sabato 26 giugno 2021

GRAMSCIANA Quaderni dal carcere


Il tema centrale nei Quaderni dal carcere  è quello dell’egemonia, ossia del perché le classi dominanti sono tali e della possibilità di portare al comando quelle subalterne. Quest’ultime condividono un’ideologia che non appartiene loro e che corrisponde agli interessi di chi controlla il potere. “La supremazia di una classe sociale”, scrive Gramsci “si manifesta in due modi: come ‘dominio’ e come ‘direzione intellettuale e morale’”. Mentre il dominio indica gli strumenti coercitivi, come il potere esecutivo e gli organi di polizia, la direzione intellettuale e morale si esercita con strumenti come la scuola, la religione e i mezzi di comunicazione di massa per influenzare la visione del mondo delle masse popolari. Gramsci intende per “direzione intellettuale” lo stabilire cosa è vero e cosa è falso, e per “direzione morale” definire cosa è giusto e cosa sbagliato.

Come spiega Gramsci, se le classi subalterne abbracciano una visione del mondo che non nasce dalle loro esigenze  il loro agire non può essere coerente, perché contraddice i loro stessi bisogni. È necessario sviluppare una visione alternativa del mondo e della società, con una nuova egemonia delle classi subordinate che critichi il senso comune per trasformarlo in buonsenso. Per Gramsci, infatti, “il senso comune è portato a credere che ciò che oggi esiste sia sempre esistito”, caratterizzandosi come conservatore e tradizionalista e legittimando di fatto l’egemonia delle classi dominanti. Il buonsenso ha invece un significato positivo nel momento in cui si oppone al senso comune, rispondendo alle esigenze reali delle classi popolari.

Antonio Gramsci Quaderni dal carcere  Einaudi ET  Edizione critica dell’Istituto Gramsci  a cura di Valentino Gerratana  Quattro volumi 


«La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio di carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa "für ewig"... Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora... e cioè:
1° Una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso...
2° Uno studio di linguistica comparata! Niente meno. Ma che cosa potrebbe essere piú "disinteressato" e für ewig di ciò?...
3° Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano...
4° Un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura».  Antonio Gramsci

Questa edizione dei Quaderni, pubblicata da Einaudi nel 1975 nella collana «Nuova Universale Einaudi», segue la sistemazione filologicamente corretta presentata dall’Istituto Gramsci dopo quel «lavoro minuzioso e condotto col massimo scrupolo d’esattezza» che lo stesso Gramsci giudicava necessario nello studio dei classici. I Quaderni, infatti, sono stati ordinati secondo un criterio cronologico ricostruito sulla base di dati oggettivi tratti dalla «Descrizione dei Quaderni» (sezione inserita nell’apparato critico) e che ha portato a una nuova numerazione. Si è anche cercato di riprodurre il testo cosí com’è stato scritto, in modo che nulla s’interponesse fra il pensiero dell’autore e chi legge. L’ampio apparato critico, poi, evitando ogni prevaricazione di carattere interpretativo, risponde all’esigenza di fornire al lettore tutti gli elementi utili a una piú esatta comprensione e all’approfondimento dell’opera gramsciana.

«Gramsci inizia la stesura dei Quaderni, nel carcere di Turi, l’8 febbraio 1929, esattamente due anni e tre mesi dopo l’arresto (8 novembre 1926). La lentezza di questa gestazione dipende solo in parte da condizioni esterne. Prigioniero di quel regime in cui il marxismo è diventato un reato, egli sa di dover essere preparato a tutto: anche a “sparire come un sasso nell’oceano” (è questa la prima impressione che riceve quando nel carcere romano di Regina Coeli apprende, erroneamente, di essere destinato alla deportazione in Somalia). Nell’incertezza della sorte che l’attende, anche quando sembra aprirsi lo spiraglio di una prospettiva meno pessimistica, il problema dello studio gli si presenta inizialmente come un sistema di autodifesa contro il pericolo di abbrutimento da cui si sente minacciato».Valentino Gerratana

 «I Quaderni costituiscono un classico del pensiero politico del Novecento. Gramsci fu un uomo politico e nella politica è da cercare l’unità della sua opera. Anche negli anni del carcere fascista, che ne logorò irrimediabilmente la fibra e ne spense prematuramente la vita, Gramsci fu “un combattente politico”, un grande italiano e un riformatore europeo. Nel movimento comunista egli fu l’iniziatore della critica piú pregnante dello stalinismo e del marxismo sovietico. Ma il suo pensiero trascende l’orizzonte storico-politico del suo tempo e, quanto piú passano gli anni e le sue opere si diffondono in contesti culturali lontani da quello in cui furono originariamente concepite, tanto piú la sua ricerca si afferma come un “crocevia” delle maggiori “quistioni” del nostro tempo: i dilemmi della modernità, la soggettività dei popoli, le prospettive dell’industrialismo, la crisi dello Stato-nazione, il fondamento morale della politica». Giuseppe Vacca

Il 12 marzo 1928, prima ancora del processo, scrive ancora a  sua madre:Adesso sarò certamente condannato a molti anni, nonostante che l’accusa contro di mesi  basi  su  un  semplice  referto  della  polizia  e  su  impressioni  generiche  incontrollabili[...]. Ecco perché io sono così tranquillo. Tu pensi che ciò che deve contare sono queste circostanze accessorie, ma il fatto reale della condanna e del carcere dà soffrire? Ma devi anche contare la posizione morale, non ti pare? Anzi è solo questo che dà la forza e la dignità. Il carcere è una bruttissima cosa; ma per me sarebbe anche peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”

 Eremo Rocca S. Stefano sabato 26 giugno  2021

 

LA LUNA DEI LUNATICI Miti e leggende

 

La leggenda Quichua di El-Almanic

Questa leggenda nota tra il popoli dell’America Latina , è controversa: per alcuni si tratta della nascita della Luna , per altri della nascita della  Croce del Sud.  Nella spianata del folto bosco dove stava  serrato il villaggio  Quichua la gente era operosa e lavorava fino alle prime ore del  vespro. A quell’ora, sopra il limite del monte, si muoveva un’ombra gigantesca  che, seguita da altre, oscurava il giorno.  Il cacique Nemec , cacciatore abilissimo , inventò una trappola per rapire le ombre che avanzavano e senza perdere tempo  si lanciò per catturarle. La fretta non lo favorì e la sua rete  non riuscì a catturare la prima grande ombra  “Almanic” ( Struzzo) che come per incanto gli sfuggì. Nemec, ferito nel suo amor proprio , non consentì a se stesso  di ritornare sconfitto al villaggio , e si impegnò in un tenace inseguimento, ovviamente  l’Almanic fuggiva  fra i sentieri  del monte sempre seguito da Nemec affannato ma irriducibile.

La cosa durò non si sa per quanto tempo , uno fuggendo, l’altro continuando l’inseguimento , alla fine giunsero all’orizzonte e l’Almanic, anziché precipitare nel vuoto , si involò verso l’Ipiquem cielo ( letteralmente : quello di sopra).

L’indio, sfigurato,stanco, vinto, lo contemplò nel suo volo  maestoso verso le stelle , lo vide infine stagliarsi nel fondo del cielo  dove si fermò trasformato in un astro  ( per altri popoli : costellazione ), luminoso  e splendido. Nemec, morì sconfitto , però l’Almanic si eternizzò nel cielo per suo merito.


La Cidaigo  

La bellissima Cidaigo era figlia  del Cacicco Ipoma. Ancor giovanissima questi la sposò ad un capitano  della sua tribù che aveva fama di valoroso.  Un giorno, una nazione vicina invase  il territorio di Ipoma con suoni di guerra , nel combattimento il capitano cadde ferito a morte  e Cidaigo promise che giammai si sarebbe risposata.

Gli invasori più forti e numerosi , uccisero tutti i componenti della tribù di Ipoma  all’infuori di Cidaigo  che portarono con loro prigioniera , trofeo di guerra e di vittoria.

Il cacicco vincitore  desiderò farla sua sposa , ma Cidaigo si mantenne  irriducibilmente  fedele al suo giuramento , quando questi, insolente, tentava di farla sua con la forza , la giovane si ribellava e attraverso insegnamenti appresi  dalla sua gente si trasformava in un bianco spettro , con tale arte cominciò così ad ascendere verso il regno  “Natam Catigni” (intraducibile ) del cielo.  Cidaigo è la luna.

La stessa leggenda  si incontra nel folklore di molti popoli americani. Tra gli Arancanos,  si narra la fuga di un animale  che si tranquillizzò solo allorquando  brillò in cielo. Con qualche variante  questa leggenda si  ritrova anche nell’emisfero australiano.

 

Nel secondo cielo brilla la luna

Il rabbino  Shimon-ben-Laqish, nomina i sette cieli nell’ordine seguente : Wilon, Raqi’A,Shehaqim,Zebhl,Ma’On,Makhon e Arabhouth.

Essi sono disposti intorno alla terra  uno sull’altro come  parti di una cipolla. Fa eccezione Wilon , il quale essendo disposto nella parte più bassa , ombreggia la parte superiore della terra  dalla calura. Wilon, all’alba si estende attraverso il firmamento , ma al tramonto viene spinto via per consentire alla Luna  e alle stelle di brillare  da Raqi’A il secondo cielo.


Mitologia egiziana

L’importanza della luna nella mitologia egiziana è pari a quella del sole. Le fasi della luna, le sue origini, le eclissi furono minuziosamente studiate e descritte  tanto che gli egiziani   formularono un  importante calendario lunare.

Va ricordato che il nome della luna in egizio è Ioh ed è maschile ( Civiltà patriarcale) ma anche Osiride, Iside, Occhio di Horus e Thot.

I riti  risalenti al 2700-3000 a.C.   volevano propiziare  il mantenimento della luna piena evitando così la disgregazione.

Per gli egiziani la fase della luna calante indicava provvisorietà nell’ordine universale , mentre la fase di luna crescente era di buon auspicio e ristabiliva l’armonia.

Durante la Luna crescente le inondazioni del  Nilo potevano essere controllate da formule magiche  religiose : le piante e gli animali che si accoppiavano  durante la fase di luna calante , come per esempio il maiale, erano ritenuti cibi impuri.

Le forze malefiche del Caos , e quelle benefiche dell’Ordine cosmico  ( Luna calante, Luna crescente ) erano in continua lotta . Le acque del Nilo che aumentavano e decrescevano secondo le fasi lunari portavano al paese  più o meno fertilità o carestia per cui la luna era chiamata  il  Toro delle stelle .

Le preminenti  vicende mitologiche  lunari sono da ascriversi  al culto dei morti  che in Egitto è fortemente sentito  e che ci viene trasmesso dal “ Libro dei morti “.

Eremo Rocca S. Stefano sabato 26 giugno 2021

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI Alda Merini : “Prima di venire “

 

Alda Merini è entrata nella mia vita come un bel vento, di vita vera, di poesia, di allegria: aveva una risata meravigliosa! Sapeva ridere e sapeva aprire il cuore agli ultimi, sapeva capire fin la dove non è possibile capire, lei ci arrivava con il dono della poesia. La poesia era lei, c'era verità nelle sue parole, non ci si nascondeva mai dietro, c'era, nelle sue parole, autenticità e verità. E quelle parole ancora ci fanno ballare il cuore e ci fanno sentire che sia ancora qui vicino a noi. Ecco, io non ho mai pensato che Alda Merini se ne fosse andata, penso sempre che sia qui, da qualche parte, insieme a me, a raccontarmi ancora le sue storie, le persone che ha incontrato, la sua passione per Celentano... Ogni volta che sento la sua Lettera a Mollica, mi commuovo. Alda non se ne è andata e non se ne andrà mai, perché lei vive più e oltre di come possiamo vivere noi. "

Tiene gli occhi chiusi mentre racconta la sua Alda, e intanto sorride, Vincenzo Mollica, nel ritrovare la sua immagine nella memoria. Alda gli fu amica, e scrisse per lui:

Prima di venire

portami tre rose rosse

prima di venire

portami un grosso ditale

perché debbo ricucirmi il cuore

e portami una lunga pazienza

grande come un telo d’amore

prima di venire

dai un calcio al muro di fronte

perché lì dentro c’è la spia

che ha guardato in faccia

il mio amore

prima di venire

socchiudi piano la porta

e se io sto piangendo

chiama i violini migliori

prima di venire

dimmi che sei già andato via

perché io mi spaventerei

e prima di andare via

smetti di salutarmi

perché io non vivrò a lungo

"Ho avuto la fortuna, quando Alda non poteva più scrivere, di essere una delle persone a cui lei dettava i propri versi. Poteva chiamarmi a qualsiasi ora del giorno. Io interrompevo quello che stavo facendo e scrivevo diligentemente ciò che mi dettava. Se non lo avessi fatto, sapevo che quei versi si sarebbero persi. Per questo, avevo sempre un quadernetto con me. Una volta, erano le otto e dieci di sera, io dovevo ancora finire il mio pezzo per il Tg1.

Rispondo al telefono ed era una di quelle volte in cui aveva delle cose da dettarmi. Quando finì le dissi: “Vuoi che rilegga, Alda?”. “No, se hai scritto quello che ti ho detto, va bene. Quando sarà il momento, te li chiederò”. Riuscì a mandare in onda il servizio per un pelo. In compenso, però, vidi pubblicati quei versi in Clinica dell’abbandono. Una raccolta in cui non c’è un solo verso sbagliato.

Io non ho mai seguito la corrente, né mai sono andato contro. Più semplicemente, ho ascoltato il consiglio di mia nonna, che di mestiere faceva la fruttivendola: “Ricordati le cose che rimangono, Vincenzino”. Ho raccontato quello che mi piaceva. Quello che non mi piaceva l’ho escluso. Oppure, se proprio non potevo farlo, ho lasciato a una frase ironica, una battuta, il compito di dire come la pensavo. Io sono entrato al Tg1 dal 1980. Dall’anno dopo, nessuno ha mai più controllato un mio pezzo prima della messa in onda.

Negli ultimi vent’anni, numerosi editori mi hanno chiesto di scrivere le mie memorie. L’ultimo è stato qualche giorno fa. Avrei già pronto il titolo: ‘Prima che mi dimentichi tutto’. Però, non potrei andare più avanti del frontespizio. Tutto quello che potevo raccontare l’ho già raccontato nel lavoro che ho fatto. Il resto – le confidenze, i retroscena, le confessioni degli artisti che ho conosciuto e di cui sono stato amico – lo terrò per me fino alla fine.

Mi sembrerebbe di tradire la loro fiducia, se, una volta morti, io mi mettessi a raccontare le cose che so della loro vita privata. Come se la morte estinguesse il dovere di custodire un segreto che un amico ti ha donato".

Vincenzo Mollica

 Eremo Rocca S. Stefano sabato 26  giugno 2021

LETTERA DALL’EREMO Il numero dodici

 


In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: "Chi mi ha toccato?"». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Marco  ( Mc 5, 21-43)

Ecco due miracoli di Gesù legati uno all’altro. Il loro messaggio è complementare. Si tratta di due donne: una all’inizio della sua vita, l’altra al termine di lunghe sofferenze che la sfiniscono. Né l’una né l’altra possono più essere salvate dagli uomini (vv. 23 e 26). Ma sia l’una che l’altra saranno salvate dall’azione congiunta della forza che emana da Gesù e dalla fede: per la donna la propria fede, per la bambina la fede di suo padre (vv. 34 e 36). Bisogna notare soprattutto che la bambina ha dodici anni (v. 42) e che la donna soffre da dodici anni (v. 25). Questo numero non è dato a caso. C’è un grande valore simbolico poiché esso è legato a qualcosa che si compie. Ci ricordiamo che Gesù fa la sua prima profezia a dodici anni (Lc 2,42 e 49). Gesù sceglie dodici apostoli, poiché è giunto il tempo. Significano la stessa cosa le dodici ceste di pane con le quali Gesù sfama i suoi discepoli (Mc 6,43). E la fine dei tempi è simboleggiata dalle dodici porte della Gerusalemme celeste (Ap 21,12-21). Così come la donna dell’Apocalisse (immagine di Maria, della Chiesa) è coronata da dodici stelle (Ap 12,1). Senza parlare dell’albero della vita originale che si trova, in un parco, al centro della città e dà dodici raccolti. E quando sappiamo che il giorno per Gesù conta dodici ore (Gv 11,9) capiamo che i nostri due miracoli non sono semplici gesti di misericordia, ma che nascondono una rivelazione: essendo giunto il tempo, l’umanità peccatrice (Gen 3,12) è liberata dai suoi mali. Gli uomini non possono fare nulla per lei, e lo riconoscono (v. 35), ma per Dio nulla è impossibile (Lc 1,37). Gesù non chiede che due cose: “Non temere, continua solo ad aver fede” (v. 36).

l numero dodici ed i suoi multipli si ripetono molte volte nella Bibbia, nell'Apocalisse di San Giovanni ed anche nel Vangelo. Nell'Apocalisse San Giovanni parla di una moltitudine di centoquarantaquattromila segnati delle tribù dei figli di Israele. Le stesse tribù sono dodici. Ventiquattro, su ventiquattro scanni, sono i Vegliardi descritti sempre da San Giovanni. La Donna vestita di sole ha in capo una corona di dodici stelle.

Nel Vangelo, dodici sono gli Apostoli, tanto è vero che per mantenere lo stesso numero, viene chiamato Mattia, non appena morto Giuda. Quale significato hanno il numero dodici ed i suoi multipli nelle Sacre Scritture e per Isralele?

Gian Gabriele Benedetti

Risponde Giovanni Ibba, docente di Ebraico.
Questo numero ha senza dubbio una grande importanza nei testi delle Sacre Scritture e anche per Israele. Il dodici contiene un grande valore simbolico, non solo perché sottende una sua origine spazio-temporale, probabilmente derivata da altre culture come quella babilonese (in cui, per esempio, il numero rappresentava l'universo nella sua complessità interna: il duodenario che caratterizza l'anno, e lo zodiaco; il dodici indica la pienezza dell'anno, composto di dodici mesi), ma anche e soprattutto perché rappresenta il numero dell'elezione, quello del popolo di Dio.

I dodici figli d'Israele-Giacobbe sono gli antenati eponimi delle dodici tribù d'Israele (Gen 35,23s.; si veda anche la benedizione di Giacobbe al capitolo 49 del libro della Genesi): Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon, Giuseppe, Beniamino, Dan, Nèftali, Gad e Aser (cfr. anche Nm 26-5-51). Inoltre, nel libro dei Numeri (7,10s.), si legge che furono presentate le offerte per la dedicazione all'altare, a partire dal giorno in cui esso fu unto (cioè consacrato): ogni giorno che seguì, fino al dodicesimo, fu presentata un'offerta da parte di un rappresentante di ciascuna delle tribù d'Israele. Nel libro primo libro delle Cronache (24,7-19) vengono presentate le classi sacerdotali, dove si elencano 24 sacerdoti che devono prestare il loro servizio. Tale numero che si spiega in riferimento a un calendario di tipo lunare, poi non sarà lo stesso in altre epoche. In effetti, i multipli del dodici non avranno grande rilevanza come invece nel Nuovo Testamento. Piuttosto rivestirà maggiore attenzione il numero sette (la settimana) con i suoi multipli.

Il dodici, e non i suoi multipli, rimane fondamentale anche in senso escatologico: in modo prospettico, Ezechiele immagina nella nuova Gerusalemme una grande cinta muraria con dodici porte (Ez 48,31-35), lo stesso numero quindi delle tribù d'Israele, adesso disperse a causa dell'esilio e della distruzione del tempio per mano dei babilonesi. Ogni porta avrà infatti il nome di ognuna delle tribù d'Israele.

Non è un caso che Ezechiele dica che la città di Gerusalemme così come l'ha vista in visione, che sarà dunque destinata a tutte le tribù disperse, si chiamerà “Là è il Signore”, cioè, è là, all'interno di quelle mura e attraverso quelle dodici porte, che i figli d'Israele dovranno riunirsi. Proprio perché il numero dodici è quello dell'elezione d'Israele, che appunto si compone di dodici tribù, le prime comunità cristiane hanno preso lo stesso numero per indicare l'elezione degli apostoli da parte di Gesù, e i suoi multipli per mostrarne la sua dinamicità in rapporto all'umanità intera. Si tratta di una sorta di «moltiplicazione» dell'elezione mediante Gesù.(1)

(1)https://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Che-significato-ha-il-numero-12-nell-Antico-e-nel-Nuovo-Testamento

Scrive Gianfranco Ravasi su Avvenire il 23 luglio 2012  nell’articolo dal titolo : “LA BIBBIA E LA SCIENZA DEI NUMERI. La salvezza in una cifra” : “Anche chi non ha una grande assuefazione coi testi sacri sa che essi sono costellati di numeri che spesso non devono essere computati quantitativamente, ma valutati qualitativamente, cioè come simboli. Così, che la creazione dell’universo sia dalla Genesi distribuita nei sette giorni della settimana, destinata ad avere il suo apice nel sabato liturgico, è legato al fatto che il sette è un segno di pienezza e perfezione, naturalmente coi suoi multipli. In questa luce si comprende perché si scelgano nell’Apocalisse sette chiese, perché Gesù ci ammonisca di perdonare non solo sette volte, ma settanta volte sette, perché l’oro puro sia «raffinato sette volte», come si dice nel Salmo 12,7, perché settanta siano gli anziani del «senato» costituito da Mosè, settanta i discepoli inviati in missione da Gesù, settanta siano gli anni dell’esilio babilonese e settanta settimane d’anni scandiscano l’avvento finale del regno messianico, secondo il libro di Daniele (9, 24).

Ugualmente al tre viene assegnato un valore di pienezza, come appare in modo supremo nella Trinità cristiana, ma come si aveva già in tante altre distinzioni ternarie bibliche: tre erano le parti dell’universo (cielo, terra, inferi), tre le feste principali di Israele (Pasqua, Settimane, Capanne), tre preghiere marcavano la giornata, tre giorni Gesù rimane nella tomba (anche se questo computo è in realtà solo su frazioni giornaliere). Il quattro, evocando i punti cardinali, propone una totalità: ecco perché quattro sono gli esseri viventi misteriosi che stanno accanto a Dio Onnipotente secondo l’Apocalisse, così come i quattro fiumi che scorrono dall’Eden rappresentano tutto il sistema idrografico della terra, mentre Qohelet-Ecclesiaste nel capitolo 3 del suo libro tratteggia l’intera storia in ventotto (7 x 4) «tempi e momenti». È dal quattro che fluisce il multiplo quaranta, intrecciato con un altro numero che indica pienezza, il dieci (si pensi al Decalogo): quaranta sono i giorni e le notti del diluvio, gli anni dell’esodo di Israele nel deserto, i giorni delle tentazioni di Gesù, i colpi della fustigazione del condannato e così via elencando. Altrettanto significativo è il dodici che ritroviamo nelle tribù di Israele, nel parallelo degli apostoli di Gesù e nel multiplo 144.000 (12 x 12 x 1000) degli eletti dell’Apocalisse. Altre volte i giochi simbolici si fanno più complessi, come accade nella formula x/x+1: «Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo verso una giovane donna» (Proverbi 30, 18-19).

Le cose si complicano ulteriormente nel giudaismo successivo, quando appare una particolare numerologia chiamata “gematria”, deformazione della parola “geometria”. Essa cercava di intuire il significato recondito e segreto delle parole basandosi sulla corrispondenza numerica delle lettere. Questo esercizio trionferà nella cosiddetta Qabbalah (letteralmente “realtà trasmessa”, “tradizione”), una teoria mistica giudaica fiorita a partire dal XII secolo e che ha lasciato una traccia in vari movimenti esoterici moderni e in forme popolari, anche contemporanee, di taglio spesso cialtronesco e illusorio. Un esempio celebre di “gematria“ cristiana è il famoso 666, il «numero della Bestia», proposto dall’Apocalisse (13, 18), forse il libro biblico più ricco di simbolismi numerici (tra cardinali, ordinali e frazionali in quelle pagine si contano ben 283 cifre!). Si tratta ovviamente di un multiplo di sei, il numero imperfetto per eccellenza, dato che esso rappresenta il sette privato di un’unità e il dodici dimezzato. Siamo, dunque, in presenza di un concentrato di limite e imperfezione il cui valore “gematrico” è stato variamente interpretato. La più comune decifrazione vede in esso la somma dei valori numerici del nome “Nerone Cesare”, trascritto in ebraico come NRWN QSR (N 50 + R 200 + W 6 + N 50 + Q 100 + S 60 + R 200 = 666), il grande persecutore dei cristiani. Alla base di tutta la numerologia biblica rimane, comunque, la convinzione che il Signore – come si legge nel libro della Sapienza che forse evoca una frase di Platone – «ha disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso» (11, 20).

1.L’unità Il numero 1 è la cifra della divinità per eccellenza: Dio è unico. «Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno» (Dt 6,4) 3. La totalità Il simbolo della Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo). Ma anche le tre tentazioni che Gesù subisce da parte del diavolo nel deserto e che indicano i principali rischi dell’uomo: potere, ricchezza, fama. 4. La terra e il cosmo I punti cardinali sono 4. Così, quando la Genesi (2, 10-14) descrive i 4 fiumi che bagnavano i lati dell’Eden, vuol dire che il cosmo nella sua totalità era un paradiso. Prima del peccato di Adamo ed Eva... 6. L’uomo e le opere Sette meno uno: è il numero che rappresenta la perfezione mancata, ma anche le opere dell’uomo: non per caso «Dio ha creato l’uomo il sesto giorno» (Gn 1,26) 7. La perfezione Sette è invece il numero che segnala la perfezione delle opere di Dio: la settimana della creazione come «cosa buona» si completa infatti solo col sabato. Anche nel libro di Giosuè le mura di Gerico crollano dopo una processione di 7 giorni. 10. La memoria 10 come le piaghe d’Egitto (Es 7-12), 10 come gli antenati che stanno fra Adamo e Noè e fra Noè e Abramo (Gn 5)... Soprattutto 10 come i comandamenti dati da Dio a Mosè (Es 20,1-17): da ricordare contandoli sulle dita delle mani. 12. L’elezione È la cifra che sta a significare la scelta del Signore, il numero dell’elezione: le 12 tribù d’Israele, i 12 apostoli… Per estensione, è il numero che designa il popolo di Dio (dell’Antico e del Nuovo Testamento) nella sua totalità. 40. Il cuore, le generazioni Sono gli anni di una generazione e dunque il tempo necessario per un cambiamento, una conversione radicale. Per questo il Diluvio universale si prolunga 40 giorni e 40 notti (è il passaggio a un’umanità nuova) e gli israeliti soggiornano 40 anni nel deserto.  (2)

(2) https://www.avvenire.it/agora/pagine/bibbiaenumeri

 

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 26 giugno 2021

SETTIMO GIORNO XIII Domenica del tempo ordinario (Anno B )

 

Ecco due miracoli di Gesù legati uno all’altro. Il loro messaggio è complementare. Si tratta di due donne: una all’inizio della sua vita, l’altra al termine di lunghe sofferenze che la sfiniscono. Né l’una né l’altra possono più essere salvate dagli uomini (vv. 23 e 26). Ma sia l’una che l’altra saranno salvate dall’azione congiunta della forza che emana da Gesù e dalla fede: per la donna la propria fede, per la bambina la fede di suo padre (vv. 34 e 36). Bisogna notare soprattutto che la bambina ha dodici anni (v. 42) e che la donna soffre da dodici anni (v. 25). Questo numero non è dato a caso. C’è un grande valore simbolico poiché esso è legato a qualcosa che si compie. Ci ricordiamo che Gesù fa la sua prima profezia a dodici anni (Lc 2,42 e 49). Gesù sceglie dodici apostoli, poiché è giunto il tempo. Significano la stessa cosa le dodici ceste di pane con le quali Gesù sfama i suoi discepoli (Mc 6,43). E la fine dei tempi è simboleggiata dalle dodici porte della Gerusalemme celeste (Ap 21,12-21). Così come la donna dell’Apocalisse (immagine di Maria, della Chiesa) è coronata da dodici stelle (Ap 12,1). Senza parlare dell’albero della vita originale che si trova, in un parco, al centro della città e dà dodici raccolti. E quando sappiamo che il giorno per Gesù conta dodici ore (Gv 11,9) capiamo che i nostri due miracoli non sono semplici gesti di misericordia, ma che nascondono una rivelazione: essendo giunto il tempo, l’umanità peccatrice (Gen 3,12) è liberata dai suoi mali. Gli uomini non possono fare nulla per lei, e lo riconoscono (v. 35), ma per Dio nulla è impossibile (Lc 1,37). Gesù non chiede che due cose: “Non temere, continua solo ad aver fede” (v. 36).


Dal libro della Sapienza  (  Sap 1, 13-15; 2,23-24)
 
Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;
le creature del mondo sono portatrici di salvezza,
in esse non c'è veleno di morte,
né il regno dei morti è sulla terra.
La giustizia infatti è immortale.
Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi  (2Cor 8, 7.9.13-15)
 
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest'opera generosa.
Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».


Dal Vangelo secondo Marco  ( Mc 5, 21-43)
 
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: "Chi mi ha toccato?"». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 Il vangelo odierno presenta Gesù quale narratore della cura che Dio si prende degli umani. Gesù guarisce la donna emorroissa, Gesù ridà la vita alla bambina dodicenne morta. Il lungo testo di Marco è costituito infatti dall’incrociarsi di due racconti, quello di Giairo che va da Gesù a supplicarlo di guarire sua figlia che sta morendo (Mc 5,21-24.35-43) e quello della donna emorroissa che, mentre Gesù si sta recando a casa di Giairo, lo tocca nel suo mantello sperando così di guarire dalle perdite di sangue che da tanto tempo la affliggono (Mc 5,25-34). Di fatto, Gesù, sentendosi toccato in maniera non casuale, non dovuta alla semplice, meccanica e ottusa calca della folla, ma intenzionalmente, sentendosi toccato da un tocco che è un'invocazione, una supplica non verbale ma corporea, una richiesta di aiuto, si ferma e dialoga con la donna. Colpisce il fatto che Gesù intuisca che quel tocco è femminile. Marco scrive che Gesù, sentitosi toccato, “guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo” (Mc 5,32). Gesù discerne la presenza di una donna dietro a quella modalità comunicativa. Di fatto, fermatosi a parlare con la donna, Gesù ritarda il suo cammino verso un caso decisamente più grave, anche perché riguardava non una persona adulta malata cronica, da ben dodici anni, ma una bambina di soli dodici anni. Questo ritardo è fatale? Perché a un certo punto, mentre Gesù stava ancora parlando con quella donna (Mc 5,34), sottolinea Marco, delle persone giungono dalla casa di Giairo annunciandogli che sua figlia è morta e che dunque non è più il caso che disturbi il maestro. L’incrocio dei racconti è in verità anzitutto l’incrocio delle vite, delle esistenze e delle sofferenze, delle storie che spesso sono semplicemente storie delle disgrazie e dei mali di una persona, di una famiglia. Perché le malattie, le disgrazie, i lutti, hanno il potere di orientare le storie personali e famigliari, di dare loro una configurazione onnipervasiva. La vita, dunque, come incontro di sofferenze.

Incontro che tuttavia ha dei connotati molto diversi: l’incontro di un uomo e di una donna. Di un uomo che svolge compiti liturgici durante le celebrazioni alla sinagoga, un uomo che ha una certa importanza (in Mt si parla di un “capo”: Mt 9,18.23). Entrambi, nel loro bisogno, nella loro sofferenza, vanno da Gesù. Unico per entrambi è il bisogno di vita, diverso il linguaggio che ciascuno esprime. Giairo, uomo con funzione sociale e religiosa importante, supplica, parla molto, ma ha anche il coraggio e l’umiltà di inginocchiarsi, di gettarsi a terra davanti a Gesù (Mc 5,22-23). Egli viene portando la situazione disperata di sua figlia che è malata in modo grave, è agli estremi, (in Lc 8,42 la situazione è resa più drammatica dall’annotazione che quella bambina dodicenne era la sua figlia unica), mentre la donna porta la propria sofferenza personale, ma che la accompagna giorno dopo giorno da dodici anni. Si tratta di una situazione che induce una profonda vergogna. Di Giairo colpisce il fatto che cade ai piedi di Gesù, si inginocchia davanti a lui. Certo, il movente è forte - la salute compromessa della figlia - ma ugualmente l’immagine di un uomo, un maschio adulto, che ricopre anche una funzione importante sul piano sociale e religioso, che si inginocchia per pregare e per supplicare, non può non colpire. Spesso avviene, soprattutto nella vita di fede di un uomo, di un maschio, che l’avanzare degli anni porti con sé anche un certo cinismo, un non crederci più di tanto, un pregare sempre meno o un tralasciare del tutto la preghiera. Colpisce molto vedere uomini in età avanzata, anziani, che piegano il loro corpo affaticato e acciaccato in un gesto di adorazione davanti a Dio, si inginocchiano, a volte in modo impacciato e lento, e tuttavia non rinunciano a questa espressione visibile e corporea dell’invisibile che abita nel loro cuore. Uomini che magari hanno costruito la loro vita da protagonisti e che tuttavia si riconoscono debitori davanti a Dio, si inginocchiano, pregano, rendono grazie. Qui, con Giairo, supplicano.

Invece, l’emorroissa parla con il corpo, con il tatto, non dice parola alcuna, se non interiormente, tra sé e sé, per dotare di intenzionalità il suo toccare (Mc 5,27-28). Per avere un po’ di spazio deve rubarlo, muoversi di soppiatto, e toccare il mantello di Gesù “da dietro” (Mc 5,27). Deve il più possibile non essere vista, non essere notata, perché è un’impura, perché le perdite di sangue la collocano socialmente e religiosamente nello spazio dell’impurità. Agli antipodi di Giairo che socialmente e religiosamente è in vista. Ma insomma, ognuno, nel proprio bisogno, va a Dio con il proprio linguaggio, con tutto se stesso, con la verità di se stesso. E supplicare - ciò che fa Giairo - non è solo proferire parole che chiedono aiuto, ma è atto di tutta la persona che si “piega sotto”, si raggomitola all’ombra del Signore, si rifugia in lui cercando relazione e salvezza. Tuttavia è vero solo in parte che la donna non parla. La donna non esterna le sue parole, ma parla interiormente, sa parlare tra sé, sa pensare, sa avere una vita interiore, sa costruire una intenzionalità. “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata” (Mc 5,28). Lei sa bene che se tocca Gesù, o anche solo il suo mantello, lo rende impuro, ma ormai non conosce remore e non esita. E tocca il mantello di Gesù. Nessun feticismo, ma solo la fede, e una possibilità di comunicazione che passa attraverso il corpo. La donna esprime una preghiera corporea. E Gesù guarisce con il suo corpo. Sente una forza che lo abbandona. In questa guarigione il più è stato fatto dalla donna. In certo modo, Gesù ratifica ciò che è avvenuto e conduce la donna allo stato di parola, facendola veramente accedere a pienezza personale. Il testo dice che “essa conobbe grazie al suo corpo … Egli conobbe in se stesso” (Mc 5,29.30): da parte della donna un’intelligenza corporea, da parte di Gesù una percezione interiore. Vediamo dunque il coraggio della donna che, nonostante la sua condizione di "impura", osa toccare Gesù. E questo gesto coraggioso viene letto da Gesù nella verità della sua intenzione profonda: la sete di guarigione e di vita. Vediamo anche il pudore della donna che, colpita da emorragia intima, non domanda e non implora, ma si limita a toccare il mantello di Gesù, diviene linguaggio ascoltato da Gesù che, fonte della vita, guarisce colei che era colpita proprio nella sorgente della vita. Del resto, il toccare è sempre reciproco: mentre tocco, sono toccato da ciò che tocco.

Ma ecco che l’incontro della donna con le emorragie e Gesù porta allo stabilirsi di un contatto inedito anche tra la donna malata da dodici anni e la bambina dodicenne. Il contatto è tale che Gesù chiama la donna thygáter (Mc 5,34), figlia, esattamente come viene definita la bambina di Giairo (thygáter: Mc 5,25). Sembra che siano rese sorelle. La bambina è nata quando l’altra ha cominciato a soffrire di emorragie, dunque a morire alla capacità di generare figli. L’una è colpita nella sua maternità, l’altra, la bambina, entra nell’età in cui potrebbe realizzare la sua femminilità. E se la donna trova vita vedendo fermarsi il flusso di sangue, la bambina, che è nell’età dell’inizio della maturità anche sessuale, troverà vita vedendo riprendere a scorrere in lei quel sangue che è la vita, come ricorda l’Antico Testamento. Ma anche tra Giairo e la donna emorroissa viene stabilito un rapporto intenso e interessante. A Giairo, che ha ormai appreso la notizia della morte della figlia e ricevuto l’invito a non disturbare più il Maestro, Gesù dice di continuare ad avere fede (Mc 5,36); alla donna che ha toccato il suo mantello, Gesù proclama: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34). L’impotenza dell’uomo diviene luogo di dispiegamento della potenza di Dio. Giairo chiedeva la guarigione della figlia e deve scontrarsi con la sua morte; la donna chiedeva di essere salvata e Gesù attribuisce la salvezza alla sua fede. Siamo di fronte al misterioso potere dell’impotenza riconosciuta e assunta nella fede. E un cammino analogo e diverso al tempo stesso devono entrambi fare: Giairo e la donna. Gesù opera due azioni di guarigione, ma conduce anche a pienezza di relazione sia la donna che Giairo. Chiedendo “Chi mi ha toccato le mie vesti?”, Gesù porta la donna a vincere il timore che la teneva nel nascondimento e a passare dal gesto alla parola fino a dirsi davanti a lui, anzi, fino a dirgli “tutta la verità” (Mc 5,33). La donna si dice, nasce alla parola dialogica e così entra nella pienezza della vita: da esclusa, emarginata e impura, ora è inserita nello spazio dello scambio e delle relazioni sociali. Nel caso di Giairo, che lo supplicava “molto” (Mc 5,23), e della sua casa in cui molta gente urlava e faceva trambusto, Gesù fa compiere un cammino che dalla parola e dal rumore va al silenzio. Solo nel silenzio si può discernere la verità della situazione: “la bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5,39). E il silenzio imposto a tutti, padre compreso, vuole forse lasciare tutto lo spazio alla bambina di crescere, di espandersi, di divenire una donna. Di trovare la sua parola. Non divoratela con le vostre parole, ma entrate nel silenzio e datele da mangiare.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14600-incontri-di-guarigione

Eremo Rocca S. Stefano sabato  26 giugno 2021  

mercoledì 23 giugno 2021

BIBLIOFOLLIA Bernardo da Parma, Glossa ordinaria in Decretales

 

Bernardo da Parma, Glossa ordinaria in Decretales

sec. XIV prima metà
membr.; mm 190 × 140; cc. V (I-III cart.), 499, III’ (cart.)
Pluteo 5 sin. 6

Il manoscritto, esemplato su due colonne da più copisti in una littera textualis semplificata di piccolo modulo, contiene l’opera più importante del canonista Bernardo da Parma, la glossa alle Decretales di Gregorio IX, un vasto apparato a cui l’autore lavorò per circa un trentennio, che presto si affermò come l’apparato per eccellenza. Il lavoro valse a Bernardo il titolo di «glossator», ovvero «Decretalium apparatus compilator». Le indicazioni di pecia sui margini di diversi fogli del manoscritto ne denunciano un’origine universitaria. Per far fronte alle continue richieste di libri di testo, ma anche per vigilare sull’autenticità e correttezza dei testi, in molte università europee (soprattutto Parigi e Bologna), a partire dal XIII secolo, si elaborò un sistema particolare di moltiplicazione dei libri. Il sistema della pecia consisteva in sostanza nella copia simultanea di fascicoli sciolti (pecie, appunto) di un testo universitario. Una commissione di petiarii nominata dall’università ed eletta all’inizio di ogni anno accademico, come si evince dagli statuti, aveva il compito di verificare la correttezza testuale di un’opera, il cui exemplar (modello) suddiviso in “pezzi” veniva depositato presso le botteghe degli stationarii (librai) ufficiali delle università dove, dietro pagamento di una tariffa prestabilita, poteva essere preso in affitto per essere copiato; la commissione era la sola autorizzata ad approvare l’exemplar, sottoposto ad un controllo periodico, a deciderne il prezzo di affitto (taxatio), a pubblicare la lista dei testi scelti approvati dall’università. Allo stazionario, responsabile dello stato di conservazione delle opere affidategli, spettava esporre la lista degli exemplaria, con l’indicazione del numero di pecie per ciascuna opera e la tariffa della locazione, e, alla richiesta di un cliente, si occupava di distribuire i “pezzi” sciolti allo scriptor perché li copiasse e li riconsegnasse in modo da renderli disponibili per un’altra copiatura a rotazione. Era così possibile realizzare più copie nel tempo generalmente necessario per una sola. I copisti, solitamente laici, anche donne o studenti, annotavano spesso il numero progressivo di ogni pecia che esemplavano. Nel nostro manoscritto queste indicazioni, saltuarie, si trovano segnate nei margini in varie forme ad indicare l’inizio o la fine di una pecia: «Hic finitur IIa petia» (c. 13v) o semplicemente «Finitur XVI petia» (c. 93r), «Sequitur IX petia secunde partis…» (c. 322r), «petia X secunde partis» (c. 331r), «XXXIIIa petia» (c. 415r). Il codice è giunto nella Biblioteca Laurenziana nella secondametà del Settecento dal convento fiorentino di Santa Croce, come attestano le note presenti a c. IIr (cart.). Si espone la c. 13v dove compare l’indicazione «Hic finitur IIa petia» (margine sinistro).


BERNARDO da Parma. - Nacque al principio del sec. XIII (possibile anche la fine del sec. XII) da una famiglia probabilmente di piccola nobiltà feudale, che traeva il nome da una località, Botonus (Bottone?), dove (1230) le Rationes decimarum per l'Emilia dicono fosse una cappella e, nel 1299, una chiesa, dipendenti dalla pieve di Traversetolo, nel Parmense.

Nell'epigrafe tombale B. è detto "de Botono de Parma ", e ciò ha fatto preferire a taluni biografi l'individuazione, a nostro parere impropria, sotto il cognome Bottoni. In verità, B. si definisce semplicemente "Bernardus Parmensis" (gl. dividatur ad X.1.6.28).

Fu allievo a Bologna dei canonisti Tancredi e Vincenzo Ispano. Ricordato già nel 1230 quale docente di diritto canoniconello Studio che lo aveva avuto scolaro (Savioli, Annali…), il primo documento conservatoci che lo menzioni, e con la qualifica di "magister", reca la data del 1232,quando B. interviene con altri professori bolognesi in un atto dei capitolo della cattedrale. "Canonicus Bononiensis" e cappellano papale è per la prima volta designato in una bolla di Innocenzo IV del 13 giugno 1247, indirizzata a B. e al vescovo di Cervia, perché, dopo la rinunzia dell'abate di Nonantola Cirsacco, promuovano l'elezione di un nuovo abate.
  
Anche Urbano IV, come i suoi predecessori, tenne in gran conto B. e gli affidò delicate incombenze, come quella trasmessagli con bolla dell'8 sett. 1264 di immettere nel possesso del castello di Carpi quel Manfredo, vescovo di Verona, che, rettore della Marca anconitana, per la sua fedeltà alla Sede apostolica tanto aveva sofferto a opera di re Manfredi. B. era anche titolare della chiesa di S. Maria di Montovale nell'agro bolognese, per la quale ebbe a subire molestie e danni a opera di Iacopo conte di Panico. Al momento della morte di B. era in corso una causa per risarcimento dei danni, nella quale gli successe un altro canonico, Bernardo da Querceto.

 Bernardo . morì a Bologna tra il 12 e il 31 marzo 1266.


L'opera maggiore di B. è la glossa alle Decretales Gregorii IX. Queste erano state promulgate il 5 sett. 1234, ma già una intensa attività esegetico-sistematica si era svolta, da quasi mezzo secolo, sulle compilazioni decretalistiche che avevano preceduto l'opera affidata da Gregorio IX a Raimondo da Peñafort., e che in essa erano quindi confluite insieme con il materiale legislativo più propriamente gregoriano. Valendosi pertanto degli apparati, delle glosse, delle summae e di altri scritti sulle cinque compilationes antiquae, nonché dei lavori che subito avevano incominciato a svolgersi intorno al Liber Extra, B. redasse, in guisa di commento continuo, un vasto apparato di glosse a quest'ultimo, che presto si affermò come l'apparato per eccellenza, la glossa ordinaria alle Decretali di Gregorio IX, il lavoro per cui B. fu definito, per antonomasia, "glossator", ovvero "Decretalium apparatus compilator".

All'apparato, che ebbe almeno quattro versioni, B. lavorò per oltre un trentennio.

   Eremo Rocca S. Stefano mercoledì  23 giugno 2021