Perché
gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché
avvertono in lui un personaggio “scomodo”, che li sveglia dal
loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono,
invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal
vangelo e dal modello di Cristo.
A Nazaret rifiutano Gesù,
perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di
mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire
all’ammonimento del profeta.
Il mondo ha bisogno di profeti del
vangelo. Oggi più di ieri. Anch’io sono invitato a essere profeta,
cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le
situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture,
conversazioni, impegno di carità, attenzione all’uomo, ecc. Debbo
chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno
stimolo al bene?
Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come
accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei
criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il
Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella
preghiera. Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto
tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?
Dal libro del
profeta Geremìa (Ger 1,4-5.17-19)
Nei giorni del re
Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Prima
di formarti nel grembo materno,
ti ho conosciuto,
prima che tu
uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle
nazioni».
Tu, dunque, stringi la veste ai
fianchi,
àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non
spaventarti di fronte a loro,
altrimenti sarò io a farti paura
davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te
come
una città fortificata,
una colonna di ferro
e un muro di
bronzo
contro tutto il paese,
contro i re di Giuda e i suoi
capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno
guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per
salvarti».
Dalla prima
lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,31 -
13,13)
Fratelli, desiderate intensamente i carismi più
grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le
lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei
come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi
il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta
la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne,
ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in
cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto,
ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è
magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il
proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto
scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non
avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue
cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi
conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò
che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero
bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da
bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso
noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece
vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora
conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque
rimangono queste tre cose: la fede, la speranza, la carità. Ma la
più grande di tutte è la carità!
Dal Vangelo
secondo Luca (Lc 4,21-30)
In quel tempo, Gesù cominciò
a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi
avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano
meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e
dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose
loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura
te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche
qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico:
nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io
vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando
il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande
carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se
non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in
Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu
purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose,
tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo
cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del
monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma
egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è sembrata un successo, ha destato stupore, ma subito è parsa “segno di contraddizione” (Lc 2,34).
Infatti
il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena
approvato e “applaudito” Gesù, dicono: “Costui è il figlio di
Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino.
È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di
più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente: il
messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di
Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si
vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe.
L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fede in Gesù,
perché i presenti, per riconoscergli autorità, non si accontentano
di parole: vogliono segni, miracoli che garantiscano la sua missione!
Gesù,
conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa
all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma
anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei
vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura
te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare
parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua
famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che
Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a
Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc
23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di
miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo
atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che,
tentando Dio, in realtà lo rifiutano. Sempre, come scrive Paolo,
“gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In
verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da
malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni”
per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la
liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.
Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, dallo stupore all’indignazione, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché proprio da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma paradossalmente ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazia ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti.
Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano che questo rifiuto avvenne anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.
Queste parole di Gesù, che attestano la fine dei privilegi di Israele e l’accoglienza delle genti, non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.
Ma
per Gesù non è ancora venuto il tempo della passione e così
semplicemente, con coraggio e libertà, “passando in mezzo a loro,
se ne andò”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens
per medium illorum ibat”,
attesta la Vulgata. Gesù che “passa
in mezzo”,
che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando
entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo
e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua
chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani
che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù
passa e va.
E a Erode che glielo vorrebbe impedire, manda a dire: “Andate a
dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –:
Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo
giorno sarò alla fine. Però è necessario che oggi, domani e il
giorno seguente me ne vada per la mia strada, perché non è
possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,32-33).
Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle
tenebre” (Lc 22,53), Gesù cammina, va, ma già ora è pronto! Nel
quarto vangelo ciò che accade qui a Nazaret è sintetizzato nelle
parole del prologo: “La Parola venne tra i suoi, e i suoi non
l’hanno accolta” (Gv 1,11).
(Enzo Bianchi fondatore comunità Bose )https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/01/enzo-bianchi-fabio-rosini-commenti_27.html
Il brano evangelico di questa domenica comprende l’omelia che Gesù tiene nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,21) e la reazione degli ascoltatori (Lc 4,22-30). L’“omelia”, in realtà, si condensa qui in una frase con cui Gesù commenta il testo di Isaia proclamato liturgicamente (cf. Lc 4,18-19; Is 61,1-2), frase che esprime bene lo schema elementare e perenne di ogni omelia: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” (Lc 4,21, traduzione letterale). La Scrittura, oggi, per voi: questi i tre elementi di ogni omelia. L’omelia verte su una pericope della Scrittura presentata dalla liturgia, preferibilmente il testo evangelico (non dunque su altre tematiche che, per quanto significative dal punto di vista pastorale – la “giornata” missionaria, vocazionale, ecc. –, risultano essere peregrine, indeboliscono l’efficacia dell’omelia e vengono meno al compito centrale di testimoniare la fede trasmettendo la conoscenza del Signore Gesù), traduce il suo messaggio nell’oggi e si rivolge a un uditorio preciso, alla comunità radunata. L’omelia è sempre una parola rivolta a, una parola indirizzata a un destinatario. Un’omelia poi, che è compito profetico che traduce nell’oggi storico la Parola eterna di Dio contenuta nella Scrittura, cerca sempre di porre la comunità di fronte alla presenza di Cristo: infatti, “Cristo è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura” (Sacrosantum concilium 7). Guidare la comunità a compiere il passaggio dalla pagina biblica alla presenza di Cristo è l’opera di ogni buona omelia. Occorre qui ricordare che l’aspetto parenetico dell’omelia discende da quello rivelativo e kerygmatico: l’omileta deve “predicare Cristo, non se stesso” (2Cor 4,5), affinché l’omelia sia realmente una manifestatio veritatis, ovvero, epifania di Cristo che è via, verità e vita.
Nell’omelia a Nazaret Gesù, dopo aver proclamato la Scrittura, fa di sé un testimone della Scrittura stessa (e ogni omileta è chiamato a divenire testimone della Parola): dopo aver letto nel rotolo la vocazione del profeta veterotestamentario, presenta se stesso come profeta, ben sapendo che un profeta non trova accoglienza tra i suoi e nella propria patria. Ma se questo è vero del profeta, è vero anche di ogni cristiano: chi non conosce opposizioni e contraddizioni a causa della propria fede, in verità non è ancora entrato nella vita cristiana in profondità. Colui la cui parola è lodata e accettata da tutti e non incontra opposizioni o contestazioni, probabilmente è ancora lontano dalla parresia evangelica. Servire la Parola di Dio rende stranieri in rapporto alla patria e crea un’appartenenza altra. Il profeta parla la parola altra che è la Parola del Dio a cui egli appartiene e il destino della Parola diviene il suo stesso destino: “La Parola venne tra i suoi e i suoi non la accolsero” (Gv 1,11).
La sottolineatura dell’oggi, presente nell’omelia di Gesù, fa emergere il fatto che per Luca, con Gesù il tempo e la storia ricevono il loro senso definitivo. Gesù inaugura un oggi (categoria più teologica che cronologica) che è il tempo della salvezza, il centro del tempo. Tempo che si situa ormai fra l’evento-Cristo e la venuta nella gloria del Figlio dell’uomo. L’oggi è il tempo dell’offerta della salvezza da parte di Dio, in Gesù, a ogni uomo. Si può pensare all’evento di grazia che investe il cosiddetto “buon ladrone” (in realtà, per Luca, si tratta dell’“altro” malfattore: Lc 23,40) quando Gesù gli dice: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), ma è anche il tempo della scelta, il tempo che richiede una responsabilità e un’opzione da rinnovarsi ogni giorno. La redazione lucana delle parole di Gesù in Lc 9,23 sottolinea (rispetto ai paralleli di Mc 8,34 e Mt 16,24) la dimensione della quotidianità, del ricominciamento quotidiano della sequela, della scelta che, fatta una volta, va rinnovata ogni giorno: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Quanto poi all’annotazione circa il compimento della Scrittura
negli orecchi degli ascoltatori (“in auribus vestris”:
Lc 4,21), abbiamo qui il preannuncio di uno dei temi spirituali
salienti del terzo vangelo: l’ascolto della parola di Dio udita
dalla voce di Gesù e contenuta nelle Scritture. Un ascolto che
impegna ed è estremamente esigente mettendo in crisi gli ascoltatori
e portandoli a lasciarsi attraversare dalla lama della parola. In
effetti, il prosieguo del testo lucano mostra che la parola di Gesù
è portatrice di un giudizio e chiede agli ascoltatori di
prendere posizione. La parola che Gesù pronuncia è parola non
accomodata, non adattata, non ha come fine di compiacere gli uditori,
ma è parola che scomoda gli ascoltatori e mette in pericolo chi la
pronuncia. La parola profetica può essere pronunciata solamente a
caro prezzo. Essa ha la forza della verità che fa emergere ciò che
abita nel cuore dei destinatari: meraviglia e ammirazione finché
viene percepita come innocua e addomesticabile (cf. Lc 4,22a), odio e
rigetto non appena mette in discussione le sicurezze acquisite e i
privilegi di cui si gode (cf. Lc 4,22b-30). Essa è intollerabile
perché costringe l’ascoltatore a fare i conti con le tenebre del
proprio cuore: pur di evitare questa dolorosa presa di coscienza si
rigetta l’intollerabilità su colui che tale parola ha pronunciato.
Dietro la Parola che giudica vi è la presenza stessa di Gesù che suscita una presa di posizione: “Gesù è segno che sarà contraddetto affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Sempre, di fronte a Gesù, si verifica una divisione tra chi lo accoglie e chi lo rifiuta, chi lo ascolta e chi lo bestemmia, perfino sulla croce (cf. Lc 23,39-43). Gesù obbliga a un’opzione, a una scelta. Incontrare Gesù significa essere condotti a fare verità nella propria vita accettando di riconoscere realisticamente il male che attraversa o che occupa il nostro cuore: gelosia, invidia, odio. Il riconoscimento delle tenebre è la condizione per accedere alla luce.
L’odierno brano liturgico fa parte di quel passo di Lc 4,16-30
che nell’intenzione di Luca ha valore programmatico. Si tratta di
un testo solamente lucano anche se si può considerare che Mc 6,1-6a
costituisca un suo parallelo. Tuttavia non solo Luca ha molto
sviluppato la narrazione fino a farne una sorta di sintesi
dell’intero vangelo, ma ha anche anticipato la scena ponendola
intenzionalmente all’inizio del ministero pubblico di Gesù.
L’“anticipazione” del nostro testo (che secondo la sequenza di
Marco dovrebbe trovarsi dopo Lc 8,56) è visibile dalla strana
menzione di Cafarnao in 4,23: “Certamente voi mi citerete questo
proverbio: ‘Medico cura te stesso Quanto abbiamo udito che accadde
a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. In realtà, è solo
a partire da Lc 4,31 che nel terzo vangelo si narra di insegnamenti e
guarigioni operati da Gesù a Cafarnao: “Poi scese a Cafarnao …”
(Lc 4,31), e il racconto di ciò che Gesù disse e fece a Cafarnao si
estende fino a Lc 4,41.
Dopo dunque la sua breve e densa “omelia”, Luca registra la contraddittoria reazione degli astanti: prima lo stupore ammirato, quindi il rigetto e il furore omicida nei confronti di Gesù. Ma Gesù legge la reazione di rigetto come conferma del suo ministero profetico e si colloca nella scia dei profeti Elia e Eliseo. Il rigetto dei suoi concittadini diviene l’occasione grazie a cui Gesù apre il suo ministero e l’annuncio della salvezza di Dio ai pagani, alle genti: si adombra così l’universalismo della missione e dell’annuncio della salvezza così caro al terzo evangelista (cf. Lc 3,6; 7,9; At 28,28). Comprendiamo allora che le ultime scene del nostro testo (la cacciata di Gesù dalla sinagoga, il tentativo di ucciderlo e il tranquillo andarsene di Gesù di mezzo alla folla inferocita contro di lui) non sono un resoconto cronachistico di quanto successo, ma profezia di ciò che accadrà in seguito: il testo è prolettico e allude alla morte e alla resurrezione di Gesù, all’evento pasquale. In effetti, la città costruita sul monte è Gerusalemme piuttosto che Nazaret, e l’andarsene (in greco poreúomai) di Gesù fa riferimento al cammino di Gesù verso Gerusalemme, che traversa tutto l’evangelo, e anche all’ascensione di Gesù al cielo (At 1,10-11). Così il nostro brano lucano presenta già l’enigma del rifiuto che Israele ha opposto a colui che Dio inviato quale Messia, il mistero della morte e resurrezione di Gesù e la buona novella dell’estensione alle genti dell’annuncio della salvezza. E proprio questa è la nota su cui si conclude l’intera opera lucana: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle genti ed esse ascolteranno” (At 28,28). L’ultima parola del testo: “si mise in cammino” (eporeúeto: lett. “se ne andava”, “camminava”) in realtà è un’apertura non solo sulla successiva vicenda terrena di Gesù, ma anche sull’evento pasquale e sulla vicenda della chiesa. La salvezza annunciata e costituita da Gesù in persona che l’ha resa presente con il suo camminare tra gli uomini e le donne del suo tempo sulle contrade della Galilea, diventa il cammino che, suscitato dallo Spirito sceso a Pentecoste, spingerà gli apostoli, gli evangelizzatori e i missionari fino ai confini della terra.
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14944-la-scrittura-oggi-per-voi
Eremo
Rocca S. Stefano domenica 30 gennaio 2022
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