Ho
conosciuto da ragazzo Iride Imperoli ,
Vincenzo Pistilli ,Gilberto Malvestuto e tanti altri partigiani amici e compagni di mio padre e ho
ascoltato tanti racconti come questo che
ripropongo . Mi restano nella mente e nel cuore a molti anni di distanza ed è
come se li ascoltassi ancora dalla loro
voce sempre con la stessa emozione di
ragazzo, adolescente . Le ho conservate
intatte per tutto questo tempo perché rappresentano per me un'appartenenza irrinunciabile dentro una storia di uomini e donne indimenticabili come testimoniano questi post su diariodimalebolge ,un blog che curo da tempo e che vuole rendere così testimonianza ad un mondo ormai scomparso ma le cui radici arrivano fino ad oggi che è il domani di ieri , che quegli uomini hanno contribuito a costruire e che ci permette di vere nella libertà che dobbiamo conservare ad ogni costo per non tradire la loro memoria .
“Le donne della Resistenza erano sempre mamme e spose di casa, capaci di un doppio lavoro, di un doppio dovere, e se non si parlava di una doppia morte, era soltanto perché al mondo si muore una volta sola”.
Nell’autunno 1943 Iride era una giovane sarta di venticinque anni: della guerra e di ciò che accadeva in Italia in quel periodo sapeva quello che la clandestina radio Londra trasmetteva. Della resistenza e di come avrebbe cambiato il corso della sua vita non sapeva ancora nulla. Un pomeriggio, mentre passeggiava come sua abitudine, con il figlioletto alla villa comunale incontrò un suo conoscente, un ufficiale che accompagnava a passeggio alcuni generali inglesi, prigionieri a villa Orsini. Quella sera era in compagnia di un generale inglese a cui mancava un braccio. Si misero a parlare e Iride disse all’ufficiale che sarebbe andata a Roma (vi si recava spesso nella capitale per prendere i modelli per vestiti presso Casiline in via Nazionale). L’ufficiale sentendo ciò che stava dicendo le chiese se avrebbe potuto portare un biglietto all’ambasciata inglese per far avere sue notizie alla famiglia; lei accettò. La sera successiva si recò nuovamente alla villa comunale dove il generale le consegnò il biglietto e le offrì come ricompensa per la cortesia un anello d’oro che però lei rifiutò.
Nascosto
bene il biglietto il giorno dopo partì per Roma. Era impacciata: arrivata al Vaticano
non sapeva neppure dove e a chi potersi rivolgere. Si recò al portone delle
guardie svizzere, ma non sapeva che non potevano parlare e rimase stupita
quando incrociarono le lance davanti a lei. Era disorientata. Fortunatamente
non si perdeva mai d’animo, e preso il coraggio si recò verso di loro dicendo
che doveva andare all’ambasciata inglese presso la Santa Sede. Uscì subito un
ufficiale che la accompagnò da un monsignore che le si presentò come il Mons.
Hugh O’Flaherty, che nella Roma del 1943-45 condusse una dura lotta contro i
tedeschi per salvare centinaia di prigionieri alleati. Iride gli consegnò il
biglietto rivelandogli il nome del generale che lo mandava e che sarebbe dovuto
essere recapitato all’ambasciatore inglese. Il monsignore la ringraziò e le
promise che lo avrebbe consegnato. Tornata a Sulmona Iride raccontò l’accaduto
a Vincenzo Pistilli che la mise in contatto con altri due ufficiali inglesi,
John Furman e Joe Pollack che le chiesero se poteva portare dei messaggi anche
per loro. Dopo alcuni giorni si incontrò nuovamente con i due che, insieme
all’ufficiale maggiore Dennis, le consegnarono la lista con i nomi dei molti
ufficiali inglesi rifugiati a Sulmona. Nascosto il biglietto in un gomitolo di lana
partì nuovamente per la capitale, percorse lo stesso tragitto della volta
precedente e appena arrivata davanti alle guardie svizzere arrivò l’ufficiale
di servizio e la accompagnò nell’ufficio del monsignore, che in questa
occasione le fece molte domande, differentemente dalla volta precedente. Lei
gli disse che a Sulmona c’era un campo di prigionia tedesco e che molti
ufficiali erano fuggiti e che erano nascosti nelle case dei suoi concittadini.
Il monsignore appena udite queste cose le chiese di attendere qualche istante,
uscì dalla stanza e vi fece rientro con quattro ambasciatori.
Si presentarono come un francese, un inglese, un australiano e un americano. La fecero accomodare e preso il gomitolo di lana cominciò a sgomitarlo davanti ai loro occhi attoniti. Quando estrasse il biglietto si misero a ridere. Una volta letto il messaggio le chiesero subito di rimanere a loro servizio. Rispose di sì. Fu allora che il monsignore si presentò come Mons. O’Flaerty e le disse che quando fosse venuta a Roma, in Vaticano, avrebbe dovuto chiedere di lui. Era una cosa davvero più grande di lei: “Mi sentivo importante, ma nello stesso tempo ero piccola piccola”. [...]
Iride venne
reclusa prima nella prigione di via Tasso e poi a Bussi, dove fu interrogata
per un’intera settimana: le davano calci nel sedere, le tiravano i capelli, le
chiedevano con insistenza dove si trovassero i prigionieri scappati a Roma e
dove i generali fuggiti da Villa Orsini. Minacciavano che l’avrebbero fucilata.
Rimasero lì per quaranta giorni poi li trasferirono a Civitaquana , dove ebbe
luogo il processo. A seguito di un tentativo di fuga di un marinaio recluso
insieme a loro nella scuola di Civitaquana, in una notte di luna piena, Iride
si butto' su di lui a sorreggergli la testa dopo che venne avvistato e
colpito... venne raggiunta da “un tedesco con il calcio del fucile al petto e
alla testa. Cadde a terra svenuta. A causa del colpo ebbe un occhio nero per
due settimane, le usciva sangue dalla bocca ed aveva la febbre alta. La curò un
anziano medico tedesco, che, con molta umanità le faceva ogni giorno delle
iniezioni per l’infezione e le dava cibo di nascosto. Quando cominciò a stare
meglio fu costretta a lavorare in cucina: aveva litigato, fin dal suo arrivo a
Civitaquana, con lo chef della Gestapo. Sembrava il diavolo tanto era cattivo.
Con tutta la neve che era caduta quell’inverno la portava a lavare tutte le
gavette alla fontana a furia di calci e pugni. Un giorno fu trovato un capello
nella minestra e lui, senza il minimo dubbio se la prese con Iride, invece che
con le altre donne, la portò fuori e le rasò tutti i capelli… [...]
Da lì furono, poi, trasferiti nel carcere dell’Aquila dove furono rinchiusi in uno scantinato senza luce e senza aria e da dove non venivano mai fatti uscire. Restarono qui per due mesi: le altre donne che dividevano la cella con Iride avevano commesso reati comuni come l’omicidio e l’aborto tranne alcune che avevano ospitato in casa degli inglesi. Prima fu condannata a morte, poi la pena venne commutata ad essere tradotta nei campi di concentramento in Germania ma per fortuna non fu possibile perché la ferrovia era stata bombardata. All'arrivo degli alleati i tedeschi fecero uscire i prigionieri e nella confusione domandavano a loro il reato commesso e così tra i prigionieri ci fu un passa parola per accordarsi a dire il contrabbando che era il reato più lieve... E così fu rilasciata...[...]
In seguito
al conflitto Iride, donna che in un certo senso si era allontanata già negli
anni precedenti dalla figura tipica delle contadine, scegliendo di studiare
come sarta e di distaccarsi economicamente dalla famiglia, segnò un ritorno
agli schemi pre-bellici.
“Rientrando in città, dopo tanti mesi, la gente ci batteva le mani e gridava il mio nome. Ci furono molte feste ma io non potevo partecipare perché dovevo pensare a mio figlio e a me stessa; non avevo nessuno che potesse aiutarmi: né un padre, né una madre e neanche un pezzo grosso che potesse trovarmi un impiego. Dovetti mettermi a lavorare duramente e fortunatamente il lavoro non mi mancava”. Furono organizzati molti incontri con gli ex prigionieri che si recavano spesso a Roma. In uno di questi incontri, organizzato da alcuni soldati francesi, furono invitate anche Iride e la sorella Maria: “ci fecero un gran pranzo in nostro onore, ma notai comunque che questi ex-prigionieri che avevo aiutato mi trattavano con indifferenza, chiedendomi addirittura di dar loro del “lei”. Io non ero nessuna”.
Il testo è tratto dal lavoro di tesi di Francesca Proietto “La Resistenza in Abruzzo ed in Valle Peligna”, che nel 2004 conobbe ed intervistò Iride Imperoli.



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