Il brano del Vangelo odierno segue immediatamente la narrazione
dell’ingresso trionfale del Signore a Gerusalemme. Tutti sembrano averlo
accolto: persino alcuni Greci, di passaggio, andarono a rendergli omaggio.
Questo è il contesto in cui Giovanni comincia il racconto della Passione.
Come in natura, il chicco di grano muore per generare una nuova vita, così
Gesù, con la sua morte, riconduce tutto quanto al Padre. Non è l’acclamazione
del popolo che farà venire il Regno, ma il consenso del Padre. Il ministero e
l’insegnamento di Gesù testimoniano che egli è venuto da parte del Padre.
Aprirci a lui, significa passare dalla conoscenza di quanto egli ha detto o
fatto all’accettazione della fede. La voce venuta dal cielo ci riporta alla
Trasfigurazione (cf. la seconda domenica di Quaresima). Ma qui, chi sente
questa voce, o non la riconosce per nulla, o la percepisce come una vaga forma
di approvazione. Eppure tale conferma era proprio destinata a loro. Questo è
anche un richiamo per noi: se non siamo pronti ad ascoltare la parola di Dio,
anche noi resteremo insensibili.
Tutti coloro che vogliono seguire Cristo, che accettano questa nuova via,
scelgono di porsi al servizio di Cristo e di camminare al suo fianco. Il
significato pregnante di queste parole - essere sempre con lui dovunque egli
sia - ci è stato presentato nell’insegnamento e nel nutrimento spirituale della
Quaresima. All’avvicinarsi della celebrazione dei misteri pasquali, portiamo in
noi la certezza che servire Cristo significa essere onorati dal Padre.

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 31,31-34)
Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali con la casa
d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come
l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli
uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi
loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la
casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore - : porrò la mia legge
dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi
saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo:
«Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più
grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non
ricorderò più il loro peccato.
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,7-9)
Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con
forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno
abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò
che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro
che gli obbediscono.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv
12,20-33)
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa
c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di
Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo
andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù
rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In
verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non
muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria
vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la
vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche
il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma
proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri
dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per
me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo
mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti
a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

La V domenica di Quaresima ci avvicina alla settimana santa e fa volgere i
nostri sguardi a Gesù che offre la sua vita. Questa offerta, dice la seconda
lettura (Eb 5,7-9), avviene mediante grida e lacrime, cioè attraverso la
sofferenza esistenziale assunta come luogo di apprendimento e di obbedienza. Di
questa offerta, dice il vangelo, Gesù intravede il momento iniziale quando
alcuni pagani lo cercano. Obbedendo a quella ricerca da lui interpretata come
espressione del volere divino, egli si dispone al dono della sua vita. È la
vita di Gesù che compie la Scrittura, non un'altra scrittura, non un commento
alla Scrittura: l'unico scritto di quel Gesù che non ha scritto nulla è la sua
vita e, in continuità con la sua vita, anche la sua morte. La croce è lo
scritto di Gesù. Altri scriveranno di lui delle narrazioni. Se Gesù ha imparato
dalle Scritture, cioè le ha ascoltate e obbedite, egli ha anche imparato dalla
vita, e particolarmente, dice la lettera agli Ebrei, da ciò che ha patito e
sofferto. Questa è la pazienza di Cristo di cui parla 2Ts 3,5 ("Il Signore
guidi i vostri cuori verso l'amore di Dio e la pazienza di Cristo").
Questa pazienza non è il mero soffrire, ma l'imparare dalle sofferenze, unica
maniera per non vivere in rivolta o nel lamento, e per fare qualcosa di quella
sofferenza che è una dimensione costitutiva del vivere. Cogliere, certo, nella
misura del possibile, ma spesso è possibile, la sofferenza come occasione per
imparare qualcosa su di noi e sulla realtà: così la sofferenza può edificarci e
non distruggerci. E Gesù impara anche dagli altri, e da degli sconosciuti come
gli "alcuni greci" che a Gerusalemme si rivolgono ai suoi discepoli
per poterlo incontrare. Anche il loro desiderio diviene per Gesù qualcosa da
cui imparare. Imparare qualcosa che segna la sua vita e la indirizza verso la
morte. L'attitudine spirituale dell'ascolto e dell'obbedienza, così essenziali
nella vita spirituale cristiana, sono volti a imparare, ad apprendere, a fare
di noi dei discepoli, ma mentre ci fanno discepoli e bisognosi di
apprendimento, ci fanno anche coscienti di essere ignoranti, mancanti,
bisognosi. Chi è troppo sicuro di sé, non sente il bisogno di ascoltare e di
imparare. Se Gesù è maestro, è perché ha imparato, e, come ci dicono le letture
odierne, ha imparato dalle Scritture, ha imparato dalla vita, ha imparato dagli
altri. Ovvero, cogliendo la parola di Dio nelle Scritture, nella vita, negli
altri. Dunque il messaggio delle letture è più che mai cristocentrico.

Il testo evangelico inizia con l'annotazione che alcuni greci erano venuti a
Gerusalemme per il culto durante la festa. Poco importa che fossero ebrei della
diaspora o pagani convertiti, ciò che interessa è che sono venuti a Gerusalemme
per andare al Tempio durante la Pasqua. Tuttavia non è in contesto cultuale che
essi incontrano Gesù, ma fuori di esso. Per vedere Gesù essi chiedono a Filippo
che si rivolge ad Andrea. Per vedere Gesù ci si deve impegnare in un incontro.
A chi esprime il proprio desiderio chiedendo: "Vogliamo vedere Gesù",
Gesù annuncia la sua morte. Come altre volte, Gesù dà risposte che spiazzano e
obbligano l'interlocutore a fare un salto interpretativo, a dislocarsi da dove si
trova. La sua parola ci chiede di ri-situarci. Anche i greci potranno vedere
Gesù, ma solo grazie allo Spirito effuso a Pentecoste: noi cristiani siamo
senza visione. L’incontro con Gesù avviene solo nella fede, non nella visione,
sottolineerà Paolo. A chi gli chiede di vederlo, Gesù dice "Dove sono io,
là sarà anche il mio servo". Non si tratta di vedere Gesù da qualche parte, ma di essere noi là dove lui è stato. Questa è l'unica
risposta alla domanda di vedere: "Siate anche voi dove sono io e lì comprenderete".
Questa è la maniera autentica di vedere, l'esperienza di fede, un essere
concretamente, esistenzialmente, là dove lui è stato. Allora, quando si sarà
là, si potrà dire di comprendere qualcosa di Gesù, di vedere qualcosa di Gesù,
di fare esperienza di Gesù. Si potrà dire di cominciare a imparare veramente da
lui. Questo desiderio di vedere Gesù è esaudito da Gesù spiazzandolo,
ri-situandolo, ri-orientandolo. Il vangelo sempre assume l'umano, in questo
caso il desiderio di vedere, ma lo ri-orienta, gli dà una nuova direzione. Una
direzione non cultuale e religiosa, ma umana, relazionale.
Gesù, sentito della ricerca dei greci, non solo non si affretta a
incontrarli ma sembra anzi disinteressarsene. E quei greci scompaiono e nel
vangelo non ricompaiono più. In realtà Gesù prende sul serio quel desiderio e
vede, dietro i pochi greci che lo cercano, il segno dei pagani che chiedono
accesso alla visione del volto di Dio narrato da lui. La ricerca dei greci, che
Gesù ri-orienta, in verità, dà una sterzata anche alla vita di Gesù. Gesù vi
discerne la venuta dell'ora, del momento in cui egli deve volgersi con
risolutezza verso il destino del chicco di grano che deve morire per dare
frutto. Le parole di Gesù dicono anche il tormento interiore, la lotta intima di
Gesù con se stesso. Il suo cuore è turbato. La prospettiva finale della sua
vita è disegnata e Gesù mostra timore e turbamento. La tentazione di evitare
quell'ora si fa sentire. "Che devo dire: 'Padre, salvami da
quest'ora?'". Il dilemma interiore si risolve con il riferimento alla
volontà originaria, al desiderio originario, alla finalità originaria.
"Proprio per questo sono giunto a quest'ora". Gesù non si scoraggia,
non abbandona, non si volge indietro, non smette di perseverare, ma ravviva il
desiderio che lo ha mosso fin dagli inizi e si conferma nel suo cammino. Gesù
integra nel suo cammino di vita anche la morte. E questo equivale a dare
compimento al desiderio come al cammino. E invita chi ha lasciato tutto e l'ha
seguito a fare altrettanto. "Se uno vuole servirmi, mi segua": Gesù
lo si vede seguendolo, lo si conosce seguendolo. C'è un ri-orientamento del
desiderio e del cammino. Ognuno di noi sceglie una forma di vita in cui ritiene
di trovare la pienezza della gioia e del senso, poi gli anni passano e
scopriamo che in quella vita noi moriremo, arriviamo a vedere che tutto finisce
senza forse aver fatto quell'esperienza di pienezza e di felicità. E questo fa
nascere in noi nostalgie, rimpianti, sensazioni di aver sbagliato tutto. O
semplicemente, la sensazione che altrove sarebbe meglio per noi, che altrove
saremmo finalmente noi stessi, realizzati. Ci vediamo condannati a una
quotidianità infelice e ne accusiamo gli altri, la vita, il mondo. Forse però
un minimo di autocritica e consapevolezza realistica di sé potrebbe aiutare.
Forse non sono gli altri a essere così deludenti, forse non è il tipo di vita
il colpevole della mia insoddisfazione, forse sono io. Scrive Rilke: "Se
la tua vita quotidiana ti sembra povera, non accusarla. Accusa invece te stesso.
Riconosci che non sei in grado di vederne e riconoscerne la preziosità. In
verità, per colui che crea, non esiste alcun luogo povero o
insignificante". Si tratta allora, di imparare a guardare nuovamente, di
ri-orientare lo sguardo, per vedere come Gesù stesso vede. E come vede Gesù?
Gesù guarda un seme di grano che cade a terra, che muore: questa è la
concezione degli antichi per cui il chicco di grano per diventare albero deve
morire e risuscitare.
Ora Gesù è abitato da uno sguardo simbolico per cui
vedendo quel seme, parla di sé e della propria passione, morte e resurrezione.
In quel seme egli vede la necessità del suo innalzamento. Si tratta di
ri-orientare il nostro modo di guardare. "Se il chicco di grano caduto in
terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto". C'è
un dinamismo di morte che dà vita. Ed è il dinamismo dell'amore e delle
sofferenze che esso comporta. E ci viene detto che c'è una morte più dolorosa
della morte fisica, ed è la solitudine. "Se il chicco di grano caduto in
terra non muore, rimane solo": c'è una morte più dolorosa della morte che
è la solitudine a cui ci condanniamo separandoci e isolandoci dagli altri e
perseguendo una nostra via che non incontra quella degli altri. C'è una morte
vivificante perché fa crescere il seme, lo fa diventare altro. Il seme diventa
spiga, poi pianta, poi capace di frutto. Questo divenire noi lo possiamo
temere, possiamo scambiarlo per una morte, e in certo modo lo è perché non
siamo più quelli di prima, non siamo più seme, ma altro, e allora possiamo
decidere di preferire di restare come e dove siamo. Possiamo scegliere di non
crescere, di non maturare, di vivere una vita che è un lento morire. C'è
infatti un abbandonarci, un affidarci sentito così rischioso che ci induce a
preferire la solitudine, ovvero a restare nella morte della solitudine, del
solipsismo, del narcisismo. Abbiamo qui due forme di morte, una negativa e una
positiva, poste di fronte: la paura del cambiamento di sé, che fa restare nella
solitudine, è la vera morte, è la sterilità; e l’accettazione del cambiamento
di sé, che è la morte feconda di chi, accettando di mutare, si apre alla vita
che dà frutto. Il frutto di questa morte è un dare: si diventa capaci di dare
di più. La sofferenza del perdere diventa la gioiosa offerta di sé nel dare. Si
tratta di fare anche dei momenti critici e dolorosi, l'occasione per andare a
fondo, più a fondo di ciò che si sta vivendo. Non di evadere, di cambiare
l'esteriorità, l'esterno, ma di andare in profondo di sé. Infatti, non è nel
profondo che si annega, ma nella superficie.
Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14438-lo-scritto-di-gesu
Eremo Rocca S. Stefano domenica 21
marzo 2021