Il brano presenta il sapore
dei fatti vissuti e ben impressi nella memoria, perché hanno cambiato la vita.
I discepoli hanno dato la loro fiducia a Giovanni il Battista. È sulla sua
parola che “seguono” Gesù indicato come l’“Agnello di Dio”.
L’incontro con Cristo prende l’avvio da una domanda che gli viene rivolta:
“Dove abiti?”. Ma subito si trasforma in un affidamento dei discepoli al
mistero.
Gesù risponde: “Venite e vedrete”.
L’esperienza del condividere tutto convince i discepoli che Gesù è il Messia
atteso.
L’incontro con Cristo non è un avvenimento superficiale: si configura come un
sentirsi compresi e amati; cambia il nome, e, con il nome, cambia
l’atteggiamento di fondo: “Tu sei Simone... ti chiamerai Cefa”.
Il trovare Gesù - o meglio, l’essere trovati da Gesù - non solo muta
l’esistenza, ma rende annunciatori della salvezza. A modo di traboccamento di
gioia. A modo di esigenza di partecipare insieme alla vita nuova scoperta in
Cristo.
Dal primo libro di Samuèle (1Sam 3,3b-10.19)
In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: "Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta"». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 6,13c-15a.17-20)
Fratelli, il corpo non è per l'impurità, ma per il Signore, e il Signore è per
il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua
potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al
Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall'impurità! Qualsiasi
peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all'impurità,
pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello
Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a
voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio
nel vostro corpo!
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42)
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa maestro - dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.
Il brano evangelico di questa domenica, tratto dal IV vangelo, ci situa nel terzo giorno della settimana inaugurale del ministero di Gesù, settimana che culminerà nella manifestazione della gloria di Gesù a Cana davanti ai suoi discepoli che “credettero in lui” (Gv 2,11). Il testo presenta la versione giovannea della chiamata dei primi discepoli narrata dalla tradizione sinottica (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; cf. Lc 5,1-11). La differenza è notevole. Se nello schema sinottico 1) Gesù incontra un uomo intento al suo lavoro, 2) lo chiama a seguirlo e 3) questi obbedisce abbandonando tutto, Giovanni presenta uno schema in cui è fondamentale la mediazione di un testimone che confessa la fede in Gesù e conduce altri all’incontro con lui: è così per Giovanni Battista nei confronti di due suoi discepoli (1,35-39), per Andrea nei confronti di Simon Pietro (1,40-41), per Filippo nei confronti di Natanaele (1,45ss.). A noi interessa Giovanni Battista che, dopo una testimonianza negativa su di sé (“Io non sono il Cristo”: 1,19-28) e una positiva su Gesù (“Ecco l’Agnello di Dio”: 1,29-34), rivela davanti a due suoi discepoli l’identità di colui di cui egli è stato il precursore e li conduce a farsi discepoli di Gesù. Colui era stato inviato da Dio come testimone del Verbo “perché tutti credessero per mezzo di lui” (1,7) adempie così il suo mandato “cedendo” a Gesù i suoi discepoli, portandoli ad aderire a lui.
Il brano evangelico si apre con Giovanni che “fissa lo sguardo” (1,36) su Gesù e dice: “Ecco l’Agnello di Dio” e si chiude con Gesù che “fissando lo sguardo” (1,42) su Simon Pietro gli dice: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, sarai chiamato Cefa – che significa Pietro”. Si tratta, in entrambi i casi, di uno sguardo intenso, un vedere in profondità, un discernere l’identità di una persona. La vocazione non è solo una chiamata, ma anche uno sguardo. Anche lo sguardo, come la voce, crea un ponte, è comunicazione, è passaggio. Vi è una dolce violenza nello sguardo di Gesù: la dolce violenza dell’amore. Quella a cui si sottrarrà l’uomo ricco quando Gesù, fissato lo sguardo su di lui lo amò (Mc 10,21); quella che indurrà Pietro al pianto, quando Gesù, voltatosi, fissò lo sguardo su di lui che aveva appena negato per la terza volta di conoscerlo (Lc 22,61); quella che esprimerà l’esigenza di un affidamento che assomiglia a un perdersi quando, fissato il suo sguardo sui suoi discepoli e rispondendo alla loro domanda su chi può salvarsi, egli dirà: “impossibile agli uomini, ma non a Dio” (Mc 10,27). Lo sguardo di Gesù non si limita a constatare, ma riplasma le vite facendo di pescatori di pesci dei pescatori di uomini (Mc 1,17): potenza dello sguardo che ama e del lasciarsi vedere e amare. Potenza dell’amore che si manifesta nello sguardo.
Ma anche Gesù, suggerisce il nostro passo evangelico, per dispiegare la potenza del suo sguardo sulla vita di Pietro e dei discepoli, ha avuto bisogno di essere lui stesso visto, conosciuto, amato. Ha avuto bisogno di uno sguardo, e non solo dello sguardo di un padre o di una madre, ma di un altro, di un maestro, di un uomo di Dio che lo riconoscesse: “Ecco l’agnello di Dio”. È lo sguardo di cui si è incaricato Giovanni. In quel passaggio che è lo sguardo avviene una trasmissione, un’eredità. Per Giovanni, questo passaggio diviene un passare il testimone a colui di fronte al quale egli diminuisce, diviene un dare testimonianza a colui che viene dopo di lui e che va seguito da coloro che erano i suoi discepoli. Lo sguardo di Giovanni non carpisce, non possiede, non invidia, ma cede il passo a colui che da lui viene visto; indica ai suoi discepoli colui che è da seguire e li indirizza alla sequela del Messia; ricorda a se stesso che il proprio compito è ormai compiuto: “Lui deve crescere, io invece diminuire” (Gv 3,30). Lo sguardo di Giovanni trova in Gesù il suo punto di approdo, il suo orizzonte ultimo, lo sguardo di Gesù su Pietro e sui discepoli crea una novità, fa iniziare una storia, apre l’orizzonte.
Giovanni Battista conduce i suoi discepoli all’incontro personale con il
Cristo: egli compie un’opera di mediazione. La ricerca della volontà di Dio
abbisogna di mediazioni umane e soprattutto di mediatori umani: di maestri,
cioè persone capaci di fare ed essere segno, capaci di orientare il
cammino di una persona, e di padri, cioè persone capaci di generare
alla vita secondo lo Spirito. Si potrebbe leggere il gesto di Giovanni
Battista come esercizio di paternità spirituale nei confronti dei suoi due
discepoli. La fede non si trasmette per via intellettuale, ma all’interno di
relazioni umane. Il padre spirituale è persona umile che non se-duce,
non attrae a sé, non tiene i discepoli stretti a sé, ma li e-duca, li
conduce all’adesione teologale, si fa maestro di libertà guidandoli alla
relazione personale con il Signore. È uomo conscio dell’importanza dei limiti,
che sa porli a colui che guida e rispettarli egli stesso. Solo chi vive non per
se stesso, ma per il Signore, potrà aiutare altri a vivere per il Signore e a
liberarsi dalla volontà propria.
“Ecco l’Agnello di Dio”. All’udire questa rivelazione, i discepoli di Giovanni iniziarono a seguire Gesù immettendosi nella dinamica del discepolato. La vocazione qui non risponde a un comando imperioso (cf. Mc 1,17; 2,14), ma è accoglienza di una rivelazione comunicata da un testimone. La forza, la credibilità e la radicalità del testimone suscita vocazioni.
Gesù allora, vedendo i due che si erano messi a seguirlo, chiede loro: “Che cercate?” (1,38). Sono le prime parole di Gesù nel IV vangelo. Parole che, come si rivolgono ai due per Gesù ancora anonimi seguaci, raggiungono anche ogni lettore del vangelo che giunge a questo punto. La domanda non è banale: è suggestione a verificare che cosa muove, in profondità, la propria ricerca. Vi è infatti una ricerca – e il vangelo di Giovanni lo denuncia – che, pur rivolgendosi verso Gesù, in verità è insincera e perversa (Gv 6,24.26; 7,11; 18,4-7). Alla domanda di Gesù i due discepoli rispondono, a loro volta, con una domanda: “Dove dimori?” (1,38). A un primo livello questa domanda significa certamente “Dove abiti?”, ma a un livello più profondo, simbolico-teologico, significa molto di più, come lascia intendere l’uso del verbo ménein, “rimanere, dimorare”, così caro al IV vangelo. I discepoli chiedono a Gesù: Dov’è il tuo dove? Dove trovi saldezza e stabilità? Gesù rimane nel Padre, nella sua parola, nel suo amore. E i discepoli sono chiamati a percorrere lo stesso cammino: rimanere nella parola e nell’amore del Figlio per dimorare con Dio e in Dio. La ricerca cristiana si indirizza verso una vita interiore, una dimensione profonda di comunione con il Padre e il Figlio nello Spirito. Il “dove” di Gesù è il Padre: nella sequela esso diviene anche il “dove” del discepolo. La fede diviene così esperienza dell’inabitazione del Signore nel credente.
Il IV vangelo approfondisce il senso della vocazione: questa non consiste soltanto nel seguire, ma anche nel rimanere. Il rimanere designa la maturità del rapporto, della sequela, del discepolato. E a questa maturità si accede mediante la fede, com’è discretamente indicato dalla frase: “Venite e vedrete” (1,39). Nel IV vangelo infatti, l’espressione “venire a Gesù” indica normalmente la fede in Gesù (Gv 3,26; 6,37.44.45.65; ecc., mentre il non venire a lui, designa la non-fede: Gv 5,40) e il vedere indica la visione che sfocia nella fede (Gv 2,11; 20,8: “Vide e credette”).
A questo punto l’evangelista svela il nome di uno dei due discepoli: Andrea (1,40). Egli non solo confessa la fede in Gesù quale Messia (1,41) ma conduce a lui Simon Pietro, suo fratello (1,42) che da Gesù riceve la vocazione a diventare “roccia” (questo significa “Cefa”), in mezzo ai suoi fratelli. Chi è l’altro discepolo che era insieme a Andrea? Possiamo ipotizzare che sia “il discepolo amato”. Egli è colui che, presente alla croce di Gesù, vedendo Gesù morire come Agnello a cui non viene spezzato alcun osso (Gv 19,33.36) “testimonia perché voi crediate” (Gv 19,35), proprio come Giovanni Battista testimonia di Gesù, dopo averlo visto e indicato come Agnello di Dio perché tutti credano (Gv 1,34.36.37). Il parallelismo tra Gv 1,38 (“Voltatosi Gesù e vedendo essi che lo seguivano dice loro …”) e Gv 21,20-21 (“Voltatosi, Pietro vede il discepolo che Gesù amava che seguiva … e dice a Gesù”) mostra che accanto a Pietro, agli inizi della sequela e dopo la Pasqua, c’è – con ogni probabilità – il discepolo amato che ha seguito l’Agnello con fedeltà fin dagli inizi. E Pietro, mentre viene costituito pastore delle pecore del Signore e invitato nuovamente a seguire Gesù come pecora egli stesso (cf. Gv 10,4), riceve la rivelazione che la sequela dell’Agnello e il ministero pastorale trovano il loro esito nel dare la vita per le pecore, nel glorificare Dio con il martirio. Questa sarà la testimonianza di Pietro: nella morte di croce l’apostolo si troverà là dove è stato il suo Signore: “Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servo” (Gv 12,26).
(Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14315-la-chiamata-dello-sguardo)
Ognuno di noi conosce notti turbolente durante le quali non
è il sonno a dettare il movimento delle ore interminabili, ma le domande che
incalzano togliendo il sonno.
Si può arrivare un po' avanti negli anni. Gli interrogativi cruciali continuano
a bussare alla porta della nostra esistenza, martellano la testa. Vogliono
trovare un varco per dirci che non passa giorno nel quale non si affacci Dio
per chiamarci.
Chiamarci a vivere, a credere, a lottare, a dare senso alla vita, a vivere
l'amore mai sopito.
Dio passa a qualsiasi ora del giorno e della notte, nella vita dei credenti
e di chi lo nega, dei buoni e dei malvagi. Si affaccia per pronunciare il
nostro nome, Lui che non smette mai di essere padre, Lui che non si stanca mai
di dare i segnali efficaci perché ci scuotiamo dal sonno.
Samuele è un giovane adolescente. Dio, senza badare all'età, aspetta da lui una
risposta. L'unica vera. La risposta che spiega il vivere, il respirare, le
relazioni, le scelte.
“Parla, Signore! Il tuo servo ti ascolta”.
Da ragazzo, questo misterioso incontro è esistito anche per me. Aveva il sapore
di un entusiasmo leggero, occasionale, vulnerabile. Da persona matura, l'incontro
con Dio che chiama, è sempre una sorpresa. Talvolta un'incognita. Un dolore
che ti fa sanguinare e piangere. Alla fine, sempre una gioia.
Non hai parlato con uno sconosciuto. Hai parlato con Dio.
E' la stessa avventura dei due discepoli di Giovanni Battista che vogliono
provare a mettersi sui passi di Gesù.
Le cose sono andate così. Giovanni predicava lungo il fiume Giordano.
Quando vede passare Gesù di Nazareth, lo indica con queste parole: “Ecco
l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.
Ancora una volta, una voce si mischia al nostro sangue, alla pelle, alle ossa,
ai muscoli e tutto fa traballare e tutto mette in discussione e tutto rimescola
perché l'acqua sia sempre limpida.
La domanda viene direttamente da Colui che viene “inseguito”. Lo si potrebbe
perdere di vista.
Gesù misteriosamente attratto dai due che gli vanno dietro, si volta.
Tutti siamo consapevoli che Dio ci conosce fino in fondo. Quando meno ce lo
aspettiamo, orienta lo sguardo intenso, dolce e pungente, del suo amore verso
di noi.
Lo sentiamo come un eco che non si attenua.
Pensiamo a tutte le inquietudini scatenate dalla coscienza quando vorremmo
mettere a tacere ciò che in noi è fuori strada. Pensiamo a tutti i rimpianti
per il bene non fatto o fatto male. Pensiamo alle occasioni perdute e che
potevano diventare momenti di dono e di gratitudine. Pensiamo agli amori
sbagliati, a quelli possessivi, a quelli senza vita e senza amore. Pensiamo
alle infinite opportunità di allacciare relazioni, di lanciare ponti, di
stabilire dialoghi costruttivi e rigeneranti.
Pensiamo ad ogni discriminazione gratuita, fondata su ragioni vuote e
insostenibili. Pensiamo a tutte le rinunce alla libertà del cuore e della
volontà, svendute a chi vive di “pancia”e di slogan, sempre capace di fare
breccia nelle nostre teste e nelle nostre viscere.
Arriva la voce delle giornate insonni: “Che cosa cercate?”. Non è una
provocazione. E' un invito a svuotare il malessere che ci imprigiona, nel fuoco
incontrollabile dell'amore di Gesù.
E' questo amore che tiene molti lontani da Lui, perché ormai hanno perso il
gusto delle sfide temerarie e stupende, per adagiarsi lungo le paludi senza
sogni.
Gesù non è invadente. Non lo è nella vita di nessun uomo e di nessuna donna. Gesù
è prospettiva. E' presente costruttivo e creativo. E' ieri come saggezza da
apprendere. E' oggi come vita da vivere. E' domani come sguardo che punge il
futuro, distillandone le promesse.
“Che cosa cercate?”.
La risposta dei due “inseguitori” temerari, ignari di chi sia e di che cosa
possa combinare nella loro esistenza Colui che seguono, incalza con un'altra
domanda, una fra le infinite che affollano il Vangelo, libro delle domande.
“Maestro, dove abiti?”.
La risposta del “Maestro”.
Nessun indirizzo. Nessun numero di cellulare. Nessun recapito e-mail.
Soltanto un invito a fare esperienza: “Venite e vedrete”.
Andarono e videro dove egli abitava e quel giorno rimasero
con lui.
Erano circa le quattro del pomeriggio.
Un'ora precisa. Indelebile. Decisiva. L'ora della decisione.
Forse tutti noi conosciamo un'ora della svolta, della novità inattesa, della
vita che inverte la rotta. Un'ora del fascino che significa andare dietro,
seguire per sempre, nonostante gli azzoppamenti e le slogature.
In quell'ora si gioca la nostra esistenza e la nostra gioia. Quella che
noi chiamiamo felicità.
Nessuno dica: “Ormai ho perso quell'ora”. Non vedete che Lui, Gesù di Nazareth
è sempre in attesa? All'opera? Consumato dal desiderio della nostra risposta?
Senza età, perché è di ogni età.
Senza tempo, perché è di ogni tempo. Appartiene alla nostra vita.
Aggiungo (perché l'ho sperimentato): chi incontra Gesù non può nasconderlo
in cassaforte.
Sente il bisogno di gridarlo, di contagiarlo.
Le parole sono, anch'esse sempre quelle: “Abbiamo trovato il Messia”.
Altri vengono condotti da Gesù perché fissando lo sguardo su di loro, li
chiami.
(Don Mario Simula )
Eremo Rocca S. Stefano sabato 16 gennaio 2021




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