E’ così che resto smemorato:
torno da fare la spesa
metto tutto a posto
e già non so più
che cosa ho comprato.
Ho fatto scadere legumi,
pelati, latte e yogurt
con loro mi è andata a male
la memoria.
Che grande dono ho ricevuto
di questi tempi
di disinvoltura nel diagnosticare
disturbi che non sono disturbi
illustrati dalla medicina marca Internet
WhatsApp e Facebbok,
il dono di una memoria andata a male.
Ora sono pronto
a fare scena muta
ma spero che al rintocco d’una parola
s’alzi ancora l’eco di quello che resta
nella casa di pena della memoria
per ridomandare la risposta
a tutto quello che ho avuto la fortuna
di dimenticare,
sia la scadenza di pelati, latte e yogurt,
sia l’allegria milionaria
di ogni dannata futura evenienza
di raccontare la vita,
quella che è trascorsa e trascorre
tra latte, uova, pelati,
yogurt e scadenze non controllate.
Voglio parlarti
E’ con te che voglio parlare
di quello che mi sta a cuore
e chissà poi se ne sono capace.
Voglio parlarti del suono delle stoviglie
della pioggia che batte contro i vetri
il temporale che si allontana
l’erba che cresce. Anche di queste cose
è la vita . Di poterti ancora parlare
delle cose che mi stanno a cuore,
quelle che ascoltavi chiudendo
gli occhi nel silenzio della stanza
ho voglia stasera.
Ma chissà se ne sono capace.
Non passa giorno ch’io non ti dia
asilo nei miei pensieri
per tenerti ancora stretta
a questo inquieto cuore.
E poi la notte faccio sogni
in cui vedo cose impossibili
perché a volte il dolore è tanto ,
il dolore di un amore difficile
a portare difficile a ricevere .
L’impercettibile lancetta
della vita non segue mai una deriva
e m’interroga in silenzio
che io non ho da dire risposte
se non una: le cose da dirti
sono il racconto
della fabbrica di una storia
nella storia ,d’un racconto
nel racconto,d’una vita dentro la vita.
***
Tu dormi dietro quel muro
di sassi e attendi con la civetta
il giorno, il giorno sull’orto
solitario e ombroso
d’un rosso agosto;
ed è rossa anche l’erba
quest’anno come il sole.
Sono venuto nel mese dell’erba
alta a parlare di te
con te e di me e non so
più dirti
quelle parole che ascoltavo
da bambino.
Sono rimaste sulle labbra
senza voce non sanno più affiorare
al mondo,il mondo che non sa
ascoltare .
Ecco le tue parole madre
te le riconsegno
come una valigia
che ha fatto molti viaggi,
sillabe chiare e aperte
ora che ancor più chiaro e aperto
è il tuo sguardo.
A te che in quelle parole
hai visto da sempre
una smorfia di grazia,
per allettare la vita
quella vita che fingo di vivere
in un ballo per distrarmi
dall’orrenda mestizia
dell’assenza dei tuoi occhi
scoloriti dalla terra
povera ,ormai povera
di trucchi d’amore .
Ecco così sono venuto
a parlarti . Ascolta se puoi.
***
Uno sguardo sognante negli occhi palpitanti ,
travestimenti e trasformazioni
si inginocchiano come mille visioni
con un solo palpito lungo e inquieto;
le fantasticherie della carne
immerse in un mare che batte sul davanzale
azzurro e su tutta la linea lontana
del paesaggio sotto il sole
che riaccende i pastelli che hanno scarabocchiato
alberi, case, campi , montagne
e grandi macchie dai contorni inespressi ;
un impasto timbrico d’una sintassi tonale
spreca le variazioni dell’amore
e riaccende il tema in un’esplosione,
senza controllo :
il cantare libero di un mondo di desiderio,
ecco l’augurio di Natale per te .
Di te amavo altro
Di te amavo altro e ora il
mio amore
come uno può immaginare è altro
ancora :
il mio amore è come un giardino
in riva al mare, un giardino in fiore,
il mio amore ha imparato a sperare,
paziente e silenzioso attende che crescano
i fiori e la marea.
C’era una volta il mare
con a riva una nave
ed era lieve salpare.
T’amerò come allora
Ci sono sere che mi domando
t’amerò come allora
qualche volta ancora.
T’ho amato per tutte le donne
che non ho conosciuto
per le stagioni e i giorni
che non ho vissuto
per l’odore del pane fresco
che rincorro al mattino
tra i vicoli deserti
dove cammino sotto lo sguardo
delle finestre semichiuse.
Abbiamo ancora lo stesso sogno ,
sussurro a me stesso, ma non è così :
io da solo non riesco
non riesco a farlo vivere io da solo.
Ho un grande desiderio oggi
stracolmo d’inganni, di te
e del tuo corpo.
Perché io cheti il mio strazio
innamorato di desiderio
solo due cose posso fare :
descrivere questo desiderio
come un’erba dolce amara
che avvelena la gola e soffoca
i polmoni
e aggiungere nient’altro
di tutto quello che è ormai
perduto al di là di una parete
di nebbia e d’anni.
***
Il sussurro delle cose
come in un liquido amniotico ,
le une sulle altre,
accatastate e in fasci ,
sparse e raccolte,
si estende nella stanza,
per le strade, dentro i caffè, ai supermarket
per inscenare in un affresco stinto
il grave e muto incanto
del mondo
e io vi ritrovo e mimo
un lungo elenco di biografie
degli uomini, delle donne, dei giovani
dei vecchi della mia città.
La simmetria delle sequenze poi
è come un respiro amplissimo
colmate da cadenze
come di facce in fila
e con voce cava le conto
e non finisco mai di contarle ;
ogni volta ricomincio
ed è l’inutile esercizio
degli scatti d una macchina fotografica
demente.
***
Mi hanno chiesto la via:
strada da denominare
sette, nove ,ventisette.
Sono tutte eguali le vie di questa
città
e allora che ci va a fare uno
a via da denominare .
Ci va lo stesso.
Non lo accompagno perché
va di fretta .
Non ho voglia di andare fuori tempo .
Nella testa un flauto sale e scende le scale
con un andante tranquillo allegro assai
e per questo io non ho voglia
di accompagnare quello che va
a strada da denominare ;
io vado per questa città con andante
tranquillo allegro assai
e non posso andare di fretta.
D’altra parte che fretta c’è ora :
la lunga dialisi di una rabbia
cresciuta con il confuso palpitare delle stelle
ogni notte e anche questa notte
ormai è senza tentazione.
La tentazione di disfarsi della propria storia
in questa città
diventata dopo il terremoto ,
uno scarto di tempo.
***
Un naso
come un gran peso sulla faccia
tormentato dal vento
sotto un cielo imbrattato di neve
e carminio,
nel mattino silenzioso
appare e scompare
poi chiappe tonde, morbide e bianche
emerse da un buio insignificante
a cospargere le strade .
Così la neve ridisegna la città
e le forme
ed è come una fantasia
-perdonate l’ardire
ma anche l’ilarità
d’un pensiero scomposto
su una città –
una città come una fantasia
stamattina
inchiodata alla realtà.
***
In una notte spopolata di stelle
Vidi grappoli,neve tabacco ,fili di metallo ,
vapor acqueo ,granelli di sabbia
colonne, templi, tetti, fili sparsi
figure superbe di pietre e polvere .
Là dove non arrivavano gli occhi
immaginai il mondo
là dove si fermava la luce
vidi le lune conversare con il tempo
dell’universo .
Là dove Orfeo suonava per stringere
per sempre al suo petto,premio e gioia
dell’amore passato nel buio dell’inferno ,
come un respiro attraverso le galassie
del profondo universo ,
vidi Ofelia
ed era la stessa notte spopolata di stelle
che nevicava sulla città.
***
Dimenticare la paura
per ricucire la tela strappata
di tutte quelle litanie quotidiane
sillabate nelle processioni
dei gesti, contrabbandati come virtù
senza sapere l’ambigua loro professione
di scontrosa preghiera alla vita
per continuare a vivere,
loro e noi.
Così ogni giorno mi sono rassegnato
alla barbara piaga e alla gale *
piratesca dell’impossibilità
di piangere.
Poi l’animalesca voglia
di una preghiera nuova e l’aspettazione
fanno il resto oggi,
oggi quello che conta, chissà, quello che conta
forse sarà una bestemmia adorante.
E’ la rivoluzione della comparsa
di una stella a forma di stella
finalmente a bagnare gli occhi
del fango celeste
per la visitazione del corpo di un amore
da rinascere.
Così ,suvvia , è ora di rinascere
per l’amore, per l’amore d’una stella
a forma di stella
-come altro poteva essere una stella - .
Così, così torno all’isola
misteriosa della vita ,oggi,
oggi che è un altro anno ancora ,
in cerca della vita dunque che si sveglia
e non ha più paura.
*gale=ornamento
Eremo Rocca S. Stefano
sabato 31 gennaio 2021




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