Una visita sul sito del Tempio nella Gerusalemme attuale
dà un’idea della sacralità del luogo agli occhi del popolo ebreo. Ciò doveva
essere ancora più sensibile quando il tempio era ancora intatto e vi si
recavano, per le grandi feste, gli Ebrei della Palestina e del mondo intero.
L’uso delle offerte al tempio dava la garanzia che la gente acquistasse solo
quanto era permesso dalla legge. L’incidente riferito nel Vangelo di oggi dà
l’impressione che all’interno del tempio stesso si potevano acquistare le
offerte e anche altre cose.
Come il salmista, Cristo è divorato dallo “zelo per la casa di Dio” (Sal
068,10). Quando gli Ebrei chiedono a Gesù in nome di quale autorità abbia
agito, egli fa allusione alla risurrezione. All’epoca ciò dovette sembrare
quasi blasfemo. Si trova in seguito questo commento: “Molti credettero nel suo
nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti”. Noi dobbiamo
sempre provare il bisogno di fare penitenza, di conoscerci come Dio ci conosce.
Il messaggio che la Chiesa ha predicato fin dall’inizio è quello di Gesù Cristo
crocifisso e risorto. Tutte le funzioni della Quaresima tendono alla
celebrazione del mistero pasquale. Che visione straordinaria dell’umanità vi si
trova! Dio ha mandato suo Figlio perché il mondo fosse riconciliato con lui,
per farci rinascere ad una nuova vita in lui. Eppure, a volte, noi accogliamo
tutto ciò con eccessiva disinvoltura. Proprio come per i mercati del tempio, a
volte la religione ha per noi un valore che ha poco a vedere con la gloria di
Dio o la santità alla quale siamo chiamati.
Dal libro dell'Èsodo (Es 20,1-17)
In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. Non ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 1,22-25 )
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece
annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani;
ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio
e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli
uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini,
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo.
Le due letture collegate, che registrano, la prima il Decalogo, e la terza
la cacciata dei mercanti dal tempio, mi fanno scegliere come tema della
riflessione l’analisi del rapporto intrinseco che deve esistere tra pratica del
culto e comportamento morale, un tema che penso sia il caso, ogni tanto, di
mettere al centro della predicazione.
Il brano paolino non sembra avere direttamente a che fare con questo tema (meglio sarebbe stato proporre Rm 12,1-2 che parla proprio di «culto spirituale»), e meriterebbe un trattamento indipendente, anche se, a pensarci bene, il seguire “Cristo crocifisso” ha un riflesso decisivo sulla prassi morale che trova proprio lì il suo cuore e il suo modello: perdere la vita per salvarla (Mc 8,35)!
La Legge di Dio è oggi il punto di partenza della liturgia della parola. Il brano proposto è il codice dell’alleanza, più noto come Decalogo, nella versione di Es 20,1-17 (un’altra si trova in Dt 5,5-21). Di solito quelli che sono noti come i dieci comandamenti vengono presentati come due gruppi di “doveri”: i primi tre quelli verso Dio, gli altri sette quelli verso il prossimo. A voler essere più precisi, forse sarebbe meglio dividerli in tre gruppi: tre obblighi verso Dio, quattro verso il prossimo, due comandi infine che, più che relativi ad azioni da fare, riguardano il controllo del desiderio. L’osservazione non è secondaria, perché là dove nel vangelo, nel discorso della montagna, Gesù spiega l’atteggiamento da tenere nei confronti della Legge, sottolinea proprio che, oltre ad evitare di compiere azioni sbagliate, è necessario sorvegliare e custodire il desiderio (Mt 5,27-28).
Colpisce in ambedue le versioni del Decalogo l’espansione che appare sproporzionata dei comandi che riguardano Dio. Bisogna fare attenzione, perché pare di poter dire che, nella percezione dei più, il primo non conta molto, il secondo si riduce a non “bestemmiare”, e il terzo è l’obbligo di andare a messa la domenica. È l’effetto, purtroppo, del ridurre la religione e la fede a “cose” da fare o da non fare. Penso sia un problema di tutte le religioni, almeno delle tre, ebraismo, cristianesimo e islam, che si rifanno alla fede di Abramo.
Le “cose” sono indubbiamente importanti, perché senza azioni, i sentimenti e le intenzioni finiscono per essere aria e pii desideri che si perdono nelle nuvole. Il risultato però è il rischio di cadere in quello che viene chiamato “formalismo” e, nel peggiore dei casi, “moralismo”. Si ricordi la preghiera del fariseo, che si sentiva a posto perché rispettava le “norme”, addirittura anche facendo di più di ciò che era comandato, ma purtroppo il suo cuore era molto lontano da quello di Dio perché, tutto gonfio della sua “giustizia”, finiva per “disprezzare” chi non faceva “le cose” che faceva lui (Lc 18,9-14): si ricordi che la parabola fu raccontata «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri».
Forse oggi sarebbe il caso di soffermarsi sui primi tre e sugli ultimi due comandamenti, e cioè chiedersi su che idea abbiamo di Dio e in quale considerazione teniamo i nostri desideri.
Purtroppo,
il catalogo presentato nei catechismi, e che resta nella nostra mente, recita
«Io sono il Signore tuo Dio: non avrai altro Dio fuori di me». La frase,
disgraziatamente, omette le parole che descrivono proprio chi è questo Dio: «Io
sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla
condizione servile». L’omissione proietta gli ordini in una sfera generica,
fa uscire Dio dalla “storia” nella quale invece il Dio della Bibbia entra in
continuazione e in vari modi, non solo con la creazione, ma anche attraverso
quegli eventi che chiamiamo “storia della salvezza”.
Non so se si è pensato che noi non c’entriamo niente con l’Egitto, ma si dimentica che il vero centro della frase è che Dio è venuto a noi come un “liberatore”, e che dunque i suoi “ordini” si muovono nella stessa linea: sono una scuola, un cammino che ci porta alla nostra vera liberazione.
Il quarto ci invita alla riconoscenza e al rispetto, il quinto a rispettare la vita, il sesto a rispettare il nostro corpo e quelli degli altri come “tempio abitato da Dio”, il settimo a rispettare ciò che non ci appartiene, l’ottavo ad essere trasparenti e a non mentire ingannando gli altri con la falsità.
I primi tre, poi, hanno la funzione di educare una fede retta, che prevede
1) una corretta idea di Dio, quel Dio che Gesù, il Figlio unigenito fatto carne, ci ha “narrato” (cf. Gv 1,18) con le sue parole e il suo esempio, da non confondere con tutti gli idoli che siamo molto bravi a crearci: potere, denaro, sesso;
2) un parlare seriamente di lui, evitando di usare il suo nome a vanvera, con la bestemmia e con futili chiacchiere;
3) santificare la festa consacrandola al “riposo”, che è ben di più che andare a messa, che non vuol dire solo né soprattutto ascoltare la predica, ma capire sempre meglio il significato dei riti (che andrebbero spiegati ogni tanto!) per aderirvi con il cuore, e far sì che, all’uscita, ci sentiamo un po’ diversi da come siamo entrati.
E, alla
fine, c’è da dare i conti con il desiderio circa ciò che appartiene al nostro
prossimo, moglie e casa, servi e serve ecc. In prosa: si tratta di controllare
quell’istinto all’“ingordigia”, radice di tutti i mali (cf. 1Tm, 6,10).
Se poi si vogliono altri esempi, non resta che prendere il testo di Rm 12, anche solo in parte, ottima base per condurre l’esame di coscienza, quello quotidiano e quello con cui ci prepariamo alla confessione, dove si spiega con ricchezza di dettagli in cosa consista il “sacrificio spirituale”, che dà verità al “sacrificio cultuale” che celebriamo nella messa.
La croce come dono di sé
Sul secondo brano (1Cor 1,22-25) si può transitare velocemente. Collocato nella linea delle letture di oggi, basta sottolineare che, come seguaci di Gesù crocifisso, siamo chiamati a portare la nostra croce «ogni giorno» (Lc 9,23) intendendo con “croce”, non solo la pazienza nelle prove, ma anche e soprattutto la generosità gratuita che si esprime nel dono di sé in aiuto di quanti possono aver bisogno di noi.
Come i comandamenti sono la via della libertà vera, così la croce può essere fonte della gioia più pura (cf. 2Cor 7,4), cosa che sarà anche «scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio», potenza e sapienza rivelate proprio nella croce.
Comandamenti: i primi tre e gli ultimi due
Il vangelo (Gv 2,13-25) presenta una tentazione facile: quella di sproloquiare contro i “mercanti del tempio”, contro le “ricchezze della Chiesa” e magari pronunciare anatemi contro il “commercio di souvenirs” per i pellegrini che affollano i santuari.
La scena è descritta da Giovanni con toni di una violenza inaudita, ed è facile esserne contagiati. Ma non perdiamo tempo in queste denunce. Sfoghi del genere, soprattutto in predica, non servono a niente.
Il brano, che nei sinottici appare alla vigilia della cattura di Gesù e della sua passione (Mt 21,12-13; Mc 11,15-19; Lc 19-45-48), è messo invece da Giovanni nelle primissime pagine del suo vangelo. La prima scelta sottolinea nell’episodio la causa prossima dell’arresto e della condanna di Gesù (Mc 11,18; Lc 19,47); Giovanni, al contrario, vede nella “purificazione del tempio” una sorta di programma di partenza in cui leggere uno degli scopi principali per cui il Figlio è venuto nel mondo, e anche – e soprattutto – per dire subito che il tempio ha esaurito la sua funzione, e che ora il “luogo” principe della presenza di Dio sulla terra è il corpo di Gesù di Nazaret.
Siamo in Quaresima, tempo di conversione e di penitenza, progettato per aiutarci ad “agitare le acque del nostro battesimo”. La conseguenza prima e più importante è capire che le parole di Gesù, oggi, sono rivolte a noi. La prima reazione che dovrebbero suscitare in noi è la lode e il rendimento di grazie: non è questo il significato di “eucaristia”?
L’incarnazione del Figlio di Dio, infatti, ha portato il segno della sua presenza non più in un mucchio di pietre, ma in un corpo vivo. E questo cambia tutto. Sono personalmente molto contento di vedere quante cose magnifiche l’arte cristiana ha prodotto nei secoli, chiese e monasteri, incluse le tante gloriose rovine che costeggiano i paesaggi della nostra Europa. Ma quando entro in una grande cattedrale, o visito un’abbazia, anche nei suoi resti gloriosi, mi viene istintivo pensare alle tante folle che hanno pregato in questi luoghi: «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Mc 11,17): è questo che rende sacro il luogo del culto.
È quanto
annota T.S. Eliot nella visita a Little Gidding, un villaggio inglese dove, nel
1626, fu fondata da Nicholas Ferrar una comunità religiosa molto simile a
quella di Port-Royal frequentata da Pascal. Nella comunità trovò rifugio il re
Carlo I in fuga dopo che era stato sconfitto dall’esercito puritano guidato da
Oliver Cromwell, che, una volta diventato Lord Protettore, la soppresse.
Ecco il brano: «Se passate da queste parti / Per una qualsiasi strada, venendo da qualsiasi parte, / In qualunque tempo e in qualunque stagione, / Sarebbe sempre lo stesso: dovreste disfarvi / Dei sensi e della ragione. Non siete qui per verificare, / Per istruirvi o soddisfare la vostra curiosità / O per fare un rapporto. Siete qui per inginocchiarvi / dove la preghiera è stata valida. E la preghiera è più / Che un ordine di parole, o l’occupazione consapevole / Di una mente che prega, o il suono della voce che prega. / E quello per cui i morti non trovavano parole da vivi, / Ora che sono morti ve lo possono dire: la comunicazione / Dei morti ha lingue di fuoco al di là del linguaggio dei vivi. / Qui, l’intersezione del momento senza tempo / È l’Inghilterra e nessun luogo. Mai e sempre» (Quattro Quartetti, “Little Gidding / I”).
La seconda reazione al racconto della cacciata dei mercanti dal tempio potrebbe essere quella di chiederci quanto di “mercantile” può esserci nel nostro modo di vivere la fede, ed è questo che in noi deve essere “purificato”. Ma lo spazio è esaurito, e di questo si è già detto quanto basta sulla necessità di passare da un culto liturgico al sacrificio spirituale alla luce di Rm 12.
Fonte – Settimana News | Commento a cura di Nico Guerini
Il testo evangelico di questa III domenica di Quaresima si apre con
l'annotazione che Gesù, in prossimità della Pasqua, si reca a Gerusalemme (Gv
2,13). Si tratta della prima delle diverse salite a Gerusalemme che Gesù
compirà secondo il IV vangelo. Secondo i Sinottici, invece, vi è salito
un'unica volta e al termine del suo ministero e della sua vita. Qui siamo
all'inizio del ministero (e del vangelo) e il testo già si propone come
anticipatore degli eventi della passione, morte e resurrezione di Gesù. In
effetti, alla domanda sul segno che fonda la sua autorità per compiere i gesti
profetici che ha operato nel Tempio, Gesù risponde: "Distruggete questo
tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2,19). E il verbo usato,
eghéiro, significa anche rialzare, ma è tipico per indicare la resurrezione. Si
tratta di un annuncio pasquale, come specifica il narratore: "Egli parlava
del tempio del suo corpo" (Gv 2,21). Il testo ha dunque una qualità
rivelativa: il Cristo morto e risorto è il tempio escatologico, il luogo di
incontro, alleanza e comunione tra Dio e uomo. Inoltre, nell’evento pasquale
Cristo è la vittima e l’offerente. Egli, che dal Tempio non scaccia solo i
cambiavalute, ma anche gli animali per i sacrifici, morirà come agnello
pasquale a cui non è spezzato alcun osso (cf. Gv 19,33.36) e deporrà
liberamente la propria vita per riprenderla di nuovo (cf. Gv 10,17-18).
Ma se questo è il significato teologico che Giovanni accorda all'episodio, storicamente qui Gesù si comporta da profeta. Gesù denuncia la situazione deteriorata del Tempio. Non dice che il Tempio non deve esistere, ma che il Tempio è stato pervertito: dal significato che aveva in origine, si è mutato in altro. Ora è “un mercato” (Gv 2,16), “un covo di briganti” (Mt 21,13; Mc 11,17; Lc 19,46)), un centro di potere economico e di malaffare, ben più che di autenticità religiosa. La parresía di Gesù nasce anzitutto dal semplice vedere, dal vedere e dare il nome alla situazione: senza mediazioni, senza addolcimenti, senza scusanti, senza abbellimenti. Il Tempio è stato reso un “mercato”. Da domus Patris mei, dice Gesù, il Tempio è strato reso domus negotiationis. Ci si può chiedere: com’è avvenuto questo? Com’è possibile che questo sia avvenuto? E spesso noi stessi ci domandiamo come sia possibile che nello spazio ecclesiale e nell’alveo di una comunità avvengano certe dinamiche di pervertimento, di deviazione, di stravolgimento dell’intento originario. Ma dobbiamo subito chiederci, in riferimento al testo evangelico: e se non ci fosse stata la voce profetica di Gesù a denunciare questo fatto, disponendosi a pagarne il prezzo, tutto sarebbe andato avanti come sempre? Non ci sarebbe stato nessun altro che avrebbe levato la voce? Nessuno avrebbe detto nulla? Sì, anche le istituzioni e le creazioni più sante conoscono deterioramenti, pervertimenti e allontanamenti dall’intenzione originaria. E necessitano di correzioni, di riforme, di essere riportate al loro senso secondo Dio, al loro senso evangelico. Necessitano di una purificazione, di una revisione più o meno radicale.
Cosa fa dunque Gesù? Alleggerisce il Tempio: caccia via, fa uscire, spoglia. Non aggiunge, non aumenta, non accresce, ma toglie, sottrae, scaccia. Non è diverso per le nostre vite personali e comunitarie. Non è l’aver poco che ci fa paura, ma l’avere meno dopo che ci si era abituati ad avere tanto, è il diminuire che ci fa paura e che rifiutiamo, è l’impoverimento, più che la povertà, che noi temiamo. E si può avere tanto sia su un piano materiale che su quello spirituale e semplicemente umano. E, come ricorda il Salmista, “l’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). Vi è a volte un accecamento che ci impedisce il discernimento. Gesù, nella sua lucidità, annuncia che del Tempio non resterà pietra su pietra che non sia distrutta: solo la fine, anche rovinosa, di elementi che pure erano stati portanti della nostra vita, può a volte aiutarci a un rinnovamento, a una rinascita. Il testo lascia intendere che i discepoli al momento non capirono. Solo dopo, grazie al ricordo della Scrittura, diedero un senso al comportamento di Gesù, solo dopo essi contestualizzarono il comportamento violento di Gesù che addirittura si costruì una sferza di cordicelle per scacciare tutti fuori dal Tempio, e compresero il suo gesto alla luce delle Scritture: “Lo zelo della tua casa mi divorerà” (Sal 69,10). Gesù è mosso da passione, è divorato da zelo per la casa del Signore, è abitato da pathos per il luogo santo ed è indignato e scandalizzato dall’uso che ne viene fatto (Gv 2,17). La parresía comprende anche questi atteggiamenti basilari, anzi trova proprio in questa condivisione del pathos di Dio l’elemento senza il quale non potrebbe nascere il comportamento profetico. Ma Gesù ha piena coscienza del prezzo delle sue azioni. Egli è un vero profeta e paga con la sua persona il prezzo delle parole che pronuncia e delle azioni che compie. Ecco allora che Gesù parla della distruzione del suo corpo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19). Qui Giovanni impiega il vocabolo naòs, che designa non tanto il complesso intero del Tempio, per cui Giovanni utilizza piuttosto il termine ieròn, ma indica il Santo dei santi, il luogo più interno del Tempio, il penetrale. Si assiste così al passaggio dal luogo di pietre al luogo della Presenza, dal tempio di Gerusalemme al corpo di Gesù, da un ordine di tipo cultuale a uno di ordine personale e relazionale, dal meccanismo di delega dell’offerta di un animale alla dinamica dell’offerta personale fatta con libertà e per amore.
E ciò che è centrale non è appunto tanto la distruzione, ma sono l’amore e
la libertà. L’amore e la libertà con cui Gesù deporrà le sue vesti, con cui
amerà i suoi fino alla fine, con cui si inchinerà davanti a Giuda e gli laverà
i piedi, con cui andrà al monte degli Ulivi quasi facilitando il compito del
traditore, e dunque non opponendosi più alla prospettiva della sua morte
violenta. Ma anche questo riferimento al corpo di Gesù, velato dietro al
rimando al naòs, al santo, i discepoli lo compresero solo più tardi, dopo la
resurrezione e l’effusione dello Spirito (Gv 2,22).
Ed ecco che il testo liturgico si chiude con un'ultima annotazione: “Molti, vedendo i segni che Gesù compiva, credettero nel suo nome, ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti, conosceva quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,23-25). C’è una fede di cui Gesù non si fida. C’è una fiducia posta in lui di cui Gesù diffida. Gesù discerne e fa emergere la fede degli altri, Gesù ispira e suscita fiducia, ma sa anche discernere atti di fiducia infondati e che non meritano alcun credito; Gesù ha fiducia ma anche discernimento, e dunque smaschera la fiducia in lui interessata. Fiducia interessata è quella che nasce dai prodigi fatti da Gesù. Chi pone in lui fiducia solo per i segni da lui compiuti in realtà non è interessato a seguire lui, ma a ottenere qualcosa da lui, a guadagnare qualcosa. La fiducia in Dio non fa nascere in Gesù solo fiducia negli umani, ma anche vigilanza, lucidità e atteggiamenti critici. Alcuni “credettero nel suo nome vedendo i segni che faceva” (Gv 2,23) e Gesù non pone fiducia nella loro fede, non li sente come affidabili. Questa sfiducia è motivata dal fatto che Gesù conosce, sa, discerne “ciò che c’è nell’uomo” (cf. Gv 2,25). All’epoca di Gesù, un tratto caratterizzante il profeta era la cardiognosi, ovverosia, la capacità di leggere i pensieri del cuore. Non si tratta di nulla di magico o di straordinario, ma solo di intelligenza umana affinata dall’esercizio e che sa discernere e penetrare, intuire e comprendere. Gesù sa leggere nell’altro, sa coglierne i movimenti profondi, sa intuire ciò che l’altro sta pensando e le motivazioni nascoste del suo parlare e del suo agire. La conoscenza che Gesù ha del cuore di tanti lo porta a discernere anche le motivazioni che li animano e dunque a coglierle in verità. E questa verità, a volte, è impietosa. Così Gesù diffida di un’adesione a lui fondata semplicemente sull’attesa di miracoli. La sua capacità di fiducia non lo porta a farsi usare da chi vorrebbe seguirlo solo per averne dei vantaggi: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato dei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26). Gesù diffida di chi lo cerca per farne un capo politico, diffida di ciò che sarebbe un riconoscimento della sua potenza o addirittura qualcosa di conforme al volere divino e che può rendere più efficace la sua missione tra gli uomini: “Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò sul monte, lui da solo” (Gv 6,15). Gesù non accorda fiducia alle folle che stravolgono i suoi gesti di gratuità in un meccanismo di scambio, in cui esse accordano potere a chi dona loro cibo e sussistenza. Gesù non agisce con la logica di governatori e re che chiedono potere in cambio di elargizioni di beni. Gesù non agisce come i capipopolo seduttori e manipolatori che abbisognano di un seguito per essere i leader. Gesù rifiuta di essere fatto re perché per lui non esistono sudditi, ma solo fratelli. La sua parresía è credibile proprio per questa sua onestà. Ed è una franchezza che non teme il giudizio altrui, scoglio, questo, su cui spesso si incagliano i nostri propositi di parola e di azione audace e libera.
Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14395-il-tempio-alleggerito



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