mercoledì 6 gennaio 2021

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI Franco Loi


Il poeta Franco Loi, considerato uno dei maggiori autori del secondo Dopoguerra e il maggiore tra quelli in dialetto milanese, è morto a Milano all'età di 90 anni.

Era nato a Genova il 21 gennaio 1930 ma già dal 1937 si era trasferito  a Milano con la famiglia dove è vissuto fino alla morte. Si è dedicato a vari lavori (tra l'altro curò le relazioni pubbliche presso l'ufficio pubblicità della Rinascente e lavorò all'ufficio Stampa della casa editrice Arnoldo Mondadori Editore) ed è approdato alla poesia negli anni Ottanta  svolgendo anche  attività di critico letterario e collaboratore di riviste e quotidiani.

Nella sua opera poetica Loi ha assunto il dialetto meneghino come il crogiolo di un più complesso espressionismo linguistico, talvolta animato anche di una risentita passione politica (fu da giovane attivo militante comunista, aderendo in seguito ai movimenti della nuova sinistra, fino al distacco della fine anni '70) mescolando elementi di varia provenienza, talvolta rielaborati e reinventati per piegarli alle sue esigenze espressive.

A questo proposito   in una intervista  a nuovi argomenti .net  ha  detto una volta  : “La lingua nasce dalla vita, dalle emozioni. Mi ricorderò sempre quando Sereni mi ha portato a Monte Marcello, sul mare, dove c’erano gli osservatori costruiti dai tedeschi, e mi ha detto ‘Guarda’ e poi ‘Cosa ne pensi?’, ‘Bello’ ho risposto, e lui ‘No. Guarda ancora’ e poi ha chiesto ‘Adesso cosa ne pensi?’, e io ‘Ma come si fa a dire cosa ne penso?’, l’emozione era così forte. Poi Sereni ha letto una sua poesia, Un posto di vacanza, che si ispira a quei luoghi, e ho ritrovato la risposta, lui aveva scritto esattamente la mia emozione. Noi spesso crediamo di vivere, ma passiamo tra le cose senza rendercene conto. Tuttavia il nostro inconscio le raccoglie…” e alla domanda fondamentale : “ … e come vengono trasformate in lingua?” ha risposto: “ Seguendo l’emozione. Rivivendo la situazione. La lingua ricrea un sogno, una parte dell’inconscio. Quando si scrive si rivive l’emozione, come nel sogno. La poesia si costruisce con il proprio inconscio."

Nella stessa intervista  affermava   a proposito della lingua ,il dialetto , in cui lui stesso scrive le sue composizioni : “"Nel De vulgari eloquentia Dante dice che i romani parlavano una lingua della grammatica (si riferisce al latino), però la vera lingua è quella si impara dalla nutrice e dalle persone circostanti, cioè dal popolo. Perché Dante afferma ciò? Il popolo nel parlare è più attento ai suoni che ai significati. Opinione condivisa da Yeats e da Delio Tessa. Di quest’ultimo ricordo sempre l’affermazione: “il mio maestro è il popolo che parla perché è più attento ai suoni delle parole che ai contenuti apparenti”. Il dialetto, secondo me, è una lingua che non scompare perché il popolo mantiene, per dirla con Dante, la lingua che ha imparato dalla madre o dalla nutrice. In più il popolo ha un’altra dote: quando parla non conosce la grammatica, quando parla inventa la lingua. La lingua, il milanese con cui parlo e scrivo io non è il milanese di Carlo Porta o di Delio Tessa. È il milanese che io ho ascoltato. Il popolo adatta le parole al suo uso, la lingua è una creazione spontanea.”

È autore di numerose raccolte poetiche in cui ha saputo fondere una poesia di ampio respiro narrativo e improvvisi slanci lirici. Dopo le raccolte degli esordi "I cart" (1973, con disegni di Eugenio Toniolo, Edizioni Trentadue) e "Poesie d'amore" (1974, con incisioni di Ernesto Treccani, Edizioni Il Ponte), Loi si è affermato con la raccolta "Stròlegh" (1975, con introduzione di Franco Fortini, Einaudi), uno sguardo penetrante e insieme visionario nel mondo operaio e popolare della Milano anni Quaranta e Cinquanta, cui hanno fatto seguito "Teater" (1978, Einaudi), in cui, come suggerisce il titolo, tutto si svolge come su una scena teatrale, e "L'angel" (1981, Edizioni San Marco dei Giustiniani; Mondadori 1994), una sorta di romanzo in versi in cui compaiono anche passi in genovese, emiliano e romanesco. Nel 2005 Einaudi ha pubblicato l'antologia "Aria de la memoria, Poesie scelte (1973-2002)". Tra le sue raccolte più fortunate "Amur del temp" (Crocetti Editore, 1999, ripubblicata nel 2018). Tra i numerosi riconoscimenti, Loi ha ottenuto il Premio Bonfiglio, il Premio Nonino, il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008. 

E' stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d'oro e ha ricevuto dal Comune di Milano l'Ambrogino d'oro e il Sigillo Longobardo della Regione Lombardia. Nei suoi testi Franco Loi usa un dialetto milanese molto aperto alle contaminazioni, intrecciando voci diverse: dal dialetto milanese della tradizione letteraria al gergo dialettale proletario e sottoproletario, dagli arcaismi ai forestierismi, fino ai neologismi e alle sue personali invenzioni, ottenendo un impasto linguistico di forte originalità espressiva, che spesso si nutre di polemica sociale e talora anche politica. Con le raccolte "L'aria" (1981), "Bach" (1986), "Liber" (1988, Premio Nonino), la sua ricerca linguistica ha unito l'epica popolare e l'intimismo lirico. Ha pubblicato in seguito "Memoria" (1991, Boetti & C.), "Umber" (1992, Piero Manni), "Arbur" (1994, Moretti & Vitali), "Isman" (2002, Einaudi), "Aquabella" (2004, Interlinea Edizioni). Con "Voci d'osteria" (2007, Mondadori, Premio Librex Montale e il Premio Brancati) Loi ha messo in forma poetica il vasto materiale ascoltando le voci della gente comune. E' autore di una raccolta di saggi ("Diario breve", 1995, La Nuova Compagnia Editrice) e di racconti ("L'ampiezza del cielo", 2001, Gallino). Nel 2010 ha pubblicato l'autobiografia "Da bambino il cielo" (Garzanti) a cura di Mauro Raimondi. Tra le sue opere più recenti occorre citare, entrambe del 2012, la raccolta poetica "I niül" (Interlinea Edizioni). (1)

 Alessandro Zaccuri lunedì 4 gennaio 2021 scrive su Avvenire : “A Franco Loi piaceva molto raccontare. Non per niente il suo capolavoro, L’angel, è un imprevedibile poema narrativo in milanese, la lingua della quale si era impossessato da bambino. (…) Vincitore di premi prestigiosi, dal Librex Montale al Basilicata, era stato insignito anche dell’Ambrogino d’Oro, l’onorificenza che sanciva la sua condizione di milanese perfettamente imperfetto. Non solo non era nato in città, ma anche i suoi genitori erano tutt’altro che meneghini. Sardo il padre, impiegato delle ferrovie e ispiratore, negli anni Cinquanta, di un romanzo che, pur essendo stato letto all’epoca di Vittorini, è stato pubblicato solo nel 2015 da Hacca con il titolo Diario minimo dei giorni. Dalla provincia di Parma, e più precisamente da Colorno, veniva invece la madre, che può essere considerata il modello di tante figure femminili che attraversano l’opera di Loi. 

Alla poesia era arrivato abbastanza tardi, attorno ai 35 anni, dopo un apprendistato in gran parte da autodidatta. In tasca aveva un diploma da ragioniere, con il quale aveva inizialmente trovato posto come contabile per poi approdare al reparto pubblicità della Rinascente e da lì, nel 1962, all’ufficio stampa della Mondadori. Tra i suoi colleghi c’era lo scrittore Ferruccio Parazzoli, insieme con il quale andarono a Barbiana per incontrare don Lorenzo. Milani (il priore li aveva sistemati in due nello stesso letto, testa contro i piedi come si usava una volta). Il direttore letterario dell’epoca, il poeta Vittorio Sereni, era rimasto piuttosto sorpreso dalla proposta avanzata da Loi, che chiedeva una riduzione dell’orario in Mondadori per essere più libero di scrivere e studiare. «Praticamente – rispose Sereni – lei vorrebbe che le concedessi quello che io non sono mai riuscito a fare…». È uno dei tanti aneddoti che Loi si divertiva a raccontare, un po’ rievocando e un po’ reinventando quell’esistenza così appartata, appunto, ma resa così avventurosa dalla purezza di uno sguardo nel quale la meraviglia si mescolava spesso all’ironia.” Esattamente un anno fa, in occasione del suo novantesimo compleanno, Garzanti aveva riproposto Da bambino il cielo, appassionante resoconto autobiografico realizzato in collaborazione con Mauro Raimondi. Un racconto, ancora una volta. E benedetto dalla poesia, come sempre.

Sulle pagine domenicali del Sole24ore, dedicate alla cultura (2).Franco Loi scriveva :

“Ci sono un’infinità di equivoci intorno a cosa sia la poesia. Una volta, circolava l’idea – anche tra i letterati – che l’andare a capo, fare una riga corta, fosse fare una poesia. Altra idea era quella della rima: parole che, in qualche modo, finiscono con un’assonanza fanno una poesia, oppure si pensava bastasse contare le sillabe, o altri fattori tecnici. Se la poesia fosse questo, sarebbe sufficiente fare una cattedra di poesia: si sfornerebbero poeti allo stesso modo in cui si sfornano ingegneri.

Non è così. Anzi, la maggior parte dei poeti non ha frequentato le università e, soprattutto, le facoltà di Lettere. È interessante: pensiamo, ad esempio, a Montale, che era ragioniere, a Quasimodo, che era geometra. Questo la dice lunga su come non sia possibile “insegnare” la poesia, e come la poesia – al contrario – tema molto il soverchio del troppo, l’eccesso di erudizione, «lo spavento della letteratura». Quante volte ho sentito dire «È già stato detto tutto». La poesia è qualcos’altro. È un movimento che attraversa l’uomo: scrivo movimento perché «emozione» nasce da «moto ». Non sempre i moti attraversano la coscienza, a volte qualcosa avviene dentro noi e lo riceviamo attraverso ì sensi, o il «cuore», la percezione che più strettamente chiamiamo emozione.  Un mio amico ha detto una bellissima cosa. In un’intervista gli ho chiesto cosa fosse l’amore e ha risposto «L’amore è un movimento. L’odio è il suo contrario, perché è un ostacolo». Questo è importante, perché vuol dire che il movimento, soprattutto quando è d’amore, lo proviamo tutti; tutti – chi più, chi meno – in un certo momento abbiamo bisogno di esprimere questi moti che ci attraversano, e sentiamo questa necessità in modo tanto più forte quanto più questi moti sono inconsci, perché quando riusciamo a farli arrivare alla coscienza e a tradurli attraverso la mente in qualcosa di pratico o di razionale, ecco che allora ci acquietiamo dentro la spiegazione che riusciamo a dare. Invece, quando questo moto non arriva alla coscienza, ci inquieta. Non sappiamo perché. 

Così l’innamoramento è il momento che ci fa vedere più chiaramente. Però ci sono tante cose nel movimento d’amore, non c’è solo l’oggetto o il soggetto del nostro amore. Quando ci innamoriamo portiamo dentro di noi le nostre debolezze, i bisogni di cui non siamo consapevoli, molti elementi che, a volte, non hanno niente a che vedere con l’oggetto d’amore. Tuttavia, in quel momento, tutti sentiamo il bisogno di scrivere, di dire… Rispetto alle considerazioni precedenti abbiamo già fatto un salto, perché esprimersi ed essere sono due cose diverse. C’è il bisogno di esprimersi da una parte, ma questo presuppone un essere. Qual è quell’essere che vuole esprimersi? Non è il nostro io consapevole, ovvero quello che siamo abituati a considerare il nostro io (ci facciamo un’immagine di noi in rapporto agli altri e a noi stessi e la chiamiamo «io»). Freud diceva che l’io è un incidente, che è l’accumularsi abituale di un punto di riferimento dentro di noi e questo punto di riferimento lo scegliamo fra tanti, ma non è detto che sia quello «l’io». 

Diciamo che l’io sottostà a un essere. Chi siamo noi? Quando si è bambini siamo molto vicini al nostro essere; il bambino agisce, tanto più è piccolo, non con una forte nozione del proprio io, ma del proprio essere. In questo senso la Cvetaeva diceva che «qualcosa dentro di noi vuole disperatamente essere ». Perché dando credito al nostro io finiamo per soffocare il nostro essere, lo mettiamo da parte e facciamo sempre riferimento a questo punto significativo che è poi il nostro modo abituale di fare. Questo lo capiamo quando entriamo davvero in un rapporto profondo con noi stessi, quando le abitudini vengono a mancare, arrivano dolori troppo profondi, viene sconvolto il nostro modo usuale di guardarci e di vederci…   


La poesia è quel moto che nasce dal nostro essere. Il mezzo che usa è la parola. Facciamo qui un altro passo, analizziamo la tecnica. La prima tecnica che usiamo è la lingua (se fosse pittura, il mezzo sarebbero i colori, che non sono sette come ci dicono, ma sono infiniti); è nel rapporto dell’essere con il mezzo espressivo che nasce “lo specifico” del mezzo. I grandi poeti, che hanno anche scritto e riflettuto sulla poesia, dicono tutti una cosa: fondamentale è lo stupore che il poeta prova di fronte alla propria espressione. Il poeta non sa quello che scrive. Non bisogna credere di dover imparare a scrivere ciò che si pensa, o quello che la propria coscienza pensa. Ci si deve solo esprimere in relazione al proprio essere e non al proprio abituale io cosciente. Quando il poeta si esprime è il suo essere inconscio, attraverso il mezzo, che rivela ciò che lui non sa,che non cade sotto la sua padronanza, gli rivela quante funzioni si accumulano dentro l’essere senza che ne abbia coscienza. Ecco allora perché si ha lo stupore dell’artista davanti al proprio fare”.


 ***

Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!
j àrbur, l’èrba, el sû, quj câ, i bèj strâd,
la lüna che se sfalsa, l’èrga tra i câ,
me pias el sals del mar, i matt cinâd,
i càlis tra i amís, i abièss nel vent,
e tücc i ròbb de Diu, anca i munâd,
i spall che van de pressia cuj öcc bass,
la dònna che te svisa i sentiment:
l’è lí el mund, e par squasi spettàss
che tí te ‘l vàrdet, te ghe dét atrâ,
che lü ‘l gh’è sempre, ma facil smemuriàss.
tràss föra ind i pernser, vèss durmentâ…
Ma quan’ che riva l’umbra de la sera,
‘me che te ciama el mund! cume slargâ
te vègn adòss quèl ciel ne la sua vera
belessa sena feng nel so pensàss,
e alura del tò pien te càmbiet cera.

*

Come mi piace il mondo! l’aria, il suo fiato!
gli alberi, l’erba, il sole, quelle case, le belle strade,
la luna che muta sempre, l’edera tra le case
mi piace il salso del mare, le matte stupidate,
i calici tra gli amici, gli alberi nel vento,
e tutte le cose di Dio, anche le piccolezze,
e i tram che passano, i vetri che risplendono,
le spalle che vanno di fretta a occhi bassi,
la donna che ti turba i sentimenti:
è lí il mondo, che sembra aspettarsi
che tu lo guardi, che gli dai retta,
poiché lui c’è sempre, ma è facile dimenticarlo,
distrarsi nei pensieri, essere addormentati…
Ma quando arriva l’ombra della sera,
come ti chiama il mondo! come si allarga
e ti viene addosso quel cielo nella sua vera
bellezza senza finzioni nel suo riflettersi,
e allora per la tua pienezza cambi colore.

Isman (Einaudi, 2002)


***

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 Liber (Garzanti, 1988)


***

Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
no per el frègg, no per la pagüra,
no del dulur, legriâss o la speransa,
ma quel nient che passa per il ciel
e fiada sü la tèra che rengrassia…
Forsi l’è stâ cume che trèma el cör,
a tí, quan’ne la nott va via la lüna,
o vegn matina e par che’l ciar se mör
e l’è la vita che la returna vita…
Forsi l’è stâ cume se trèma insèm,
inscí, sensa savèl, cume Diu vör…

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,
no per il freddo, no per la paura,
no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,
ma di quel niente che passa per i cieli
e fiata sulla terra che ringrazia…
Forse è stato come trema il cuore,
a te, quando nella notte va via la luna,
o viene mattina e pare che il chiarore si muoia
ed è la vita che ritorna vita…
Forse è stato come si trema insieme,
così, senza saperlo, come Dio vuole…

Aria de la memoria. Poesie scelte 1973-2002 (Einaudi, 2005)


 

(1)http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Morto-a-Milano-il-poeta-Franco-Loi-3a87ab51-5aa5-485b-8b9d-6783cf02c11b.html

(2) Franco Loi, 10 agosto 2015, Il Sole 24 ore.

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì 6 gennaio 2021 

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