
Ecco due miracoli di Gesù legati uno all’altro. Il loro
messaggio è complementare. Si tratta di due donne: una all’inizio della sua
vita, l’altra al termine di lunghe sofferenze che la sfiniscono. Né l’una né
l’altra possono più essere salvate dagli uomini (vv. 23 e 26). Ma sia l’una che
l’altra saranno salvate dall’azione congiunta della forza che emana da Gesù e
dalla fede: per la donna la propria fede, per la bambina la fede di suo padre (vv.
34 e 36). Bisogna notare soprattutto che la bambina ha dodici anni (v. 42) e
che la donna soffre da dodici anni (v. 25). Questo numero non è dato a caso.
C’è un grande valore simbolico poiché esso è legato a qualcosa che si compie.
Ci ricordiamo che Gesù fa la sua prima profezia a dodici anni (Lc 2,42 e 49).
Gesù sceglie dodici apostoli, poiché è giunto il tempo. Significano la stessa
cosa le dodici ceste di pane con le quali Gesù sfama i suoi discepoli (Mc
6,43). E la fine dei tempi è simboleggiata dalle dodici porte della Gerusalemme
celeste (Ap 21,12-21). Così come la donna dell’Apocalisse (immagine di Maria,
della Chiesa) è coronata da dodici stelle (Ap 12,1). Senza parlare dell’albero
della vita originale che si trova, in un parco, al centro della città e dà
dodici raccolti. E quando sappiamo che il giorno per Gesù conta dodici ore (Gv
11,9) capiamo che i nostri due miracoli non sono semplici gesti di
misericordia, ma che nascondono una rivelazione: essendo giunto il tempo,
l’umanità peccatrice (Gen 3,12) è liberata dai suoi mali. Gli uomini non
possono fare nulla per lei, e lo riconoscono (v. 35), ma per Dio nulla è
impossibile (Lc 1,37). Gesù non chiede che due cose: “Non temere, continua solo
ad aver fede” (v. 36).
Dal libro della Sapienza
( Sap 1, 13-15; 2,23-24)
Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;
le creature del mondo sono portatrici di salvezza,
in esse non c'è veleno di morte,
né il regno dei morti è sulla terra.
La giustizia infatti è immortale.
Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 8, 7.9.13-15)
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella
conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate
larghi anche in quest'opera generosa.
Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era,
si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua
povertà.
Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi
sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro
indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e
vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e
colui che raccolse poco non ebbe di meno».
Dal Vangelo secondo Marco
( Mc 5, 21-43)
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si
radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi
della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e
lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le
mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si
stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto
sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun
vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la
folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche
solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di
sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò
alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli
dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: "Chi mi ha
toccato?"». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto
questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto,
venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse:
«Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a
dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito
quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi
fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e
Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che
piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La
bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori,
prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed
entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità
kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si
alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande
stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse
di darle da mangiare.
Il vangelo odierno presenta Gesù quale narratore della cura che Dio si
prende degli umani. Gesù guarisce la donna emorroissa, Gesù ridà la vita alla
bambina dodicenne morta. Il lungo testo di Marco è costituito infatti
dall’incrociarsi di due racconti, quello di Giairo che va da Gesù a supplicarlo
di guarire sua figlia che sta morendo (Mc 5,21-24.35-43) e quello della donna
emorroissa che, mentre Gesù si sta recando a casa di Giairo, lo tocca nel suo
mantello sperando così di guarire dalle perdite di sangue che da tanto tempo la
affliggono (Mc 5,25-34). Di fatto, Gesù, sentendosi toccato in maniera non
casuale, non dovuta alla semplice, meccanica e ottusa calca della folla, ma
intenzionalmente, sentendosi toccato da un tocco che è un'invocazione, una
supplica non verbale ma corporea, una richiesta di aiuto, si ferma e dialoga
con la donna. Colpisce il fatto che Gesù intuisca che quel tocco è femminile.
Marco scrive che Gesù, sentitosi toccato, “guardava attorno per vedere colei
che aveva fatto questo” (Mc 5,32). Gesù discerne la presenza di una donna
dietro a quella modalità comunicativa. Di fatto, fermatosi a parlare con la
donna, Gesù ritarda il suo cammino verso un caso decisamente più grave, anche
perché riguardava non una persona adulta malata cronica, da ben dodici anni, ma
una bambina di soli dodici anni. Questo ritardo è fatale? Perché a un certo
punto, mentre Gesù stava ancora parlando con quella donna (Mc 5,34), sottolinea
Marco, delle persone giungono dalla casa di Giairo annunciandogli che sua
figlia è morta e che dunque non è più il caso che disturbi il maestro.
L’incrocio dei racconti è in verità anzitutto l’incrocio delle vite, delle
esistenze e delle sofferenze, delle storie che spesso sono semplicemente storie
delle disgrazie e dei mali di una persona, di una famiglia. Perché le malattie,
le disgrazie, i lutti, hanno il potere di orientare le storie personali e
famigliari, di dare loro una configurazione onnipervasiva. La vita, dunque,
come incontro di sofferenze.
Incontro che tuttavia ha dei connotati molto diversi: l’incontro di un uomo
e di una donna. Di un uomo che svolge compiti liturgici durante le celebrazioni
alla sinagoga, un uomo che ha una certa importanza (in Mt si parla di un
“capo”: Mt 9,18.23). Entrambi, nel loro bisogno, nella loro sofferenza, vanno
da Gesù. Unico per entrambi è il bisogno di vita, diverso il linguaggio che
ciascuno esprime. Giairo, uomo con funzione sociale e religiosa importante,
supplica, parla molto, ma ha anche il coraggio e l’umiltà di inginocchiarsi, di
gettarsi a terra davanti a Gesù (Mc 5,22-23). Egli viene portando la situazione
disperata di sua figlia che è malata in modo grave, è agli estremi, (in Lc 8,42
la situazione è resa più drammatica dall’annotazione che quella bambina
dodicenne era la sua figlia unica), mentre la donna porta la propria sofferenza
personale, ma che la accompagna giorno dopo giorno da dodici anni. Si tratta di
una situazione che induce una profonda vergogna. Di Giairo colpisce il fatto
che cade ai piedi di Gesù, si inginocchia davanti a lui. Certo, il movente è
forte - la salute compromessa della figlia - ma ugualmente l’immagine di un
uomo, un maschio adulto, che ricopre anche una funzione importante sul piano
sociale e religioso, che si inginocchia per pregare e per supplicare, non può
non colpire. Spesso avviene, soprattutto nella vita di fede di un uomo, di un
maschio, che l’avanzare degli anni porti con sé anche un certo cinismo, un non
crederci più di tanto, un pregare sempre meno o un tralasciare del tutto la
preghiera. Colpisce molto vedere uomini in età avanzata, anziani, che piegano
il loro corpo affaticato e acciaccato in un gesto di adorazione davanti a Dio,
si inginocchiano, a volte in modo impacciato e lento, e tuttavia non rinunciano
a questa espressione visibile e corporea dell’invisibile che abita nel loro
cuore. Uomini che magari hanno costruito la loro vita da protagonisti e che
tuttavia si riconoscono debitori davanti a Dio, si inginocchiano, pregano,
rendono grazie. Qui, con Giairo, supplicano.
Invece, l’emorroissa parla con il corpo, con il tatto, non dice parola
alcuna, se non interiormente, tra sé e sé, per dotare di intenzionalità il suo
toccare (Mc 5,27-28). Per avere un po’ di spazio deve rubarlo, muoversi di
soppiatto, e toccare il mantello di Gesù “da dietro” (Mc 5,27). Deve il più
possibile non essere vista, non essere notata, perché è un’impura, perché le
perdite di sangue la collocano socialmente e religiosamente nello spazio
dell’impurità. Agli antipodi di Giairo che socialmente e religiosamente è in
vista. Ma insomma, ognuno, nel proprio bisogno, va a Dio con il proprio
linguaggio, con tutto se stesso, con la verità di se stesso. E supplicare
- ciò che fa Giairo - non è solo proferire parole che chiedono aiuto, ma è atto
di tutta la persona che si “piega sotto”, si raggomitola all’ombra del Signore,
si rifugia in lui cercando relazione e salvezza. Tuttavia è vero solo in parte
che la donna non parla. La donna non esterna le sue parole, ma parla
interiormente, sa parlare tra sé, sa pensare, sa avere una vita interiore, sa
costruire una intenzionalità. “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti,
sarò salvata” (Mc 5,28). Lei sa bene che se tocca Gesù, o anche solo il suo
mantello, lo rende impuro, ma ormai non conosce remore e non esita. E tocca il
mantello di Gesù. Nessun feticismo, ma solo la fede, e una possibilità di
comunicazione che passa attraverso il corpo. La donna esprime una preghiera
corporea. E Gesù guarisce con il suo corpo. Sente una forza che lo abbandona.
In questa guarigione il più è stato fatto dalla donna. In certo modo, Gesù
ratifica ciò che è avvenuto e conduce la donna allo stato di parola, facendola
veramente accedere a pienezza personale. Il testo dice che “essa conobbe grazie
al suo corpo … Egli conobbe in se stesso” (Mc 5,29.30): da parte della donna
un’intelligenza corporea, da parte di Gesù una percezione interiore. Vediamo
dunque il coraggio della donna che, nonostante la sua condizione di
"impura", osa toccare Gesù. E questo gesto coraggioso viene letto da
Gesù nella verità della sua intenzione profonda: la sete di guarigione e di
vita. Vediamo anche il pudore della donna che, colpita da emorragia
intima, non domanda e non implora, ma si limita a toccare il mantello di Gesù,
diviene linguaggio ascoltato da Gesù che, fonte della vita, guarisce colei che
era colpita proprio nella sorgente della vita. Del resto, il toccare è sempre
reciproco: mentre tocco, sono toccato da ciò che tocco.
Ma ecco che l’incontro della donna con le emorragie e Gesù porta allo
stabilirsi di un contatto inedito anche tra la donna malata da dodici anni e la
bambina dodicenne. Il contatto è tale che Gesù chiama la donna thygáter
(Mc 5,34), figlia, esattamente come viene definita la bambina di Giairo (thygáter:
Mc 5,25). Sembra che siano rese sorelle. La bambina è nata quando l’altra ha
cominciato a soffrire di emorragie, dunque a morire alla capacità di generare
figli. L’una è colpita nella sua maternità, l’altra, la bambina, entra nell’età
in cui potrebbe realizzare la sua femminilità. E se la donna trova vita vedendo
fermarsi il flusso di sangue, la bambina, che è nell’età dell’inizio della
maturità anche sessuale, troverà vita vedendo riprendere a scorrere in lei quel
sangue che è la vita, come ricorda l’Antico Testamento. Ma anche tra Giairo e
la donna emorroissa viene stabilito un rapporto intenso e interessante. A
Giairo, che ha ormai appreso la notizia della morte della figlia e ricevuto
l’invito a non disturbare più il Maestro, Gesù dice di continuare ad avere fede
(Mc 5,36); alla donna che ha toccato il suo mantello, Gesù proclama: “La tua
fede ti ha salvata” (Mc 5,34). L’impotenza dell’uomo diviene luogo di
dispiegamento della potenza di Dio. Giairo chiedeva la guarigione della figlia
e deve scontrarsi con la sua morte; la donna chiedeva di essere salvata e Gesù
attribuisce la salvezza alla sua fede. Siamo di fronte al misterioso potere
dell’impotenza riconosciuta e assunta nella fede. E un cammino analogo e
diverso al tempo stesso devono entrambi fare: Giairo e la donna. Gesù opera due
azioni di guarigione, ma conduce anche a pienezza di relazione sia la donna che
Giairo. Chiedendo “Chi mi ha toccato le mie vesti?”, Gesù porta la donna a
vincere il timore che la teneva nel nascondimento e a passare dal gesto alla parola
fino a dirsi davanti a lui, anzi, fino a dirgli “tutta la verità” (Mc 5,33). La
donna si dice, nasce alla parola dialogica e così entra nella pienezza della
vita: da esclusa, emarginata e impura, ora è inserita nello spazio dello
scambio e delle relazioni sociali. Nel caso di Giairo, che lo supplicava
“molto” (Mc 5,23), e della sua casa in cui molta gente urlava e faceva
trambusto, Gesù fa compiere un cammino che dalla parola e dal rumore va al silenzio.
Solo nel silenzio si può discernere la verità della situazione: “la bambina non
è morta, ma dorme” (Mc 5,39). E il silenzio imposto a tutti, padre compreso,
vuole forse lasciare tutto lo spazio alla bambina di crescere, di espandersi,
di divenire una donna. Di trovare la sua parola. Non divoratela con le vostre
parole, ma entrate nel silenzio e datele da mangiare.
Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14600-incontri-di-guarigione
Eremo Rocca S. Stefano sabato 26 giugno 2021