Lorsque
je me fus approché de la rose, je la trouvai un peu grossie, et remarquai
qu'elle avait crû depuis que je ne l'avais vue de près ; elle s'élargissait par
en haut ; je vis avec plaisir qu'elle n'était pas ouverte au point de découvrir
la graine, mais qu'elle était encore enclose de ses feuilles qui se tenaient
droites et remplissaient tout le dedans. Pleine etépanouie, elle était, Dieu la
bénisse!, plus belle et plus vermeille qu'auparavant. Je m'ébahis de la
merveille et je sentis qu'Amour m'enlaçait de ses liens plus fort que
jamais."
Quando mi fui avvicinato alla rosa, la trovai un po' ingrossata, e notai che era cresciuta da quando non l'avevo vista da vicino; si allargava verso l'alto; vidi con piacere che non era aperta al punto da scoprire il seme, ma era ancora chiusa dalle sue foglie che si tenevano dritte e riempivano tutto all'interno. Sbocciata rigogliosamente, era, che Dio la benedicesse!, più bella e più vermiglia di prima. Io stupii di meraviglia e sentii che Amore m'avviluppava coi suoi legacci più forte che mai.
Un libro preziosissimo è stato venduto il 19 marzo 2011 a Bruxelles. Si tratta di uno dei 300 manoscritti superstiti del “Roman de la Rose” considerato il bestseller del Medioevo. E' stato battuto battuto all'asta a Bruxelles da Romantic Agony, casa specializzata in libri antichi preziosi, per 115.000 euro. L'annuncio dell'aggiudicazione e' stato dato da Marie-Therese Stubbe, co-proprietaria della casa d'aste, precisando che l'opera era stimata tra 90.000 e 120.000 euro.
Il manoscritto in vendita fu copiato da due monaci amanuensi
in Francia tra il 1300 e il 1325, il primo quarto del XIV secolo, “un periodo
eccezionale per la trasmissione di questo testo, tra l’altro assai ben
conservato”, ha sottolineato Jacques Lemaire, professore di letteratura
medioevale all’Università di Bruxelles.
Lemaire ha precisato come una copia manoscritta del “Roman de la Rose” sia una rarità di “grande valore” sul mercato antiquario, dato che quasi tutti gli esemplari esistenti sono in musei e biblioteche pubbliche. Il manoscritto che andrà all’asta a Bruxelles è composto da 163 pagine, che misurano 24,7 cm per 19 ciascuna.
Non contiene gradi miniature illustrate mentre è ricco
soprattutto di piccoli disegni, ad esempio di draghi, e iniziali dorati e
capilettere lombarde in inchiostro rosso e blu. La casa d’aste non ha fornito
notizie sulla provenienza dell’antico libro.
Il contenuto del libro che è della seconda metà del Duecento rappresenta la summa della concezione cortese della vita, sintesi della duplice tradizione provenzale e francese, le Roman de la Rose, poema allegorico-narrativo francese, in due libri in ottonari rimati, scritti da due autori in tempi successivi, da Guillaume De Lorris, che, intorno al 1230, compose i primi 4000 versi, e da Jean De Meung, che, circa quarant'anni dopo, aggiunse 18 mila versi.
Guillaume De Lorris, del quale si conosce solo il nome e che
pare avesse scritto questo libro per compiacere la donna amata, fu un
codificatore dell'amor cortese e
improntò il libro ad una sorta di ars amandi.
Jean Chopinel, nato a Meung-sur-Loire, poeta-filosofo che tradusse anche Boezio, con una disposizione più filosofica sottolineò soprattutto gli aspetti che potessero interessare gli spiriti colti del tempo, e dunque i problemi storici, sociali ed etici, come la ricchezza, la libertà, il matrimonio, la nobiltà. Entrambi gli autori caricarono di simboli il poema della ricerca della Rosa, ma Lorris narrò un sogno, De Meung disquisì filosoficamente, tanto che fu osservato che "Jean de Meung toccando la rosa di Guillaume de Lorris l'aveva fatta avvizzire”. (1)
Il “Roman de la Rose” è un poema allegorico,dunque composto
da 21.780 octosyllabes, scritto in due
parti distinte, da due diversi autori e a distanza di 40 anni. L’opera fu
iniziata da Guillaume de Lorris nel 1237, che ne scrisse 4.058 versi. In
seguito, essa fu ripresa e completata, con piu’ di 18.000 versi, da Jean de
Meung tra il 1275 e il 1280. Il successo fu immenso, tanto che il testo fu uno
dei più copiati per tutto il Medioevo: oggi sono 300 i manoscritti superstiti tra
XIII e il XVI secolo.Il poema assume la forma di un sogno allegorico. Il poeta si
sveglia un mattino di maggio - la primavera è la stagione topica dell'amore - e
si addentra in un giardino meraviglioso - un locus amoenus - dove, attraverso
lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora. Tutto il
poema narra allora delle imprese dell'amant per conquistare la rosa, allegoria
della donna amata, favorito o ostacolato da varie personificazioni dei suoi
sentimenti contrastanti (Orgoglio, Vergogna, Pudore, contro Bell'Accoglienza,
ecc). Alla fine, con l'aiuto di Venere egli riesce a penetrare nel castello e a
consumare l'atto d'amore.
I due autori sono diversissimi: nel modo di vedere il mondo,
di concepire l'amore, ma anche nello scrivere e nel raccontare.
Le uniche informazioni che possediamo circa Guillaume de Lorris ci sono date da
Jean de Meung stesso, compresa l'indicazione del tempo che separa le due
redazioni: cosa che ha portato alcuni critici a ritenere il primo autore
nient'altro che un'invenzione del secondo. Guillaume de Lorris è ancora un
autore cortese, mentre Jean de Meung riflette la cultura enciclopedica del
'200: il suo poema presenta numerosissime digressioni, racconti secondari,
discussioni filosofiche sulle più disparate questioni, ma anche e soprattutto
sull'amore, presentando un punto di vista radicalmente contrastante con quello
di Guillaume.
l Roman provocò molte polemiche sulla visione della donna espressa da Jean de Meung, suscitando tra l'altro la risposta di Christine de Pizan (1362-1431), che possiamo considerare una delle prime querelle femministe. Dante Alighieri conosceva bene l'opera, ancora famosa al suo tempo, dalla quale ricavò ispirazione per alcuni scritti a lui attribuiti: Fiore e Detto d'Amore.Una parte del poema venne tradotta in inglese da Geoffrey Chaucer con il titolo The Romaunt of Rose, ed ebbe una grande influenza sulla letteratura inglese.In epoca moderna, lo studio di Clive Staples Lewis, Allegory of love: A Study in Medieval Tradition, pubblicato nel 1936, fece rinascere l'interesse per il poema. (2)
«Chiunque pensi o dica / che è follia e ingenuità / credere
che i sogni si avverino, / chi la pensa così mi consideri pazzo, / quanto a me
sono sicuro / che un sogno è preannuncio / di gioie e di dolori agli umani, /
poiché molti sognano di notte / oscuramente molte cose / che poi si rivelano
chiaramente».
L’opera, con il testo a fronte, è stato pubblicato nel 2014 nei «Millenni» – Guillaume de Lorris, Jean de
Meun, Il romanzo della rosa (Einaudi, pp. 1092, euro
90.00) – a cura di Mariantonia Liborio e Silvia De Laude. Scrive
Mario Mancini su Il Manifesto il 18.5.2014 :” Alla Liborio dobbiamo una
sottile e partecipe Introduzione e la traduzione, condotta secondo la pratica
della resa «alineare», che segue esattamente la serie dei versi dell’originale.
Una traduzione precisa ed elegante, sempre affidabile e sicura: data l’ampiezza
e la complessità del romanzo, davvero un magnifico «tour de force». De Laude ci
dà il quadro dell’imponente tradizione del testo – sono sopravvissuti oltre
trecento manoscritti – e un ricco e ben articolato apparato di note, dove sono
richiamate le fonti – un folto intreccio, soprattutto per Jean de Meun – e dove
si discutono diversi delicati problemi di interpretazione.”(…) I discorsi dei
personaggi – sono monologhi di migliaia di versi – rischierebbero di soffocare
il lettore, e di annoiarlo, se il procedere di Jean de Meun non fosse così
mobile e astuto, ricco di paragoni, di miti e di racconti.
Anche miti, perché ritornano
gli antichi dèi, con il regno di Saturno, con Giove e le sue conquiste di
«civilisation», con gli amori di Marte, Venere e Vulcano. Parole e gesti
costruiscono dei personaggi fortemente caratterizzati, che è difficile
dimenticare. E il lettore, addentrandosi nel romanzo, si accorge che il
«divagare» di Jean de Meun è un’arte, dove tout se tient, come nei
grandi scrittori «divaganti», pensiamo a Montaigne, a Diderot. La storia non è
stata avara con il Roman de la rose, sulla strada della sua fortuna
incontriamo Dante – se è suo il Fiore, che riversa il romanzo, la
seconda parte, in una catena di sonetti –, Petrarca, che nei Trionfi
gareggia con il rivale francese, Chaucer, gli anatemi virtuosi e inefficaci di
Christine de Pizan, l’ammirazione di Villon – che nel Testament rende
omaggio al «noble Roumant de la Rose» – e di Rabelais.L’Introduzione della
Liborio si chiude con queste parole, forse con una sottile punta di rimpianto:
«Il Roman de la rose, prima di diventare oggetto dello studio dei
filologi e degli addetti ai lavori, era ancora parte viva della cultura». Con
questa traduzione, con questo volume così sapientemente e amorosamente curato,
potrebbe tornare a essere parte viva della nostra cultura”
(1) http://www.letteraturaalfemminile.it/romandelarose.htm
(2)https://www.nilalienum.com/gramsci/0_Opere/TreMoschettieri/Romanzo%20della%20Rosa.html

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