Accadeva più di un decennio fa. Scriveva Gianni Chiodi ( 1) Presidente della Giunta regionale d'Abruzzo dal 2009 al 2014 sul suo profilo Facebook il 25.01.2010 : "L’autorità? Chi osa ancora parlarne ? E’ una di quelle parole che possono stroncare una carriera politica, una parola che non si dice tra le persone perbene, anzi una parolaccia per chi professa il pensiero unico. Appena ne parli, vieni immediatamente sospettato di volere come minimo uno Stato di polizia, di voler attentare alla libertà dei cittadini.”
Discorsi lontani anni luce dalla attuale sensibilità appunto sul problema , sul senso, sul significato della parola autorità.
Continuava
dunque Gianni Chiodi : “ A mio parere, c’è una crisi etica
nella società italiana. E questa crisi nasce dalla svalutazione
dell’autorità e accompagna il gusto folle - e un po’
tardivo - delle trasgressione che, dopo quaranta anni di ideologia e
prassi antiautoritaria, è ormai costretto ad esercitarsi nel vuoto,
e deve ripiegare nel nichilismo, in una spirale cieca e distruttiva,
per l’assenza spaventosa di regole da trasgredire, di tabù da
infrangere, per la mancanza di divieti da superare, dopo decenni
passati ad irridere l’ordine, il potere e l’autorità in nome
della liberazione e della critica alla morale borghese.
Non si è reso un bel servizio alla società nel dare all’ordine una connotazione negativa, nel farne un disvalore da detestare, ridicolizzare e sovvertire. I primi a risentirne sono i più deboli, perché il disordine e l’ingiustizia colpisce non i forti e i potenti, che si possono proteggere da soli, ma i più umili e vulnerabili, che non hanno i mezzi per difendersi. Sovvertire l’ordine significa colpire i più deboli. E questo la sinistra non l’ha mai capito.
Ma non mi ritengo un autoritario perché mi piace l’ordine, mi piace anche il movimento. L’idea di ordine per me non ha niente di trascendente ma è la barriera al disordine.
L’ordine significa riconoscere che c’è una scala di valori, che esistono doveri in cambio di diritti. E’ l’onestà, il civismo, la fiducia. E’ lo Stato di diritto che premia i meritevoli e punisce i criminali.
L’Ordine insomma è libertà più che repressione. Libertà nel senso nobile del termine che un liberale trova subito nella definizione di “Montesquieu”: la tranquillità d’animo che proviene dalla coscienza che ciascuno ha della propria sicurezza.
Ma oggi, per rivalutare l’autorità, e riscoprirne la funzione di principio inderogabile di civiltà, e necessario compiere prima una rivoluzione mentale e culturale.
Bisogna dire
basta all’inversione dei valori, ribellarsi al nichilismo
ottundente, al relativismo esangue. Bisogna, insomma,
rinunciare una volta per tutte alla critica della morale borghese
predicata dal 1968 e dai suoi emuli attardati, che ancora oggi si
ostinano a ritenere superata l’obbedienza dei figli ai genitori, a
giudicare fuori moda la superiorità dei professori rispetto ai
desideri degli studenti, e si dilettano a praticare per hobby la
trasgressione, schierandosi sempre e comunque e in ogni caso contro
la legge, contro lo Stato, contro la Polizia e magari inneggiano alle
bande di criminali che infestano gli stadi e ammazzano i poliziotti,
o al partito antagonista dei no-global.
Negare tutte le forme di autorità significa introdurre una sorta di violenza primitiva nei rapporti sociali.
Di qui deve partire la critica senza appello al 1968 come ideologia, e ai suoi ultimi adepti inamovibili che, fuori tempo massimo, continuano ad imporsi alla opinione pubblica. Bisogna liberarsi di queste pastoie culturali dei sessantottini ormai maturi.
Comunque non
sono contro il ‘68 (che ha avuto anche marginali aspetti positivi)
bensì contro gli eredi del 68, contro l’aristocrazia dei
sessantottini che imperversano ancora tra i professori di liceo e
dell’Università, che continuano a celebrare il passato,
autocelebrandosi, senza capire che in questo modo hanno spezzato la
schiena ad una generazione che oggi, per imitare i fratelli maggiori,
scende in piazza e spacca le vetrine, perché si sente esclusa,
tagliata fuori da tutto
L’eterogenesi dei fini li ha presi in contropiede. I vecchi mostri di moralità al negativo credevano di emancipare ? Hanno finito per alienare. Credevano di liberare la società ? L’hanno invece demoralizzata. Erano convinti di agire in nome degli oppressi, di incarnare il potere operaio e realizzare la giustizia del popolo ? Le prime vittime dell’inversione dei valori, del disprezzo dell’ordine e della autorità sono proprio gli oppressi, gli umiliati. Sono loro e i quartieri delle città in cui vivono, a essere i più colpiti dagli effetti del disordine, dalla disfatta della scuola e della famiglia. Il primo ad essere aggredito dalle bande di delinquenti delle banlieu francesi che gli incendiano l’auto sotto casa è l’operaio che non ha ancora finito di pagarla a rate; ed è sempre lui che si ritrova disoccupato quando la concorrenza (spesso sleale) cinese attacca il mercato europeo a colpi di dumping monetario, sociale e ambientale.
Per venti anni in Italia ha dominato il conformismo politicamente corretto della generazione di Veltroni cioè il “pensiero unico”. Si è imposta l’ideologia terzomondista, l’empatia umanitaria di emergency; l’ipocrisia.
Ma la politica
ha bisogno di schemi nuovi, di rompere la cappa di piombo del
cosiddetto “pensiero unico” delle vecchie abitudini al
conformismo e alle idee stantie, come vietato vietare, abbasso la
scuola, viva la rivolta permanente contro la morale borghese, contro
lo sfruttamento, il capitalismo, il potere, perché è sempre
repressivo, e tutto questo in nome di una coazione a ripetere vecchi
schemi defunti, di un edonismo di massa che è solo l’altra faccia
della disperazione, della illusione di una vita fondata sul proprio
piacere, retaggio del 1968 e della sua morale fallimentare.
Però non mi faccio illusioni che ciò accada in Italia velocemente. Un Paese dove il civismo, se mai esista, obbedisce a principi opposti, dove, 60 anni dopo la fine della guerra e la sconfitta, parlare di “fierezza della nazione” mette ancora a disagio, dove può succedere che il disordine, la rivolta, il disprezzo dello Stato vengano addirittura santificati e blanditi dagli stessi membri del governo, sempre pronti a gareggiare in radicalismo con i forsennati di strada, soffiando sull’antagonismo a tutti i costi, e dove persino le “elite” sono convinte che il potere appartenga a colui che è più ricattabile e venga conferito da chi è ancora più ricattabile."
Gli
rispondeva Giulio Petrilli : “C’è da rimanere senza
parole nel leggere questo documento che attacca la democrazia
diretta, la partecipazione dal basso, la critica al potere inteso
come corruzione e affarismo, perché questa è la vera critica dei
movimenti del '68 e del '77 al potere - continua Petrilli. Il
garantismo nasce da questa cultura deve sapere Chiodi, non nasce per
difendere il ceto politico, nasce come cultura antirepressiva su la
liberalizzazione delle droghe leggere, nasce dalla cultura dell’amore
libero, nasce dalla critica al quartier generale, da qualsiasi parte
esso si esprima". "Nasce si da una cultura contro lo
statalismo inteso come oppressione dei movimenti di trasformazione,
come ossigeno e ricchezza, come garanzia dei diritti e della difesa
nei processi". Petrilli conclude affermando "Berlusconi ha
scoperto il garantismo per sé, il '68 l’ha scoperto per tutti e di
più per le fasce deboli e gli invisibili, questo non ha capito il
governatore Chiodi, che esalta l’autorità tranne quella
giudiziaria quando attacca il Pdl".
E gli scriveva
anche Anna Colasacco : “ Egregio
Presidente Chiodi, vorrei reagire alla Sua intemerata in favore
dell’autorità, anzi dell’Autorità, non una qualità di cui si
analizzi il senso e la portata, per comprendere a chi spetti, a chi
debba essere riconosciuta e perché, ma una sorta di valore assoluto.
A prescindere.
Ho riletto la nostra
bella Costituzione repubblicana: vi ho trovato i valori
della dignità, dell’eguaglianza (art.3), della libertà
(art.13,14,15,16 ecc), del rispetto della persona umana (art.32), ma
non ho trovato il valore dell’autorità. La parola autorità, lì,
non è mai usata da sola, ma come “autorità di pubblica sicurezza”
(art.13), “autorità giudiziaria” (art.21) per definire una
funzione pubblica.
Ho poi letto la più recente “Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione europea”,che ha valore giuridico
da appena un anno, e anche lì ho trovato che i sei valori cui sono
intitolati i capitoli nei quali la Carta è suddivisa sono: dignità,
libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Non si
parla dell’autorità. Eppure non sono affatto ignorati i doveri.
Anzi, si afferma che il godimento dei diritti previsti “fa sorgere
responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della
comunità umana e delle generazioni future”.
Il potere di per sé
non è buono. Da Montesquieu in poi abbiamo imparato che deve essere
diviso, controllato, soggetto alla legge.
L’autorità si
conquista con l’autorevolezza. Se imposta forzatamente, è mero
autoritarismo.
L’ordine senza aggettivi non è un valore.
L’ordine regna anche nei cimiteri. E nei gulag.
L’obbedienza
di per sé non è una virtù. Il dovere di disobbedire agli ordini
ingiusti è una delle conquiste della nostra civiltà giuridica,
frutto della profonda “rivoluzione dei diritti umani” che, a
partire dal secondo dopoguerra, ha segnato una svolta nella comunità
internazionale. Dopo gli orrori della guerra e dell’olocausto.
Questo dovere di disobbedienza non ha nulla a che vedere col
“nichilismo ottundente” o il “relativismo esangue”. Anzi,
richiede un sovrappiù di coraggio e di responsabilità di cui si
vedono oggi assai pochi esempi, e non certo per colpa del ’68.
E’
davvero azzardato sostenere che la “crisi etica” della società
italiana nasca dalla “svalutazione dell’autorità”, quando sono
del tutto evidenti ben altre cause. Dalla corruzione, per cui
l’Italia vanta un triste primato, alla collusione fra poteri
pubblici (le “autorità”, appunto) e le mafie;
dall'accaparramento di vantaggi personali da parte di coloro che
dovrebbero rappresentare la Nazione, od essere “al servizio
esclusivo della Nazione”,ai conflitti di interesse. Sino alla
trasformazione in merce e all’umiliante esibizione mediatica del
corpo femminile, per dirne solo alcune. Da qui, nasce una cattiva
democrazia che esprime istituzioni prevalentemente prive di
minimo etico. Estranee ad ogni istanza egalitaria. Una cattiva
democrazia non riscuote rispetto per le autorità semplicemente
perché non lo merita.
Forse lei dimentica che la nostra storia
non comincia, né finisce con il 1968, con i suoi pregi e i suoi
difetti. C’è un lungo prima e un consistente dopo. Un prima di
riscatto da regimi dittatoriali (e “autoritari”, appunto) e un
dopo segnato da Tangentopoli.
E’ giustissimo pretendere il
rispetto per chi esercita legittimamente una funzione pubblica. Dai
professori ai poliziotti. Ma, appunto, “legittimamente”. Ed è
purtroppo vero che molti danni hanno fatto gli egoismi di un
individualismo proprietario, le chiusure e le paure di un Paese che
ha perso il rispetto per se stesso e smarrito i valori delle lotte
combattute per riscattarsi sia dal passato fascista, che dalla
povertà e dallo sfruttamento. Fra questi il valore della solidarietà
e l’importanza della conoscenza e della cultura. E’ così che
cattivi genitori, aiutati dai pessimi esempi pubblici, non sanno più
trasmettere ai propri figli il gusto della propria storia, della
conoscenza scientifica, della bellezza dell’arte e della
letteratura, il rispetto per chi lavora per loro nella scuola. Ma
tutto questo non si supera invocando l’autorità, l’ordine, il
potere.
Occorre un’autorità moralmente credibile. Un
ordine fondato sulla giustizia. Un potere controllato e
responsabile.
E’ vero che dall’assenza di regole a guadagnarci
sono i forti e i furbi, mentre a perderci sono i deboli e gli onesti.
Ma l’esistenza di regole che proteggano efficacemente i deboli e
gli onesti si chiama diritto, si chiama giustizia. Dove
regnano diritto e giustizia, dove è diffusa l’obbedienza a leggi
costituzionalmente legittime, coloro che esercitano funzioni
pubbliche (le “autorità”) sono rispettati e la legittima
repressione contro le violazioni dell’ordine democratico non
suscita rivolte condivise.
L’obiettivo da perseguire è la
ricerca costante dell’attuazione dei valori di dignità,
libertà, eguaglianza e solidarietà.Non quello dell’affermazione
di un ordine purchessia. E di un’autorità fine a se stessa.
Non
è l'autorità che fa libera una democrazia. E' la libertà che
deriva dall'eguaglianza praticata. Libertà che è partecipazione
alla cosa pubblica. Non già come obbedienti sudditi, ma come
cittadini consapevoli.
Distinti saluti.
Anna Pacifica
Colasacco
(cittadina dell'assemblea di piazza Duomo all'Aquila)
Ma che cos’è
l’autorità oggi ?Il principio di autorità è quello che ha fatto
grande l’antica Roma ed il suo impero. La grandezza romana
è basata sulla triade religione-autorità-tradizione. Tutta
la vita dell’uomo romano ruotava intorno al legame con la
tradizione e con il suo passato. Un primo ambito nel quale
l’autorità è oggi messa in discussione è quello dello Stato.
Prima del Covid-19 abbiamo assistito ad una tensione pressoché
giornaliera tra l’Italia e l’Ue, a proposito di politiche
migratorie, emblematica della necessità di un ripensamento, non solo
dei rapporti internazionali fra Stati, ma della ridefinizione dei
rispettivi ambiti di autorità. Nell’era del Covid lo Stato sembra
essere impotente rispetto ai bisogni e alle aspettative della gente,
crisi di autorità che investe il mondo della scuola, sempre
più depotenziata della sua autorevolezza, sminuita ad una funzione
meramente aziendalistica, impoverita dei suoi contenuti culturali.
Su queste tematiche abbiamo a disposizione una letteratura sempre più
vasta e autorevole, che analizza i motivi di questa deriva. Ernesto
Galli della Loggia, ad esempio, nel volume L’aula vuota. Come
l’Italia ha distrutto la sua scuola, auspica proprio un
ritorno a un sano concetto di “autorità” come centro del
rapporto educativo e formativo tra insegnante e allievo e cita a tale
proposito Giovanni Gentile come l’unico artefice di un modello
avanzato per la scuola italiana del Novecento e baluardo contro
l’impoverimento culturale che sarebbe ripreso a partire dagli anni
Sessanta. Maurizio Bettini, invece, in A che servono i Greci e i
Romani?, analizza il lessico aziendalistico che caratterizza la
scuola di oggi, mentre Martha Nussbaum a più riprese ha analizzato
l’impoverimento dei saperi umanistici in atto nella scuola,
soprattutto in Coltivare l’umanità, e Non per
profitto. ( 2)
Nel
ventesimo secolo James
Coleman
definì l’autorità “come
quel rapporto sociale che nasce dal diritto di ogni essere umano di
controllare il proprio comportamento e dal diritto di trasferire ad
altri tale diritto”.
Si tratta di un meccanismo di duplice natura: da una parte c’è
qualcuno (o qualcosa) che esercita autorità, dall’altra qualcuno
che la riconosce come legittima, ed è questo concetto di legittimità
a fare la differenza tra giochi di potere non consensuali.
Ci si confronta con il concetto di autorità in moltissimi aspetti della vita quotidiana, costantemente. Pensiamo alla famiglia, alla scuola o al lavoro, ad esempio.
(1)Candidato ancora alla Presidenza della Regione Abruzzo nel maggio 2014, non viene confermato. Ha fatto ricorso successivamente al TAR dell'Aquila insieme all'ex Presidente del Consiglio regionale ed ex consigliere per presunte irregolarità nelle liste di centrosinistra in sostegno al presidente eletto Luciano D'Alfonso chiedendo di annullare le elezioni regionali , richiesta che il tribunale amministrativo ha però respinto.L'11 ottobre 2014è eletto nuovo Presidente del Collegio dei Revisori della Banca di Teramo . Alle elezioni politiche del 2018 è candidato alla Camera come capolista di Noi con l'Italia -UDC nella circoscrizione Abruzzo , ma non viene eletto. Nel marzo del 2021 entra a far parte del coordinamento regionale di Cambiamo! Di Giovanni Toti .E' stato coinvolto in vicende giudiziarie ma ne è uscito assolto per archiaviazione o perchè il fatto non sussiste.
(2)Dalla crisi dell’autorità alla società liquida. Per un recupero della memoria e della responsabilità personale di Lucia Gangale https://www.gazzettafilosofica.net/2020-1/giugno/dalla-crisi-dell-autorit%C3%A0-alla-societ%C3%A0-liquida/?fbclid=IwAR0dVgaHF8D1VDAw7tCsnB_coygWmnLeCSnhEudwDhnMT4_FIwyh4Ps-_Bo
Eremo Rocca S.
Stefano venerdì 11 febbraio 2022
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