sabato 23 gennaio 2021

SETTIMO GIORNO III Domenica Tempo ordinario ( Anno B )



Nel Vangelo di Marco è la prima predica di Gesù.
È brevissima, ma offre una sintesi felicissima dei temi fondamentali di tutta la sua predicazione: il compimento del tempo, il regno di Dio, la conversione, la fede al vangelo. Poi vi è la chiamata dei primi discepoli: è il paradigma concreto di ogni sequela.
Ci sono due indicativi teologici che sono la ragione dei due successivi imperativi antropologici: è suonata l’ora messianica, l’attesa è finita poiché il regno di Dio si è fatto vicino, è ormai presente nella storia, perciò non è più possibile rimandare la decisione, occorre convertirsi, cambiare cioè la testa e la direzione del cammino passando a credere al vangelo.
Conversione e fede non sono due azioni che si succedono, ma due momenti del medesimo movimento: quello negativo del distacco, quello positivo di fondare la vita sul vangelo, cioè credere, mettendosi a seguire Gesù, appunto come Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
Vangelo è il termine greco che significa lieta notizia nuova, e una bella notizia evidentemente porta gioia. Il regno di Dio è l’espressione riassuntiva di tutta la gioia. Gesù è questo regno arrivato: la gioia è qui a portata di mano. Chi decide di seguire Gesù è sicuro di arrivarci anche lui.

 

Gio 3, 1-5. 10

Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: "Àlzati, va' a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico". Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore.
Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta".
I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

Dalla prima lettera di S. Paolo ai Corinti  1 Cor 7, 29-31

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

 

Dal Vangelo secondo Marco Mc 1, 14-20


Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo".
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre
anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

L’inizio del brano evangelico di questa domenica ci pone ancora una volta di fronte al rapporto tra Giovanni Battista e Gesù. È solo dopo che Giovanni è stato arrestato che Gesù gli subentra e dà inizio al suo ministero pubblico. Il tutto assomiglia a una successione. Giovanni, che aveva già detto la sua relatività rispetto a colui che veniva dietro e dopo di lui (Mc 1,7-8), ora scompare dalla scena. E Gesù solo ora inizia la sua predicazione. Essendo stato ridotto al silenzio colui che era voce, Gesù gli subentra e inizia lui stesso a parlare e a predicare conversione. Anche qui si verifica la verità del fatto che Giovanni è colui che precede, il Precursore, colui che traccia un cammino che sarà percorso dal suo successore. Per Gesù, Giovanni è stato un segno, mediatore e tramite della volontà di Dio. Lo è stato con il suo ministero, lo è con il suo arresto, lo sarà con la sua morte. Non a caso, dopo che Giovanni sarà stato decapitato in carcere (Mc 6,16-29), Gesù ancora subentrerà a lui riconoscendo le folle come “pecore senza pastore” (Mc 6,34) e, facendosi lui pastore, annuncerà molte cose alle folle e condividerà con loro il cibo distribuendo pane e pesci (Mc 6,34-44). Il rapporto tra Giovanni e Gesù viene confermato anche da queste annotazioni come quello che intercorre tra un maestro e un discepolo.

Ma nel passaggio da Giovanni a Gesù vi è anche il passaggio dall’attesa alla presenza, dalla promessa alla realizzazione, dalla preparazione al compimento. Questo è ciò che emerge dalle parole del primo annuncio che Gesù compie (Mc 1,15) e che, nella loro concisione e densità, sembrano quasi programmatiche. Sono la solenne proclamazione dell’inaugurazione del nuovo tempo che inizia con la presenza di Gesù “Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Del resto, Marco annota che con quelle parole, Gesù “proclamava il vangelo di Dio” (Mc 1,14). È interessante notare che Gesù si sposta dalla zona intorno al Giordano in cui si trovava Giovanni a nord, in Galilea, suo luogo di provenienza: “Gesù venne da Nazaret di Galilea e venne battezzato nel Giordano da Giovanni” (Mc 1,9). Tuttavia il testo non dice che Gesù vada a Nazaret, a casa sua, ma semplicemente in Galilea. E la Galilea è, da un lato, casa sua, ma anche e soprattutto, ed è questo che viene sottolineato da Marco in questo passo, “distretto dei goyim” (Is 8,23), cioè regione dei pagani, territorio aperto al meticciato con le genti non israelitiche. Gesù inizia a predicare, ma in Galilea, a segnalare la destinazione aperta e universale del suo messaggio e della sua missione. Se la Galilea è casa sua lo è perché è casa aperta agli altri, aperta a tutti. L’inizio del ministero di Gesù è in Galilea e il Risorto sarà ancora in Galilea che invierà i suoi discepoli perché lo incontrino per l’inizio della loro missione universale (Mc 16,7).

Gesù si presenta “annunciando (verbo kerýsso) il vangelo” (Mc 1,14). Già questa semplice affermazione è densa e importante. Cosa annuncia Gesù? E cosa deve annunciare la Chiesa? Paolo dirà: “Noi non predichiamo (annunciamo: verbo kerýsso) noi stessi, ma Gesù Cristo Signore” (2Cor 4,5). La chiesa non annuncia se stessa, ma il Regno di Dio: vale anche per la chiesa che chi guarda a se stesso e parla di sé, in verità perde se stesso. Predica autenticamente la Parola chi la ascolta e vi si sottomette fino a diventarne servo e testimone. La chiesa vive del proprio continuo superamento e trascendimento nel Regno, vive della proclamazione della propria provvisorietà e del suo assorbimento nel Regno futuro verso cui è pellegrina. Predicare il vangelo di Dio significa

discernere il senso del tempo alla luce dell’evento pasquale, testimoniare la regalità di Dio sulla propria esistenza e chiedere conversione e fede vivendole in prima persona.

Se Gesù è colui che annuncia il vangelo, egli è anche l’evangelo annunciato. Gesù è il vangelo, e il vangelo è Gesù. E il vangelo è anzitutto esplicitato dall’affermazione: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”. Questa affermazione segue l’annotazione che, dopo la prova di quaranta giorni nel deserto, Gesù “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13). Nel deserto, Gesù ha sostenuto vittoriosamente la lotta con Satana, l’Avversario, facendo del deserto stesso, tradizionale luogo di solitudine e di morte, uno spazio di comunione tra cielo e terra, un luogo di vita in cui si ricrea la comunione tra uomo e animali selvaggi, in cui il mondo infero rappresentato dalle bestie selvagge coabita con le presenze angeliche. Si realizzano le profezie sull’era messianica e si prefigurano “i cieli nuovi e la terra nuova”. Da luogo abitato da demoni, il deserto diviene giardino in cui gli angeli servono Cristo. Nella persona di Gesù iniziano i tempi escatologici.

All’annuncio del Regno segue immediatamente la richiesta esigente: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Chiamata alla conversione e alla fede sono concomitanti: aver fede è entrare in un movimento di conversione. La conversione è un passaggio, sempre da rinnovare nelle diverse situazioni della vita, alla fede, all’adesione sempre più profonda al vangelo, alla buona notizia della salvezza fatta carne in Gesù di Nazaret. Questa richiesta basilare di Gesù si rivolge in verità a ogni cristiano e a ogni comunità ecclesiale di ogni tempo. La Chiesa deve chiedere conversione ma lo può fare nella misura in cui lei stessa la vive. L’annuncio cristiano del vangelo proclama che Dio in Gesù Cristo cerca e raggiunge l’uomo nel suo quotidiano, attesta il primato dell’iniziativa e della misericordia di Dio, e su questa buona notizia si fonda la richiesta delle esigenze del Regno: conversione e fede. Dunque: cambiamento di vita, coraggio di riconoscere che la strada che si sta percorrendo è sbagliata e ritornare, invertire la direzione di marcia; quindi fede, adesione a Gesù Cristo, quale Signore della propria vita, della chiesa e della storia.

Annuncio del Regno e esigenza di conversione, rivelazione ed istanza etica sono elementi intrecciati in cui il secondo è direttamente dipendente dal primo. L’annuncio del vangelo, la predicazione del Cristo provoca un urto e di per sé tende a suscitare un cambiamento di vita, uno sconvolgimento esistenziale, una conversione, un riorientamento di tutta la persona. E il vangelo ci mostra un esempio di tale potenza di conversione dell’annuncio di Gesù nelle vite di due coppie di fratelli (Simone e Andrea; Giacomo e Giovanni) che Gesù vede e chiama a seguirlo ed essi, prontamente, gli obbediscono. Siamo di fronte al mistero della vocazione.

Il testo evangelico esprime la vocazione come sguardo del Signore sull’uomo (Mc 1,16.19). Nella vocazione il chiamato si sente visto personalmente, cioè conosciuto e amato. Si sente abbracciato – nel proprio passato, presente e futuro – dallo sguardo del Signore, interpellato dalla sua promessa, si conosce e si vede con maggiore chiarezza, e risponde alla promessa con la santa follia della radicalità che lo porta a impegnare anche il proprio futuro. Il chiamato accetta di lasciare entrare nella propria vita la novità di Dio e di rispondervi senza tergiversare, senza porre condizioni, senza predeterminare le prestazioni: si tratta di seguire Cristo e basta, senza sapere prima dove questo potrà portare e cosa questo potrà comportare. La vocazione cristiana, che ha la sua figura necessaria e sufficiente nel battesimo, non si colloca sul piano del fare, ma dell’essere. Essa riguarda il senso radicale dell’esistenza, ha a che fare con il mistero della persona, concerne ciò che dà fondamento alla vita di una persona e coinvolge un’esistenza personale nell’insieme di tutte le sue relazioni: con Dio, con sé, con gli altri, con la realtà. Contro ogni edulcorazione del messaggio cristiano (quasi che questo lo rendesse più accoglibile), l’annuncio cristiano non predica norme morali, né una massa di dogmi, ma la persona di Gesù Cristo e la sua “pretesa” sulla vita di un uomo. Il “sì” detto a tale chiamata si esplicita con la capacità di dire dei “no”, di rinunciare, di abbandonare, di lasciare. Come qui i chiamati lasciano il lavoro e la famiglia. Obbedire alla chiamata cristiana implica un rinascere a vita nuova e ogni nascita comporta il taglio di un cordone ombelicale, una dolorosa rottura. Dove trovare la forza per questo se non nell’amore di e per Colui

che chiama e la cui parola dischiude all’uomo un orizzonte di sensatezza che abbraccia anche il futuro? Il chiamato sperimenterà la forza trasformante della grazia che fa di un “pescatore” un “pescatore di uomini”, ovvero, che si innesta nell’umanità precisa del chiamato senza violentarla ma risignificandola nella sequela di Cristo. Lungi poi dall’essere qualcosa di predeterminato da scoprirsi in modo vagamente magico o fortunato, la vocazione cristiana è un evento spirituale che “accade” nell’incontro tra la radicalità delle esigenze evangeliche e una persona nella sua libertà e verità personali. Alla chiesa e alla sua predicazione il compito di farsi eco e testimone credibile delle esigenze del “vangelo di Dio” (Mc 1,14).

(Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14323-gesu-vangelo-annunciato)

Il 24 gennaio ricorre la “Domenica della Parola di Dio”, la giornata istituita da papa Francesco, con la lettera apostolica in forma di Motu Propio “Aperuit illis” (30 settembre 2019). Il senso di questa giornata è ricordare, nella III Domenica del Tempo Ordinario, a tutti, clero e fedeli, l’importanza e il valore della Sacra Scrittura per la vita cristiana, come pure il rapporto tra Parola di Dio e liturgia.

La Domenica della Parola è quindi un’occasione speciale per raccogliere il popolo di Dio attorno alla Bibbia, una giornata di festa e celebrazione per rimettere al centro della vita, accanto all’Eucaristia, l’ascolto della Sacra Scrittura, attraverso esperienze e momenti di lettura, approfondimento e riflessione spirituale da vivere in comunità.

Lo scopo è quello di «entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità».
La Bibbia non è un libro per pochi privilegiati bensì, come precisa papa Francesco, è «il libro del popolo di Dio che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo».

Perché papa Francesco ha voluto dedicare una domenica specificamente alla Parola di Dio? 

La Lettera Apostolica “Aperuit illis” è molto chiara in merito: «Dedicare in modo particolare una domenica dell’Anno liturgico alla Parola di Dio consente, anzitutto, di far rivivere alla Chiesa il gesto del Risorto che apre anche per noi il tesoro della sua Parola perché possiamo essere nel mondo annunciatori di questa inesauribile ricchezza» (n. 2).

La sottolineatura ci riporta, quindi, alle sorgenti della vita cristiana, a quell’unica mensa (della Parola e dell’Eucaristia) che dà vigore al cammino dei credenti. «Il giorno dedicato alla Bibbia», continua papa Francesco, «vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti» (n. 8).

Perché è così importante questa giornata?

Perché intende porre in modo solenne la Parola al cuore della vita della comunità cristiana. La Parola delle Sacre Scritture è viva ed efficace. Se letta con atteggiamento di fede, ci fa giungere a un incontro contemplativo con il Dio vivente e porta frutto nella vita. In particolare il Vangelo è la parola del Padre sulle labbra del Figlio e chi l’ascolta e l’accoglie, giunge a fare un’esperienza luminosissima di Dio.
Sin da quando è diventato “vescovo di Roma”, come ama dire, papa Francesco ha ripetuto questo invito: Leggere tutti i giorni «un brano del Vangelo per conoscere meglio Gesù, per spalancare il nostro cuore a Gesù. Così possiamo farlo conoscere agli altri».

La frequentazione quotidiana delle pagine del Vangelo, «da tenere sempre in tasca o nella borsa», «ci aiuta a vincere il nostro egoismo» e «a seguire il Maestro». Ma come leggerlo? «Tenendo fisso lo sguardo» sul Signore, per «immaginarmi nella scena e parlare con lui».

La giornata della Parola è stata fissata alla III domenica del Tempo Ordinario, a ridosso della Giornata del dialogo con gli ebrei e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Qual è il motivo di questa scelta?

Anche su questo aspetto, la Lettera dà argomentazioni lineari e chiare, precisando che «questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida» (n. 3). 

La Sacra Scrittura ha valore di unione. Pensiamo ai salmi, preghiere di due popoli di due religioni diverse, ebraica e cristiana. Eppure leggiamo le stesse parole, preghiamo con le stesse preghiere. Inoltre, ciò che abbiamo indiscutibilmente in comune con i fratelli delle Chiese protestanti è la Parola di Dio. Questo costruisce legami da cui partire nel cammino verso l’unità; la scelta del Papa assume perciò grande valenza ecumenica e interreligiosa.

La III domenica del Tempo Ordinario, tra l’altro, si colloca all’indomani del Tempo liturgico dedicato al Natale quando, dopo aver sostato sul mistero dell’incarnazione, la Liturgia della Parola fa memoria degli inizi del ministero pubblico di Gesù che, con la sua Parola, chiama, guarisce, plasma e rivela il volto del Padre.

Che cosa può fare un credente per approfondire la conoscenza della Bibbia?

Di fatto, spesso ci si riduce all’ascolto delle letture della Messa domenicale e alla spiegazione che di queste viene offerta nell’omelia. Proprio per tale ragione nella Lettera Apostolica, con una certa insistenza, vengono richiamati alcuni aspetti quali la «familiarità con la Parola», la «relazione viva con la Scrittura», la «frequentazione assidua della Parola».

Non si tratta quindi semplicemente di “conoscere”, di aggiungere qualche nozione in più per avere accesso al mondo della Bibbia, ma si tratta soprattutto di creare una “relazione” viva e appassionata per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Non basta leggere e studiare la Parola, occorre lasciare che essa penetri nella nostra vita e dischiuda il suo tesoro mettendoci in contatto vivo con colui che è la nostra Via, Verità e Vita.

Quali iniziative si possono intraprendere per valorizzare la Domenica della Parola?

Papa Francesco dà libertà alle singole comunità di trovare un modo per celebrare questa domenica in modo solenne, «in modo da far emergere l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura, con particolare riferimento alla Lectio Divina». Il Papa sottolinea che la Bibbia è «il libro del popolo del Signore», e l’ascolto della Bibbia porta il popolo a passare «dalla dispersione e divisione all’unità». E continua: «la Bibbia è storia di Dio con l’uomo. E la Parola deve avere ricadute nella nostra vita, deve fare storia».

Concretamente, solo per fare un piccolo esempio, al termine della celebrazione eucaristica si potrebbe consegnare ai fedeli un piccolo Vangelo, in modo da far emergere l’importanza di continuare la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura nella propria quotidianità.

 

Il Papa ha più volte esortato i fedeli a leggere una pagina di Vangelo tutti i giorni. Ma per un laico – un lavoratore, una mamma o un papà, uno studente, una persona impegnata a livello sociale – spesso sembrano mancare persino quei dieci minuti al giorno per pregare… Questo il Papa lo sa. È un pastore con una lunga esperienza in mezzo alla gente, conosce i ritmi della vita d’ogni giorno. Al contempo egli intuisce che nell’uomo c’è un profondo desiderio di Dio.
Da qui nasce la forte esortazione alle donne e agli uomini di oggi, ai fedeli laici, perché possano coltivare, incontrare la fecondità, la ricchezza, la forza del Vangelo. Si tratta di una parola viva, capace di sostenerci, consolarci, guidarci e che ci rende capaci di operare in modo evangelico lì dove viviamo. 

La Parola di Dio e i bambini

È importante anche abituare i nostri piccoli ad ascoltare e poi legge della  Parola di Dio. «Fin da piccoli i bambini hanno bisogno di Dio, e hanno la capacità di percepire la sua grandezza. Sanno apprezzare il valore della preghiera, del parlare con Dio, così come intuiscono la differenza fra il bene e il male». Queste parole sono di Benedetto XVI e sono rivolte principalmente ai padri e alle madri. Il senso di questo richiamo, fatto dal Papa con una particolare passione, è: «Parlate ai vostri bambini di Dio!».

Far conoscere Gesù ai bambini con l’aiuto della Parola è una missione unica. Come raccontare la Bibbia e il Vangelo ai bambini? Come coinvolgerli in storie apparentemente lontane e su temi difficili?  Leggete insieme alcuni passi significativi  della Bibbia oppure vari episodi tratti dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli. Ricavate dei momenti nella giornata in cui la famiglia si confronta insieme con la Parola di Dio, per metterla sempre più al centro della vita familiare. Cercate di spiegare le parole più difficili e di raccontare la storia con parole diverse. Con le nostre parole passiamo ai nostri figli la lettera d’amore che Dio scrive a ciascuno di noi. 
Ci sono tanti sussidi che vengono in nostro aiuto, con un linguaggio semplice e lineare mirano a far conoscere ai bambini e ai ragazzi la figura di Gesù come amico per la vita.

https://blog.editriceshalom.it/la-domenica-della-parola-una-festa-per-la-bibbia/

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato 23  gennaio 2021

 

 

 

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