammino verso Gerusalemme: l’asino è la cavalcatura del Messia povero e mite di Zc 9,9; è l’asino “legato” di cui aveva parlato Giacobbe morente a suo figlio Giuda benedicendolo nella profezia messianica di Gen 49,10-11; il corteo che accompagnerà questo ingresso mostra tratti regali, come appare dai mantelli stesi sulla strada e dalle parole di ovazione (cf. 2Re 9,13). E tuttavia la concezione messianica che Gesù vive è molto distante da quella che viene intesa dalla folla, come appare dalle parole del salmo 118 utilizzate dai presenti per acclamare re Gesù (cf. Sal 118,25-26 in Mc 11,9-10) e da quelle, tratte dallo stesso salmo, che Gesù userà per rivelare il rigetto del Figlio da parte dei vignaioli, cioè il rigetto dell’inviato di Dio da parte dei capi d’Israele, insomma, per annunciare l’evento pasquale:

La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri (Sal 118,22-23 in Mc 12,10-11).

Dunque, Gesù, insieme ai discepoli, giunge in prossimità di Gerusalemme (è solo con il v. 11, non compreso nella pericope liturgica, che Gesù entra in Gerusalemme e nel Tempio). Gesù sa ciò che questo significa. L'ha appena detto ai discepoli: "Noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo uccideranno" (10,33). Giunto a questa soglia, che non è solo il limitare di una città, ma anche il confine di una vita, Gesù dà responsabilità ai suoi discepoli e ne manda avanti due, di cui non si riporta il nome. E dà loro istruzioni. Gesù prevede, ha cura e sollecitudine per coloro che invia davanti a sé e di cui sente la responsabilità. La prospettiva della morte verso cui sta avanzando non lo distoglie dal pensiero di coloro che camminano con lui. Gesù non è distolto da sue preoccupazioni, non cade preda di situazioni in cui non è più il padrone di se stesso, ma resta responsabile, attento e preoccupato delle persone che il Signore gli ha affidato. Nemmeno una situazione così critica come questo avvicinamento a Gerusalemme lo porta allo smarrimento, alla perdita del controllo, e soprattutto alla perdita della responsabilità. Gesù si conserva responsabile e vicino ai suoi discepoli non mancando di dare loro parole, insegnamenti, indirizzo, esempio.

 

Ed ecco che, salito sulla cavalcatura, Gesù compie il suo percorso in mezzo a una folla numerosa che lo acclama. "Osanna". Questa invocazione, che letteralmente significa “Signore, salva!”, diviene formula stereotipa che non invoca ma celebra, non supplica ma manifesta una certezza, non chiede ma presume. Mentre invochiamo salvezza già presumiamo salvezza. Mentre dichiariamo di attendere il Signore, ne addomestichiamo la figura perché ci confermi nelle nostre attese. E così il testo vaglia il possibile traviamento delle nostre ermeneutiche esistenziali, ecclesialie storiche di Gesù e del suo cammino. Il cammino di Gesù non è solo sottoposto al rischio dell’incomprensione, ma anche della cattiva comprensione, dell’interpretazione interessata, che non scomoda, non mette in crisi, ma conferma. Certamente la folla non percepisce il senso profondo di ciò che dice, grida e acclama. Vi è come una schizofrenia, una scissione tra ciò che viene proclamato e ciò che viene compreso. La schizofrenia si rende manifesta nel fatto che le folle che qui osannano Gesù, saranno le stesse che ne invocheranno la crocifissione. Ma ancora: la folla grida davanti a Gesù, "Benedetto il Regno che viene, del nostro padre David". Gesù ha sempre annunciato il Regno di Dio, non di David. Viene proiettato su Gesù ciò che queste persone hanno in se stesse: l'immagine politico-nazionalista del regno messianico. L'altro resta un oggetto, lo schermo su cui viene proiettato ciò che un altro crede, sente o pensa. E anche questo è uno dei tanti meccanismi di violenza che accompagnano il quotidiano di tante relazioni: l'incapacità o la non-volontà di comprendere l'altro. E allora lo si riduce alle proprie misure. Siamo sempre a quella radice della violenza che è l'assolutizzazione del proprio "io".

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14451-il-cammino-del-mite

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 27 marzo 2021

giovedì 25 marzo 2021

SILLABARI Cosmogonie ( Seconda parte )

La civiltà tradizionale egizia, inizia a produttre una formulazione cosmogonica articolata attorno al 3000 a.c. Per ricchezza di immagini, complessità e profondità di analisi, e collocazione temporale, è accumunabile alla tradizione Vedica sviluppatasi in India. Inoltre con tale tradizione, possiamo trovare significativi parallelismi nella determinazione di un punto di origine non origine NU - BRAHMAN. Lo sviluppo della cosmogonia egiziana tradizionale, non è rintracciabile in un unico centro, ma bensì essa si sviluppa in forma di mosaico, con contributi successivi dettati dalle sensibilità di centri teocratici che si sono succeduti.
Questi centri di diffusione della conoscenza tradizionale egizia prendono il nome dalla città, che gli hanno ospitati: Eliopoli, Menfi, Eliopoli, Tebe. E’ interessante notare come ognuno di questi fulcri, ha posto l’attenzione su di un particolare momento della Creazione, identificandolo con una Divinità superiore. Tengo a precisare che nella prima parte del lavoro, si tratterà solamente del momento organizzativo dei cieli superiori, immeditamente dopo la creazione, mentre della collocazione delle divinità intermedie, filtri fra uomini e Nu-Brahman-Pleroma, ci occuperemo in un secondo momento.
Gli elementi caratterizzanti dei quattro centri sapienziali sono:
Eliopoli: Atum il Dio Sole, il creatore del Mondo.
Menfi: Phat il primo Dio, creatore del Demiurgo.
Ermopoli: Ogdoade e la composizione di Nu
Tebe: Khnum. Il Dio dalla testa di montone che crea gli uomini.

 In forma di cinghiale [Prajāpati] si tuffò nel profondo. Riemerse con il muso imbrattato di fango. Cominciò a stenderlo con cura amorevole sulla foglia di loto. «Questa è la terra» disse. «Ora che l’ho stesa, occorrono dei sassi per fissarla». Di nuovo scomparve. Poi intorno al fango ormai secco dispose una cornice di ciottoli bianchi. «Sarete i suoi guardiani» disse.

Quella melma disseccata, che ora ricopriva la foglia di loto, formava uno strato sottile. Eppure bastava a dare un qualche senso di stabilità. I sassi bianchi disegnavano un recinto, permettevano di orientarsi. Era quello, soprattutto, che rassicurava, che invitava a pensare. Sotto, subito sotto, fluivano le acque, come sempre.

[ da Ka, Roberto Calasso]


Eremo Rocca S. Stefano  giovedì 25 marzo 2021

 

martedì 23 marzo 2021

SILLABARI Cosmogonie ( Prima parte )

Cosmogonia è un termine derivato dal greco. Unisce le parole cosmoz, universo, e gonia, generazione. Ogni cultura, egizia, greca, maya, ebraica, ha sviluppato una propria specifica Cosmogonia rappresentata da una variegata mitologia. La necessità per l’uomo di ogni tempo, di racchiudere la conoscenza dell’inizio del tutto, attraverso immagini, e rappresentazione, è indicativa non solo della difficoltà di cercare di rappresentare il non rappresentabile, ma anche di trovare un linguaggio che sia in grado di travalicare i confini spazio-temporali, in cui ogni cultura è necessariamente circoscritta. Infine ultimo, ma non ultimo, l’utilizzo del Mito, è reso necessario dal percorso con cui la conoscenza si manifesta fra gli uomini: non attraverso esperienze sensoriali, ma attraverso l’intuizione del divino, che raramente affiora, come un faro nella notte.
Quindi possiamo affermare che Cosmogonia è la ricerca delle origini della Creazione dell’Universo, attraverso la gnosi racchiusa nei miti e nelle leggende, delle culture tradizionali che ci hanno preceduto.

I miti dell’origine”, o “miti della creazione”, rappresentano un tentativo di tradurre l’universo in termini comprensibili all’uomo e di spiegare l’origine del mondo Il racconto tradizionalmente più diffuso ed accettato degli inizi del mondo è quello narrato nella Teogonia di Esiodo. Tutto comincia con il  Caos, un enorme ed indistinto nulla. Dal vuoto del caos apparve   Gea  (la Terra) con alcune altre divinità primordiali:  Eros  (l’Amore), l’Abisso  (il Tartaro) e l’Erebo  (l’oscurità)]. Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, generò  Urano (il cielo), che una volta nato la fecondò. Dalla loro unione per primi nacquero i  Titani , sei maschi e sei femmine:Oceano,Ceo,Crio,Iperione Giapeto,Teia,Rea,Temi,Mnemosine,Febe, Teti e Crono.Poi i nacquero i monocoli  Ciclopi (Bronte ,Strerope e Arge ) e gli  Ecantochiri (    Briareo, Gia e Cotto) dalle cento mani.

Crono – “l’astuto più giovane e terribile dei figli di Gea” - evirò il padre e divenne il sovrano degli dei prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani andarono a comporre la sua corte. Il tema del conflitto tra padre e figlio si ripeté quando Crono fu affrontato da suo figlio Zeus. Zeus lo sfidò scatenando una guerra per il trono degli dei. Alla fine, con l’aiuto dei Ciclopi (che aveva liberato dal Tartaro), Zeus e i suoi fratelli e sorelle riuscirono ad avere la meglio, mentre Crono ed i Titani furono gettati a loro volta nel Tartaro e lì imprigionati

Nell’opinione dei primi antichi Greci che si occuparono di poesia, la teogonia era considerata un prototipo poetico – il prototipo del “mito” – e non si era lontani dall’attribuirle poteri magici. Orfeo, l’archetipo del poeta, era considerato anche il primo compositore di teogonie, delle quali nelle Argonautiche di Apollonio si serve per placare i mari e le tempeste e per commuovere gli induriti cuori degli dei dell’oltretomba durante la sua discesa all’Ade. Quando Ermes nell’”Inno Omerico ad Ermes” inventa la lira, la prima cosa che fa è usarla per cantare la nascita degli dei

La Teogonia di Esiodo non è soltanto la più completa descrizione delle leggende sugli dei giunta fino a noi ma anche, grazie alla lunga invocazione preliminare alle Muse, una fondamentale testimonianza di quale fosse il ruolo del poeta durante l’epoca arcaica. La teogonia fu il soggetto di molti poemi andati perduti – tra cui quelli attribuiti ad Orfeo, Museo, Epimenide, Abaride e ad altri leggendari cantori – che venivano usati nel corso di segreti rituali di purificazione e riti misterici. Alcuni indizi suggeriscono che  Platone conoscesse bene alcune versioni della teogonia Orfica. Di queste opere non restano che pochi frammenti all’interno di citazioni dei filosofi neoplatonici e su alcuni brandelli di papiro rinvenuti solo da poco nel corso di scavi archeologici. Uno di questi frammenti, il Papiro Derveni, prova come almeno nel V secolo a.C. un poema teo-cosmogonico attribuito ad Orfeo esistesse veramente. In questo poema, che tentava di superare il valore di quello di Esiodo, la genealogia divina veniva ampliata con l’aggiunta di Nyx (la Notte), che nella linea temporale andava a posizionarsi prima di Urano, Crono e Zeus

I primi filosofi naturalisti si opposero, o talvolta le usarono come base di partenza per le loro teorie, alle convinzioni popolari basate sulla mitologia e diffuse nel mondo greco. Alcune di queste idee possono essere rintracciate nelle opere di Omero e di Esiodo. In Omero la terra è concepita come un disco piatto che galleggia sul fiume Oceano, sovrastato da un cielo emisferico su cui si muovono il sole, la luna e le stelle. Il sole, Helios, attraversava i cieli alla guida del suo carro, mentre di notte si pensava che si spostasse attorno alla terra riposando in una coppa d’oro. Il sole, la terra, il cielo, i fiumi e i venti potevano essere oggetto di preghiere e chiamati a testimoni di giuramenti. Le cavità naturali erano generalmente interpretate come degli ingressi verso il mondo sotterraneo dell’Ade, la casa dei morti.

Eremo Rocca S. Stefano   martedì 23 marzo 2021

 

domenica 21 marzo 2021

BIBLIOFOLLIA : Frequentatori indesiderabili delle biblioteche

 Tra i frequentatori  indesiderabili delle biblioteche , ci sono quelli che hanno la mania di scrivere  nei margini dei libri: pessima abitudine  sempre, deplorevole soprattutto quando si tratta di guastare i libri altrui.  Non parlo dei libri che si annotano per farvi varianti   o correzioni ,in tal caso il libro è uno strumento di lavoro  e la cosa è più che legittima, ma io non posso soffrire che si guasti un libro  per il solo gusto di tramandare  ai posteri le proprie  più o meno savie riflessioni ,tanto più che , salvo pochissime eccezioni ,anche trattandosi di postille  di uomo di qualche valore, esse non sono mai tali da crescere pregio al volume.

Eppure tra i postillatori  di libri delle pubbliche biblioteche  dobbiamo comprendere anche Giosuè Carducci : però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo  nessuno lo superò  nell’amore e ne rispetto   dei libri, dei libri suoi e dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la Biblioteca  Nazionale, allora Magliabechiana , e Salomone Morpurgo ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli  compare la prima volta nel registro  il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo , firmando talora con il solo cognome,altre volte premettendovi le iniziali  G.A.  che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo , Alessandro  e assai specco con lo pseudonimo  di GAC de la Valle . In un esemplare dell’Acerba di  Cecco d’Ascoli , in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva           contro Dante , così il Carducci  scrisse di suo pugno: “Questo poeta dopo che tanto e tanto ciarlato ha , Niuno l’ha inteso  e niun lo intenderà. G Carducci ,E Nencioni  : 20 giugno 1850” E anche di pugno del Carducci in altra parte della stessa pagina “ Non dire mal del gran poeta Dante – Ciuco bestia,c…et ignorante. Messer Guccio  di Lapo  1631”. Allora per l’amor di Dante egli non ebbe abbastanza riguardo  all’esemplare Maliabechiano dell’Acerba. Così il Morpurgo in un’interessantissima notizia , pubblicata nella copertina del Bollettino  delle pubblicazioni italiane ,n. 74 del febbraio 1907, notizia da me riprodotta nell’Albo carducciano che ho pubblicato  insieme al caro Salveraglio, a pag. 119.

Nello stesso Albo ho pubblicato il fac-simile  di altro libro postillato dal Carducci  cioè il primo volume dei Poeti del primo secolo  del Valeriani , che era posseduto dall’indimenticabile  Prof. Giovanni Federzoni ,ed ora credo sia in possesso del figlio  S. E: Luigi ,Presidente del Senato. Ma queste postille sono a scopo di studio  e nessuno può trovarci da ridire.

Più grave è quando sono i bibliotecari  stessi a scrivere sui libri. E allora quis custodiet ipsos custodes? Però il caso è raro e quello che io sto per raccontare  è veramente un’eccezione e pesa sulla memoria del buon Olindo Guerrini , di cui dovrò a breve riparlare a lungo, ma al Guerrini molto va perdonato perché… molto ha riso  e fatto ridere. Una volta, alla Biblioteca di Bologna, Alberto Bacchi della Lega, che era suo dipendente e che si dilettava  di ornitologia, stava leggendo l’opera del Salvi ; si alza per un momento e si assenta lasciando  aperto il volume al capitolo  Passer Italiane . Passa il Guerrini , legge e scrive ai margini  del libro : “Deh, l’ornitologo/ Come un corbello/Scambia la passera / Per l’uccello.” E se ne va sogghignando nella barbetta  mefistofelica. Speriamo che li abbiano cancellati quei quattro versetti .  (Giuseppe Fumagalli : Aneddoti bibliografici , Milano Bietti ) 

 

Eremo Rocca S. Stefano  domenica 21 marzo 2021

INCIPIT CENTURIA : Il signore vestito di lino

 Il signore vestito di lino con scarpe e mocassino  e calze corte, guarda l’orologio; mancano due minuti alle otto. E’ in casa, seduto con un lieve disagio , sull’orlo di una sedia rigorosa e rigida.  E’ solo.  Tra due minuti – ormai non più di novanta secondo  -- egli dovrà cominciare. Si è alzato un poco più presto per essere veramente pronto. Si è lavato con cura, ha orinato con attenzione,  ha evacuato con pazienza, si è rasato meticolosamente . Tutta la sua biancheria è nuova, mai usata , e questo vestito è stato confezionato da oltre un anno  per questa mattina.  Per tutto un anno, egli  non ha osato; si è spesso alzato molto presto –d’altronde è mattiniero – ma al momento in cui espletati tutti  i preparativi,prende posto sulla sedia, il coraggio gli vien meno. Ma ora sta per cominciare: mancano cinquanta secondi alle otto.  Propriamente, non deve cominciare nulla assolutamente. Da un punto di vista, deve cominciare assolutamente tutto. , Comunque egli non deve fare nulla.  Deve semplicemente andare dalle ore otto alle ore nove.  Nient’altro: percorrere lo spazio di un’ora , uno spazio che egli ha innumere volte percorso , ma deve percorrerlo solo in quanto tempo , niente altro assolutamente. Le otto sono  già passate  da poco più di un minuto. Egli è calmo, ma sente un lieve tremito  prepararsi nel suo corpo . Al settimo minuto , il cuore poco alla volta comincia ad accelerare . Al decimo minuto la gola prende a stringersi ,mentre il cuore pulsa all’orlo del panico.  Al quindicesimo minuto, l’intero corpo si avvolge di sudore  quasi istantaneamente;tra minuti dopo, la saliva prende a ritirarsi dalla  sua bocca; le labbra si sbiancano.  Al ventunesimo minuto prendono a battergli i denti , come se ridesse, e gli occhi si dilatano ,le palpebre cessano di battere . Sente dilatarsi lo sfintere , e in tutto il corpo tutti i peli diventano irti  e immoti, immersi nel gelo. Di colpo, il cuore rallenta, la vista si annebbia.  Al venticinquesimo, un tremito furioso lo squassa  interamente per venti secondi ; quando cessa il diaframma prende a muoversi; ora il diaframma gli avvolge il cuore. Versa lacrime, sebbene non pianga. Un clangore lo assorda. Il signore vestito di lino  vorrebbe spiegare, ma il ventottesimo minuto lo colpisce alla tempia , ed egli cade dalla sedia  e, percuotendo assolutamente senza rumore il pavimento , si sbriciola. Eremo Rocca S. Stefano domenica 21 marzo 2021

SETTIMO GIORNO V Domenica di Quaresima ( Anno B )

 


Il brano del Vangelo odierno segue immediatamente la narrazione dell’ingresso trionfale del Signore a Gerusalemme. Tutti sembrano averlo accolto: persino alcuni Greci, di passaggio, andarono a rendergli omaggio.

Questo è il contesto in cui Giovanni comincia il racconto della Passione. Come in natura, il chicco di grano muore per generare una nuova vita, così Gesù, con la sua morte, riconduce tutto quanto al Padre. Non è l’acclamazione del popolo che farà venire il Regno, ma il consenso del Padre. Il ministero e l’insegnamento di Gesù testimoniano che egli è venuto da parte del Padre. Aprirci a lui, significa passare dalla conoscenza di quanto egli ha detto o fatto all’accettazione della fede. La voce venuta dal cielo ci riporta alla Trasfigurazione (cf. la seconda domenica di Quaresima). Ma qui, chi sente questa voce, o non la riconosce per nulla, o la percepisce come una vaga forma di approvazione. Eppure tale conferma era proprio destinata a loro. Questo è anche un richiamo per noi: se non siamo pronti ad ascoltare la parola di Dio, anche noi resteremo insensibili.

Tutti coloro che vogliono seguire Cristo, che accettano questa nuova via, scelgono di porsi al servizio di Cristo e di camminare al suo fianco. Il significato pregnante di queste parole - essere sempre con lui dovunque egli sia - ci è stato presentato nell’insegnamento e nel nutrimento spirituale della Quaresima. All’avvicinarsi della celebrazione dei misteri pasquali, portiamo in noi la certezza che servire Cristo significa essere onorati dal Padre.

 

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 31,31-34)

Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore - : porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,7-9)

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.


Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

La V domenica di Quaresima ci avvicina alla settimana santa e fa volgere i nostri sguardi a Gesù che offre la sua vita. Questa offerta, dice la seconda lettura (Eb 5,7-9), avviene mediante grida e lacrime, cioè attraverso la sofferenza esistenziale assunta come luogo di apprendimento e di obbedienza. Di questa offerta, dice il vangelo, Gesù intravede il momento iniziale quando alcuni pagani lo cercano. Obbedendo a quella ricerca da lui interpretata come espressione del volere divino, egli si dispone al dono della sua vita. È la vita di Gesù che compie la Scrittura, non un'altra scrittura, non un commento alla Scrittura: l'unico scritto di quel Gesù che non ha scritto nulla è la sua vita e, in continuità con la sua vita, anche la sua morte. La croce è lo scritto di Gesù. Altri scriveranno di lui delle narrazioni. Se Gesù ha imparato dalle Scritture, cioè le ha ascoltate e obbedite, egli ha anche imparato dalla vita, e particolarmente, dice la lettera agli Ebrei, da ciò che ha patito e sofferto. Questa è la pazienza di Cristo di cui parla 2Ts 3,5 ("Il Signore guidi i vostri cuori verso l'amore di Dio e la pazienza di Cristo"). Questa pazienza non è il mero soffrire, ma l'imparare dalle sofferenze, unica maniera per non vivere in rivolta o nel lamento, e per fare qualcosa di quella sofferenza che è una dimensione costitutiva del vivere. Cogliere, certo, nella misura del possibile, ma spesso è possibile, la sofferenza come occasione per imparare qualcosa su di noi e sulla realtà: così la sofferenza può edificarci e non distruggerci. E Gesù impara anche dagli altri, e da degli sconosciuti come gli "alcuni greci" che a Gerusalemme si rivolgono ai suoi discepoli per poterlo incontrare. Anche il loro desiderio diviene per Gesù qualcosa da cui imparare. Imparare qualcosa che segna la sua vita e la indirizza verso la morte. L'attitudine spirituale dell'ascolto e dell'obbedienza, così essenziali nella vita spirituale cristiana, sono volti a imparare, ad apprendere, a fare di noi dei discepoli, ma mentre ci fanno discepoli e bisognosi di apprendimento, ci fanno anche coscienti di essere ignoranti, mancanti, bisognosi. Chi è troppo sicuro di sé, non sente il bisogno di ascoltare e di imparare. Se Gesù è maestro, è perché ha imparato, e, come ci dicono le letture odierne, ha imparato dalle Scritture, ha imparato dalla vita, ha imparato dagli altri. Ovvero, cogliendo la parola di Dio nelle Scritture, nella vita, negli altri. Dunque il messaggio delle letture è più che mai cristocentrico.

Il testo evangelico inizia con l'annotazione che alcuni greci erano venuti a Gerusalemme per il culto durante la festa. Poco importa che fossero ebrei della diaspora o pagani convertiti, ciò che interessa è che sono venuti a Gerusalemme per andare al Tempio durante la Pasqua. Tuttavia non è in contesto cultuale che essi incontrano Gesù, ma fuori di esso. Per vedere Gesù essi chiedono a Filippo che si rivolge ad Andrea. Per vedere Gesù ci si deve impegnare in un incontro. A chi esprime il proprio desiderio chiedendo: "Vogliamo vedere Gesù", Gesù annuncia la sua morte. Come altre volte, Gesù dà risposte che spiazzano e obbligano l'interlocutore a fare un salto interpretativo, a dislocarsi da dove si trova. La sua parola ci chiede di ri-situarci. Anche i greci potranno vedere Gesù, ma solo grazie allo Spirito effuso a Pentecoste: noi cristiani siamo senza visione. L’incontro con Gesù avviene solo nella fede, non nella visione, sottolineerà Paolo. A chi gli chiede di vederlo, Gesù dice "Dove sono io, là sarà anche il mio servo". Non si tratta di vedere Gesù da qualche parte, ma di essere noi là dove lui è stato. Questa è l'unica risposta alla domanda di vedere: "Siate anche voi dove sono io e lì comprenderete". Questa è la maniera autentica di vedere, l'esperienza di fede, un essere concretamente, esistenzialmente, là dove lui è stato. Allora, quando si sarà là, si potrà dire di comprendere qualcosa di Gesù, di vedere qualcosa di Gesù, di fare esperienza di Gesù. Si potrà dire di cominciare a imparare veramente da lui. Questo desiderio di vedere Gesù è esaudito da Gesù spiazzandolo, ri-situandolo, ri-orientandolo. Il vangelo sempre assume l'umano, in questo caso il desiderio di vedere, ma lo ri-orienta, gli dà una nuova direzione. Una direzione non cultuale e religiosa, ma umana, relazionale.

Gesù, sentito della ricerca dei greci, non solo non si affretta a incontrarli ma sembra anzi disinteressarsene. E quei greci scompaiono e nel vangelo non ricompaiono più. In realtà Gesù prende sul serio quel desiderio e vede, dietro i pochi greci che lo cercano, il segno dei pagani che chiedono accesso alla visione del volto di Dio narrato da lui. La ricerca dei greci, che Gesù ri-orienta, in verità, dà una sterzata anche alla vita di Gesù. Gesù vi discerne la venuta dell'ora, del momento in cui egli deve volgersi con risolutezza verso il destino del chicco di grano che deve morire per dare frutto. Le parole di Gesù dicono anche il tormento interiore, la lotta intima di Gesù con se stesso. Il suo cuore è turbato. La prospettiva finale della sua vita è disegnata e Gesù mostra timore e turbamento. La tentazione di evitare quell'ora si fa sentire. "Che devo dire: 'Padre, salvami da quest'ora?'". Il dilemma interiore si risolve con il riferimento alla volontà originaria, al desiderio originario, alla finalità originaria. "Proprio per questo sono giunto a quest'ora". Gesù non si scoraggia, non abbandona, non si volge indietro, non smette di perseverare, ma ravviva il desiderio che lo ha mosso fin dagli inizi e si conferma nel suo cammino. Gesù integra nel suo cammino di vita anche la morte. E questo equivale a dare compimento al desiderio come al cammino. E invita chi ha lasciato tutto e l'ha seguito a fare altrettanto. "Se uno vuole servirmi, mi segua": Gesù lo si vede seguendolo, lo si conosce seguendolo. C'è un ri-orientamento del desiderio e del cammino. Ognuno di noi sceglie una forma di vita in cui ritiene di trovare la pienezza della gioia e del senso, poi gli anni passano e scopriamo che in quella vita noi moriremo, arriviamo a vedere che tutto finisce senza forse aver fatto quell'esperienza di pienezza e di felicità. E questo fa nascere in noi nostalgie, rimpianti, sensazioni di aver sbagliato tutto. O semplicemente, la sensazione che altrove sarebbe meglio per noi, che altrove saremmo finalmente noi stessi, realizzati. Ci vediamo condannati a una quotidianità infelice e ne accusiamo gli altri, la vita, il mondo. Forse però un minimo di autocritica e consapevolezza realistica di sé potrebbe aiutare. Forse non sono gli altri a essere così deludenti, forse non è il tipo di vita il colpevole della mia insoddisfazione, forse sono io. Scrive Rilke: "Se la tua vita quotidiana ti sembra povera, non accusarla. Accusa invece te stesso. Riconosci che non sei in grado di vederne e riconoscerne la preziosità. In verità, per colui che crea, non esiste alcun luogo povero o insignificante". Si tratta allora, di imparare a guardare nuovamente, di ri-orientare lo sguardo, per vedere come Gesù stesso vede. E come vede Gesù? Gesù guarda un seme di grano che cade a terra, che muore: questa è la concezione degli antichi per cui il chicco di grano per diventare albero deve morire e risuscitare. 

Ora Gesù è abitato da uno sguardo simbolico per cui vedendo quel seme, parla di sé e della propria passione, morte e resurrezione. In quel seme egli vede la necessità del suo innalzamento. Si tratta di ri-orientare il nostro modo di guardare. "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto". C'è un dinamismo di morte che dà vita. Ed è il dinamismo dell'amore e delle sofferenze che esso comporta. E ci viene detto che c'è una morte più dolorosa della morte fisica, ed è la solitudine. "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo": c'è una morte più dolorosa della morte che è la solitudine a cui ci condanniamo separandoci e isolandoci dagli altri e perseguendo una nostra via che non incontra quella degli altri. C'è una morte vivificante perché fa crescere il seme, lo fa diventare altro. Il seme diventa spiga, poi pianta, poi capace di frutto. Questo divenire noi lo possiamo temere, possiamo scambiarlo per una morte, e in certo modo lo è perché non siamo più quelli di prima, non siamo più seme, ma altro, e allora possiamo decidere di preferire di restare come e dove siamo. Possiamo scegliere di non crescere, di non maturare, di vivere una vita che è un lento morire. C'è infatti un abbandonarci, un affidarci sentito così rischioso che ci induce a preferire la solitudine, ovvero a restare nella morte della solitudine, del solipsismo, del narcisismo. Abbiamo qui due forme di morte, una negativa e una positiva, poste di fronte: la paura del cambiamento di sé, che fa restare nella solitudine, è la vera morte, è la sterilità; e l’accettazione del cambiamento di sé, che è la morte feconda di chi, accettando di mutare, si apre alla vita che dà frutto. Il frutto di questa morte è un dare: si diventa capaci di dare di più. La sofferenza del perdere diventa la gioiosa offerta di sé nel dare. Si tratta di fare anche dei momenti critici e dolorosi, l'occasione per andare a fondo, più a fondo di ciò che si sta vivendo. Non di evadere, di cambiare l'esteriorità, l'esterno, ma di andare in profondo di sé. Infatti, non è nel profondo che si annega, ma nella superficie.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14438-lo-scritto-di-gesu

Eremo Rocca S. Stefano  domenica 21 marzo 2021