venerdì 28 maggio 2021

STORIE E VOCI DAL SILENZIO La Santissima Trinità a Vellepietra

 ‘La Santissima’, così la chiamano i contadini del Lazio, si trova fra i Monti Simbruini, zona protetta dall’omonimo PARCO REGIONALE, all’estremo limite del Lazio verso l’Abruzzo. Infatti il Santuario è posto fra i paesi di Vallepietra (prov. Di Roma) e di Cappadocia (prov. Di Aquila).
Questo è il baBACINO DEL SIMBRIVIO, UNO DEI PIU' RICCHI DI SORGENTI D'EUROPA, che però dà luogo (data la natura carsica del suolo) solo ad un modesto fiume (il Simbrivio, appunto) affluente del vicino Aniene. La VERDISSIMA VALLE del Simbrivio man mano che si sale al Santuario cede il posto ad un PAESAGGIO MONTANO INASPETTATAMENTE BRULLO, ma mai desolato. Il Santuario è POSTO AD UNA QUOTA DI 1337 m.s.l.m., su un fianco del Colle della Tagliata, contrafforte del MONTE AUTORE (1835 m.s.l.m.).

STORIA DEL SANTUARIO
Le origini di questo Santuario sono ANCORA SCONOSCIUTE anche se corrono diverse ipotesi; occorre intanto riferirsi a LEGGENDE POPOLARI tramandate oralmente ed esse sono principalmente due.
UNA PRIMA LEGGENDA (sembra sia supportata anche da antichi scritti) narra di due cristiani perseguitati da Nerone i quali, fuggendo da Roma, si fermarono qui dove incontrarono gli Apostoli PIETRO E PAOLO: un provvidenziale Angelo venne subito a sfamarli e dissetarli, mentre il giorno dopo apparve loro la Santissima Trinità che benedisse il luogo come luogo santo della Terra’.
UNA SECONDA STORIA, la più diffusa, vede l’origine del culto in questo luogo nel giorno in cui un contadino, accorso dal sovrastante Monte Autore da cui aveva visto precipitare i suoi buoi con l’aratro, TROVO' I DUE ANIMALI INGINOCCHIATI DAVANTI AD UNA IMMAGINE DELLA TRINITA' mentre vide l’attrezzo impigliato a metà della parete rocciosa. A sostegno di questa seconda storia sta il fatto che in effetti, con un po’ di buona volontà, UN ANTICO ARATRO SOSPESO si vede ancora, sospeso in alto sullo strapiombo
Ipotesi storicamente più concrete vedrebbero la fondazione del Santuario da parte di SAN DOMENICO DI SORA (poco dopo il mille ) ovvero anche da parte di MONACI BASILIANI provenienti dall’Oriente (ipotesi plausibile, considerato lo stile rappresentativo delle tre figure venerate ed alcune peculiarità della toponomastica locale, quale il nome stesso del paese di Cappadocia). A sciogliere tutte le diatribe è molto accreditata l'ipotesi secondo cui furono i Benedettini di Subiaco a fondare qui un solitario cenobio e questa è una tesi molto condivisibile vista la vicinanza e la vocazione di quei monaci alla fondazione di luoghi di culto ‘decentrati’; ma, certo, è anche possibile che qui ci fosse già qualcosa…..

LA FESTA DELLA "SANTISSIMA"
La festa della SS. Trinità è una festa ‘mobile’ in quanto si svolge CIASCUN ANNO IN DATA DIVERSA, dal Venerdì alla Domenica dopo la Pentecoste (cioè otto settimane dopo Pasqua) in COINCIDENZA CON IL PLENILUNIO.
Il tradizionale PELLEGRINAGGIO DELLE GENTI DEL LAZIO passa da Vallepietra che vede affluire migliaia di pellegrini, in genere organizzati in ‘COMPAGNIE’ secondo i paesi di provenienza. La sosta a Vallepietra già comporta una SERIE DI RITUALI che coinvolgono anche la popolazione locale, quindi IL SABATO ALL'ALBA si sale a piedi al Santuario il quale si trova a 12 chilometri dal paese (la distanza è percorribile anche in auto con la strada asfaltata per Cappadocia, che passa a 500 m. dal Santuario). I più devoti vanno ovviamente a piedi e questo a prescindere dall’età perche I PIU' DEBOLI VENGONO AIUTATI A SALIRE dagli altri componenti la ‘Compagnia’.
Durante il percorso, lungo il quale si trovano croci e cappelline votive, si svolge una serie di RITUALI DI PURIFICAZIONE (come lanci simbolici di pietre nel torrente oppure - e questo è comune ad altri cammini ‘liberatori’ – apportando pietre a formare piccoli cumuli).
Giunti al Santuario ci si ferma per altri riti devozionali lungo il sentiero d’accesso (costellato di croci-ricordo delle Compagnie). Nei giorni della Festa, la CODA D'ATTESA PER VARCARE LA SOGLIA DEL SANTUARIO può essere lunga in modo scoraggiante (ma questo deve essere parte obbligata del pellegrinaggio, almeno per chi è salito in auto!).
Si entra nel Santuario sfiorando la roccia con la mano e se ne esce camminando a ritroso per rispetto devozionale.
All’alba della Domenica si svolge, presso l’altare all’aperto, il tradizionale ‘PIANTO DELLE ZITELLE’: una laude del settecento (era il tempo delle Passioni di Bach) cantata da un gruppo di ragazze di Vallepietra vestite di bianco (la Madonna è vestita di nero), con effetto di grande commozione collettiva. Anche il percorso di ritorno a casa dei pellegrini segue un particolare rituale, perché i frutti di queste dure giornate non vengano vanificati.

IL SANTUARIO DELLA SANTISSIMA TRINITA'
La piccola Chiesa-Santuario RACCHIUDE UNA GROTTA (all’origine era quasi certamente un’ abitazione rupestre neolitica) sulla cui parete è una RAFFIGURAZIONE DI TIPO BIZANTINO della Trinità: tre persone identiche, sedute con un libro nella mano sinistra, nell’atto di benedire alla maniera greca (pollice unito all’anulare); altri affreschi medioevali decorano la grotta.
Una scala per l’accesso alla Chiesa ed una per uscirne risolvono il problema del fluido scorrimento delle migliaia di pellegrini dei giorni della Festa. Ai lati e attorno alla Chiesina della Santissima sorgono ALTRI LUOGHI DEVOZIONALI (tra cui la bella cappellina di Sant’Anna, incastonata nella roccia) costruiti nel rispetto della centralità e suggestione del Santuario.
Quello che stona è un’enorme pensilina, che copre un altare all’aperto, realizzata negli anni sessanta proprio davanti alla Chiesa-Santuario, che impedisce anche la completa soddisfazione dello spirito anelante a bearsi dell’immenso panorama che qui si prospetta. Altra cosa che stona è l’ormai esorbitante numero di chioschi (fortunatamente collocati in un lato abbastanza appartato) che vendono dagli oggetti devozionali ai souvenir e - non si può negare ad un bimbo stanco un giocattolino cinese - e robe di plastica varia.
Ma basta tenere lo sguardo alto (in tutti i sensi) e la suggestione immensa di questo luogo non ne resta scalfita. Unico oggetto 'verace' è il tradizionale FIORE DI CARTA COLORATA che una volta adornava camion, carri e biciclette con cui le genti del Lazio arrivavano da queste parti viaggiando per giorni e notti cantando 'viva viva, sempre viva, la Santissima Trinità….'.(1)

Molte sono le leggende che riguardano l’apparizione della Santissima Trinità ma due sono più diffuse: “In una pergamena è riportato che due ravennati, residenti a Roma, si portarono sul Monte Autore per sfuggire alla persecuzione di Nerone. Qui furono visitati dagli apostoli Pietro e Giovanni che, sbarcati a Francavilla, avevano attraversato il Regno di Napoli. Un angelo apparso ai quattro portò loro dal cielo il cibo e fece scaturire dalla terra la sorgente. Il giorno seguente apparve la Santissima Trinità che benedisse il Monte Autore alla pari del Sinai e dei luoghi santi della Palestina.” Una leggenda più popolare racconta, invece, di “un contadino che mentre arava il terreno in cima al colle della Tagliata vide cadere, nel sottostante precipizio, i buoi e l’aratro. Portatosi sul ripiano alla base della grande parete rocciosa vide, con grande meraviglia, i buoi inginocchiati davanti ad un misterioso dipinto della Trinità, apparso all’interno di una piccola grotta. L’aratro era rimasto in alto impigliato in una sporgenza della roccia.”

 

La domenica della festa della Trinità viene eseguito da parte di giovani vallepietrane il suggestivo “Pianto delle zitelle”, un antico dramma sacro che mette in scena i misteri sulla Passione di Cristo.

I sentieri che portano a piedi, attraverso le montagne che circondano il Santuario, sono molti, tutti tramandati oralmente di padre in figlio e immersi nella natura. Natura davvero meravigliosa, parte del Parco Naturale dei Monti Simbruini.

Questo complesso e singolare pellegrinaggio, che per le sue peculiarità ha destato un forte interesse negli studiosi, è descritto e analizzato approfonditamente nel libro “Evviva la Santissima Trinita!”, di Fulvia Caruso, antropologa vallepietrana e “zitella”, edito nel 2008 da Carsa Edizioni. Come sottolinea Antonello Ricci nell’introduzione, «Fulvia Caruso in questo suo saggio ripercorre, descrive, analizza e offre al lettore il senso sonoro di una festa i cui tratti sono stati più volte rappresentati e le cui motivazioni rimangono ancora oggi, nonostante il continuo interesse, nascosti e misteriosi». Il libro è arricchito di un CD audio che documenta il “paesaggio sonoro” connesso al pellegrinaggio, restituendo una selezione dei vari canti eseguiti durante il lungo percorso, in un contesto acustico fedele. Da segnalare anche l’importante corredo fotografico del volume, opera di Marco Marcotulli, che documenta in uno splendido bianco e nero la «complessa polifonia sociale» rappresentata dalle migliaia di persone di ogni età e di ogni condizione sociale che compiono ogni anno la lunga ascesa al Monte Autore. Sempre sul pellegrinaggio di Vallepietra Marcotulli ha realizzato nel 2006 un bel DVD, “Son le treppe”, che peraltro rende omaggio a un’opera storica, considerata da Michelangelo Antonioni come precorritrice del Neorealismo: il documentario “Il Pianto delle Zitelle” (1939) di Giacomo Pozzi Bellini, che, presentato e premiato al Festival del Cinema di Venezia, fu censurato a causa del forte impatto di alcune scene di massa, sgradite al regime fascista, e per questo non è più stato diffuso in Italia.

 

Dal primo maggio al 30 ottobre, le compagnie di pellegrini, provenienti da comunità situate anche a notevole distanze, tra Lazio, Abruzzo e Molise si recano al santuario per soddisfare una profonda esigenza spirituale: un sentimento misto di fede e di religiosità popolare, ma anche, visti i luoghi, di attrazione naturalistica e di escursionismo. Per raggiungere il santuario è necessario compiere un’ascesa molto faticosa, superando un dislivello che va dai 300 ai 500 metri. Questo percorso richiede grande impegno, soprattutto per chi va a piedi – e sono in molti a farlo ancora oggi.

Luogo sacro fin dal neolitico, come testimoniano alcuni ritrovamenti archeologici, ha trovato ampia fama soprattutto dall’inizio dell’Ottocento. L’oggetto della devozione è un’immagine della Santissima Trinità riprodotta in un grande affresco bizantineggiante – datato intorno al XII secolo – che è conservato nella grotta della Tagliata del monte Autore (una parete rocciosa mozzafiato). L’affresco rappresenta una Trinità non canonica: tre Cristi identici (le “Tre Persone”) che benedicono con la mano destra, unendo il pollice all’anulare, gesto di tradizione greco-bizantina.

 

Riportiamo il testo di uno degli inni alla SS. Trinità più conosciuti anche perché viene cantata dai pellegrinji che si recano al santuario di Vallepietra

 Tutti quanti genuflessi

Siamo noi qui venuti

Onde tutti noi ci aiuti

O Santissima Trinità

(i fedeli rispondono ad ogni strofa)

Viva viva sempre viva

Quelle tre person Divine

Quelle tre person Divine

La Santissima Trinità.


Il gran Padre con il Figlio

E lo Spirito Santo ancora

Tre person da noi s’adora

nell’istessa Maestà.


Con il Padre con il Figlio

E lo Spirito Santo ancora

Tre persone da noi s’adora

Coll’istessa podestà.


E lo Spirito, Figlio, Padre

Sono uno in tre persone

Nel sentire tale canzone

O che gran solennità.


Oh mistero incomprensibile

Da stupir tutta la gente

Un gran Dio onnipotente

In tre rami si formò.


Ed è sempre quell’istesso

In quel ramo si compone

Un sol Dio in tre persone

Nell’istessa ugualità.


Oh felice e buon pastore

Fu per te quel dì beato

Testimonio fu l’aratro

Che in aria si fermò

Due buoi in tanta altezza

Son caduti sopra i sassi

Riprendendo i loro passi

Si rimisero a pascolar.


Ecco appunto che veniva

Il devoto e già pregava

E la triade invocava

Che lo venne a liberar.


Vide già le Tre persone

Tutte e tre di una fattura

Tutte e tre di una misura

Nell’istessa podestà.


A tal vista risplendente

Non curò tosto paura

Ma una fede l’assicura

Per più credere e sperar.


Verso Te voltò le luci

L’uomo oppresso dalla sete

Ecco subito le pietre

Verso l’acqua in verità.


Vallepietra che scriveva

Le notizie le mandava

E la Triade palesava

Da per tutte le Città.


O che scoglio fortunato

Da venire a visitare

E con fede ad adorare

Il Supremo Salvator.


Fu miracolo evidente

Che in ogni anno si rinnova

Ed ognun le grazie prova

Colla Santa Trinità.


Scorre l’acqua d’ogni parte

Quando più la gente arriva

Dallo scoglio onde deriva

Chi si vuole dissetare.


Ed il popolo devoto

Corre presto in un istante

E con fede al Padre amante

Porge preghi con fervor.

 

Voi correte sordi e muti

Ciechi e storpi e desolati

Che sarete risanati

Dall'immensa Trinità.


Sempre noi con viva fede

Ed uniti alla speranza

Non facciamo ritardanza

Girne al nostro Creator.


E con fede e con rispetto

Veneriamo noi di cuore

Padre Figlio e Santo amore

Che la luce a noi donò.


O fedeli tutti uniti

Noi crediam genuflessi

Adorando tra noi stessi

Il gran Padre dell’Amor.


Non facciamo come alcuni

Che pur mancano di fede

Chi non corre, chi non crede

All’immensa Trinità.


Come il giorno di sua festa

Molti restano e non vanno

Che temendo alcun malanno

Di ricevere quel dì.


Ma il verace buon devoto

Presto corre e non si arresta

Non temendo alcuna tempesta

Che vedesse di venir.


Segni son di poca fede

O il gran Dio niente si cura

Mentre mettonsi di paura

Di pericoli incontrar.


E perciò tutti corriamo

Adorar le Tre Persone

Ma con santa Devozione

Le dobbiamo ossequiar.


Che se noi così facciamo

O fedeli immantinente

La gran Triade possente

Le sue grazie a noi farà.

 

(1) http://www.lazioturismo.it/asp/scheda_archeo.asp?id=145

 

(2) x.vincenzosantoro.it/2009/03/01/la-santissima-trinit-di-vallepietra/

 

Eremo Rocca S. Stefano   sabato 29  maggio 2021

SETTIMO GIORNO Santissima Trinità ( Anno B)

 Il Nuovo Testamento fonda l’universalità della missione nello speciale rapporto che Gesù risorto ha con ogni uomo.

Il Vangelo dev’essere annunciato a ogni uomo, perché Gesù è la verità dell’uomo, ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e in terra, perché ha fatto la volontà del Padre fino alla morte aprendo così per ogni uomo la via verso la pienezza della vita. Di qui le caratteristiche della missione:

- la forza che l’anima è lo Spirito Santo che da Gesù risorto viene promesso e trasmesso ai discepoli, come principio della vita nuova, che deve essere annunciata e comunicata a ogni uomo;

- il contenuto della missione è la sequela di Cristo, l’obbedienza al Vangelo, l’osservanza dei comandi di Gesù, l’adesione battesimale alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il distacco dalla vita incredula, implorando e accogliendo la remissione dei peccati;

- la speranza che sostiene i missionari nelle fatiche e nelle difficoltà è la certezza che Gesù è sempre con loro sino alla fine del mondo (da Partenza da Emmaus, in “Rivista Diocesana Milanese”, sett. 1983, 814-815).

 

Dal libro del Deuteronòmio (Dt 4,32-34.39-40)

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità all'altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo?
O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?
Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro.
Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,14-17)

Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre, insieme a chi è con noi fino alla fine del mondo . Questo il senso della parola di questa domenica in cui si  celebra la solennità  della SS. Trinità.

Il santuario della Santissima Trinità è un piccolo santuario della chiesa cattolica, dedicato alla Trinità, situato nel territorio del comune di Vallepietra (RM), al confine del Lazio con l'Abruzzo, in un territorio montano a quota 1337 m s.l.m.[1]. Incluso nel territorio della diocesi di Anagni-Alatri, si trova al di sotto di una grande rupe rocciosa a strapiombo del gruppo montuoso del monte Autore (a 1885 metri s.l.m.) (Colle della Tagliata), lungo il versante sud-ovest della catena dei monti Simbruini, affacciandosi sulla sottostante valle del Simbrivio.  Meta frequente di devoti, pellegrini, curiosi ed escursionisti, provenienti soprattutto da Lazio, Abruzzo e Campania[2], è raggiungibile facilmente salendo da Vallepietra per circa 14 km di strada asfaltata, oppure dal limitrofo territorio abruzzese di Cappadocia-Camporotondo attraversando la strada sterrata circondata da faggete secolari del pianoro carsico di Campo della Pietra,

Sulle origini del Santuario vi sono diverse ipotesi. Il problema è di difficile soluzione, ed ancor oggi vi sono molti punti oscuri, malgrado numerose ricerche effettuate da insigni studiosi. È opportuno, comunque, riferire sulle ipotesi più accreditate e sulle leggende popolari che i pellegrini si sono tramandate oralmente. Esistono due leggende: una di origine popolare e l’altra di origine letteraria. “La prima narra di un contadino che mentre arava il terreno in cima al colle della Tagliata vide cadere, nel sottostante precipizio, i buoi e l’aratro. Portatosi sul ripiano alla base della grande parete rocciosa vide, con grande meraviglia, i buoi inginocchiati davanti ad un misterioso dipinto della Trinità, apparso all’interno di una piccola grotta” (Caraffa). L’aratro era rimasto in alto impigliato in una sporgenza della roccia. “La seconda leggenda, di carattere letterario, è stata trasmessa da una pergamena andata poi distrutta, ma della quale è pervenuta una copia. Ecco il racconto: Due ravennati, residenti a Roma, si portarono sul Monte Autore per sfuggire alla persecuzione di Nerone. Qui furono visitati dagli apostoli Pietro e Giovanni che, sbarcati a Francavilla, avevano attraversato il Regno di Napoli. Un angelo apparso ai quattro portò loro dal cielo il cibo e fece scaturire dalla terra la sorgente. Il giorno seguente apparve la Santissima Trinità che benedisse il Monte Autore alla pari del Sinai e dei luoghi santi della Palestina.” Al di là delle leggende sono state formulate diverse ipotesi sulle origini del Santuario. Alcuni studiosi fanno risalire a monaci orientali o eremiti la possibilità dell’origine del luogo di culto dedicato alla Santissima Trinità sul monte Autore immediatamente sopra le sorgenti del Simbrivio. L’atteggiamento benedicente alla maniera greca delle “Tre Persone”, venerate nel Santuario e la particolare toponomastica dei luoghi circostanti potrebbero avvalorare questa ipotesi. Infatti il monte posto di fronte al Santuario si chiamava sino al secolo scorso Sion ed infine il paese più vicino, dal versante abruzzese, è Cappadocia (come la regione orientale). Un’altra ipotesi attribuisce la fondazione del Santuario della Santissima Trinità a San Domenico di Sora.
Tratto da “La Trinitá di Vallepietra” di Franco Mercuri.

La prima domenica dopo la Pentecoste è celebrazione della Trinità. Una celebrazione che può suscitare perplessità. Si tratta di una festa relativamente recente in quanto è solo nell’VIII secolo che Alcuino redasse una messa in onore del mistero trinitario come sostegno alla pietà privata, tanto che ancora nell’XI secolo papa Alessandro II non ritenne affatto obbligatoria questa celebrazione per la chiesa universale per il fatto che “ogni giorno l’adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode”. In effetti, questa festa non celebra un evento della storia della salvezza, ma colui che è all'origine di ogni evento di salvezza e che dunque è sempre al cuore di tutte le celebrazioni e di ogni celebrazione.

In ogni caso, noi oggi, dopo aver celebrato il compimento della Pasqua con la Pentecoste e il dono dello Spirito, entriamo nella contemplazione del Dio della prima e della nuova alleanza, del Dio creatore e redentore, il Dio rivelato pienamente da Gesù, il Dio che confessiamo Padre e Figlio e Spirito santo. Ma contemplare il volto di Dio significa anche vedere il riflesso che tale volto ha sulla vita ecclesiale e dunque vedere qual è il volto che la chiesa è chiamata ad assumere per essere fedele immagine del Dio rivelato quale Padre dal Figlio Gesù Cristo nella potenza dello Spirito. Volgere lo sguardo al Dio che ha inviato il Figlio nel mondo significa dunque anche porsi di fronte alla vocazione che la chiesa ha il mandato di adempiere nella storia. Il Dio trinitario è il Dio che è relazione e comunione in se stesso e che chiede alla chiesa, per narrarne il volto nella storia, di articolare le proprie relazioni anzitutto interne in comunione. Il Dio narrato dal Risorto che invia i discepoli nel mondo dopo aver detto loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18) chiede alla chiesa di esercitare la propria missione di evangelizzazione liberandosi di ogni potere proprio e contando unicamente sul potere universale del Risorto: quelle parole del Risorto sono una liberazione dal potere per i discepoli e per la chiesa, sono una liberazione dall’assillo di un potere umano e consentono alla chiesa di raggiungere ogni gente e popolo. Proprio quella liberazione dalla ricerca di potere umano è ciò che rende evangelizzatrice la chiesa trasformandola da povera chiesa a chiesa povera. Chiesa povera perché nulla le impedisca di essere spazio di presenza del Risorto e di porre ostacoli alla promessa di Cristo che è la vera ricchezza della chiesa sempre: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”.

Quest’ultima espressione, che sigilla l’intero vangelo di Matteo, dice il fine ultimo della rivelazione del Dio trinitario: essere presenza accanto agli uomini, essere il Dio con noi, vicino a noi. Anche lì la rivelazione divina diventa indicazione del compito ecclesiale: siamo chiamati a essere presenza, a stare accanto, a farci prossimo, a avvicinarci gli uni agli altri perché la presenza di Dio è narrata da una persona che si fa vicina, da una presenza gratuita. Così è stato per Gesù, tanto che Matteo pone l’intero suo vangelo all’interno di un’inclusione fra il Gesù appena nato che è l’Emmanuele, il Dio con noi (Mt 1,23), e il Risorto che è ancora e per sempre il Dio con noi (Mt 28,20). Dio trinitario è il Dio che si fa presente accanto agli esseri umani con la sua parola e con il suo spirito che sono narrati da Gesù nel suo corpo e nella sua vita. Il come del Dio trinitario, il come si manifesti e agisca la Trinità di Dio noi lo vediamo nel Cristo e lo vediamo testimoniato dai vangeli.

Il testo evangelico si apre con l’indicazione degli Undici. Non i Dodici, ma gli Undici. È la comunità ferita, mancante. Attraversata dallo scandalo del tradimento di Giuda e della sua sconvolgente fine che Matteo ricorda: Giuda morì suicida (Mt 27,5). Il gruppo dei discepoli fu anche attraversato da questa indicibile tragedia: uno dei Dodici, uno degli uomini scelti a chiamati da Gesù a formare la sua comunità, morì suicida. Questo avvenne poco prima che Gesù stesso, arrestato e processato, venisse condannato a morte e crocifisso. Un seguito di eventi sconvolgenti, avvilenti e sfiancanti per la povera comunità di Gesù. Matteo ci pone di fronte a una comunità scossa, vacillante, smarrita, minata nella fiducia reciproca, sorpresa dagli eventi che si sono succeduti con ritmo incalzante negli ultimi momenti della vita di Gesù. Al momento dell’arresto, “tutti i discepoli abbandonarono Gesù e fuggirono” (Mt 26,56), C’è la fuga, la diserzione. Pietro addirittura rinnegò espressamente Gesù imprecando e spergiurando, con parole violente, tanto più urlate quanto più erano menzognere e disperate: “Pietro cominciò a imprecare e a giurare: ‘Non conosco quell’uomo’” (Mt 26,74). Ecco gli Undici. Un gruppo smarrito e spaventato, che deve fare i conti con ferite profonde lasciate da un passato che non potrà certo passare in poco tempo.

Eppure una cosa i discepoli sanno ancora fare. Una sola. L’unica essenziale. Ricordano la parola che Gesù aveva loro detto e vi obbediscono. “Andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro indicato” (Mt 28,16). Che poi il gesto della prostrazione e del contemporaneo dubbio debba essere inteso di tutti gli Undici o solo di alcuni, la sostanza non cambia molto. Se si intende l’espressione greca come fosse un partitivo, si tradurrà: “Vedendolo, si prostrarono, alcuni però dubitavano” (Mt 28,17). In questo caso si sottolinea la divisione interna alla comunità tra chi crede e chi dubita. Se si traduce invece: “Vedendolo, si prostrarono, essi però dubitavano”, la divisione è interna a ciascuno degli Undici. Nel cuore di ciascuno fede e non-fede si affiancano e coabitano. E questo è in continuità con il ritornello matteano della fede che nei discepoli è sempre poca, è sempre oligopistía, fede di breve durata, di fragile consistenza. Ma l’obbedienza alla parola di Gesù che ancora ricordavano, li àncora all’unica realtà che può dare loro un futuro: la parola del Signore. Obbedendo alla parola del Signore arrivano a incontrarlo. Va sottolineato il coraggio, non sappiamo quanto di fede e quanto di disperazione, nell’obbedire a quella parola. Sono andati là dove Gesù aveva detto loro. A quel Gesù che hanno abbandonato, che le donne hanno incontrato facendosi poi mediatrici del suo messaggio di Risorto ai discepoli (“Andate ad annunciare ai miei discepoli che vadano in Galilea: là mi vedranno”: Mt 28,10), a lui ora essi obbediscono e vanno là dove lui ha detto. Cosa sperano di trovare? Gesù stesso? Forse, forse solo alcuni; tuttavia se essi dubitavano anche mentre si prostravano a lui, è assai probabile che dubitassero anche prima, quando non lo vedevano e non l’avevano davanti.

Tuttavia la potenza dell’obbedienza è tale che, grazie ad essa, gli Undici incontrano il Risorto. E diventano depositari della promessa su cui potranno scommettere tutta la loro vita. Il Risorto promette loro: “Io sono con voi, sempre, tutti i giorni”. Una promessa che impegna però la fede dei discepoli, i quali ogni giorno dovranno esercitarsi all’arte di discernere la presenza del Risorto. E dovranno rinnovare la propria personale promessa fondandosi sulla promessa fedele del Signore Gesù: “Io sono con voi”. La chiesa rappresentata dagli Undici è la chiesa di sempre, credente e incredula al tempo stesso. Ma la poca fede non impedisce al Risorto di affidare a questi poveri credenti il mandato di evangelizzare tutte le genti. Di fronte questi poveri credenti, ecco la fiducia del Risorto che affida loro il compito evangelizzatore. Al quadro della pochezza e lacunosità del gruppo dei discepoli, fa poi contrastante riscontro il quadro di totalità di cui appare depositario il Cristo risorto.

Il testo parla di 4 totalità: totalità dell’autorità che Gesù ha ricevuto da Dio in cielo e in terra (v. 18); totalità delle genti a cui sono inviati i discepoli (v. 19); totalità di ciò che Gesù ha comandato ai discepoli e che questi devono insegnare alle genti (v. 20); totalità del tempo e della storia che vedrà la vicinanza del Risorto ai suoi inviati (v. 20). Come già detto, la condizione per ottemperare la missione che la chiesa riceve dal Risorto è la liberazione dalla ricerca di potere. Il Risorto concentra su di sé tutto il potere che riceve da Dio. Del resto, l’unico vero potere accordato da Cristo ai discepoli è il potere di rimettere i peccati. L’autorità nella chiesa (Mt 16,19), l’eucaristia (Mt 26,28), la missione (Lc 24,47) tendono alla remissione dei peccati. Sono la struttura spirituale e teologica con cui la chiesa può adempiere il suo mandato evangelizzatore strutturandosi come comunità in cui il potere del Risorto si rende visibile rendendola comunità del perdono, luogo della remissione dei peccati. Sempre la potenza evangelica dell’agire della chiesa è connessa a una perdita di potere mondano, a una dimensione di povertà. La chiesa che guarisce, che perdona, che rimette i peccati è la chiesa che vive la resurrezione di Gesù Cristo. E che risorge lei stessa dietro a lui vivendo libera dal peso del potere. Solo così la chiesa può compiere quella missione che non è soltanto spaziale (tutti i confini della terra), ma soprattutto temporale, in quanto l’evangelizzazione è compito da rinnovare per ogni generazione, per ogni essere umano che viene nel mondo. Ma in questo la chiesa può contare sulla promessa di Cristo: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14551-una-comunione-per-gli-altri  

Eremo Rocca S. Stefano  sabato  29  maggio 2021

lunedì 24 maggio 2021

STORIE E VOCI DAL SILENZIO Ventiquattro maggio

 

‘’Il Piave mormorava/ calmo e placido al passaggio/ dei primi fanti il 24 maggio/ l’esercito marciava per raggiunger la frontiera/ per far contro il nemico una barriera’’. Così inizia ‘’La canzone del Piave’’ destinata a diventare l’inno della Grande Guerra (per un breve periodo, dopo la liberazione del 1945, fu usata anche come inno nazionale, prima che venisse adottato l’inno di Mameli). L’autore era  Giovanni Ermete Gaeta, in arte E.A. Mario, paroliere e musicista di tanti canzoni che sono rimaste altrettanto vivide nella storia del nostro paese. E A Mario morì infatti nel 1961 ed ebbe una vita  professionale molto fortunata ed intensa.  Compose la canzone del Piave in una sola  .Tanti altri celebri inni sono nati  composti in fretta e furia  e hanno comunque  ottenuto un grande successo. Per esempio . La ‘’Marsigliese’’ venne eseguita su una pianola e portata al fronte dalle truppe provenienti da Marsiglia. Oggi è una sorta di inno universale ai principi di libertà, uguaglianza e fraternità.

La guerra  era stata  scatenata  dall’assassinio  il 28 giugno 1914, dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, erede al trono austro-ungarico e della consorte durante una visita di Stato a Sarajevo ad opera di un giovane studente nazionalista serbo-bosniaco, Gavrilo Princip.

Massimo L. Salvadori nella Storia d’Italia  ricorda che furono le  minoranze seppure scollegate tra loro a dettare la linea interventista dell’Italia  che a lungo rimase in forse sulla partecipazione al conflitto . Si realizzo in termini di interventismo un’alleanza  tra liberali antigiolittiani, irredentisti, repubblicani, interventisti c.d. democratici e nazionalisti  che finì per trascinare l’Italia in guerra nel 1915. Al momento della sua entrata il guerra l’esercito italiano poteva contare su 35 divisioni di fanteria. Il comandante supremo era Luigi Cadorna il figlio di quel Raffaele che nel 1870 aveva espugnato Roma dalla breccia di Porta Pia. Dei 5,7 milioni di richiamati 2,6 milioni erano contadini analfabeti. Mancavano gli ufficiali tanto che si fece ricorso a giovani di complemento. Ma soprattutto non c’era negli stati maggiori una visione della guerra moderna. Gli eserciti si stabilirono per anni sulle linee dei fronti raggiunti nelle prime offensive  e restarono a macerarsi per anni nelle trincee, operando assalti alle trincee nemiche che consentivano al massimo – con una ecatombe di morti e feriti – la conquista di qualche centinaio di metri, che sarebbero stati perduti pochi giorni dopo a seguito del contrattacco nemico.

Una guerra di posizione  che finì però in un bagno di sangue . Finiva anche la belle èpoque , senza neppure rendersene conto, in un bagno di sangue che avrebbe dato vita  ai  nazionalismi e sciovinismi che travolsero gli ordinamenti liberali e aprirono la strada a regimi totalitari.   L’intervallo tra la prima e la seconda guerra mondiale  si rivelò un lungo armistizio.  

Il secolo breve il Novecento si apriva con il sovrano inglese, il Kaiser, lo Zar imparentati tra loro , erano cugini di primo grado.  IL vecchio mondo andava allo sbaraglio per seguire le mire espansionistiche dell’Austria sulla piccolissima Serbia . Si metteva in moto  il risiko delle alleanze : L’Austria dichiarava guerra alla Russia che proteggeva la Serbia  un mese dopo l’attentato di Seraievo. Immediatamente si mise in moto il  sistema delle alleanze: il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il 3 alla Francia; il 4 agosto fu la volta della Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania. Il 25 agosto il Giappone si schierò a fianco della Gran Bretagna.

La Canzone del Piave  venne composta in un momento particolare del conflitto  . Dopo la sconfitta di Caporetto, proprio sul  Piave gli austriaci avevano sferrato il duro attacco che aveva dato inizio alla battaglia del Solstizio. La piena del fiume, però, aveva arrestato l’esercito nemico permettendo alle forze armate italiane di organizzare una resistenza. Il maestro Gaeta, noto con lo pseudonimo E.A. Mario, scrisse allora quella che è ad oggi una delle principali canzoni patriottiche italiane.

La prima strofa fa riferimento alla prima, silenziosa marcia delle truppe italiane per sferrare l’attacco contro l’esercito austriaco nel 1915. Il regno d’Italia, infatti, dopo le radiose giornate di maggio aveva dichiarato guerra all’Austria, entrando ufficialmente nella Prima guerra mondiale. La canzone del Piave, nota anche come Leggenda del Piave, ebbe un successo immediato. Il generale Armando Diaz si complimentò direttamente con l’autore per l’effetto positivo che aveva avuto sulle truppe. «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!», scrisse Diaz a Gaeta.

Nei giorni 24-26 ottobre 1917 le forze armate austro-ungariche e tedesche ruppero le linee italiane sul fronte orientale, costringendo ad una tragica ritrata, in cui andò perduto metà dell’esercito italiano.
Travolto sull’Isonzo e poi sul Tagliamento, l’esercito italiano si attestò disperatamente prima sull’altopiano di Asiago, poi sul Monte Grappa e sulla linea del Piave.

La resistenza iniziò il 9 novembre, e continuò fino al 26 novembre; la lotta riprese il 4 dicembre, e si spense a Natale del 1917, quando l’avversario si rese conto che non si sarebbe potuto spingere oltre il Piave (che in linea d’aria dista meno di 34 chilometri da Venezia).

VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un'intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d'amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

Scrive Tito Bedin  : “ È una delle poesie di Giuseppe Ungaretti, composte finché stava al fronte a combattere con la divisa di fante, come quella dei commilitoni che avevano oltrepassato il Piave il 24 maggio. E oltre il Piave non avevano trovato sogni luminosi di gloria, non avevano vissuto il mito della vittoria, che qualche altro poeta e molti intellettuali avevano propagandato fino a creare le condizioni per l'entrata in guerra dell'Italia. I fanti avevano trovato le trincee, il freddo, la fame, la morte, le mutilazioni, la solitudine: come il fante Giuseppe Ungaretti; come i sei milioni di italiani che vi parteciparono.” (https://www.euganeo.it/difesa/sd-165.html)

La morte è l'incontrastata dominatrice della Grande Guerra: solo tra gli italiani è costata 650 mila caduti militari e 600 mila vittime civili, molte delle quali causate da fame e malnutrizione o dall'influenza spagnola conseguenza delle condizioni precarie dovute alla guerra.
Alcuni italiani avevano cominciato a morire anche prima del 24 maggio 2015: erano i militari trentini di lingua italiani, arruolati nell'esercito austro-ungarico nell'estate del 2014 e inviati prevalentemente sul fronte russo, lontani da casa, per evitare "contaminazioni". Questi altri italiani entrano nel "conto generale" della guerra mondiale: una carneficina con 10 milioni di morti, milioni di feriti e mutilati, e avanti negli anni milioni di vedove e di orfani.
Ci "spiega" ancora Giuseppe Ungaretti:
SAN MARTINO SUL CARSO
Valloncello dell'albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato


Ungaretti ci aveva lasciato questa istantanea sui fanti:
SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
D'autunno
Sugli alberi
Le foglie


 

 Non lo sapeva, il poeta, ma milioni di persone avrebbero continuato per decenni a stare "come d'autunno / sugli alberi / le foglie".

 

Eremo Rocca S. Stefano lunedì 24 maggio 2021

LA LUNA DEI LUNATICI Luna e poesia

 


Giorni fa mi fu chiesto da un cortese intervistatore quale potrebbe essere lo status poetico della luna dopo il fatto compiuto dell'allunaggio. Gli risposi che la scoperta dell'ombrello non aveva impedito a Debussy e a D'Annunzio di mimare la pioggia in due loro celebri composizioni. Aggiunsi pure che la poeticità della luna era già in ribasso molto prima che i futuristi scatenassero la loro offensiva contro la pallida Selene. Nessun poeta moderno si rivolgerebbe alla luna col famoso interrogativo «che fai tu in ciel» etc. Detronizzata da gran tempo, la luna sopravvive come parola d'uso (es. «era una bella serata di luna» in cui la parola luna non ha funzione di protagonista). E sopravvivranno all'allunaggio le numerose connotazioni misterico-negromantiche che hanno fatto del nostro vicino satellite un inquietante personaggio astrale.

 Accomiatatomi dall'intervistatore mi resi conto di essermela cavata a buon mercato. Infatti quella sua domanda ne conteneva un'altra ben più importante. L'interrogativo vero era questo: le scoperte tecnologiche e scientifiche avranno una portata rivoluzionaria anche nel campo dell'arte e, specificamente, in quello della poesia? E qui il problema si faceva più difficile. Esso partiva dal presupposto che i viaggi spaziali considerati come invenzione e scoperta fossero la più alta meta raggiunta dall'uomo. Su questo punto i dubbi di un vero uomo di scienza potrebbero essere più che legittimi. L'uomo ha compiuto fin dal suo avvento sulla terra un'infinità di scoperte assai più impressionanti. Basti dire che l'uomo è riuscito a render la terra abitabile dalla sua specie, salvando questa (fin che sarà possibile), dalla sua totale estinzione. Quando la scimmia o un suo evoluto derivato si decise, o fu costretto, a camminare su due zampe anziché su quattro, questa sua scoperta ebbe un'importanza assai maggiore di ogni futuro allunamento o insaturnamento spaziale. Il fatto non destò clamore, non fu nemmeno avvertito. Non esisteva neppure ciò che oggi definiamo come linguaggio: o esisteva in forme non verbali, come quello delle formiche. Da allora l'uomo ha percorso molto cammino e non solo con le sue gambe. Le scoperte e invenzioni da lui fatte hanno mutato il volto della terra; il mondo è diventato un suo dominio ed ora l'uomo vuole entrare in altri mondi inabitabili creandovi condizioni di vita che siano (sia pure per breve tempo) analoghe a quelle della terra on dubito del suo successo. Più dubbioso mi lascia fatto ch'egli ha anche scoperto di essere un Dio, il Dio di se stesso. Ma non vorrei divagare (il tema è immenso) e torno al mio tema: luna e arte, trionfo della scienza e suoi possibili riflessi sul mondo della creazione artistica, della poesia.

 L'arte d'oggi è un'arte organizzata e sempre più professionale. E quest'arte si è certamente avvalsa di strumenti che l'uomo è andato via via inventando e perfezionando. Non per questo si può sostenere che l'arte faccia progressi. Unico progresso, semmai, è stato quello di piegare i nuovi strumenti alle sue leggi intrinseche, servendosene o addirittura rifiutandoli.

 Valga l'esempio della fotografia. C'è un genere di pittura imitativa, quella che pretendeva di riprodurre esattamente il vero, che il nuovo strumento ha reso inutile. Si può obiettare che il vero, in pittura, non è mai esistito e che i suoi maggiori risultati (si pensi a Vermeer) ci hanno dato una superrealtà che è una delle forme più alte della fantasia. Ma il fiamminghismo è stato un caso limite, insuperato e insuperabile. L'arte ha, nel suo decorso, il bisogno di un'ordinaria amministrazione e non tiene alcun conto dei geni. Quando fu chiaro che l'imitazione del vero era una via chiusa l'avvento dell'impressionismo e di quel che poi segui fu inevitabile.

 S'intende che io semplifico un processo ch'ebbe altre e anche maggiori componenti. Infatti, accanto alle scoperte della tecnica e delle scienze esatte si deve tener conto delle scienze che io direi opinabili: la filosofia, la psicologia, la sociologia, la psicanalisi, le varie forme del moderno irrazionalismo, tutta una serie di correnti di pensiero che hanno il necessario contraccolpo nel mondo dell'arte: senza mai, però, intaccarne l'essenziale bisogno di mantenere intatta la sua specifica autonomia. E tale autonomia non ha affatto bisogno di essere sussunta dai filosofi come un'autonoma categoria dello spirito. Basta la constatazione che in ogni tempo l'arte ci ha proposto il canone inderogabile di un assoluto irrealismo. L'arte comincia dove la realtà finisce; e di questo fu persuaso anche il più furibondo realista della storia: Emilio Zola, il grande esageratore del vero. Al polo opposto Puskin e Tolstoj, di una verità troppo vera per essere credibile. Miracolo di un'arte che sembra facile senza esserlo e non si può raggiungere ad arte. (In occidente abbiamo un solo caso affine: quello di Jane Austen).

 La fuga dalla realtà non è un recipe infallibile come può constatare chiunque si avventuri a visitare i padiglioni della sempre agonizzante e sempre risorta Biennale veneziana. E' probabilmente la peggiore delle ricette quando si trasformi in un programma. Non basta dire il falso per essere nel vero; eppure questo itinerario verso il falso obbligatorio ha avuto la sanzione di gran parte della critica quando ha assunto la seducente etichetta dell'aggiornamento. Se la vita scorre vuol dire che muta; se muta (primo errore) vuol dire che progredisce, che va verso il meglio, sia pure attraverso inevitabili errori. E perché allora non dovrebbe l'artista adeguarsi allo Spirito del Tempo?

 Mi riferisco all'interpretazione sedicente ottimistica di ciò che oggi avviene nel mondo: venga pure il peggio purché qualcosa muti. Il meglio verrà dopo anche se non lo vedremo noi: sarà l'eredità che noi lasceremo all'uomo di domani: all'uomo del 3000 perché il 2000 è prossimo e non lascia prevedere traguardi affascinanti. E trascuro cosi l'altra possibile interpretazione: quella escatologica, sempre contestata e sempre dura a morire. D'altronde, trionfalismo finalistico e fine del mondo non sono ipotesi necessariamente antitetiche. La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle: noi, cioè gli uomini di scienza e di pensiero. Ne consegue che il mondo coincide con la definizione che noi (a maggioranza relativa) decideremo di dargli. Se coloro che interpretano, o meglio inventano, la direzione dello spirito del tempo, il soffio dello Zeitgeist, proclameranno che il bene e il male, il giusto e l'ingiusto sono due insegne non complementari ma intercambiabili, allora il mondo potrebbe finire senza che alcuno se ne accorga, non già tra salmodie e geremiadi ma tra squilli dì fanfare. Per ora non siamo a tanto e la luna la fredda, buia, disabitata luna, il pianeta che forse sì distaccò dalla terra quando questa era ancora in uno stato di semi-fluidità, porrà ancora suggerire ai poeti le immagini della falce, del corno, del velo, dello specchio oscurato; e dalle varie fasi delle lunazioni i pescatori, gli aruspici e ì viaggiatori sedentari potranno trarre presagi, augurî e tutto un vasto repertorio di ciò che in altri tempi fu detto «poesia».

 Eugenio Montale  Corriere della Sera, 17 luglio 1969

 Eremo Rocca S. Stefano lunedì 24 maggio 2021

 

LA LUNA DEI LUNATICI : La luna di Galilei e di Armstrong


Nel 1609, quattrocento anni fa, Galileo Galilei punta il cannocchiale sulla Luna e inaugura la 'nuova scienza'. Nel 1969, quarant anni fa, Neil Armstrong lascia la sua impronta sulla Luna e inaugura l’era della colonizzazione umana dello spazio. La Luna è l’ oggetto cosmico più vicino alla Terra. Il suo satellite naturale. La sua compagna fedele. L’ astro narrante. La Luna ci parla dell’ universo fuori dalla Terra. Che, con Galileo, è diventato un universo conoscibile. E, con Armstrong, è diventato un universo fisicamente esplorabile. Ma la Luna è da sempre, per ‘ uomo, per tutti gli uomini, l’ astro narrante. L astro che racconta del cosmo e della sua armonia. Del tempo e della sua regolarità. Dello spazio e della sua profondità. La Luna è l’astro dove, da sempre, scienza e immaginazione si incontrano. La Luna è l’ astro che forse più di ogni altro ha ispirato la grande letteratura italiana e da Dante a Galileo, da Ariosto a Bruno, da Leopardi a Calvino le ha consentito di coltivare la sua 'vocazione profonda': costruire, attraverso la filosofia naturale, 'mappe del mondo' sempre più precise. Senza mai perdere, con la cura dei dettagli, l’ insieme.

Eremo Rocca S. Stefano lunedì  24 maggio 2021

 

domenica 23 maggio 2021

LA LUNA DEI LUNATICI . Romanze d’Ottocento

 


“Quando sorge la luna a Marchiare,

perfino i pesci tremano d’amore;

si sconvolgono l’onde in grembo al mare,

e per la gioia cangiano colore ,

quando sorge la luna a Marchiare…”

I versi di Salvatore di Giacomo e la musica di Francesco Paolo Tosti  di questo fortunato “Marchiare” ci   dicono che  la Luna  è un tema  privilegiato nei canti  d’amore . Siamo  sul finire dell’Ottocento ma già nei secoli precedenti . Milleduecento anni fa  Li T’ai-po (698-762 d.C.) .il lirico più importante della Cina di quei secoli  canta nelle sue poesie la luna  mentre di ballate bacchiche  dedicate alla luna è pieno ogni tempo. Così in Egitto la luna  ispirò immagini appena appena maliziose che sfioravano il cuore delle fanciulle  come documentano i papiri  a iniziare dalla dinastia  XIX, ovvero alla metà del sec. XIV a.C.   Fino ai canti danesi del 1200  e a quelli dei trovatori e dei madrigalisti , le ballate svedesi  e quelle serbe cantata quest’ultime con la “gusla”  (una specie di violino con una sola corda  fatta con il crine di cavallo .

Alla romanza di Tosti seguirono  le Mèlodies francesi  ,mentre “la luna che brilla sull’onde” faceva sognare i ragazzi che si apprestavano ad andare in guerra .

Troviamo la luna anche nelle nenie   degli spirituals dei labor songs e blues. In Italia si comincia  a fischiare il charleston  e l’one step, fioriscono le prime  editrici musicali , gli spartiti  per mandolino costano una lira e cinquanta centesimi.  E’ il momento in cui la Casa  “C.A. Bixio” che ha gli uffici  a Milano in Galleria  del Corso  n.2 dopo “ Così piange Pierrot”, “Il treno va”, “ Miniera” , “ Lucciole vagabonde”, “ Il tango delle capinere”, “Spazzacamino” lancia “ Sotto la luna” 8versi di B. Cherubini , musica di E Rusconi). Siamo nel marzo 1929 e “ Sotto la luna “ viene cantana in molti paesi fuori d’Italia soprattutto in America .

Tutti cantano “al chiaror d’un fanal sguscia il fiore del mal ; mentre ogni coppia in ansietà  cercando va l’oscurità..”; “ nessuno sa cosa si fa quando si è sotto la luna”; “ ma la luna sa  che in due si va , ma spesso in tre si tornerà…”

E la C.A. Bixio lo sa che la luna è un tema irresistibile  e allora  fa il tris con la seconda canzone sulla luna  “Silenzio senza luna “ cantata da  Bice Ardea ( versi di  R.  Chiurazzi , musica di N. Valente) “ Silenzio senza luna , silenzio senza stelle .cà tutt’è ccose  belle sì sciso  a cummiglià…” e la terza della serie, un fox- trot  “Come la luna “ (versi di  M. Galdieri   musica di C.A. Bixio) il cui spartito costa  sei lire e che finisce anche nel film “ L’eredità dello zio” ; il refrein dice : “ Come la luna, si cambia, la fortuna .. Che luna, che luna.. si cambia, male per te !”

Si canta a labbra strette si balla a luci soffuse , è “ Luna sei stata tu ! ( versi di  A.R. Borella , musica di M . Mariotti). Con la musica da tango  richiama l’attenzione su “ Luna sei stata tu, col bianco tuo chiaror,che quando  t’ho incontrata,me l’hai truccata da casto fior!”.

Appare Tito Schipa che dal film “Chi è più felice di me ..” canta  “ Io e la luna “ e Giuseppe Luga dal film  “Senza una donna “ canta “ Io non posso cantare alla luna”. Infine  l’allegretto moderato  “ Nel paese della luna” spegne per poco l’attenzione sulla luna .

Ma è la canzone napoletana  che  porta  la luna nei concertini, nelle balere e in radio i televisione.

Da “Luna Busciarda” mambo lento del 1957  a “Sott’a luna e sott’e stelle ( stesso anno versi e musica  di F. Cigliano), fino a “Che vvo fa sta luna”(ancora di Bizio del 1958) A “ Papule ‘n copp’a luna “.

E poi laluna nella canzone fuori d’Italia  da “Luna di carta “ ( It’s only a paer moon) a “Luna d’argento “ ( Silver moon) a cui hanno fatto eco “ Luna scura” (Dark moon) “ Luna negra” e “Luna rossa” eseguita dall’indimenticabile Claudio Villa e poi “Luna verde” e “Tintarella di luna”

E per continuare nel panorama internazionale bisogna ricordare “Moonlight  serenade ( Serenata al chiar di luna) e “A chiaro di luna”( How high the moon)  e “Splende la luna” (Shine  on harvest  moon) e “Velvet moon ( soltanto la luna) e Amica luna . E poi  quelle  cantate da Perry Como  : Mandolins in the moonlight  (Mandolini al chiaro di luna) Moon-talk  (Parole alla luna ) e perfino “ Kewpie  doll” ( La bimba del Luna Park).

Tornando poi in Italia vanno ricordati i successi di  Odoardo Spataro  “La luna si è arrabbiata “ e di Natalino Otto “Tango della luna” che diceva “ ti vorrei baciare mia bella morettina , la tua bocca poroporina me la sogno notte e dì..”

Ma c’è anche una luna spagnola che fa cantare “ Noche de luna”  e “ Luna lunera” e poi una veneziana  “Venezia , la luna e tu “ e una  in mezzo al mare “C’è la luna in mezzo al mar” e sulla testa”  Se la luna ti guarda”, come amuleto ( Al chiar di luna porto fortuna), come promemoria ( Non aspettar la luna),  piena di rock (Baby luna) di rumba rock (Quando la luna) e infine una luna western  La luna e il cow boy cantata da Mina .

E terminiamo con il ricordo di Fred Buscagliene che cantava :

“Guarda che luna ,

guarda che mare …

Da questa notte senza di te dovrò restare…

Folle d’amore

vorrei morire

mentre la luna di lassù mi sta a guardare…”

 Eremo  Rocca S. Stefano domenica 23 maggio 2021