Alda Merini è entrata nella mia vita come un bel vento, di vita vera, di poesia, di allegria: aveva una risata meravigliosa! Sapeva ridere e sapeva aprire il cuore agli ultimi, sapeva capire fin la dove non è possibile capire, lei ci arrivava con il dono della poesia. La poesia era lei, c'era verità nelle sue parole, non ci si nascondeva mai dietro, c'era, nelle sue parole, autenticità e verità. E quelle parole ancora ci fanno ballare il cuore e ci fanno sentire che sia ancora qui vicino a noi. Ecco, io non ho mai pensato che Alda Merini se ne fosse andata, penso sempre che sia qui, da qualche parte, insieme a me, a raccontarmi ancora le sue storie, le persone che ha incontrato, la sua passione per Celentano... Ogni volta che sento la sua Lettera a Mollica, mi commuovo. Alda non se ne è andata e non se ne andrà mai, perché lei vive più e oltre di come possiamo vivere noi. "
Tiene gli occhi chiusi mentre racconta la sua Alda, e intanto sorride, Vincenzo Mollica, nel ritrovare la sua immagine nella memoria. Alda gli fu amica, e scrisse per lui:
Prima di venire
portami tre rose rosse
prima di venire
portami un grosso ditale
perché debbo ricucirmi il cuore
e portami una lunga pazienza
grande come un telo d’amore
prima di venire
dai un calcio al muro di fronte
perché lì dentro c’è la spia
che ha guardato in faccia
il mio amore
prima di venire
socchiudi piano la porta
e se io sto piangendo
chiama i violini migliori
prima di venire
dimmi che sei già andato via
perché io mi spaventerei
e prima di andare via
smetti di salutarmi
perché io non vivrò a lungo
"Ho avuto la fortuna, quando Alda non poteva più scrivere, di essere una delle persone a cui lei dettava i propri versi. Poteva chiamarmi a qualsiasi ora del giorno. Io interrompevo quello che stavo facendo e scrivevo diligentemente ciò che mi dettava. Se non lo avessi fatto, sapevo che quei versi si sarebbero persi. Per questo, avevo sempre un quadernetto con me. Una volta, erano le otto e dieci di sera, io dovevo ancora finire il mio pezzo per il Tg1.
Rispondo al telefono ed era una di quelle volte in cui aveva delle cose da dettarmi. Quando finì le dissi: “Vuoi che rilegga, Alda?”. “No, se hai scritto quello che ti ho detto, va bene. Quando sarà il momento, te li chiederò”. Riuscì a mandare in onda il servizio per un pelo. In compenso, però, vidi pubblicati quei versi in Clinica dell’abbandono. Una raccolta in cui non c’è un solo verso sbagliato.
Io non ho mai seguito la corrente, né mai sono andato contro. Più semplicemente, ho ascoltato il consiglio di mia nonna, che di mestiere faceva la fruttivendola: “Ricordati le cose che rimangono, Vincenzino”. Ho raccontato quello che mi piaceva. Quello che non mi piaceva l’ho escluso. Oppure, se proprio non potevo farlo, ho lasciato a una frase ironica, una battuta, il compito di dire come la pensavo. Io sono entrato al Tg1 dal 1980. Dall’anno dopo, nessuno ha mai più controllato un mio pezzo prima della messa in onda.
Negli ultimi vent’anni, numerosi editori mi hanno chiesto di scrivere le mie memorie. L’ultimo è stato qualche giorno fa. Avrei già pronto il titolo: ‘Prima che mi dimentichi tutto’. Però, non potrei andare più avanti del frontespizio. Tutto quello che potevo raccontare l’ho già raccontato nel lavoro che ho fatto. Il resto – le confidenze, i retroscena, le confessioni degli artisti che ho conosciuto e di cui sono stato amico – lo terrò per me fino alla fine.
Mi sembrerebbe di tradire la loro fiducia, se, una volta morti, io mi mettessi a raccontare le cose che so della loro vita privata. Come se la morte estinguesse il dovere di custodire un segreto che un amico ti ha donato".
Vincenzo Mollica


Nessun commento:
Posta un commento