martedì 15 febbraio 2022

AUTODAFE' .FINE VITA : Cattolici e laici un dibattito


Dopo la raccolta firme e la validazione della Cassazione, per i referendum su eutanasia legale e cannabis (così come per i 6 quesiti sulle giustizia voluti da Lega e Radicali) è il giorno decisivo, con la discussione e l’esame alla Corte costituzionale che dovrà decidere sull’ammissibilità. Il neo presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, ha fissato alle ore 9.30 del 15 febbraio 2022 l’inizio dell’udienza: sarà il quesito sul fine vita ad aprire i lavori, seguiranno quelli su cannabis e giustizia.

Ripropongo una riflessione già apparsa su Anankenews.

L’occasione di confrontarsi e dibattere un tema importante come quello del “ fine vita” è venuto dalla recente pubblicazione del volume del giudice del Tribunale di L’Aquila Riccardo Billi : “ Soli nel fine vita, il caso Cappato e la necessità di una legge” edito da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara.

Il dibattito si è tenuto il 10 luglio 2021 presso l’Agorà di palazzo dell’Emiciclo dove si sono trovati a confronto rappresentanti della magistratura, dei referendari, dei politici e della Chiesa, per discutere sul tema dell’eutanasia.

Il convegno-dibattito dal titolo “Fine vita, il silenzio del legislatore e il ruolo delle Regioni”, è stato organizzato dal gruppo consiliare in Regione Abruzzo del Partito democratico e dalla casa editrice Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, che ha pubblicato il libro del Giudice del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi.

Un tema importante . in generale ma anche in particolare proprio in questo momento in cui è stato dato il via alla campagna referendaria sull’eutanasia legale, rivendicando la promulgazione di una norma che affermi il diritto a porre termine all’esistenza da parte di un paziente consenziente capace di fare una scelta o di un suo delegato che dia corso ad una volontà espressa in precedenza.

Un tema divisivo però quello del fine vita in cui i pareri sono contrastanti.

Ma a che punto è arrivato il dibattito e che cosa si è mosso finora per arrivare ad una norma condivisa che disciplini questa evenienza?

Il punto della situazione lo fa un breve articolo pubblicato sul sito dell’Associazione Luca Coscioni che dice : “Le decisioni di fine vita sono decisioni personalissime e, in quanto tali, devono essere prese con la massima libertà dalla persona per sé stessa. Il 14 dicembre 2017 il Parlamento italiano ha approvato la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT). La legge n. 219 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018, ed è entrata in vigore il giorno 31 gennaio 2018. In Italia, la Costituzione riconosce che nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà e prevede altresì che la libertà personale è inviolabile. Con sentenza 242/2019 la Corte costituzionale, grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato per l’aiuto fornito a Dj Fabo, ha riconosciuto anche il diritto al suicidio medicalmente assistito per le persone che ne formulino richiesta in piena lucidità, con patologia irreversibile, insopportabili sofferenze fisiche o psichiche e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Questi risultati sarebbero stati impossibili senza il coraggio delle tante persone malate che hanno lottato pubblicamente per veder rispettate le proprie volontà, da Welby a Trentini, passando per Englaro, Nuvoli, Ravasin, Velati, Fanelli, Piludu, Fabo e tanti altri. Nel nostro Paese manca ancora una legge che preveda la possibilità di aiuto medico al suicidio per le persone che non sopravvivono grazie a trattamenti di sostegno vitale.”

A questo proposito dunque una novità sul fine vita , in attesa di una vera e propria legge sul tema, è rappresentata dalla pronuncia storica della Corte Costituzionale che, a seguito della vicenda di Dj Fabo, ha dichiarato non punibile il medico che agevola il suicidio del paziente determinato a togliersi la vita. A questa decisione la Federazione degli Ordini dei Medici ha allineato il suo Codice deontologico della Corte adeguando la non punibilità penale a quella disciplinare. (1)

Ma torniamo al dibattito che si è tenuto appunto il 10 luglio scorso tutto incentrato sul confronto di poisizioni tra laici e cattolici che prende lo spunto appunto dalla presentazione di un libro del giudice Riccardo Billi del Tribunale di L’Aquila. Dice Billi : ““Come giurista non concepisco un diritto che non sia pieno. Se sono padrone della mia vita devo poterne disporre fino all’ultimo momento, ecco perché occorre un intervento legislativo che sancisca, in determinate condizioni, il diritto al fine vita e che tuteli la dignità delle persone. Il mio libro ha l’obiettivo di alimentare il dibattito e il confronto, tra laici e cattolici, davanti ad un tema di così scottante attualità”..

Proprio per dar vita a questo dibattito è confronto , nella presentazione , è intervenuto don Claudio Tracanna, docente di Teologia Morale presso l’Istituto teologico Abruzzese e Molisano, il quale,nel dar conto della dottrina della Chiesa ha evidenziato che ‘le leggi che vengono approvate in tutto il mondo, e che autorizzano a mettere fine alla vita di una persona, non possono essere accettate dalla Chiesa perché la vita ci è data, siamo creature, create da un Creatore. È una posizione non solo di noi cattolici, la questione non va ridotta solo in un ambito di bioetica e di contrasto tra laici e cattolici’.

Don Tracanna quindi ha dato lettura di un messaggio del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, che per impegni in Vaticano ha preferito affidare il suo pensiero appunto ad uno scritto nel quale ripercorrendo il magistero della Chiesa sul tema del fine vita, ha sottolineato come ‘la vita, dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone.

Nel 2017 abbiamo avuto legge sul consenso informato, invocata per anni – ha detto Billi -, che per la prima volta ha formalizzato il principio che nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario senza un consenso preventivo e informato. Tra i trattamenti sanitari anche la nutrizione e idratazione artificiali, non è però ammessa l’iniezione letale, ma solo il rifiuto delle cure. Il salto che si chiede da una parte maggioritaria dell’opinione pubblica, è ora quella di normare definitivamente la materia, tenuto conto che un paziente può essere in condizione di fine vita per lunghi periodi, in una situazione di grande sofferenza. La chiesa cattolica è nella posizione dell’assoluta indisponibilità della vita, perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. C’è chi invece sostiene che almeno in questo segmento finale vada garantito il diritto a porre termine in modo dolce all’esistenza”.

Tra gli interventi, quello di Mina Welbi, co-presidente dell’Associazione “Luca Coscioni”, moglie di Piergiorgio Welby, ‘che ha lottato contro il diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico e, gravemente ammalato, ha scelto di porre termine alla sua vita il 20 dicembre 2006 a seguito del distacco del respiratore artificiale e previa somministrazione di sedativi Mina Welbi ha dato testimonianza della vicenda con queste parole: “Con Piergiorgio ho conosciuto la felicità, non pensavamo certo alla morte. Quando c’è stato il  grave peggioramento della sua distrofia muscolare, lui mi ha detto, ‘dobbiamo fare qualcosa’ e da allora ha condotto una grande battaglia di civiltà. Ha aperto il forum sul sito dei Radicali italiani, ha scritto al presidente del Comitato nazionale di bioetica chiedendo una legge almeno per le disposizioni anticipate di trattamento, che oggi è realtà. Ha scritto al presidente della Repubblica ricordandogli che se fosse nato in Belgio o in Olanda, avrebbe avuto, a differenza di quello che accade in Italia, il diritto all’eutanasia. Il mio lutto è stato solo per la grande sofferenza di Piergiorgio, non per la sua morte. È stato un santo laico, che si definiva un miscredente”. .

Sono intervenuti anche la deputata del Pd Stefania Pezzopane, il rettore dell’Università dell’Aquila, Edoardo Alesse, il presidente della Corte d’Appello dell’Aquila, Fabrizia Francabandera, il consigliere regionale del Pd, Pierpaolo Pietrucci e il presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila, Maurizio Capri. A moderare il dibattito, il giornalista Rai, Nino Germano.

La presentazione del libro , come dicevamo è stata organizzata dalla Casa editrice e dal gruppo Pd al Consiglio regionale .

Nella sua lettera, il Cardinale Arcivescovo, ha tratteggiato alcune linee essenziali del pensiero della Chiesa sul tema del fine vita, facendo chiaro riferimento alla Lettera “Samaritanus bonus”, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della fede e approvata dal Papa ricordando come l’insegnamento della Chiesa su questo argomento è saldo, costante e convergente.

Infatti dice Petrocchi ricordando il pensiero di papa Francesco “La vita viene da Dio; l’uomo è chiamato ad accoglierla e portarla a compimento con l’aiuto della grazia. Pertanto la vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale – costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone. In questa visione l’eutanasia (come suicidio assistito) non può trovare mai una sua legittimazione. Così facendo si ‘decide al posto di Dio il momento della morte’. Si tratta di una prospettiva morale che scaturisce dalla fede, ma poggia anche su solide ragioni antropologiche. Infatti, ‘il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico’

Tanto che continua Petrocchi ripercorrendo l’insegnamento della Chiesa su questo argomento afferma ancora : “È nota la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. La situazione diventa ancora più sofferta nella fase terminale e dove venga emessa una diagnosi di inguaribilità”. Ma una patologia inguaribile, ha sottolineato il card. Petrocchi, “non è, per questo, anche incurabile: infatti va assicurata al malato una efficace e integrata ‘alleanza terapeutica’, insieme ad un generoso e perseverante accompagnamento spirituale, psicologico e relazionale”.

Nel suo intervento l’Arcivescovo dell’Aquila, tocca comunque vari aspetti del problema, tra i quali, la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. ‘Anche l’aspetto sociale ed economico va preso nella dovuta e fattiva considerazione’. Il Cardinale, inoltre, ricorda che ‘secondo la dimensione evangelica, occorre mobilitare una condivisa “carità samaritana”, capace di “prossimità” concreta e a tutto campo! Nella cura è “essenziale che il malato non si senta un peso, ma che abbia la vicinanza e l’apprezzamento dei suoi cari. In questa missione, la famiglia ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati’.

Rifacendosi poi, al Messaggio che Papa Francesco ha recentemente espresso in un Convegno sul “fine-vita”, lo ha citato in alcuni passaggi centrali.

Facendo riferimento alla proporzionalità della cura, scaturita da un intervento di papa Pio XII, rivolto ad anestesisti e rianimatori, oggi possiamo parlare di ‘rinuncia all’accanimento terapeutico’, per il quale, Petrocchi, afferma, che ‘è una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). ‘Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere’.

Concludendo il suo intervento, il Cardinale Arcivescovo afferma che ‘in seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise’ e come ‘anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete’.

Per un approfondimento ulteriore sulle brevi annotazioni sul tema del ‘fine-vita’, date dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, durante il convegno all’Emiciclo Regionale, il 9 luglio 2021, si riporta il suo intervento integrale.

Scrive dunque il cardinal Petrocchi nelle brevi annotazioni sul tema del ‘fine-vita’, date durante il convegno all’Emiciclo Regionale, il 9 luglio 2021.

Il dott. Marco Billi, per la presentazione del suo libro “Soli nel fine-vita”, mi ha invitato a tratteggiare alcune linee essenziali del pensiero della Chiesa su questo tema. Avendo impegni a Roma, legati agli incarichi che Papa Francesco mi ha affidato, pensavo di poter disporre di alcuni minuti, nell’intervallo di una riunione, per fare un breve intervento “via-web”. Un cambio di programma, invece, non mi  permette di utilizzare questa pausa. Per cui ricorro – tramite email – all’invio di un messaggio “telegrafico”, lasciando a don Claudio Tracanna il compito di esporre in modo più articolato alcuni fondamentali punti, dottrinali ed esistenziali. Si tratta di considerazioni che, ovviamente, non pretendono completezza espositiva, ma intendono aprire percorsi per una riflessione comune.

Va sottolineato che l’insegnamento della Chiesa su questo argomento è saldo, costante e convergente. Anche Papa Francesco ne ha ribadito i contenuti etici basilari: la vita viene da Dio; l’uomo, avendola ricevuta, è chiamato ad accoglierla e portarla a compimento con l’aiuto della grazia. Pertanto la vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, – costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone. In questa visione l’eutanasia (come suicidio assistito) non può trovare mai una sua legittimazione. Così facendo si “decide al posto di Dio il momento della morte”(2). Si tratta di una prospettiva morale che scaturisce dalla fede, ma poggia anche su solide ragioni antropologiche. Infatti, “il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico”(3).

E’ nota la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. La situazione diventa ancora più sofferta nella fase terminale e dove venga emessa una diagnosi di “inguaribilità”. Ma una patologia “inguaribile” non è,  per questo, anche “incurabile”: infatti va assicurata al malato una efficace e integrata “alleanza terapeutica”,  insieme ad un generoso e perseverante accompagnamento spirituale, psicologico e relazionale. Anche l’aspetto sociale ed economico va preso nella dovuta e fattiva considerazione. Secondo la dimensione evangelica, occorre mobilitare una condivisa “carità samaritana”, capace di “prossimità” concreta e a tutto campo! Nella cura è “essenziale che il malato non si senta un peso, ma che abbia la vicinanza e l’apprezzamento dei suoi cari. In questa missione, la famiglia ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati”(4).

In tale contesto, mi sembra illuminante e chiaro il Messaggio che Papa Francesco ha recentemente espresso in un Convegno sul “fine-vita”. Per questo ritengo che la scelta migliore sia quello di citarlo in alcuni passaggi centrali (ndr. i corsivi nel testo sono miei).

Le domande che riguardano la conclusione della vita terrena  «hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano.La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. […] Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”. L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali”. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire“, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. […] La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.

[…] Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. […] E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. […] Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete»(5)Sperando che queste “note sintetiche” contribuiscano a promuovere un dialogo costruttivo, saluto con viva cordialità. Giuseppe Card Petrocchi


( 1) FINE VITA: QUANDO NON È PUNIBILE L’AIUTO AL SUICIDI

L’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore. E se la dichiarazione di incostituzionalità rischia di creare vuoti di disciplina che mettono in pericolo diritti fondamentali, la Corte costituzionale deve preoccuparsi di evitarli, ricavando dal sistema vigente i criteri di riempimento, in attesa dell’intervento del Parlamento.

È quanto si legge nella sentenza n. 242depositata oggi (relatore Franco Modugno) con cui la Corte costituzionale-decorso inutilmente il termine di circa un anno dato al Parlamento, con l’ordinanza n. 207/2018 per legiferare –spiega le motivazioni della decisione sul fine vita, anticipata con il comunicato stampa del 25 settembre 2019.La sentenza conferma preliminarmente le conclusioni raggiunte con l’ordinanza 207. La Corte ha ribadito, anzitutto, che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non è, di per sé, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio.È stata però individuata una circoscritta area in cui l’incriminazione non è conforme a Costituzione. Si tratta dei casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.In base alla legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (legge 22 dicembre 2017, n. 219, sulle DAT), il paziente in tali condizioni può già decidere di lasciarsi morire chiedendo l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sottoposizione a sedazione profonda continua, che lo pone in stato di incoscienza fino al momento della morte. Decisione che il medico è tenuto a rispettare.La legge, invece, non consente al medico di mettere a disposizione del paziente trattamenti atti a determinarne la morte. Il paziente è così costretto, per congedarsi dalla vita, a subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care. Ciò finisce per limitare irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta dei trattamenti, compresi quelli finalizzati a liberarlo dalle sofferenze, garantita dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.Questa violazionecostituzionale non potrebbe essere, tuttavia, rimossa –secondo la Corte –con la semplice esclusione della punibilità delle condotte di aiuto al suicidio delle persone che si trovano nelle condizioni indicate. In assenza di una disciplina legale della prestazione dell’aiuto, si creerebbe, infatti, una situazione densa di pericoli di abusi nei confronti delle persone vulnerabili. Disciplina che dovrebbe, d’altra parte, investire una serie di aspetti, regolabili in vario modo sulla base di scelte discrezionali, rimesse al legislatore.Per questa ragione la Corte aveva quindi disposto, con l’ordinanza emessa lo scorso anno, un rinvio dell’udienza di trattazione delle questioni, in modo da consentire al Parlamento di intervenire in materia (si vedano anche i comunicati stampa del 24 ottobre e del 16 novembre 2018).Poiché non è stata approvata nessuna normativa, la Corte ha ritenuto di dover porre rimedio, comunque sia, alla violazione riscontrata.Nella specie, un preciso «punto di riferimento», utilizzabile a questo fine, è stato individuato nella disciplina della legge sulle DAT relativa alla rinuncia ai trattamenti sanitari necessari alla sopravvivenza del paziente e alla garanzia dell’erogazione di unaappropriata terapia del dolore e di cure palliative (articoli 1 e 2 della legge n. 219 del 2017). Queste disposizioni prevedono una “procedura medicalizzata” che soddisfa buona parte delle esigenze riscontrate dalla Corte.Inoltre, i giudici costituzionali hanno ritenuto che la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e delle relative modalità di esecuzione debba restare affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale. Ciò in linea con quanto già stabilito in precedenti pronunce, relative a situazioni analoghe.La verifica dovrà essere effettuata previo parere del comitato etico territorialmente competente, organo consultivo per i problemi etici che emergono nella pratica sanitaria, in particolare a fini di tutela di soggetti vulnerabili.L’articolo 580 del Codice penale è stato dichiarato, quindi, costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona che versi nelle condizioni indicate in precedenza, a condizione che l’aiuto sia prestato con le modalità previste dai citati articoli 1 e 2 della legge n. 219 del 2017 e sempre che le suddette condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.Queste condizioni procedurali introdotte con la sentenza della Consulta valgono esclusivamente per i fatti ad essa successivi. E quindi non possono essere richieste per i fatti anteriori, come quello di DJ Fabo-Cappato.Per questi, occorrerà che l’aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche diverse da quelle indicate, ma che diano garanzie sostanzialmente ad esse equivalenti; in particolare quanto a verifica medica delle condizioni del paziente richiedente l’aiuto, modi di manifestazione della sua volontà e adeguata informazione sulle possibili alternative.Roma, 22 novembre 2021

(2) Lettera “Samaritanus bonus”, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della fede e approvata dal Papa.

(3) Ibid.

(4) Ibid.

(5) Papa Francesco, Messaggio ai Partecipanti al Meeting regionale europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita” . Vaticano, 07 novembre 2017.



Eremo Rocca S.Stefano martedì 15 febbraio 2022

 

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