Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo ed è la Persona divina che diffonde nel mondo la possibilità di imitare Cristo, dando Cristo al mondo e facendolo vivere in noi. Nell’insegnamento e nell’opera di Cristo, nulla è più essenziale del perdono. Egli ha proclamato il regno futuro del Padre come regno dell’amore misericordioso. Sulla croce, col suo sacrificio perfetto, ha espiato i nostri peccati, facendo così trionfare la misericordia e l’amore mediante - e non contro - la giustizia e l’ordine. Nella sua vittoria pasquale, egli ha portato a compimento ogni cosa. Per questo il Padre si compiace di effondere, per mezzo del Figlio, lo Spirito di perdono. Nella Chiesa degli apostoli il perdono viene offerto attraverso i sacramenti del battesimo e della riconciliazione e nei gesti della vita cristiana. Dio ha conferito al suo popolo una grande autorità stabilendo che la salvezza fosse concessa agli uomini per mezzo della Chiesa! Ma questa autorità, per essere conforme al senso della Pentecoste, deve sempre essere esercitata con misericordiae con gioia, che sono le caratteristiche di Cristo, che ha sofferto ed è risorto, e che esulta eternamente nello Spirito Santo.
Dagli Atti degli Apostoli (At 2,1-11)
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati ( Gal
5,16-25 )
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il
desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo
Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda,
sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto
sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza,
idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni,
fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose
vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza,
bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è Legge.
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e
i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo
Spirito.
SEQUENZA
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell'uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sórdido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sánguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli,
che solo in te confidano,
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Dal Vangelo secondo Giovanni ( Gv 15,26-27; 16,12-15 )
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
L'unicità e l'unità dell'evento pasquale, del mistero della morte e resurrezione di Cristo sono offerte pedagogicamente dalla liturgia alla nostra contemplazione e meditazione attraverso feste e celebrazioni differenziate. Così l'Ascensione sottolinea il momento del distacco di Gesù dai suoi, il suo staccarsi da loro con la tristezza dunque e il dolore che questo comporta per i discepoli, ma anche con la dimensione salvifica di questo andarsene. La storia di salvezza prosegue grazie all'andarsene di Gesù: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado io lo manderò a voi” (Gv 16,7). La Pentecoste invece sottolinea il momento della comunione rinnovata, ritrovata, ma comunione altra, grazie al dono dello Spirito. Lo Spirito, che era rimasto su Gesù e in Gesù nella sua vita, nel suo cammino storico, ora abita il credente che si trova a essere responsabile della presenza del Signore tra gli uomini.
La Presenza di Gesù si compie nell’invisibilità dello Spirito. La Parola di
Gesù si compie nel silenzio dello Spirito. Questo significano le due promesse
del Paraclito presenti nella pagina del IV vangelo: “è bene per voi che io me
ne vada perché se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito” (Gv 16,7); e ancora:
“Molte altre cose ho da dirvi, ma per il momento non siete in grado di portarne
il peso; ma quando verrà lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà alla
verità intera” (Gv 16,12-13). Colui che è stato alla scuola di Giovanni il
Battista mostra di averne appreso la lezione. Come Giovanni ha saputo con
serenità affermare: “Bisogna che io diminuisca e che lui cresca” (Gv 3,30),
così ora Gesù dice ai discepoli: “è bene per voi che io me ne vada”. Nessun
protagonismo in queste parole, nessuna recriminazione o cinismo o ripicca, e
neppure la stanchezza e la rabbia che potevano trasparire dalle parole di Gesù
stesso che, secondo i sinottici, aveva gridato: “Generazione incredula, fino a
quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (Mc 9,41). No, solo
l’amore, solo la considerazione di ciò che è bene per gli altri: “è bene per
voi”. Non dice: “è bene per me”. Quel “è bene per voi” pronunciato da Gesù
mostra la libertà profonda di chi non ritiene sua nemmeno la propria vita e può
condensare in poche battute l’esito di una vita e il senso di una morte: “Non
io, ma lo Spirito, per voi, in obbedienza al Padre”. Il compiersi della
salvezza implica la sparizione del Salvatore (“non mi vedrete più”: Gv 16,10);
il dispiegarsi della potenza della sua parola implica il suo entrare nel
silenzio. E silenzio e invisibilità del Signore sono il luogo del compiersi in
noi, nel nostro cuore, nel nostro corpo, grazie alla fede, della vita
trinitaria. Ecco il compiersi della parabola dell’inviato del Padre, del
Maestro e guida dei discepoli: la sparizione, l’allontanarsi, l’andarsene è ciò
che dà compimento alla sua vita e vi infonde il marchio salvifico. Altrimenti
Gesù stesso non avrebbe fatto il bene dei discepoli, che devono invece,
attraverso il dono dello Spirito assumere la piena responsabilità della loro
fede e del loro impegno storico. L’allontanarsi di Gesù, il suo andarsene
definitivo è il segno della generatività di Gesù stesso: egli continua a dare
vita ai suoi. Non è preoccupato di se stesso, di “salvare se stesso”, ma di
fare il bene ai suoi.
Il compimento pasquale che noi contempliamo nella Pentecoste, dunque il compimento della salvezza di Dio per gli uomini, diviene per Gesù, il compiersi del suo amore e della sua libertà in questo atto di sparizione che non abbandona. Questo ci è narrato dal compimento pasquale della vicenda umana e divina di Gesù: l’inevitabile andarsene non è un abbandono. “Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18), dice Gesù realizzando la promessa del Dio d’Israele riportata da Isaia: “Io non li abbandonerò” (Is 41,17). Ecco, la manifestazione ultima della nostra salvezza, umana e spirituale: salvati dal terrore primordiale e perenne dell’abbandono. L’assenza di Gesù è la sua presenza non visibile e silenziosa. Lo Spirito rende abitata questa invisibilità e eloquente questo silenzio.
L’insostenibile tristezza dell’andarsene di chi si ama (“poiché vi ho detto che me ne vado la tristezza ha riempito il vostro cuore”: Gv 16,6)) e il peso insostenibile delle parole che dicono la necessità del suo andarsene (“per ora non siete in grado di portarne il peso”: Gv 16,12) diventano sopportabili, sostenibili grazie allo Spirito che abita la nostra solitudine e parla nel silenzio. Qui la dimensione teologica profonda del nostro testo diviene spirituale. L’invisibilità e il silenzio del Signore sono la nostra condizione di credenti. E sono il luogo dello Spirito. Luogo che non è dunque l’eclatante o l’apparizionistico o il prodigioso e il gridato, ma appunto, la solitudine e il silenzio. Siamo rinviati alla voce del silenzio sottile che parlò ad Elia nella sua solitudine al monte Horeb e quando quella voce silenziosa vinse la sua convinzione di essere abbandonato e la sua tentazione di morte: “Dopo il fuoco, ci fu la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12; secondo il testo ebraico). Lo straordinario della nostra salvezza si compie nel nascondimento silenzioso e invisibile dell’ascolto di una presenza interiore e nell’amore per colui che non vediamo.
E lo Spirito viene presentato anche come ermeneuta del silenzio di Gesù, del
suo non detto, come appare da ciò che Gesù afferma: “Molte cose ho ancora da
dirvi, ma ora non potete portarne il peso. Ma quando verrà lo Spirito della
verità, egli vi guiderà in tutta la verità” (Gv 16,13). Lo Spirito condurrà i
cristiani e le chiese nella storia verso tutta la verità, che
certamente ha pienezza escatologica ed è sempre a-venire, ma anche, come è
possibile tradurre l’espressione greca, in tutta la verità: en tê
aletheía páse. Cioè, vi farà percorrere i passi Gesù nel vostro oggi, vi
guiderà a seguire nel vostro hic et nunc le tracce di Gesù, di Gesù
che è la verità (cf. Gv 14,6), vi farà parlare e agire come lui, cioè in modo
evangelico, di fronte alle situazioni che vi troverete a vivere (e che lui non
ha mai vissuto, perché in Gesù non vi è solo un non-detto, ma anche un
non-agito, un non-vissuto), vi farà camminare come lui ha camminato. Vi farà
pronunciare parole ispirate al suo vivere, vi farà compiere azioni e gesti
compatibili con il suo sentire e pensare, vi farà vivere come lui ha vissuto.
Vi farà avere “il sentire che fu in Cristo Gesù” (Fil 2,5), come dice Paolo; vi
farà avere “i modi del Signore”, come dice la Didaché (11,8). Ora, se
Gesù dice ai discepoli che essi non hanno la capacità e la forza di portare il
peso di tante parole che Gesù potrebbe ancora dire, in realtà se guardiamo e
ascoltiamo le parole pronunciate dai cristiani e dalle chiese nella storia dopo
la Pentecoste, noi sentiamo tante parole che mai e poi mai Gesù ha portato e
pronunciato. Se un antico testo cristiano come l’A Diogneto ha potuto
pronunciare una parola che traduce meravigliosamente lo spirito dell’evangelo e
che è certamente sgorgata dall’azione dello Spirito della verità, ovvero
l’espressione che “A Dio non si addice la violenza” (A Diogneto
VIII,5), non possiamo certo dire che i cristiani e le chiese abbiamo seguito
sempre questa via, e camminato per questo sentiero, in questa verità che è la
narrazione di Dio operata da Gesù e attestata dai vangeli. Come del resto non
lo facciamo neppure noi con le nostre violenze piccole, mediocri, quotidiane,
domestiche, famigliari e comunitarie. Con l’organizzazione della violenza, che
si nutre di menzogna e di storpiamento della verità. La verità che è sempre,
basilarmente, elementarmente, adesione delle parole che si dicono ai fatti
avvenuti. Ecco allora che lo Spirito della verità è per noi, per i cristiani,
per le chiese, anche Spirito di giudizio che spinge a pentimento noi che spesso
siamo causa di sofferenza per altri. Lo Spirito della verità è dunque anche
Spirito di giudizio, di supplica e di conversione. Come sta scritto: “In quel
giorno io riverserò su di loro uno spirito di grazia e di supplica: guarderanno
a me che hanno trafitto” (Zc 12,10). E guardando il Crocifisso vediamo la
verità che genera in noi compassione e pentimento.
Ermeneuta del silenzio di Cristo, lo Spirito si manifesta anche come Spirito
di infinita compassione per tutte le creature e le vite, per chi soffre e
patisce ingiustizia, per chi è oppresso e muore. Lo Spirito, e dunque
l’autentica azione spirituale, assume il tragico della vita e i drammi di tante
esistenze. Lo Spirito di Dio è anche la compassione di Dio per “ogni carne”,
per la creazione e le creature che gemono sotto il peso della morte, della
sofferenza, del dolore, dell’ingiustizia, del non-senso. Il soffio che il
Signore effonde su ogni carne raggiunge anche chi rifiuta il soffio vitale,
anche chi si toglie la vita, chi si perde nei meandri del non-senso, chi vaga
nei sentieri della disperazione. E il soffio del Signore donato a Pentecoste
crea la speranza autentica, quella cioè che tocca e attraversa la disperazione
degli umani e ne assume la sfida e ne porta il peso. E infine, il soffio del
Signore che chiede ai nostri cuori di divenire cuori di carne, vuole dilatare
la nostra compassione a tutte le creature, anche agli animali, agli alberi, ai
fiori e all’erba, alla creazione tutta segnata da caducità e sofferenza. La
venuta dello Spirito diviene cammino dell’uomo e tale cammino è segnato da una
compassione senza confini.
Luciano Manicardi
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14541-una-sparizione-che-non-abbandona







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