sabato 30 gennaio 2021

SETTIMO GIORNO IV Domenica del tempo ordinario ( Anno B )

 

Gesù inizia il suo ministero annunciando il vangelo del regno di Dio (Mc 1,15). Si ha un regno quando c’è un popolo governato da un’autorità sovrana che esercita il suo potere per mezzo della legge.
Dio è Santo ed esercita il suo dominio per mezzo della potenza dello Spirito Santo; la sua unica legge è l’amore. Vive nel regno di Dio chi, nella libertà dell’amore, si sottomette all’azione potente del suo Spirito che “è Signore e dà la vita”. Adamo ed Eva con il peccato si sono ribellati a Dio sottraendosi alla sua sovranità, ed a causa loro tutti gli uomini sono stati costituiti peccatori (Rm 5,12) per cui “giacciono sotto il potere del Maligno” (1Gv 5,15), il quale regna sull’uomo con la forza della menzogna e con la legge del peccato.
Gesù Cristo, nuovo Adamo, sottomesso al Padre con una obbedienza spinta fino alla morte di croce (Fil 2,8), ripieno di Spirito Santo e rivestito di potenza dall’alto al battesimo del Giordano, inizia la sua missione instaurando il regno di Dio con autorità. I demoni si sottomettono a lui, manifestando così che il loro potere sull’uomo ormai volge al termine e che il regno di Dio è entrato nel mondo. La parola di Gesù, al contrario di quella degli altri maestri del tempo, non tende a diffondere delle opinioni dottrinali, chiama invece gli uomini all’obbedienza a lui (1Pt 1,2) per mezzo della fede(cf. Rm 1,5; 6,16-17), la pratica dei suoi comandamenti(Gv 14,21) e la guida del suo Santo Spirito. Oggi è compito della Chiesa, cioè di ogni cristiano, far arrivare il regno di Dio ad ogni uomo su questa terra.

Dal libro del Deuterònomio  Dt 18,15-20

Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull'Oreb, il giorno dell'assemblea, dicendo: "Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia". Il Signore mi rispose: "Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire"».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi  1Cor 7,32-35

Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

 

Dal Vangelo secondo Marco  Mc 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.


 Il brano evangelico di questa domenica presenta il primo “gesto di potenza” attuato da Gesù nel vangelo secondo Marco. Si tratta di un esorcismo, della guarigione di un uomo alienato, “posseduto da uno spirito impuro” (Mc 1,23). Dopo aver presentato la potenza della parola di Gesù che chiama a seguirlo due coppie di fratelli (Mc 1,16-20), ora Marco presenta la potenza terapeutica dei gesti di Gesù. Tutto questo illustra narrativamente l’affermazione di Gesù che inaugura la sua predicazione: “Il Regno di Dio è vicino” (Mc 1,15). Il Regno di Dio si è fatto vicinissimo alla terra dell’uomo nella persona di Gesù: alcuni uomini, abbandonando tutto per seguirlo, hanno riconosciuto l’urgenza dell’ora facendosi testimoni della vicinanza del Regno. Nel nostro testo evangelico tale vicinanza è narrata dalla guarigione di un uomo posseduto. Guarigione che avviene nella sinagoga di Cafarnao in giorno di sabato: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il Regno di Dio” (Lc 11,20).

Avendo personalmente conosciuto e scardinato i meccanismi della tentazione nella vittoriosa lotta con Satana nella solitudine del deserto (Mc 1,12-13), ora Gesù può combattere e vincere il male dell’uomo, il male che intacca l’integrità psicofisica della persona, il male del mondo. E ciò che colpisce, se si colloca il nostro testo evangelico nel contesto culturale di allora che conosceva un complesso fiorire delle speculazioni sul “demoniaco” e una moltitudine e gerarchizzazione di demoni e spiriti malvagi, è che Gesù non ha mai mostrato alcun interesse teoretico di fronte al demoniaco, quasi costituisse un mondo a sé. A Gesù non interessa il mondo del male ma il male del mondo.

In questo senso è interessante osservare la struttura letteraria della nostra pericope evangelica in quanto riveste un significato teologico e simbolico rilevante. In Mc 1,21-28 è visibile un processo di progressivo restringimento a cui segue una dilatazione altrettanto progressiva. All’interno dell’unità letteraria costituita da Mc 1,21-34, una giornata di sabato a Cafarnao, unità aperta da un esorcismo e chiusa da un sommario che sottolinea le cacciate di molti demoni a cui Gesù proibiva di parlare (Mc 1,34), viene descritto il movimento di restringimento che porta Gesù anzitutto a Cafarnao, quindi nella sinagoga (v. 21), poi al gruppo di uomini colà presenti (v. 22) e tra di loro a un uomo preciso e finalmente allo spirito impuro che lo abita (vv. 23-24) e che Gesù raggiunge con la sua parola efficace. Matteo scriverà che Gesù “scacciava i demoni con la parola” (Mt 8,16). Raggiunta e sanata l’interiorità turbata e sconvolta dell’uomo alienato, ecco che inizia un processo inverso di dilatazione che dallo spirito impuro va all’uomo da cui esce (v. 26), quindi al gruppo di uomini presenti in sinagoga (v. 27) e infine a tutta la Galilea, “dovunque” (v. 28). Il racconto ha una valenza simbolica: ciò che si manifesta nella sinagoga di Cafarnao è destinato a diffondersi in tutta la Galilea che, dopo la Pasqua, diventerà il luogo della missione universale; è destinato perciò a verificarsi “in tutto il mondo” (Mc 14,9; 16,15), ovunque sarà predicato il vangelo che è destinato a “tutta la creazione” (Mc 16,15). Così Marco, mentre rivela che la venuta del Figlio di Dio tra gli uomini diventa subito una discesa negli inferi che sono sulla terra, una katabasi nelle profondità irredente di ciascun uomo, nel suo cuore abitato da demoni e fantasmi, mostra anche il carattere universale di ogni atto esorcistico compiuto da Gesù.

Gesù entra di sabato in sinagoga e si mette a insegnare. Per la prima volta nel suo vangelo, Marco sottolinea l’attività didattica di Gesù. Per tre volte nella nostra pericope si trova il lessico dell’insegnamento (vv. 21.22.27). Si tratta di un tema ricorrente nel primo vangelo, nonostante sia caratterizzato dalla scarsità di discorsi di Gesù. Il più delle volte non viene specificato il contenuto dell’insegnamento di Gesù che pure è una sua attività frequente: Mc 1,21; 2,13; 6,2; 6,6; 6,34; 10,1; 14,49. Dove si trovano precisazioni sul contenuto del suo insegnamento queste riguardano le parabole (4,1-2), la passione, morte e resurrezione di Gesù (8,31; 9,31), il Tempio (11,17-18), il Messia (12,35). Ovvero, al cuore del suo insegnamento vi è sempre il mistero della sua persona. Quando Marco scrive che Gesù insegna “la via di Dio” (12,24) questa via, nel vangelo secondo Marco è il cammino che Gesù compie, un cammino geografico che un significato teologico ed escatologico. E rivelativa della persona di Gesù è la sua autorità, la sua exousía. Che non a caso è particolarmente sottolineata nel nostro brano evangelico. Il suo insegnamento suscita stupore perché è autorevole (v. 22), “non come gli scribi”. Il sensus fidei della gente intuisce la diversa qualità dell’insegnamento di Gesù rispetto a quello degli scribi: non si tratta di un sapere libresco, né di un sapere ricevuto da un maestro e mediatore terreno, ma direttamente da Dio. La sua autorità non riguarda poi solo la parola ma anche i suoi gesti. La reazione degli astanti nella sinagoga che definiscono la guarigione dell’uomo posseduto come “insegnamento nuovo con autorità” (v. 27) mostra che Gesù insegna anche con i gesti, con gli atti di cura e che la sua autorità riguarda la sua stessa persona. Da subito, fin dall’inizio del suo ministero pubblico, Gesù manifesta la sua autorità che in definitiva è l’autorità connessa alla novità (“insegnamento nuovo”: Gesù stesso è l’insegnamento) della sua persona. Siamo di fronte alla novità messianica, la novità di Gesù che “portò ogni novità portando se stesso” (Ireneo di Lione, Contro le eresie IV,34,1). L’autorità di Gesù è anche nel suo essere totalmente finalizzata alla vita e al bene delle persone: non è autorità che accresce chi la pronuncia, ma volta a far crescere l’altro; è autorità di servizio, non di potere. La logica dell’autorità che discende dal Dio biblico è bene espressa dal Sal 18(17),36: “Abbassandoti tu mi fai grande”. Questa la logica che presiede anche il cammino di Dio verso l’umanità nel Figlio Gesù Cristo. Questa è la “via di Dio” che Gesù insegna vivendo.

Al cuore del testo evangelico vi è l’incontro di Gesù con un uomo “posseduto da spirito immondo”. Ovvero, un uomo sofferente di disturbi psichici o afflitto da mali che si manifestavano in modo bizzarro, violento, anomalo, e per questo attribuiti a spiriti maligni. In realtà, il male che affligge quell’uomo (che frequentava regolarmente la sinagoga, il luogo santo), ha anche una valenza spirituale. Che si manifesta nel suo conoscere perfettamente Gesù, nel confessarlo in modo corretto e ortodosso (“Io so chi tu sei: il santo di Dio”: Mc 1,24; cf. anche Gv 6,69: “Tu sei il santo di Dio), ma nel non voler aver praticamente nulla a che fare con lui (“Che c’entri con noi?”: Mc 1,24). La diabolicità dell’atteggiamento è lì: si confessa rettamente la fede, ma non ci si coinvolge nella sequela di Cristo fino alla fine. Il vangelo secondo Marco insegna che la confessione autentica di fede deve avvenire sotto la croce (cf. Mc 15,39), è cioè inscindibile da un concreto cammino di sequela fino alla fine, fino allo scandalo della croce.


L’episodio mostra anche la sofferenza che la guarigione costa a quell’uomo: “straziandolo e gridando forte, lo spirito uscì da lui” (Mc 1,26). La parola di Gesù guarisce, ma facendo emergere il male, svelandolo, e consentendone così l’espulsione dal profondo: quel male a lungo soffocato per non soffrire, ora viene portato alla luce e questi spasmi dolorosi si situano a metà tra la morte e la nascita. La parola di Gesù non è edulcorata: essa fa anche male, essa non seppellisce il male, ma osa farlo emergere e affrontarlo apertamente. La parola di Gesù è dunque autorevole perché liberatrice: restituisce l’uomo a se stesso liberandolo dalla divisione che lo lacera e dai fantasmi che lo tormentano; è parola autorevole perché sacramentale: in essa si manifesta la potenza di Dio (v. 27; nell’Antico Testamento è Dio stesso che rimprovera, zittisce e vince Satana: cf. Zc 3,2); è parola autorevole perché testimoniale (essa rivela l’unità profonda della persona di Gesù, del suo parlare e del suo agire).

Quanto detto ci suggerisce l’importanza dei racconti di esorcismo. Che tra l’altro sono piuttosto frequenti nel vangelo secondo Marco (Mc 1,21-28; 5,1-20; 7,24-30; 9,14-29), anche

tenendo conto della brevità di questo vangelo. Si tratta di leggerli con prudenza e discernimento, ma certo non li si deve “esorcizzare” giudicandoli leggende miracolistiche o episodi folkloristici lontani dalla nostra sensibilità, insomma dei relitti del passato o delle narrazioni che non ci riguardano e che non hanno la capacità di parlarci. Se spiritualmente l’impurità (cf. la triplice ripetizione del temine “spirito impuro”: Mc 1,23.26.27) è divisione interiore, doppiezza, non consequenzialità tra confessione di fede e coinvolgimento reale con Gesù nel cammino verso la croce, allora il testo interpella la nostra vita e la nostra prassi di fede e ci ricorda che la vocazione cristiana ci incammina in un itinerario di unificazione della nostra persona davanti a Dio, agli altri e a noi stessi.

(Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14333-una-guarigione-a-caro-prezzo)


Nella vita normale possiamo incorrere in alcuni atteggiamenti o tentazioni. Quella di sentirci sicuri di noi stessi, di sapere un po' tutto, da soli;.molte volte poi ci si lascia influenzare dalle tante opinioni o suggerimenti che ci vengono dalla televisione, dai mezzi di comunicazione, da Internet. Inoltre i ragazzi, su certe cose ad esempio, come dell'informatica e della tecnologia, ne sanno più degli adulti, dei genitori, degli educatori e questo può creare un senso di autosufficienza in loro e anche una certa sensazione di inferiorità nei grandi.

Il Vangelo ci presenta Gesù che insegna. Entra della sinagoga di sabato, si mette a insegnare, come altre volte insegna nel tempio o lungo la strada o sul monte... “messosi a sedere li ammaestrava dicendo: Beati...” Erano stupiti del suo insegnamento perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Gesù insegna con autorità, con autorevolezza possiamo dire. Dove sta l'autorevolezza di Gesù? Perché la gente avverte questo? Perché la sua parola è certa, sicura, è una parola che convince? Perché Gesù conosce la verità: la verità della vita, la verità di Dio, la verità dell'uomo, il senso vero delle cose. In secondo luogo perché quello che dice, prima lo vive, lo vive sempre, è coerente. Inoltre quando parla non ha degli interessi particolari per sè, ma ama, ha compassione delle persone e delle folle; lui si fa servo della loro vita, dona tutto se stesso e la potenza del suo amore quando incontra i malati, gli indemoniati, i peccatori.

Gesù è davvero il maestro, che parla al cuore e alla vita di ciascuno. Egli guarda ai problemi veri delle persone, è il buon pastore che conduce sulla strada della verità. Lui è il solo, che ha avuto il coraggio di dire, senza paura di essere smentito: Io sono la via, la verità, la vita. Sono felice di avere come maestro di vita il Signore Gesù? Mi lascio illuminare, ammaestrare insegnare da lui e da quanto ci ha lasciato nel Vangelo che è la continua buona notizia dell'amore di Dio per la mia vita e per la vita del mondo, che è quella parola che dà senso e valore e pienezza della mia esistenza? Mi lascio guarire, nonostante tutte le resistenze che provo, come il malato del vangelo?

C'è un canto che piace ai giovani e che mi auguro che entri dentro al cuore, per una vera esperienza di rapporto personale con Gesù, il Signore. Alcune di quelle parole esprimono il desiderio e la gioia di tutto questo: “Tu, solo tu, solo Tu sei il mio Maestro, insegnami ad amare come hai fatto tu con me; se lo vuoi, io lo grido a tutto il mondo che Tu sei: l'unico Maestro sei per noi!”

(Don Roberto Rossi )

Eremo Rocca S. Stefano sabato  30  gennaio 2021

Esistere&Resistere Lockdown sette



E’ così che resto smemorato:

torno da fare la spesa

metto tutto a posto

e già non so più

che cosa  ho comprato. 

Ho fatto scadere  legumi,

pelati, latte e yogurt

con loro mi è andata a male

la memoria.

Che grande dono  ho ricevuto

di questi tempi

di disinvoltura  nel diagnosticare

disturbi che non sono disturbi

illustrati dalla medicina marca Internet

WhatsApp e Facebbok,

il dono  di una memoria andata a male.

Ora sono pronto

a fare scena muta

ma spero che al rintocco d’una parola

s’alzi ancora l’eco di quello che resta

nella casa di pena della memoria

per ridomandare la risposta

a tutto quello che ho avuto la fortuna

di dimenticare,

sia la scadenza di pelati, latte e yogurt,

sia l’allegria milionaria

di ogni dannata futura evenienza

di raccontare la vita,

quella che è trascorsa e trascorre

tra latte, uova, pelati,

yogurt  e scadenze non controllate.

 

Voglio parlarti 

 

E’ con te che voglio parlare

di quello che mi sta a cuore

e chissà poi se ne sono capace.

Voglio parlarti  del suono delle stoviglie

della pioggia che batte contro i vetri

il temporale che si allontana

l’erba che cresce.  Anche di  queste cose

è la  vita . Di poterti ancora parlare

delle cose che mi stanno a cuore,

quelle che ascoltavi  chiudendo

gli occhi nel silenzio  della stanza

ho voglia stasera.

Ma chissà se ne sono capace.

Non passa giorno ch’io non ti dia

asilo nei miei pensieri

per tenerti ancora stretta

a questo inquieto cuore.

E poi la notte faccio sogni

in cui vedo  cose impossibili

perché a volte il dolore è tanto ,

il dolore di un amore  difficile

a portare  difficile a ricevere .

L’impercettibile lancetta

della vita non segue mai una deriva   

e m’interroga in silenzio

che io non ho da dire risposte

se non una: le cose da dirti

sono  il  racconto

della fabbrica di una storia

nella storia ,d’un racconto

nel racconto,d’una vita dentro la vita.

 

 

***

 

Tu dormi dietro quel muro

di sassi e attendi con la civetta

il giorno, il giorno sull’orto

solitario e ombroso

d’un rosso agosto;

ed è rossa anche l’erba

quest’anno come il sole.

 

Sono venuto nel mese dell’erba

alta  a parlare di te

con te e di me e non so

più dirti

quelle parole che ascoltavo

da bambino.

Sono rimaste sulle labbra

senza voce non sanno più affiorare

al mondo,il mondo che non sa

ascoltare .

 

Ecco le tue parole madre

te le riconsegno

come una valigia

che ha fatto molti viaggi,

sillabe chiare e aperte

ora che ancor più chiaro e aperto

è il tuo sguardo.

 

A te  che in  quelle parole

hai visto da sempre

una smorfia di grazia,

per allettare la vita

quella vita  che fingo di vivere

in un ballo per distrarmi

dall’orrenda mestizia

dell’assenza dei tuoi occhi

scoloriti  dalla terra

povera  ,ormai povera

di trucchi d’amore . 

 

Ecco così sono venuto

a parlarti . Ascolta se puoi.

 

***

 

Uno  sguardo sognante negli occhi palpitanti ,

travestimenti e trasformazioni

si inginocchiano come mille visioni

con un solo palpito lungo e inquieto;

le fantasticherie della carne

immerse in un mare che batte sul davanzale

azzurro e  su tutta la linea lontana

del paesaggio sotto il sole

che riaccende i pastelli che hanno scarabocchiato

alberi, case, campi , montagne

e grandi macchie dai contorni  inespressi  ;

un impasto timbrico  d’una sintassi tonale

spreca le variazioni  dell’amore

e riaccende il tema  in un’esplosione,

senza controllo :

il cantare libero  di un mondo di  desiderio,

ecco l’augurio di Natale per te .


Di te amavo altro

 

Di te amavo altro e ora il

                        mio amore

come uno può immaginare  è altro

                        ancora :

il mio amore è come un giardino

in riva al mare, un giardino in fiore,

il mio amore ha imparato a sperare,

paziente e silenzioso  attende che crescano

i fiori e la marea.

C’era una volta il mare

con a riva una nave

                        ed era lieve salpare.

 T’amerò come allora

Ci sono  sere che mi domando

t’amerò come allora

qualche volta ancora.

T’ho amato per tutte le donne

che non ho conosciuto

per le stagioni e i giorni

che non ho vissuto

per l’odore del pane fresco

che rincorro al mattino

tra i vicoli deserti

dove cammino sotto lo sguardo

delle finestre semichiuse.

Abbiamo ancora lo stesso sogno ,

sussurro a me stesso,  ma non è così :

io da solo non riesco

non riesco a farlo vivere io da solo.

Ho un grande desiderio oggi

stracolmo d’inganni, di te

e del tuo corpo.

Perché io cheti il mio strazio

innamorato di desiderio

solo due cose posso fare :

descrivere questo desiderio

come un’erba dolce amara

che avvelena la gola e soffoca

 i polmoni

e  aggiungere nient’altro

di tutto quello  che  è  ormai

perduto al di là di una parete

di nebbia e d’anni.

 

 ***

 

Il sussurro delle cose

come in un liquido  amniotico ,

le une sulle altre,

accatastate e in fasci ,

sparse e raccolte,

si estende nella stanza,

per le strade, dentro i caffè, ai supermarket

per inscenare  in  un affresco stinto

il grave e muto incanto

del mondo

e io vi ritrovo  e mimo

un lungo elenco di biografie

degli uomini, delle donne, dei giovani

dei vecchi della mia città.

La simmetria delle sequenze poi

è come un respiro  amplissimo

colmate  da cadenze

come di facce in fila

e con voce cava  le conto

 e non finisco mai di contarle ;

ogni volta ricomincio

ed è l’inutile  esercizio

degli scatti d una macchina fotografica

demente.


***

 

Mi hanno chiesto la via:

strada da denominare

sette, nove ,ventisette.

Sono tutte eguali le vie di questa

città

e allora che ci va a fare uno

a via da denominare .

Ci va lo stesso.

Non lo accompagno perché

va di fretta .

Non ho voglia di andare fuori tempo .

Nella testa   un flauto sale e scende le scale

con un andante  tranquillo  allegro assai

e per questo io non ho voglia

di accompagnare quello che va

a strada da denominare ;

io vado per questa città  con andante

tranquillo  allegro assai

e non posso andare di fretta.

D’altra parte che fretta c’è ora :

la lunga dialisi di una rabbia

cresciuta con il  confuso palpitare delle stelle

ogni notte e anche questa notte

ormai è  senza tentazione.

La tentazione di disfarsi  della propria storia

in questa città

diventata dopo il terremoto ,

uno scarto di tempo.

 ***

 

Un naso

come un gran peso sulla faccia

tormentato dal vento

sotto un cielo imbrattato di neve

e carminio,

nel mattino silenzioso

appare e scompare 

poi chiappe tonde, morbide e  bianche

emerse da un buio insignificante

a cospargere  le strade .

Così la neve ridisegna  la città

e le forme

ed è  come  una fantasia

-perdonate l’ardire

ma anche l’ilarità

d’un pensiero scomposto

su una città –

una città come una fantasia

stamattina

inchiodata alla realtà.

 

***

 

In una notte spopolata di stelle

Vidi grappoli,neve tabacco ,fili di metallo ,

vapor acqueo ,granelli di sabbia

colonne, templi, tetti,  fili sparsi

figure superbe di pietre e  polvere .

Là dove non arrivavano gli occhi

immaginai il mondo

là dove si fermava la luce

vidi le lune conversare con il tempo

dell’universo .

Là dove Orfeo suonava  per stringere

per sempre al suo petto,premio e gioia

dell’amore passato nel buio  dell’inferno ,

come un respiro  attraverso le galassie

del profondo universo ,

vidi Ofelia

ed era  la stessa notte spopolata  di stelle

che nevicava  sulla città.

 

***

 

Dimenticare la paura

per ricucire la tela strappata

di tutte quelle litanie quotidiane

sillabate nelle processioni

dei gesti, contrabbandati  come virtù

senza sapere l’ambigua loro  professione

di scontrosa preghiera alla vita

per continuare a vivere,

loro e noi.

Così ogni giorno mi sono rassegnato

alla barbara piaga e alla gale *

piratesca dell’impossibilità

di piangere.

Poi l’animalesca voglia

di una preghiera nuova e l’aspettazione

fanno il resto oggi,

oggi quello che conta, chissà,  quello che conta

forse sarà una bestemmia  adorante.

E’ la rivoluzione della comparsa

di una stella a forma di stella

finalmente  a bagnare gli occhi

del fango celeste 

per la visitazione  del corpo di un amore

da rinascere.

Così ,suvvia , è ora di rinascere

per l’amore, per l’amore  d’una stella

a forma di stella

-come altro poteva essere una stella -  .

Così, così torno all’isola

misteriosa della vita ,oggi,

oggi che è un altro anno ancora ,

in cerca della vita dunque che si sveglia

e non ha più paura.

*gale=ornamento

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato  31 gennaio 2021

 

 

 

mercoledì 27 gennaio 2021

ELOGI ED ESORTAZIONI: Elogio della mitezza



Per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno come spiegava il maestro torinese Norberto Bobbio , di una virtù che non sia rinuncia ma si sposi alla fortezza. Per un elogio della mitezza ed una esortazione alla mitezza prendiamo in prestito  il testo della Lectio Magistralis che Carlo Ossola  ha letto al Teatro  Carigano di Torino  in chiusura della settima  dedicata all’Elogio della  mitezza di  Norberto Bobbio. Il testo è stato pubblicato su La Stampa  del 19 ottobre 2010 

“Nel vibrante apologo Elogio della mitezza (dapprima conferenza del marzo 1983, poi saggio del 1994 che s'intreccia con Il diritto mite, 1992, di Gustavo Zagrebelsky), la virtù illustrata da Norberto Bobbio è presentata come «virtù dialogica» di risposta accogliente: «lascia essere l'altro quello che è», secondo l'aforisma ch'egli trae da Carlo Mazzantini (1895-1971), filosofo torinese del quale ho caro aver frequentato gli ultimi corsi. Ora tra le molteplici opere di quest'insigne studioso, figura - nel 1940 - uno squisito commento ai Ricordi di Marc'Aurelio. Vorrei partire da quel libro e da un'osservazione di Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano: «Gli dei ormai spenti - scriveva Flaubert - e il Cristo non ancora affermato, ci fu da Cicerone a Marc'Aurelio un momento unico nel quale l'uomo soltanto ebbe esistenza». Fu quello il tempo di Seneca, della cura sui, delle virtù della dignitas hominis studiate, in tempi recenti, da Pierre Hadot e da Michel Foucault. Potremmo dire che Norberto Bobbio è stato un degno interprete di quella tradizione.”

Il 30 giugno 2010  Ezio Raimondi, in una lezione bolognese, ha tracciato una magnifica parabola della storia di queste virtù dell'interiorità: una direttrice «laica» - si dica per semplificare - che va da Marc'Aurelio a Italo Calvino, e un'altra spirituale che va da sant'Agostino a Dag Hammarskjöld. Dove si colloca, in siffatta cornice, la mitezza?

“Occorre subito chiarire che essa si afferma con i testi evangelici, tanto nel registro delle Beatitudini (Matteo, V, 5) che nel ritratto che il Cristo offre di se stesso: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Matteo, XI, 29). Per circoscrivere i termini, occorre risalire al greco della Settanta: intanto «umile» è traduzione approssimativa, che ha suscitato difatti le riserve di Bobbio. Ma nel greco il termine tapeinòs brilla di luce che sarà poi «francescana»: tapeinòs, tapino, è il «poverello» mite e sorridente, libero e in pace con il creato, che riconosciamo in san Francesco. Nell'uno e nell'altro passo, d'altra parte, mite è identificato dal termine praûs, praeïs (pl.), termini rari che risalgono a un'area semantica molto limitata: al verbo praûnö, che significa: «calmare, addolcire, mitigare» e al sostantivo, che lo ricalca, praüpátheia: «dolcezza, mitezza».

Le traduzioni del saggio di Bobbio bene illustrano questa difficoltà: se l'inglese In Prise of meekness richiama alla mansuetudine (e dunque ancora alle Beatitudini), il francese douceur, per mitezza, bene mostra il lungo cammino di secolarizzazione percorso da queste virtù, essendo la douceur associata alle pratiche (direbbero Norbert Elias e Benedetta Craveri) della sociabilité, di quell'amabile socievolezza che rende meno scomoda la vita associata. È uno snervarsi, col tempo, delle virtù che già il Leopardi contemplava affranto, vedendo quale triste esito avesse, al suo tempo e al nostro, l'euëtheia, la bonitas, visto che l'uomo dabbene viene percepito e definito nella sua dabbenaggine (Zibaldone, 4201, 18 settembre 1826).

Potremmo del resto osservare che le Beatitudini non potevano non secolarizzarsi nello stesso mondo cristiano: quando esso vide la che la parousía, il ritorno del Cristo, tardava, che il tempo e le generazioni scorrevano senza che i miti possedessero la terra e i perseguitati per la giustizia possedessero i cieli (Matteo, V, 10), fu inevitabile riconoscere il carattere apocalittico, proprio del tempo ultimo, di quelle promesse. In questo senso, ha ragione Bobbio, la mitezza è una virtù «impolitica», perché non richiama alla polise al tempo terreno. Per il lunghissimo oggi si tornò alle virtù della Politica, definite da Aristotele nel suo terzo libro (cap. III: Della virtù dell'uomo buono e del cittadino buono): la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza. Esse furono dunque le «virtù cardinali» dell'agire da cittadino, cardini e pilastri dell'uomo «tetragono» appunto, saldamente poggiato sui quattro angoli di quelle colonne di Bildung e di resistenza. Ad esse, confermando dunque il mondo greco, il cristianesimo aggiunse le tre virtù teologali sancite da san Paolo nella I Lettera ai Corinti (XIII, 13): la fede, la speranza, la carità, maggiore delle quali è la charitas (che vale come amore).

I trattati medievali ne sono nutriti: e il fine ultimo di queste virtù, cardinali e teologali, è - come ricorderà Dante nel suo Monarchia (I, 4, 1-4; e I, 16) - l'instaurazione di quella pace che il Messia ha portato agli uomini: pax hominibus bonae voluntatis. Più ancora, nella stessa Divina Commedia, Dante celebra le «quattro stelle» (Purg. I, 23-24 e VIII, 89-93) «non viste mai fuor ch'a la prima gente». Poco dopo, Ambrogio Lorenzetti, nello splendido affresco dell'Allegoria del Buono e del Cattivo Governo (1338-1339: Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena), fisserà definitivamente quel canone di virtù, aggiunta la Magnanimità, e posta al centro di tutto la Pace.

Sarebbe istruttivo ripercorre la storia della magnanimitas, ma rinvio qui al recente libro di Rob Riemen, La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta (Milano, Rizzoli, 2010), che la delinea con sapienza; così non affronto le «virtù teologali», che sono piuttosto dono che esercizio. Restando alle umanissime «virtù cardinali», c'è da chiedersi perché esse siano così dimenticate - nel loro bel vigore - a vantaggio di pulsioni «traslate» da altri orizzonti: passioni, emozioni, sensazioni.

 

La stessa mitezza del resto (come conferma la versione spagnola del saggio di Bobbio: Elogio de la templanza, 1997) può essere ascritta, come consorella della temperanza, alle virtù maggiori. E le associò lo stesso Dante, in versi misurati del suo Purgatorio : «E ‘l segnor mi parea, benigno e mite, / risponder lei con viso temperato» (Purg., XV, 102-103). La temperanza è mite perché tempera e mitiga; ma è ad un tempo forte perché tempra, esercitando fortifica, fortificando rende lucidi, e impavidi, almeno secondo la lettura del Foscolo che evoca nei Sepolcri "quel grande (Machiavelli ndr)/ Che temprando lo scettro a' regnatori / Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / Di che lagrime grondi e di che sangue» (vv. 155-158).

Temperare e temprare: per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno di una «mitezza ben temperata» dalla fortezza, di quel vittorioso emblema che solcò acque e secoli: mites et fortes.”

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì 27 gennaio 2021  

BIBLIOFOLLIA Se non avessimo i libri

 

Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti. Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa – sì, io immagino che sia nella testa – ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po' come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l'archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l'aria, cambiare l'acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.

ARUKI MURAKAMI, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 200

Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un'ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

 

FRANZ KAFKA, Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903).

I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti. Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i «tuoi» classici.

La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola. È solo nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro. Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick  in un'identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente.

ITALO CALVINO, Perché leggere i classici (Milano, Mondadori 1995).

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 27  gennaio 2021