lunedì 31 gennaio 2022

Autodafé : Tre donne Sarah,Gabriella, Cesira



Sarah

Quando hai perso tutto,ma solo quando hai perso veramente tutto,ti può capitare di incontrarmi , di sponda, in piena notte, nel bar di una stazione di autobus ,tra donne che non partono ,e non riescono a dormire, e hanno voglia di bere. Io sono lì perché quello è l’unico bar aperto prima delle sei.

Sono una ragazza bassa di statura, pallida, con dei segni scuri sotto gli occhi. Ho l’aria stanca ma intelligente . Se mi siedi davanti, nemmeno solleverò il viso. Fumo sigarette francesi e non mi laureerò mai. Mi puoi offrire un caffè o un whisky, se tiva. Ma non ti fare strane idee perché non è facile attaccare discorso con me e scoprire il mio modo di guardare.

Solo quando mi alzerò per andarmene ti accorgerai della cadenza singhiozzante del mio passo. E non potrai evitare di pensare che la poliomielite che mi ha storpiato l’ha fatto in una maniera assai più perfida di quanto appaia di fuori. E che il mio silenzio ti brucia il sangue più di ogni parola.

Walter Tevis, Lo spaccone, 1959

2.

Gabriella

Dicono di me che non mi si può spiegare , basta sapere che esisto. Dicono che odoro di garofano e ho colore di cannella , che domo i gatti stringendoli al seno , che la mia pelle brucia , che non sono fatta per un solo uomo. Dicono anche che ho una bocca di rosa , che cucino salse inimitabili , che non sono mai stanca sonnolenta sazia .

Arrivai un giorno scalza e danzante in una vecchia provincia e, dopo, nulla da quelle parti rimase uguale . L’amore, come per miracolo , tornò ad essere allegria , invito, febbre, disordine e mai più colpa e delitto. Solo esuberanza africana , voce di canto, luce lunare del desiderio.

Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, 1958

3.

Cesira.

Appartenevo ad una razza sanguigna e senza paura : una popolana di provincia , contadina, bottegaia , con una fiera praticaccia della vita e un corredo di proverbi per ogni occasione. Ma il mio carattere spigoloso e umorale contrastava con la rotondità delle mie fattezze , con la bocca morbida, rossa come corallo , rispecchiandosi invece nella gagliardia del seno , nella scurezza degli occhi , nei miei lunghi capelli corvini.

Il matrimonio l’avevo tollerato ma come si tollera una seccatura: qualcosa che ha più a che fare con la violenza che con il rispetto. Dell’amore conoscevo solo quello per mia figlia e da vedova credevo che sarei stata felice nell’impavido dominio della mia solitudine.

Ma i tempi sgangherati che vissi mi confusero in una moltitudine universale di sfollati, gente sempre in marcia tra città e villaggi invasi dalla guerra e letti di granturco,mulattiere , damigiane sbrecciate e valigie di fibra. Un’umanità inevitabile di borsari neri ,di prostitute di lazzari perduti alla pietà umana , dannati a ripassare l’inutile inventario di ciò che si è lasciato.

Perché la guerra è un incrudimento di tutto , una sciancatura, un rattrappirsi di ogni senso; e non c’è nessun peccato d’origine , solo un altare di innocenze profanate , lo stupro di una figlia , gli occhi spalancati, l’urlo inutile. Un guado doloroso prima che si torni a questa povera cosa di oscurità e di errore senza sapere perché sia preferibile alla morte.

Alberto Moravia , La ciociara, 1957

 

Eremo Rocca S. Stefano lunedì 31 gennaio 2022 

domenica 30 gennaio 2022

INCIPIT Nuto Revelli Il mondo dei vinti

 


Si legge sul sito della casa editrice Einaudi che pubblica il libro di Nuto Revelli “ Il mondo dei vinti “: “Racconta Nuto Revelli che la prima idea di questo libro risale addirittura ai mesi della sua guerra partigiana. D'altra parte il suo impegno umano e civile è stato sempre quello di dar voce al dramma degli incolpevoli, dei poveri che restano in guerra anche quando arriva la pace, sfruttati, dimenticati, e di nuovo strumentalizzati, mai soggetti attivi del loro destino. Revelli ha girato per anni pianure, colline e montagne con un magnetofono, forte soltanto della sua pazienza e della sua capacità di ascolto. Ha così raccolto centinaia di testimonianze, le ha ordinate e selezionate, sino ad offrire gli 85 "racconti" di questo libro: storie di guerre, di lavoro, di fatica, di solitudine, di emigrazione del mondo contadino di ieri e di oggi. “

Ricorda, mi dicevo, ricorda tutto di questo immenso massacro contadino, non devi dimenticare niente”.

 

Questo monito Nuto Revelli se lo impone nel 1942 mentre prende parte al calvario degli Alpini in Russia. L’idea di questo libro viene quindi da lontano. Dopo l’esperienza partigiana, l’autore non perde di vista il mondo dei contadini e dei montanari; trent’anni dopo percorre con pazienza le valli del cuneese per dare voce a quelli che chiama appunto i vinti. Facendosi accompagnare da persone del luogo, avvicina gli anziani che hanno visto e subito circa settant’anni di trasformazioni e cambiamenti.

La memoria di questa gente offre vivaci affreschi che vanno dalla Guerra di Libia, al primo conflitto mondiale, alle tante emigrazioni, toccando i picchi più drammatici con la seconda guerra mondiale e la lotta tra partigiani e fascisti. Sono 270 le testimonianze, presentate in prima persona e spesso arricchite da qualche modo di dire dialettale; offrono un’immagine cruda della fatica di vivere e mostrano visioni anche molto differenti tra loro riguardo a temi come il consenso al regime fascista, il rapporto con i partigiani, la visione del futuro del vivere in montagna.

Tante le testimonianze della Grande Guerra. Giovanni Toselli, contadino e muratore, tornato dal conflitto con la polmonite, racconta le fatiche per costruire la propria casa:

“Io e mia moglie andavamo a Boves, tutte le notti, a ritirare i mattoni, partivamo alle tre di notte e tornavamo prima che i bambini si svegliassero (…) Oggi sono tutti ricchi. Chi accetterebbe ancora una vita come la nostra?”.

Giuseppe Fino racconta un’esperienza diffusa; i bambini spesso venivano mandati nelle case dei contadini e allevatori benestanti a lavorare, in cambio di un posto dove dormire e di un po’ di cibo. In questo modo la famiglia veniva sgravata di una bocca da sfamare. Fino racconta:

“Dovevo guardare i maiali. Dormivo sotto il portico, sulla paglia. Non mangiavo a tavola, ma nel cortile, come un cane”.

Nelle filande era normale assumere bambine di sei anni. C’erano ragazzine che si facevano radere a zero i capelli per venderli. Interessante la testimonianza di Maria Isoardi che guarda avanti, preoccupata per l’impoverimento e la scarsità di servizi in montagna. La sua è quasi una supplica:

“Non chiudano le scuole, è un delitto privare i nostri nipoti di un po’ di istruzione”.

Le riflessioni di molti anziani si affacciano sui radicali mutamenti portati dalla rapida industrializzazione degli anni ’50 e ’60; perciò Il mondo dei vinti (Einaudi, 2005) è fortemente attuale, dato che getta uno sguardo sul mondo della montagna e i suoi problemi non risolti. Le industrie hanno infatti portato benessere e lavoro, chiedendo però pesanti contropartite; fiumi inquinati, aree abbandonate, invadenti brutture edilizie. Nell’introduzione l’autore parla di un ricatto a danno dei vinti:

“Volete i figli in fabbrica? Prendetevi il veleno”.

Quello di Nuto Revelli è un contributo competente e appassionato al tema della difesa dei territori e delle culture locali, vedendo nell’ambiente una risorsa da valorizzare e non da rapinare.(1 )

Clara Mazi nei commenti alla presentazione del volume di revelli sul sitohttps://www.goodreads.com/book/show/9724708-il-mondo-dei-vinti dice : “ Un documento memorabile questo raccolto ed elaborato da Nuto Revelli, ufficiale degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel Cuneese: 270 interviste a contadini che popolano la pianura (il Cuneese) fino all’alta Langa (per selezionarne poi solo 86), registrate, riascoltate riadattate per il testo scritto. Storie di vita incredibili per le condizioni di estrema povertà (soprattutto di alcuni) che li vedeva costantemente affamati (“una fame da assassino” dirà uno), vestiti inadeguatamente e oberati dal lavoro fisico. Vite che dovevano essere vissute, nel senso che uno viene messo al mondo per mantenersi in vita e per questo non deve fare altro che lavorare. Nascite, morti, abusi (quanti abusi sui bambini!), malattie, le guerre: sono pagine che si divorano, col fiato sospeso, talmente è il dolore davanti a tale durezza di vita che viene però raccontata così, come una delle tante (anzi, un intervistato lo dice proprio a chiare lettere – cito a memoria: “A Lei fa impressione e lo può fare anche ai giovani d’oggi, ma allora, se l’avessi raccontata, non avrebbe fatto impressione a nessuno perché eravamo tutti così”) senza nessun dolore particolare. Ma rabbia sì. Tanta. Emerge spesso. La rabbia per tanti soprusi che si sono dovuti ingoiare perché impotenti: davanti all’ordine di andare in guerra, davanti ai padroni che non davano abbastanza da mangiare o che picchiavano i piccoli bambini che andavano da vaché anche già a sei anni, davanti ai fascisti – e qualche volta anche davanti ai partigiani che non sempre si sono comportati correttamente.
Pagine quindi umane e di storia che vanno assolutamente lette e conosciute e ricordate.
Eppure non posso fare a meno di notare la mancanza di una grande parte di ricerca: la condizione infantile (da accapponare la pelle) e quella delle donne. Non che Revelli non includa interviste alle donne, non che non si soffermi sui racconti della loro infanzia, ma a lui interessa molto di più la “politica”: cosa pensano del fascismo, dei partigiani, del prete, cosa votano, cos’hanno pensato della guerra. Punta poi il dito contro le fabbriche nascenti (Michelin e altre) che spopolano le campagne – senza osservare che la vita era così grama da quelle parti sin dal secolo scorso che la gente emigrava in America… Un libro quindi decisamente degli anni Settanta (magnetofono, la documentazione orale come unica fonte di verità, la ricerca della massima fedeltà nella trascrizione dell’intervista) ma tralascia riflessioni su altre importanti questioni - come per esempio la retribuzione femminile (che viene narrata da un’intervistata) che a parità di lavoro con un uomo, lei viene pagata un terzo. Nemmeno un accenno di una riflessione sui pedofili a cui vendevano (per la disperazione della fame) le bambine di nove anni – e questo l’ho trovato abbastanza grave. Per il resto un testo che va sicuramente letto, soprattutto nei licei perché vale tante pagine di un manuale.”

Sul sito della Fondazione Nuto Revelli si legge la sua biografia .

Benvenuto (Nuto) Revelli nasce a Cuneo il 21 luglio 1919. Conseguito il diploma da geometra, nel settembre 1939 è brillantemente ammesso alla Regia Accademia di fanteria e cavalleria di Modena.l 21 luglio 1942, con i gradi di sottotenente, parte per il fronte russo dalla stazione di Collegno con la tradotta della 46ª Compagnia del Battaglione Tiràno, 5° Reggimento Alpini della Divisione Tridentina. Vive l’esperienza della guerra in tutta la sua crudele sofferenza, toccando con mano la tragedia dell’impreparazione e dell’abbandono delle truppe, il tradimento dell’alleato, la corruzione delle retrovie. Al suo ritorno a Cuneo decide di lottare contro quella guerra, contro i tedeschi e il fascismo e diventa uno dei primi organizzatori del movimento partigiano nel cuneese. Insieme a Piero Bellino e ad altri ufficiali costituisce una formazione partigiana che chiama “Compagnia Rivendicazione Caduti” proprio in nome dei tantissimi soldati morti in Russia.
Nel febbraio del 1944 sale a Paraloup (Valle Stura), sede della banda Italia Libera di Dante Livio Bianco e Duccio Galimberti e si unisce alle formazioni di Giustizia e Libertà, acquisendo un ruolo di primaria importanza anche in ragione della sua esperienza militare.Fronteggiati i rastrellamenti della primavera a capo della IV Banda, Nuto Revelli assume quindi il comando della Brigata Valle Vermenagna e della Brigata Valle Stura “Carlo Rosselli”, inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944 riesce a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della 90ª Divisione corazzata tedesca che puntava al valico del Colle della Maddalena, agevolando così lo sbarco degli Alleati nel sud della Francia.Nei giorni della Liberazione, Revelli comanda la V Zona partigiana del Piemonte.


Nel 1945 sposa l’amatissima Anna, conosciuta prima della guerra, e nel 1947 nasce il figlio Marco, oggi professore universitario di Scienza della Politica. Nuto Revelli ha scritto il testo del famoso canto partigiano Pietà l’è morta ed è coautore della Badoglieide.

Dalle esperienze della guerra fascista e della lotta partigiana e dall’interesse per la storia vista “dal basso”, ha tratto ispirazione per i suoi libri, tutti editi da Einaudi: Mai tardi. Diario di un alpino in Russia (prima ed. Panfilo 1946, poi Einaudi 1967), La guerra dei poveri (1962), La strada del Davai (1966), testimonianze di quaranta alpini sulla guerra e la prigionia in Russia, libro-inchiesta che troverà la naturale evoluzione in L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale (1971).In un secondo momento, Revelli focalizza il suo interesse sul mondo contadino al tramonto, dando voce ai suoi emarginati protagonisti nei volumi: Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina (1977) e L’anello forte. La donna: storie di vita contadina (1985) che richiederanno, rispettivamente, sette e sei anni di lavoro tra la paziente raccolta di testimonianze, la scrupolosa trascrizione e la suddivisione del materiale selezionato nelle sezioni: Pianura, Collina, Montagna e Langhe.
Il disperso di Marburg (1994), costruito come un romanzo, narra l’indagine intorno alla figura di un giovane “tedesco buono catturato dai partigiani, mentre Il prete giusto (1998) è l’indimenticabile e straordinario ritratto di don Viale, un prete che, dopo aver salvato tante vite ed essere stato riconosciuto “Giusto” da Israele, viene invece escluso e sospeso a divinis dalle gerarchie ecclesiastiche.L’ultimo libro di Nuto Revelli, Le due guerre (2003), rilegge i 25 anni che vanno dall’ascesa del Fascismo alla Liberazione dal punto di vista di chi li ha vissuti ed è dedicato ai giovani, affinché non dimentichino, ma soprattutto capiscano quanto sia rischiosa l’inconsapevolezza dell’oggi.
A conclusione del discorso Sull’ignoranza, pronunciato in occasione della laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione conferitagli nel 1999 dall’Università di Torino, scriveva:
 
«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi.
Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza,
come eravamo cresciuti noi della “generazione del Littorio”.
Oggi la libertà li aiuta, li protegge.
La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta.»
 
Nuto Revelli si è spento a Cuneo il 5 febbraio 2004.

( 1 )https://www.sololibri.net/Il-mondo-dei-vinti-Nuto-Revelli.html

Eremo Rocca S. Stefano domenica 30 gennaio 2022

BIBLIOFOLLIA Il lettore sul lettino

 “Come nelle migliori famiglie, anche in quella degli amanti dei libri non manca qualche zio matto, il cui ritratto è tenuto prudentemente in soffitta: il collezionista pluriomicida, il cleptomane impenitente, quello che si mangia la carta. Ma non è di loro che parla questo libro. Piú che ai lettori psicotici, si dedica ai turbamenti del lettore nevrotico, che poi altri non è che il lettore comune. C’è chi è colto dall’angoscia se deve prestare un libro; chi si obbliga, mentre legge, a non sbadigliare; c’è il lettore poliamoroso che legge piú libri contemporaneamente o, al contrario, il monogamo seriale che non tocca un romanzo prima di averne finito un altro; chi si vergogna a dire di non aver letto un classico e perciò l’ha sempre, per definizione, «riletto» e chi annota i libri seguendo un proprio cifrario idiosincratico… Se è vero che la lettura è un «vizio impunito» che ci porta a considerare normali dei comportamenti che in qualunque altro ambito apparirebbero perversi – pensiamo al gesto di annusare voluttuosamente la carta -, allora non dobbiamo stupirci di fronte alle mille stramberie del lettore comune, che, visto da vicino, ci apparirà molto meno comune di quanto sembra. Un campionario brillante, colto e divertente delle abitudini che circondano l’uso dei libri e dei meccanismi profondi che regolano i piaceri e i dispiaceri della lettura.”

E' quello che racconta il libro di Guido Vitiello “Il lettore sul lettino” Einaudi Super ET Opera viva pp-176 . Sul sito Einaudi si legge a proposito di questo libro : “Perché molti lettori sottolineano i libri, ci scribacchiano sopra, fanno le orecchie ai bordi delle pagine, mentre altri guardano con orrore al piú lieve maltrattamento? E quali segreti custodiscono gli scaffali delle biblioteche domestiche? Se i volumi sono disposti in file doppie, cosa si nasconde nelle retrovie? Una ricognizione ricca e spiazzante di quelle perversioni che rendono erotico e nevrotico il nostro rapporto con i libri. “

Poi se leggiamo qualche pagina all'inizio ci imbattiamo in questa riflessione che è anche un anticipo polposo di quello che Vitiello racconta in questo libro : “ Ma di che natura è il piacere della lettura? Quali pulsioni serve a sublimare? Strachey rispondeva che accanto alla sco-pofilia (il piacere di guardare) e alle pulsioni della fase anale (il piacere di ordinare e immagazzinare) il ruolo dominante lo giocano le pulsioni legate alla fase orale. Lo rivelano metafore molto comuni: lettori «voraci», libri «indigesti» e altri che si lasciano «divorare». Il lettore immerso nel suo libro, irritato da qualunque fonte di disturbo, ricorda il poppante attaccato al seno materno. Non a caso, notava Strachey, i bambini leggono sempre tenendo a portata di mano qualcosa da sgranocchiare, o mal che vada si mettono un dito in bocca; e anche gli adulti sprofondano nella poltrona piú comoda
con una pipa e un whisky e soda (parlava evidentemente degli adulti degli anni Trenta, quelli che noi abbiamo visto solo nei film). Fin qui tutto bene. Ma lo stadio orale dello sviluppo psicosessuale, insegna Freud, è diviso in due fasi; alla beatitudine sdentata del poppante segue presto la fase sadico orale, e gli ostacoli al piacere della lettura secondo Strachey derivano da lí. Quando prevalgono le tendenze distruttive, non ci nutriamo piú fiduciosamente delle parole altrui, ma le addentiamo, le sminuzziamo, vogliamo assaggiarle bene ...”

Tra le migliori recensioni del libro scrive SoloLibri.net “ Guido Vitiello è filosofo di formazione e sicuramente lettore per disposizione genetica. È docente di cinema e tiene due rubriche giornalistiche. Quella su “Il Foglio” si chiama Il Bi e il Ba (a qualcuno viene in mente Nino FRASSICA?). Quella su “Internazionale” si intitola Il bibliopatologo risponde, che è tutto un programma.
In questo suo saggio, Il lettore sul lettino. Tic, manie e stravaganze di chi ama i libri (Einaudi 2021), dal tono ironico e nel contempo colto, Guido Vitiello propone delle riflessioni a impronta psicanalitica su varie tipologie di lettori (libridinosi, bibliomaniaci, devoti del parallelepipedo), dal lettore dongiovannesco a quello cataloghista, dal lettore monogamico a quello poligamico. Una riflessione che va dal modo di leggere al modo di relazionarsi col libro.

Lo sapevate che gli uomini portano i libri quasi fossero una 24 ore mentre le donne tendono a tenerli in grembo quali neonati da accudire?
E poi ci sono gli accumulatori di libri che li raccolgono, anzi li accolgono nella propria vita per possederli (“tsundoku”) e non per leggerli,

“Tsundoku è una parola d’uso colloquiale che si può tradurre come “l’atto di comprare un libro per poi non leggerlo, di solito mettendolo in una pila di altri libri non letti”.”

Anche perché chi è sempre capace di portare a termine la lettura, accettando di giungere alla fine del rapporto? Il rischio di depressione post lettura è severo:

“Si annuncia verso tre quarti del libro, quando lo spessore delle pagine residue si assottiglia: i più tenaci si impongono di centellinare quel che resta, ma presto o tardi l’appuntamento tanto temuto con la parola fine arriva.”

Molte e interessanti le variegate informazioni che troviamo in questo saggio. Ad esempio: che dire del citato artista americano Dennis Malone, che ha trascritto Moby Dick su sei rotoli di carta igienica? Quale sarà stata la sua idea?
Non da ultima è sicuramente apprezzabile l’ampia bibliografia citata dall’autore. Offre interessanti spunti per chi, dopo aver letto il saggio, ha intenzione di continuare a leggere serialmente…
Personalmente, sono d’accordo con Plinio il Vecchio:

“Nullus est liber tam malus, ut non aliqua parte prosit: nessun libro è così cattivo che in qualche sua parte non possa giovare.”

Ma questo vale solo per le letture attive. A mio modesto avviso, quelle passive hanno soprattutto dell’erotomanico o, più candidamente, sono dei racconti tra il mitologico e il favolistico simili e stimolanti l’attività onirica; secondo il filosofo francese Jules De Gauthier: “Il potere concesso all’uomo di credersi diverso da quello che è”. Ovvero la possibilità di trovare un mondo alternativo gratificante, forse compensatorio come nel caso dei “viveurs de romans” quali Don Chisciotte e Madame Bovary.” (1 )

In realtà questo libro mi permette di confessare proprio da lettore sul lettino che non ho mai letto per intero molti libri di cui spesso parlo , di cui ho sentito parlare da parte dei miei amci, di cui a volte riporto qualche pagina in questi post, di cui insomma faccio finta di voler parlare.

Il problema dunque che mi pongo è quello della utilità o meno della confessione ma soprattutto della utilità o meno di leggere per intero tutti i libri che vorremmo leggere ma che non possiamo per tutta una serie di ragioni, compresa quella della mancanza di tempo.

E l'altro problema che consegue è quello che si risolve in una domanda : ma è necessario leggere tutti i libri che canonicamente vengono elencati perchè si possa dire che uno sia istruito, colto, aggiornato. Domanda che contiene in sé una ulteriore domanda: ma che mi ricordo dei libri che ho letto o dei film che ho visto o della musica che ho ascoltato.

Le risposte alle domande che ho appena formulate tendono a sottolineare un aspetto importante di tutta questa problematica . Probabilmente ci sono pagine , scene e musiche o meglio brani di opere letterarie , scene e sequenze di musica che ci colpiscono di più e che quindi ci restano dentro. Che sono poi in realtà le tappe di quell'itinerario che noi continuiamo a percorrere nella nostra vita sempre e comunque . D'altro canto questa modalità di conservare quello che ci interessa è proprio peculiare al sistema della rimozione. Non sono un neuropsicologo ma ritengo che la nostra mente per salvarsi e salvarci dallo sprofondamento in un denso limo di cose senza senso mette in atto proprio un meccanismo di selezione che ci porta ad un giovamento vitale delle cose che leggiamo, vediamo , sentiamo, in sostanza e in definitiva viviamo.

E poi c'è l'altra questione. Affermare che non si è mai letto per intero un'opera letteraria per esempio Guerra e pace o Don Chisciotte è sicuramente utile quando con molto umiltà ci si rimette a quello che si può ascoltare detto da chi invece lo ha letto per intero e quindi formarsi una propria idea che potrebbe anche essere la curiosità che spinge a leggere per intero quell'opera di cui si è sentito parlare. Diventa invece lacerante e distruttivo quando nell'affermare che non si è mai letto per intero un'opera letteraria si vuole dare un giudizio negativo della stessa.

Il tema è stato affrontato anche nella trasmissione di Faheneit di rai radio tre di venerdì 28 gennaio 2022 con la partecipazione proprio di Guido Vitiello

(1 )https://www.sololibri.net/Il-lettore-sul-lettino-Vitiello.html

Eremo Rocca S. Stefano domenica 30 gennaio 2022

SETTIMO GIORNO IV Domenica del tempo ordinario ( Anno C)

 

Perché gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché avvertono in lui un personaggio “scomodo”, che li sveglia dal loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono, invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal vangelo e dal modello di Cristo.
A Nazaret rifiutano Gesù, perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire all’ammonimento del profeta.
Il mondo ha bisogno di profeti del vangelo. Oggi più di ieri. Anch’io sono invitato a essere profeta, cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture, conversazioni, impegno di carità, attenzione all’uomo, ecc. Debbo chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno stimolo al bene?
Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera. Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 1,4-5.17-19)
 
Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore:
 
«Prima di formarti nel grembo materno,
ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».
 
Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,
àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti di fronte a loro,
altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.
 
Ed ecco, oggi io faccio di te
come una città fortificata,
una colonna di ferro
e un muro di bronzo
contro tutto il paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,31 - 13,13)
 
Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza, la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)
 
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è sembrata un successo, ha destato stupore, ma subito è parsa “segno di contraddizione” (Lc 2,34).

 Infatti il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù, dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente: il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fede in Gesù, perché i presenti, per riconoscergli autorità, non si accontentano di parole: vogliono segni, miracoli che garantiscano la sua missione!

 Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che, tentando Dio, in realtà lo rifiutano. Sempre, come scrive Paolo, “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.

 Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, dallo stupore all’indignazione, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché proprio da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma paradossalmente ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazia ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti.

 Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano che questo rifiuto avvenne anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.

 Queste parole di Gesù, che attestano la fine dei privilegi di Israele e l’accoglienza delle genti, non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.

Ma per Gesù non è ancora venuto il tempo della passione e così semplicemente, con coraggio e libertà, “passando in mezzo a loro, se ne andò”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a Erode che glielo vorrebbe impedire, manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno sarò alla fine. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53), Gesù cammina, va, ma già ora è pronto! Nel quarto vangelo ciò che accade qui a Nazaret è sintetizzato nelle parole del prologo: “La Parola venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolta” (Gv 1,11).

(Enzo Bianchi fondatore comunità Bose )https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/01/enzo-bianchi-fabio-rosini-commenti_27.html

Il brano evangelico di questa domenica comprende l’omelia che Gesù tiene nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,21) e la reazione degli ascoltatori (Lc 4,22-30). L’“omelia”, in realtà, si condensa qui in una frase con cui Gesù commenta il testo di Isaia proclamato liturgicamente (cf. Lc 4,18-19; Is 61,1-2), frase che esprime bene lo schema elementare e perenne di ogni omelia: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” (Lc 4,21, traduzione letterale). La Scrittura, oggi, per voi: questi i tre elementi di ogni omelia. L’omelia verte su una pericope della Scrittura presentata dalla liturgia, preferibilmente il testo evangelico (non dunque su altre tematiche che, per quanto significative dal punto di vista pastorale – la “giornata” missionaria, vocazionale, ecc. –, risultano essere peregrine, indeboliscono l’efficacia dell’omelia e vengono meno al compito centrale di testimoniare la fede trasmettendo la conoscenza del Signore Gesù), traduce il suo messaggio nell’oggi e si rivolge a un uditorio preciso, alla comunità radunata. L’omelia è sempre una parola rivolta a, una parola indirizzata a un destinatario. Un’omelia poi, che è compito profetico che traduce nell’oggi storico la Parola eterna di Dio contenuta nella Scrittura, cerca sempre di porre la comunità di fronte alla presenza di Cristo: infatti, “Cristo è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura” (Sacrosantum concilium 7). Guidare la comunità a compiere il passaggio dalla pagina biblica alla presenza di Cristo è l’opera di ogni buona omelia. Occorre qui ricordare che l’aspetto parenetico dell’omelia discende da quello rivelativo e kerygmatico: l’omileta deve “predicare Cristo, non se stesso” (2Cor 4,5), affinché l’omelia sia realmente una manifestatio veritatis, ovvero, epifania di Cristo che è via, verità e vita.

Nell’omelia a Nazaret Gesù, dopo aver proclamato la Scrittura, fa di sé un testimone della Scrittura stessa (e ogni omileta è chiamato a divenire testimone della Parola): dopo aver letto nel rotolo la vocazione del profeta veterotestamentario, presenta se stesso come profeta, ben sapendo che un profeta non trova accoglienza tra i suoi e nella propria patria. Ma se questo è vero del profeta, è vero anche di ogni cristiano: chi non conosce opposizioni e contraddizioni a causa della propria fede, in verità non è ancora entrato nella vita cristiana in profondità. Colui la cui parola è lodata e accettata da tutti e non incontra opposizioni o contestazioni, probabilmente è ancora lontano dalla parresia evangelica. Servire la Parola di Dio rende stranieri in rapporto alla patria e crea un’appartenenza altra. Il profeta parla la parola altra che è la Parola del Dio a cui egli appartiene e il destino della Parola diviene il suo stesso destino: “La Parola venne tra i suoi e i suoi non la accolsero” (Gv 1,11).

La sottolineatura dell’oggi, presente nell’omelia di Gesù, fa emergere il fatto che per Luca, con Gesù il tempo e la storia ricevono il loro senso definitivo. Gesù inaugura un oggi (categoria più teologica che cronologica) che è il tempo della salvezza, il centro del tempo. Tempo che si situa ormai fra l’evento-Cristo e la venuta nella gloria del Figlio dell’uomo. L’oggi è il tempo dell’offerta della salvezza da parte di Dio, in Gesù, a ogni uomo. Si può pensare all’evento di grazia che investe il cosiddetto “buon ladrone” (in realtà, per Luca, si tratta dell’“altro” malfattore: Lc 23,40) quando Gesù gli dice: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), ma è anche il tempo della scelta, il tempo che richiede una responsabilità e un’opzione da rinnovarsi ogni giorno. La redazione lucana delle parole di Gesù in Lc 9,23 sottolinea (rispetto ai paralleli di Mc 8,34 e Mt 16,24) la dimensione della quotidianità, del ricominciamento quotidiano della sequela, della scelta che, fatta una volta, va rinnovata ogni giorno: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

Quanto poi all’annotazione circa il compimento della Scrittura negli orecchi degli ascoltatori (“in auribus vestris”: Lc 4,21), abbiamo qui il preannuncio di uno dei temi spirituali salienti del terzo vangelo: l’ascolto della parola di Dio udita dalla voce di Gesù e contenuta nelle Scritture. Un ascolto che impegna ed è estremamente esigente mettendo in crisi gli ascoltatori e portandoli a lasciarsi attraversare dalla lama della parola. In effetti, il prosieguo del testo lucano mostra che la parola di Gesù è portatrice di un giudizio e chiede agli ascoltatori di prendere posizione. La parola che Gesù pronuncia è parola non accomodata, non adattata, non ha come fine di compiacere gli uditori, ma è parola che scomoda gli ascoltatori e mette in pericolo chi la pronuncia. La parola profetica può essere pronunciata solamente a caro prezzo. Essa ha la forza della verità che fa emergere ciò che abita nel cuore dei destinatari: meraviglia e ammirazione finché viene percepita come innocua e addomesticabile (cf. Lc 4,22a), odio e rigetto non appena mette in discussione le sicurezze acquisite e i privilegi di cui si gode (cf. Lc 4,22b-30). Essa è intollerabile perché costringe l’ascoltatore a fare i conti con le tenebre del proprio cuore: pur di evitare questa dolorosa presa di coscienza si rigetta l’intollerabilità su colui che tale parola ha pronunciato.

Dietro la Parola che giudica vi è la presenza stessa di Gesù che suscita una presa di posizione: “Gesù è segno che sarà contraddetto affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Sempre, di fronte a Gesù, si verifica una divisione tra chi lo accoglie e chi lo rifiuta, chi lo ascolta e chi lo bestemmia, perfino sulla croce (cf. Lc 23,39-43). Gesù obbliga a un’opzione, a una scelta. Incontrare Gesù significa essere condotti a fare verità nella propria vita accettando di riconoscere realisticamente il male che attraversa o che occupa il nostro cuore: gelosia, invidia, odio. Il riconoscimento delle tenebre è la condizione per accedere alla luce.

L’odierno brano liturgico fa parte di quel passo di Lc 4,16-30 che nell’intenzione di Luca ha valore programmatico. Si tratta di un testo solamente lucano anche se si può considerare che Mc 6,1-6a costituisca un suo parallelo. Tuttavia non solo Luca ha molto sviluppato la narrazione fino a farne una sorta di sintesi dell’intero vangelo, ma ha anche anticipato la scena ponendola intenzionalmente all’inizio del ministero pubblico di Gesù. L’“anticipazione” del nostro testo (che secondo la sequenza di Marco dovrebbe trovarsi dopo Lc 8,56) è visibile dalla strana menzione di Cafarnao in 4,23: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico cura te stesso Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. In realtà, è solo a partire da Lc 4,31 che nel terzo vangelo si narra di insegnamenti e guarigioni operati da Gesù a Cafarnao: “Poi scese a Cafarnao …” (Lc 4,31), e il racconto di ciò che Gesù disse e fece a Cafarnao si estende fino a Lc 4,41.

Dopo dunque la sua breve e densa “omelia”, Luca registra la contraddittoria reazione degli astanti: prima lo stupore ammirato, quindi il rigetto e il furore omicida nei confronti di Gesù. Ma Gesù legge la reazione di rigetto come conferma del suo ministero profetico e si colloca nella scia dei profeti Elia e Eliseo. Il rigetto dei suoi concittadini diviene l’occasione grazie a cui Gesù apre il suo ministero e l’annuncio della salvezza di Dio ai pagani, alle genti: si adombra così l’universalismo della missione e dell’annuncio della salvezza così caro al terzo evangelista (cf. Lc 3,6; 7,9; At 28,28). Comprendiamo allora che le ultime scene del nostro testo (la cacciata di Gesù dalla sinagoga, il tentativo di ucciderlo e il tranquillo andarsene di Gesù di mezzo alla folla inferocita contro di lui) non sono un resoconto cronachistico di quanto successo, ma profezia di ciò che accadrà in seguito: il testo è prolettico e allude alla morte e alla resurrezione di Gesù, all’evento pasquale. In effetti, la città costruita sul monte è Gerusalemme piuttosto che Nazaret, e l’andarsene (in greco poreúomai) di Gesù fa riferimento al cammino di Gesù verso Gerusalemme, che traversa tutto l’evangelo, e anche all’ascensione di Gesù al cielo (At 1,10-11). Così il nostro brano lucano presenta già l’enigma del rifiuto che Israele ha opposto a colui che Dio inviato quale Messia, il mistero della morte e resurrezione di Gesù e la buona novella dell’estensione alle genti dell’annuncio della salvezza. E proprio questa è la nota su cui si conclude l’intera opera lucana: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle genti ed esse ascolteranno” (At 28,28). L’ultima parola del testo: “si mise in cammino” (eporeúeto: lett. “se ne andava”, “camminava”) in realtà è un’apertura non solo sulla successiva vicenda terrena di Gesù, ma anche sull’evento pasquale e sulla vicenda della chiesa. La salvezza annunciata e costituita da Gesù in persona che l’ha resa presente con il suo camminare tra gli uomini e le donne del suo tempo sulle contrade della Galilea, diventa il cammino che, suscitato dallo Spirito sceso a Pentecoste, spingerà gli apostoli, gli evangelizzatori e i missionari fino ai confini della terra.

https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14944-la-scrittura-oggi-per-voi


Eremo Rocca S. Stefano domenica 30 gennaio 2022








venerdì 28 gennaio 2022

SILLABARI Umano e umanoidi

La pretesa è quella di sostituire Dio nella creazione .La carta d'identità di OPTIMUS il robot (il cui nome in codice all’interno di Tesla è ‘Optimus’) sarà alto quasi 173 cm e peserà poco meno di 57 chili, costruito con materiali molto leggeri. Avrà cinque dita, una silhouette androgina in bianco e nero e uno schermo al posto del volto Potrà quindi muoversi ad una velocità massima di 8 chilometri orari, sollevare da terra fino a sessantotto kg e trasportarne venti .Questo nuovo progetto firmato Testa, è stato presentato direttamente dal suo fondatore, Elon Musk. Tesla Bot, questo il suo nome, è un robot umanoide che punta ad essere uno strumento per aiutare le persone in carne e ossa a svolgere una numerosa serie di mansioni.

Sul palco dell’AI Day,in agosto 2021 l’evento organizzato da Tesla e dedicato all’intelligenza artificiale, Musk ha voluto sgomberare il campo da facili polemiche, sottolineando come questi robot umanoidi sono stati pensati per non essere pericolosi per gli umani, avendo una forza e una velocità inferiore. La comunicazione tra robot e umani sarà resa più empatia grazie al volto del robot che è uno schermo su cui apparirà un viso stilizzato con tanto di espressioni affiancate a delle informazioni scritte.

Nel dettaglio all'AI Day si è parlato a fondo di come Tesla stia lavorando sul supercomputer Dojo e sulla rete neuronale che proprio il Dojo sfrutta per gestire i sistemi di assistenza alla guida. Per approfondire le tematiche trattate saranno organizzati anche dei test drive a bordo dell’ultima nata della Casa, la Model S Plaid.

Penso che essenzialmente in futuro il lavoro fisico sarà una scelta, se vuoi farlo puoi – ha detto Elon Musk -. Bot sarà buono, vivrà in un mondo fatto per gli umani, eliminando compiti pericolosi, ripetitivi e noiosi. Deve essere in grado di eseguire comandi nel modo più naturale possibile. Anche di fare la spesa“. Bot potrebbe fare il suo debutto già il prossimo inverno.

Queste informazioni che prendo da un articolo di Fabio Manara su https://www.infomotori.com/auto/tesla-bot-il-robot-umanoide-di-elon-musk/ del 24 agosto 2021 mettono l'attenzione sul tema dell'intelligenza artificiale ma aprono un serio problema di etica.

Ma di umanoidi ne parla anche la società di robotica Engineered Arts,con «Ameca che è l'umanoide più avanzato finora realizzato». Persino i suoi sviluppatori lo trovano «spaventoso». Come si vede in questo nuovo video, il robot reagisce quando qualcosa o qualcuno invade il suo «spazio personale». Le immagini delle telecamere integrate negli occhi vengono elaborate utilizzando TensorFlow, un software originariamente sviluppato da Google, e ora open source, per l'apprendimento automatico (machine learning). Nella clip si vede il robot che segue una mano con lo sguardo e la afferra quando si avvicina troppo. «Questo spaventa persino noi» dicono da Engineered Arts. «Ameca» è stato presentato qualche settimana fa, ed è stato «progettato come una piattaforma per lo sviluppo di future tecnologie robotiche» . Il robot sarà presentato ufficialmente alla fiera dell'elettronica CES, che inizia a Las Vegas a gennaio. (CorriereTv)

Umano e umanoide dunque .Prima Legge: “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno”.
Seconda legge: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge”.
Terza legge: “Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge”.

Queste le tre leggi che Asimov ha pubblicato nel lontano 1942 nel suo racconto “Circolo vizioso”. Asimov immaginava un mondo in cui umani e robot  (o meglio nella definizione attuale umanoidi) convivevano seguendo queste regole.Ma è uno scenario plausibile? Gli umanoidi entreranno a far parte della nostra quotidianità in breve tempo?

 Scrive la Prof. Simona Scardova in Umani e Umanoidi :”Ogni macchina funziona per algoritmi: fa una determinata cosa perché da qualche parte nei suoi data base c’è scritto che deve fare così in quella situazione. Di fronte a un imprevisto può non sapere come comportarsi e perdere tempo alla ricerca di un comando ed entrare in loop. Questa è una prima importantissima differenza tra umani e umanoidi. I robot devono essere educati per lunghissimi tempi e se da una parte sono precisi e molto forti, dall’altra sono adatti solo alla routine.

Il loro scopo infatti deve essere quello di aiutare l’uomo in determinate mansioni: Icub per esempio verrà utilizzato per aiutare bambini affetti da autismo e lo sviluppo della sua mano ha permesso di creare una protesi neuromorfica per persone amputate che risponde agli stimoli cerebrali proprio come un arto vero. E la cosa strabiliante è che la mano è realizzata con la stampante 3D!Ma allora, perché l’uomo ha paura del robot? Sostanzialmente perché non lo conosce. E ciò che non si conosce fa paura, mentre invece andrebbe studiato.Per esempio, in pochi sanno che per essere veloce ed efficiente come il corpo umano, il robot dovrebbe avere a disposizione l’energia di una città e un computer grande come una stanza. Il problema del computer al momento viene aggirato tramite l’utilizzo di cloud che permettono ai 24 laboratori nel mondo che possiedono un iCub di lavorare opensource e di far apprendere ad ogni prototipo ciò che viene condiviso sul cloud. Con il rischio però che il sistema vada in tilt – pensiamo all’hackeraggio – se questo dovesse essere il modo di lavorare con un robot in un prossimo futuro. Non va dimenticato che è l’uomo che regola e governa le azioni del robot. È quindi della stupidità umana che dovremmo avere paura, molto più che di una futuristica intelligenza artificiale che riesca a ragionare da sola.” (1)

Il punto dunque come scrive Alberto Rovetta su Il Sole 24 ore del 7 agosto 2016 è : “I robot sono una “specie” ancora in evoluzione. Si tratta di un mondo variegato: ci sono robot da intrattenimento, robot che si sostituiscono a noi o ci facilitano in alcune attività e robot in grado di salvare vite. Alcuni sono ormai indispensabili. I robot umanoidi sono una sottospecie e ambiscono a simulare e imitare l’uomo. Il rischio di restarne abbagliati è forte. Progettarli, costruirli e venderli implica investimenti che devono rispondere alle leggi del mercato e/o a criteri di utilità sociale. Soprattutto se questi investimenti sono pubblici. Non sempre, in Italia, è così. I robot hanno una storia antica. Il primo dibattito sulla robotica risale forse al medioevo.
Il termine «robot» nasce intorno al 1930 e denota oggetti che eseguono movimenti per mezzo di motori comandati da un sistema di controllo. In sostanza, un robot vive in un ciclo chiuso: percepisce i segnali, li elabora e muove le parti meccaniche in base ai risultati. Smontando un robot non si trova nessuna intelligenza, se non quella della persona che ne ha costruito il sistema e scritto il programma con un linguaggio dedicato. Dal 1970 si producono robot per costruire oggetti di largo consumo. Oggi più di tre milioni di robot trovano utilità pratica nelle attività umane. Sicuri, affidabili, belli. Robot davvero speciali sono volati sulla Luna e su Marte. Altri sono stati inventati con scopi medici. Dopo milioni e milioni di prove, controllate una per una, i robot sono diventati essenziali in molte operazioni chirurgiche. La IFR (International Federation of Robotics) informa che nel 2015 la robotica industriale è cresciuta con percentuale a due cifre, come avviene da circa 20 anni.
L’Italia occupa un prestigioso ottavo posto, mentre sono in crescita alcuni Paesi asiatici. Secondo la IFR, cresce anche la presenza dei robot di servizio, come appunto quelli chirurgici. Nel 2014 ne sono stati venduti 978, al costo medio di un milione di euro ciascuno. C’è poi un mercato mondiale in crescita anche per i robot non industriali, come quelli utili nei servizi per la casa, i giardini e le piscine, la vita quotidiana.

Un capitolo diverso è la robotica con forme umanoidi, o somiglianti a esseri viventi anche non umani. Il mercato di questi robot è inesistente perché i problemi legali e giuridici, di assicurazione e di sicurezza sono immensi e non hanno trovato ancora giustificazioni per una soluzione razionale. La sicurezza è il dogma necessario per non rompere il rapporto magico tra queste macchine e l’uomo. Il panico causato a due anziani giapponesi da un robot giocattolo che si è attivato in piena notte, ha prodotto diversi articoli accademici. Quando, nei primi anni Ottanta, è stato costruito al Politecnico di Milano il robot Gilberto che già parlava, ascoltava, vedeva e si adattava a ogni visitatore parlando molte lingue, per centinaia di volte al giorno, ogni elemento era sotto controllo.

Era stato progettato per essere affidabile.
L’affidabilità significa responsabilità totale. Chi è del campo sa che la robotica umanoide è piena di grandi annunci e promesse, accompagnati da silenziose sparizioni. Il progetto del robot cagnolino della Sony, programmato (e annunciato) per conquistare l’affetto di milioni di padroni umani, ha chiuso in silenzio. E cosa dire delle esibizioni del robot di Honda, in molte applicazioni comandato a voce da una persona dello staff, talvolta nascosta nel pubblico? È difficile giudicare la robotica che non interroga il mercato ma promette miracoli inutili e fuorvianti.”

Ma lo scenario si arricchisce . Si chiamano Xenobot, sono fatti di cellule viventi e sono "una nuova classe di artefatti: un organismo vivente, programmabile" come spiega Josh Bongard, l'informatico ed esperto di robotica della University of Vermont (Usa) che ha co-guidato assieme a Michael Levin la ricerca pubblicata su Pnas che a gennaio 2020 presentava i loro "robot viventi".

Un anno più tardi una scoperta straordinaria, nata da un esperimento effettuato "per gioco": questi minuscoli robot - grandi non più di un millimetro - sono stati disegnati dall'Intelligenza artificiale in modo da potersi riprodurre autonomamente. Il loro aspetto, afferma Bongard, ora è simile a quello di Pac-Man, il protagonista dell'omonimo (e popolarissimo) videogame.

Il nome Xenobot si ispira a quello di una rana africana - "xenopus laevis", meglio nota come xenopo liscio - da cui provengono le cellule staminali usate per la ricerca. Gli Xenobot possono camminare o nuotare, sopravvivere per settimane senza nutrirsi e organizzarsi per lavorare in gruppo. Lo scienziato Bongard afferma: "Non sono robot tradizionali né una nuova specie animale. È un nuovo tipo di artefatto: un organismo vivente programmabile.

Gli Xenobot sono, insomma, delle "macchine biologiche" che hanno caratteristiche tali da renderli adatti a compiti in cui i robot fatti di plastica e metallo non riuscirebbero. Gli studiosi che li hanno creati sostengono, inoltre, che gli Xenobot sono estremamente più ecosostenibili, rispetto ai robot tradizionali, e più sicuri per l'uomo. Anche se in realtà loro studio è stato finanziato dalla Darpa, l'agenzia statunitense che si occupa di sviluppare nuove tecnologie di utilizzo militare. ( 2)

La pretesa di sostituire Dio nella creazione non è dunque una pretesa astratta. “Il problema quindi dell’etica e dell’intelligenza artificiale va comunque molto più in là del problema della previsione etica, di un Codice Etico e dei principi etici da rispettare e inserire nella programmazione di un’intelligenza artificiale, di un robot o di un androide: coinvolge, invece, il futuro e la sopravvivenza della stessa specie umana e del suo modo di essere.
Coinvolge il rapporto con Dio e il rispetto delle leggi divine e della loro impostazione. Fin dove potremo arrivare e quando fermarci?
L’Uomo potrà un giorno avvicinarsi o trasformarsi in Dio? E sarà giusto invertire e contrastare la legge della programmazione divina, sostituendola con la programmazione umana e tecnologica, gestita dall’uomo?
In alcune parti del mondo, già da tempo, giungono infiniti miliardi di dollari per lo studio dell’allungamento della vita e la ricerca dell’immortalità.
E, quando sarà perfezionata la ricerca attualmente in corso (forse già conclusa), dovremo chiederci se, secondo l’Etica Divina, sarà accettabile trasferire il nostro cervello umano su un Hard Disk e impiantarlo poi su un Robot o un Androide: e noi saremo, allora sì, forse immortali, ma imprigionati, con le nostre sensazioni, i nostri ricordi, le nostre emozioni su un Robot, continuando a “sentire” come oggi sentiamo con il nostro cervello. “ ( 3)


(1)https://magazine.liceoattiliobertolucci.org/2017/04/22/umani-e-umanoidi/

( 2 )https://video.repubblica.it/tecnologia/dossier/robot/assomigliano-a-pac-man-i-primi-robot-viventi-in-grado-di-riprodursi/402713/403423

(3 )https://italia-informa.com/intelligenza-artificiale-e-etica.aspx


Eremo Rocca S. Stefano venerdì 28 gennaio 2022

 

 

 

mercoledì 26 gennaio 2022

DIARIO DAL CERCHIO : VENTI ANNI DI EURO

 


Venti anni fa ,il 1 gennaio 2002,l'Italia cambiava moneta. Aderiva alla moneta unica europea: l'euro. La lira andava in pensione con tutte le sue glorie, fallimenti, tragedie e si allestiva un personale museo per raccontare attraverso le immagini e i simboli delle monete e delle banconote la storia di un paese che le aveva dato lustro nel mondo attraverso il lavoro, l'impegno, la perseveranza di un popolo

.Cominciamo in questo cammino ventennale con due premesse ,una per immagini , appunto la storia della lira e una per punti di riferimento , ovvero il racconto dell'adesione all'euro.

Era il 1860 Garibaldi aveva appena consegnato a Teano il Regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele II e ci si avviava ai referendum per le annessioni delle altre regioni per la creazione di un regno quando fu coniata a Firenze una moneta con la scritta «lira italiana». Nel 1862 Vittorio Emanuele II unificò il sistema monetario e la lira divenne l'unità monetaria del regno. In realtà una valuta monetaria chiamata “ lira” che deriva dal termine “litra”, un'unità di misura ponderale e monetale in uso agli Italioti e Sicelioti del V secolo a-C. fu coniata per la prima volta in Italia nel 1472 dalla Repubblica di Venezia . Veniva usata in gran parte degli stati preunitari coniata in varie forme, fino a quando nel 1806 il Regno d'Italia napoleonico la rese valuta ufficiale. Nel 1861 la lira italiana divenne la valuta ufficiale dello Stato unificato .

Dunque la lira italiana con il simbolo “L” ,codice “ITL” abbreviata con “ £” o “Lit” è stata la valuta ufficiale italiana dal 1861 al 2002 quando, con l'introduzione dell euro , ha definitivamente cessato di avere corso legale ; una lira era suddivisa in 100 centesimi .

Claudio Giachetti a proposito della storia delle immagini delle banconote della lira scrive in un articolo pubblicato su Il Giornale di numismatica .it : “ Il concitato periodo che segnò la storia dell’Italia nel secondo dopoguerra, durante il passaggio dal regime fascista alla repubblica e alla democrazia, è testimoniato anche dalle emissioni di banconote della Banca d’Italia e di biglietti di Stato. La necessità di cambiare in fretta la cartamoneta emessa durante il Ventennio, a cui si aggiunsero le difficoltà di riorganizzarne la produzione – durante la guerra l’Officina cartevalori della Banca d’Italia era stata trasferita a L’Aquila per proteggerla dai bombardamenti alleati su Roma – fece sì che in questa fase le emissioni fossero caratterizzate dal riutilizzo dei bozzetti delle banconote già esistenti con alcuni essenziali cambiamenti (ovviamente spariscono i fasci littori) e dal ricorso al pur semplice cliché dei vaglia cambiari dell’istituto di emissione.

Nascono così i “titoli provvisori” da 5.000 e 10.000 lire, tagli divenuti indispensabili a causa della fortissima svalutazione della lira, il 98 per cento rispetto al valore anteguerra. Si nota la modifica del contrassegno di Stato avvenuta con decreto ministeriale del 14 agosto 1947, da «testina dell’Italia diademata» a «testa di Medusa». In tutte le emissioni in lire il contrassegno era il simbolo dell’autorizzazione dello stato a una banca di emettere cartamoneta, da cui il termine banconota. I biglietti di Stato, stampati in proprio attraverso il Poligrafico, infatti non avevano alcun contrassegno.Questa tipologia di banconote, caratterizzata da complicati motivi floreali, si deve alla fantasia dell’incisore senese Rinaldo Barbetti e fu rappresentata, con poche variazioni, dal 1897 fino al 1950. Intanto, subito dopo la caduta del regime, sul verso delle banconote fu operata la sostituzione del fascio littorio con il monogramma della Banca d’Italia. “ (1)

Una storia affascinante quella delle immagini sulle banconote che qui non abbiamo lo spazio nemmeno per riassumere e che rimandiamo ai vari contributi che si trovano sul web e in particolare ne Il giornale di numismatica .it, un giornale on line che può aiutare nell'approfondimento di questo tema ma soprattutto nella comprensione del valore delle immagini che sono fortemente legate alle vicende della storia del paese.

Sempre Claudio Giacchetti in un articolo dedicato agli anni Ottanta dello scorso secolo pubblicato su Il giornale della numismatica .it ricorda che in questo decennio ci furono cambiamenti per quanto riguarda le effigi raffigurate sulle banconote: “la nuova produzione di questo decennio volle testimoniare la voglia cambiamento con la rappresentazione di personaggi emblematici. Caravaggio rappresentò la luce nella pittura, Volta imprigionò l’energia nella sua pila, Bernini innovò le architetture, Bellini l’opera e Maria Montessori, con il suo metodo che farà scuola, rivoluzionò l’insegnamento. Dal punto di vista tecnologico le nuove emissioni presentavano caratteristiche anti contraffazione sempre più efficaci, nell’eterna gara tra Banca Centrale e falsari che non è ancora finita.L’altezza è la stessa per tutte le banconote di questa serie (70 mm, lo standard per i portafogli), mentre la lunghezza, analoga a quella dell’emissione precedente, aumenta con il valore facciale dai 133 mm delle 5.000 ai 156 mm delle 100.000. Ognuna ha un colore predominante, inoltre alcuni particolari decorativi sul recto e tutto il verso richiamano le opere del personaggio rappresentato. Una curiosità collezionistica è legata al colore degli occhi di Alessandro Volta: esistono banconote con gli “occhi scuri”, le prime emesse, rappresentate dalle lettere A,B,C e D, mentre tutte le altre, dalla E alla K, hanno gli “occhi chiari”.  La seconda lettera del numero di serie, identifica la data di ogni decreto di emissione dei quantitativi di banconote stampati nel tempo. Ad esempio, le 10.000 lire qui riprodotte hanno la serie BH, quindi il decreto, che è rappresentato dalla lettera H, corrisponde alla “data di nascita” di questa banconota: il 17.12.1997. Anche in questo caso, mancano all’appello le mille lire. Come già accaduto per le “Verdi II tipo”, fatte circolare fino all’inizio degli anni Ottanta, quelle con Marco Polo del 1982 sono state sostituite solo nel 1990 con la nuova banconota raffigurante la pedagogista marchigiana Maria Montessori.” (2)

Giachetti in questo articolo a cui rimando per un approfondimento , con il corredo di numerose immagini commenta appunto con dovizia di particolari le varie banconote che di lì a poco, appunto per la fine degli anni Novanta lasceranno il posto alle nuove banconote dell'euro. Che a loro volta sono come immagini altrettanto interessanti.

L'adesione all'euro .Il 1º gennaio 1999 in Italia entrò ufficialmente in vigore l'euro al tasso di cambio fissato il giorno precedente di 1 euro per 1 936,27 lire italiane. Da quel momento la lira rimase in vigore solo come espressione non decimale dell'euro, anche se monete e banconote continuavano a essere denominate in lire. Da quella data, invece, per tutte le forme di pagamento "non-fisiche" (trasferimenti elettronici, titoli, ecc.), si adottò solo l'euro. Il 1999 fu anche l'ultimo anno in cui la zecca coniò ed emise le monete per la comune circolazione in lire.

In realtà bisognerà aspettare Il 1º gennaio 2002, per l'entrata in circolazione delle monete e banconote in euro,aprendo una fase di doppia circolazione: le monete e banconote in lire vennero ritirate definitivamente il 1º marzo 2002. Nel 2002 terminò l'emissione delle serie divisionali in lire di monete proof e fior di conio e successivamente furono emesse serie commemorative a memoria della lira. ( 3 )

Quell'adesione, come sovente è accaduto e continua ad accadere nel nostro paese in occasione di vicende e avvenimenti determinanti scatenò , ed è proprio il caso di usare questa parola ,delle polemiche mai sopite tanto che in occasione per esempio della formazione del primo governo Conte, in tempi recentissimi esse si ripresentarono tutte intere. A quel tempo fu messo l'accento, come primo problema dell'adesione italiana all'Euro‎ su una inadeguata negoziazione del tasso di cambio tra la Lira e l'Euro alla sua nascita il 1 gennaio del 1999.Il secondo problema “riguarda l'idea che l'aumento dei prezzi, seguito all'avvio della circolazione fisica dell'euro il 1 gennaio del 2002, sia dovuto al cambio. Il problema fu che il cambio non venne osservato. Questo fu dovuto ad una scelta politica ben precisa del centro-destra, che avendo vinto le elezioni del 2001 tra i suoi primi atti al governo abolì l'obbligo del doppio prezzo per sei mesi e gli osservatori sul change over (il passaggio della circolazione fisica dalla Lira all’Euro) che erano già stati creati presso tutte le province. Il centro-destra smantellò deliberatamente gli strumenti di controllo già predisposti dal governo precedente, ovvero da Ciampi e Letta, scegliendo di non applicare le indicazioni dell'Unione Europea rispetto alla gestione del change over “ (4 )

“Purtroppo, la percezione sociale dell'euro fu vittima di una sfortunata concomitanza. L'avvio della circolazione fisica dell'euro il 1 gennaio 2002 è infatti avvenuta nel pieno dell'impennata del prezzo del petrolio dopo l'attacco alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001. In un anno e mezzo il greggio aumentò progressivamente da 18 a 144 dollari al barile. Ovviamente ciò ha comportato un aumento dei costi di produzione e trasporto e quindi dei prezzi di tutti i beni. Eppure non abbiamo l'espressione "shock petrolifero" per indicare questo periodo. Perché il petrolio si paga in dollari e l'euro ha raddoppiato il suo valore sul dollaro (da 0,70 a 1,45 dollari) assorbendo buona parte dello shock petrolifero. In sostanza l'euro ci ha salvato dallo shock petrolifero, ma ne è rimasto vittima nella percezione sociale.

Il fatto che manchi una consapevolezza diffusa di tutto ciò è drammatico. Ed è parte della mancata comprensione del significato storico dell'euro dal punto di vista politico ed economico.”

Consapevolezza che è completamente assente in quel plotone di denigratori dell'euro che appunto in occasione della formazione del primo governo Conte affacciarono con insistenza l'idea di un abbandono dell'euro e di un ritorno alla lira. Certo doveva essere un piano “B” nello scenario europeo in quanto all'Europa si imputavano tutta un'altra serie di “ malefatte” per così dire che spingevano all'uscita dalla Comunità. Era un discorso sovranista e populista che ha percorso per lungo tempo le terre d'Europa.

“I benefici che l'euro ha portato all'Italia sono come l'aria che respiriamo: quando sono già in atto non ce ne accorgiamo, ma senza non riusciremo ad andare avanti”. E' con questa metafora che l'ex rettore dell'Università di Trento, nonché professore di Economia aziendale, Paolo Collini spiega l'importanza dell'euro per il nostro Paese nel 20esimo anniversario dell'arrivo della moneta unica in Italia.

Il professore ordinario di Economia pubblica all'Università di Trento Gianfranco Cerea dice:” “Prima dell'entrata in vigore dell'euro – spiega Cerea – l'Italia era in grandi difficoltà. Il debito pubblico era altissimo ma il problema principale era costituito dalla spesa per gli interessi sul debito stesso, una cifra che superava addirittura la spesa complessiva per il personale della pubblica amministrazione nel nostro Paese”. Con l'arrivo della moneta unica però, sottolinea il professore: “I tassi d'interesse sul debito sono scesi di molto e anche se oggi ci ritroviamo con un debito parecchio maggiore, la spesa per gli interessi è scesa, permettendo a famiglie ed imprese di accedere più facilmente a mutui e prestiti”.

Secondo l'ex rettore dell'Università di Trento: “E' difficile formulare ipotesi dopo 20 anni, ma se oggi avessimo la lira gli speculatori scommetterebbero sul nostro default. Pensiamo poi alle crisi passate nel corso degli anni, pensiamo alla grande crisi del 2008, dove un'Italia senza euro sarebbe stata spazzata via. Ricordiamoci che prima dell'introduzione della moneta unica ogni tanto a livello politico anche nel nostro Paese si vagheggiava la possibilità di un default: nel '92 la lira si svalutò del 30-35% dopo che il governo dichiarò che non avrebbe pagato i debiti di un ente statale (l'Efim). Nel giro di sole poche ore nei mercati finanziari aveva già iniziato a circolare la voce di un imminente fallimento e questa situazione portò al famoso prelievo forzoso sui conti bancari. Questa per esempio è una delle situazioni che con l'euro abbiamo radicalmente cambiato, visto che con la moneta unica non esiste più per gli investitori stranieri il rischio di cambio e con i bassi tassi d'interesse si riduce di molto anche il rischio legato all'insostenibilità del debito”.

L'inflazione è un altro degli aspetti che l'arrivo della moneta europea ha contribuito a tenere sotto controllo nel nostro Paese, dice il professor Cerea: “Prima dell'euro l'inflazione poteva arrivare anche al 20%, con la conseguente forte perdita dei risparmi dei cittadini. L'obiettivo oggi in Europa è del 3%, ma siamo regolarmente al di sotto di questa soglia”. A pesare sull'opinione di molti italiani nei confronti della moneta unica, sottolinea il professore di UniTn, è stata in larga parte una percezione errata nel cambio con la lira. “Nell'immaginario collettivo – dice Cerea – la gente sosteneva che il cambio di 1 euro con 2mila lire fosse troppo gravoso. In realtà però quello che è accaduto è che in molti non hanno fatto i conti correttamente e che il governo non ha vigilato attentamente sui prezzi nelle varie attività”. (5)

(1)http://www.ilgiornaledellanumismatica.it/banconote-cartamoneta-repubblica-anni-quaranta-cinquanta/

( 2) http://www.ilgiornaledellanumismatica.it/le-banconote-negli-anni-ottanta-novanta/

(3 )1957, il primo passo: È il 14 ottobre 1957 quando vengono enunciati i principi dell'Unione Europea, secondo i quali la moneta unica è un cardine su cui fondare la comunità politica.

  • 1978-79, nasce il sistema monetario europeo: Il 13 marzo 1979 viene instaurato lo Sme (Sistema Monetario Europeo), il meccanismo che fissa i tassi di cambio delle monete tra i Paesi della Comunità europea volto a limitare la fluttuazione dei cambi bilaterali.

  • 1979, arriva l'Ecu: L'Ecu è la prima unità di misura monetaria in Europa, non una moneta vera e propria, ma un'unità di conto per parametrare in varie operazioni le diverse valute europee, un paniere composto dalle valute degli Stati membri, ponderate proporzionalmente al peso economico di ciascuno Stato. 1995, il battesimo del nome: A Madrid nel dicembre 1995, viene scelto il nome della moneta. "Euro" riecheggia la epsilon greca, oltre a essere la prima parte della parola Europa.

  • 1998, Nasce la Bce: Il primo giugno 1998 è istituita la Banca centrale europea, che inizia a funzionare dal primo gennaio 1999 con il compito di definire e attuare la politica monetaria per l'area dell'euro, di svolgere le operazioni sui cambi, di detenere e gestire le riserve ufficiali dei Paesi dell'area dell'euro e di promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento. I trattati dell'Ue indicano il mantenimento della stabilità dei prezzi come suo obiettivo primario. Nel 1998 il Consiglio direttivo della Bce definisce tale stabilità come un tasso di inflazione a medio termine inferiore al 2%.

(5)https://www.ildolomiti.it/economia/2022/buon-compleanno-euro-a-20-anni-dalla-sua-introduzione-ecco-perche-la-moneta-unica-ha-salvato-litalia


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