Giorgio Caproni è stato un poeta tra i meno noti nel panorama
novecentesco, la cui figura è però di assoluta importanza. Nato a Livorno nel
1912, a dieci anni si trasferì con i genitori a Genova dove frequentò le
scuole, studiò musica e imparò a suonare il violino. La passione per la musica
non lo abbandonò mai, tanto da divenire una caratteristica fondamentale della
sua produzione poetica. A diciotto anni decise di dedicarsi alla lettura dei
poeti in cui ritrovava il fascino della parola e della musica insieme,
iniziando lui stesso a scrivere poesie.
Nella sua personale biblioteca si potevano trovare vari vocabolari italiani e
dizionari francesi fittamente annotati, libri da messa e Vangeli con molte note
a margine, numerose copie della Divina Commedia tutte piene di appunti in
quanto grande appassionato di Dante, infine i Canti di Giacomo Leopardi e le
Odi barbare di Giosuè Carducci.
Possedeva inoltre i classici della moderna poesia francese, da Charles
Baudelaire a Paul Verlaine e capolavori del nostro Novecento come
L'allegria di Giuseppe Ungaretti; il Canzoniere di Umberto Saba; Ossi di
seppia,
Le occasioni, La bufera e altro di Eugenio Montale; i Canti Orfici di Dino
Campana. Teneva con sé anche alcuni testi degli amici Camillo Sbarbaro, Mario
Luzi e Pier Paolo Pasolini.
In ambito filosofico due erano i testi per lui fondamentali: le Confessioni di
Sant'Agostino e Il concetto dell'angoscia di Søren
Kierkegaard.
A seguito del diploma magistrale cominciò ad insegnare alle scuole elementari, ma la sua vita fu segnata dalla morte della fidanzata poco prima delle nozze. Nel 1938 si trasferì a Roma, intanto aveva conosciuto Rina, la "nuova speranza", che presto divenne sua moglie. Finita la Seconda guerra mondiale scelse definitivamente l'insegnamento come principale professione, presso una scuola di Roma, "felice di vivere fra i ragazzi", continuando nel frattempo a scrivere poesie e racconti, a collaborare a riviste letterarie e a tradurre autori francesi tra cui Marcel Proust, Charles Baudelaire, Gustave Flaubert e Apollinaire. Spesso faceva ritorno a Genova per stare con la moglie, viaggiando in treno di notte, momento di grande ispirazione
La rima è un altro elemento caratteristico della poesia di Caproni; in Borgoratti è presente solo nella seconda strofa in modo molto semplice, come era solito fare. La critica ha sempre definito la sua rima chiara ed elementare; egli non si faceva infatti problema a metterla in risalto, andando controcorrente nella scelta, sebbene un autore come Saba in questo era simile. Caproni però la utilizzava maggiormente, ponendola in primo piano. L'esempio più evidente è Iscrizione, inno alla bellezza della semplicità dove ritroviamo la rima "cuore e amore", la più facile e utilizzata si potrebbe pensare, in realtà "la più antica e difficile del mondo". Il brevissimo componimento è contenuto nel libro Il seme del piangere, dedicato alla madre, edito da Garzanti nel 1959, che prende nome da un'espressione dantesca del Purgatorio in cui Beatrice esorta Dante a smettere di piangere e a rafforzare il suo animo.
Componente fondamentale nei versi di Caproni è inoltre l'armonia, in quanto appassionato di musica. I suoi componimenti presentano una vera e propria partitura, un particolare rilievo sonoro in cui prendono vita le descrizioni delle città in cui visse, in particolare Genova, Livorno e le strade periferiche di Roma, le amate figure femminili e il tema del viaggio, metafora della vita, come nella suggestiva poesia Congedo del viaggiatore cerimonioso da cui prende il titolo il libro del 1965.
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo
che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi
perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora
vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo
congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È
una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)
Dicevo,
ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a
lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla
sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più
forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.






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