lunedì 24 gennaio 2022

INCIPIT : Davanti all’arco d’ingresso…


Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de' suoi rami si chinava dolce, mente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero -mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; è in ottobre, quando l'altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sotto, priore Gregorio, oriundo del mezzodì, li arrostiva. in camera sua sul fuoco del camino. Esotico e delicato, il bell'albero faceva stormir la sua chioma sopra l'ingresso del convento, ospite sensibile e facilmente infreddolito, originario d'altra zona, . misteriosamente imparentato con le agili colonnette gemelle del portale e con la decorazione in pietra degli archi delle finestre, dei cornicioni e dei pilastri, amato da chi aveva sangue latino nelle vene e guardato con curiosità, come uno straniero, dalla gente del luogo.

Sotto l'albero esotico eran già passate parecchie generazioni di scolari: le loro lavagnette sotto il braccio, chiacchierando, ridendo, giocando, litigando, scalzi o calzati secondo la stagione, un fiore in bocca, una noce fra i denti od una palla di neve in mano. Ne venivan sempre di nuovi: ogni paio d'anni erano altri visi; i più s'assomigliavano: biondi e ricciuti. Parecchi rimanevano, diventavano novizi, diventavano monaci, ricevevano la tonsura, portavano tonaca e cordone, leggevano libri, istruivano i ragazzi, invecchiavano, morivano. Altri, terminati gli anni di scuola, venivano ricondotti a casa dai genitori: in castelli feudali, in dimore di commercianti e d'artigiani; correvano il mondo, dediti ai loro passatempi e alle loro professioni; ritornavano qualche volta in visita al convento, fatti uomini portavano i loro figlioletti come scolari ai Padri, sostavano un poco a guardar sorridenti e pensierosi il castagno, si perdevano di nuovo.

Nelle celle e nelle sale del monastero, fra le pesanti arcate rotonde delle finestre e le doppie svelte colonne di pietra rossa, si viveva, s'insegnava, si studiava, si amministrava, si governava; arti e scienze d'ogni genere, pie e mondane, chiare ed oscure, erano là coltivate e passavano in retaggio di generazione in generazione. Si scrivevano e commentavano libri, si meditavano sistemi, si raccoglievano opere di scrittori antichi, si miniavano manoscritti, si coltivava la fede del popolo, si sorrideva della fede del popolo. Dottrina e religiosità, semplicità e scaltrezza, sapienza dei Vangeli e sapienza dei Greci, magia bianca e nera, tutto aveva la sua fioritura, per tutto c'era posto: per l'isolamento e per là penitenza come per la vita socievole e per il benessere; il prevalere di questa o quella tendenza dipendeva dalla persona dell'abate in carica e dalla corrente dominante del tem¬po. In alcuni periodi il convento era rinomato e frequentato per i suoi esorcisti e conoscitori di demoni, in altri per la sua musica eccellente, ora per un santo padre che praticava guarigioni e miracoli, ed ora per i suoi intingoli di luccio e per i suoi pasticci di fegato di cervo: ogni cosa aveva la sua epoca. E nella schiera dei monaci e degli scolari, di quelli pii e di quelli tepidi, degli astinenti e dei prosperosi, fra i tanti che venivano, vivevano e morivano, c'era sempre stato questo o quell'individuo singolare, che tutti amavano o che tutti temevano, uno eletto, del quale si continuava a parlare a lungo, quando i suoi contemporanei eran già dimenticati.

Anche in quel momento c'erano nel monastero di Mariabronn due personalità singolari: un vecchio e un giovane. Fra i molti frati che sciamavano per i dormitori, per le chiese e per le aule scolastiche, due ce n'erano di cui tutti parlavano, a cui tutti guardavano: l'abate' Daniele, il vecchio, e l'allievo Narciso, il giovane, che aveva cominciato da poco il noviziato, ma per le sue doti particolari, contro ogni tradizione, era già impiegato come insegnante, specialmente di greco. Questi due,l'abate e il novizio, avevano autorità nel convento, attiravano l'attenzione e la curiosità, erano ammirati, invidiati e in segreto anche calunniati.'

L'abate era generalmente amato e non aveva nemici; tutto in lui era bontà, semplicità, umiltà. Solo gli eruditi del convento mescolavano al loro affetto un po' di degnazione, poiché l'abate Daniele poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Egli possedeva quella semplicità che è saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non lo. sapeva affatto.

Quei pochi che all'occasione sorridevano della semplicità dell'abate erano tanto più incantati di Narciso, il fanciullo prodigio, il bel giovane dal greco elegante, dall'inappuntabile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate. Gli eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi tutti la nobiltà e la finezza; molti ne erano innamorati. Ma la sua taciturnità, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere eccessivamente compite urtavano taluni.

Abate e novizio portavano ciascuno a modo suo il destino dell'eletto, ciascuno a modo suo dominava e soffriva. Sentivano fra loro un'affinità e un'attrazione reciproca più forte che verso tutti gli altri ospiti del convento; e tuttavia non riuscivano ad avvicinarsi, a scaldarsi l'uno accanto all'altro. L'abate trattava il giovane con la massima sollecitudine, col massimo riguardo, aveva cura di lui come di un fratello eccezionale, delicato, forse precocemente maturo, forse esposto a pericoli. Il giovane accoglieva con atteggiamento irreprensibile ogni ordine, ogni consiglio, ogni elogio dell'abate, non contraddiceva mai, non si mostrava mai indispettito, e se era vero il giudizio dell'abate su di lui, se il suo unico difetto era l'orgoglio, sapeva nasconderlo meravigliosarnente. Non si poteva dir nulla contro di lui: era perfetto, era superiore a tutti. Ma pochi gli diventavano amici davvero, tranne gli eruditi; la sua distinzione lo circondava come un'atmosfera di gelo.

« Narciso », gli disse un giorno l'abate dopo una confessione, « devo dichiararmi colpevole di un giudizio severo a tuo riguardo. Ti ho ritenuto spesso orgoglioso e forse ti ho fatto torto. Sei molto solo, mio giovane fratello, sei isolato, hai ammiratori, ma non amici. lo vorrei aver occasione di biasimarti qualche volta, ma non c'è motivo. Vorrei che tu fossi qualche volta scortese, come lo sono facilmente i giovani della tua età. Tu non lo sei mai. Qualche volta sono preoccupato per te, Narciso. »

Il giovane alzò i suoi occhi scuri in viso all'abate.

« lo desidero molto, reverendo padre, di non darvi preoccupazioni. Può essere ch'io sia orgoglioso, reverendo padre. Vi prego, punitemi. A volte sento io stesso il desiderio di punirmi. Mandatemi in un eremitaggio, padre, o fatemi compiere servizi umili. » .

« Tanto per una cosa quanto per l'altra sei troppo giovane, caro fratello », disse l'abate. « Inoltre hai attitudini eccellenti per le lingue e per la speculazione, figliolo; sarebbe uno sprecare questi doni divini, se io volessi importi dei servizi umili. Probabilmente diventerai un maestro e uno scienziato. Non lo desideri anche tu? »

« Perdonate, padre, non mi rendo conto con tanta precisione dei miei desideri. Le scienze mi daranno sempre piacere: come potrebbe essere altrimenti? Ma non credo che esse debbano diventare il mio unico campo. Non sono sempre i desideri a determinare il destino e la missione di un uomo: ci può essere qualcos'altro, di predestinato. »

L'abate ascoltava, facendosi serio. Tuttavia un sorriso illuminava il suo volto canuto, mentre diceva: «Per quel …

(HERMAN HESSE Narciso e Boccadoro 1930)


Hermann Hesse (1877-1962) pubblica nel 1930 Narciso e Boccadoro, romanzo che racconta la vita e l’amicizia tra Boccadoro, giovane studente in convento, e Narciso, maestro nel convento stesso e quasi coetaneo del primo. L’ambientazione storica è quella del Medioevo.Il romanzo è prima di tutto la storia di un’amicizia e dei contrasti interiori che accompagnano le scelte che si compiono durante il nostro percorso di formazione e di maturazione. Le tematiche del libro - in cui molti hanno visto echi della filosofia di Nietzsche e della psicologia di Carl Gustav Jung (1875-1961) - sono simili a quelle di altri romanzi dello scrittore svizzero-tedesco, come Siddharta (1922) o Il lupo della steppa (1927).

Figlio di un missionario protestante e della figlia di un missionario cultore di orientalistica, fu anch'egli avviato a studi teologici, che però non concluse. Dedito stabilmente alla letteratura a partire dal 1904, si trasferì in Svizzera, di lì intraprendendo viaggi fra cui particolarmente importante quello compiuto in India nel 1911. Durante la prima guerra mondiale, cui fu avverso quale pacifista e antinazionalista, si occupò di assistenza ai prigionieri. Divenne cittadino svizzero nel 1923. Fra i molti riconoscimenti che ottenne nella seconda parte della sua lunga vita figura anche il premio Nobel per la letteratura (1946).


Eremo Rocca S. Stefano lunedì 24 gennaio 2022

 

Nessun commento:

Posta un commento