mercoledì 30 marzo 2022

BIBLIOFOLLIA Rinasce la rivista Franco Maria Ricci


La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli sim­boli che La mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.” (1)

Questa biblioteca è la biblioteca di Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele, di cui ne parla appunto in uno dei racconti che compongono la raccolta Finzioni, scritta tra il 1935 e il 1944

Ma Jorge Luis Borge oltre all’ossessione dei libri ne ha anche un’altra ,quella dei labirinti di cui parla in alcuni racconti. E proprio in Labyrinthes scrive “Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito, al cui centro c'è un'anfora che ho quasi toccato con le mani, che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse, che una cosa mi apparve chiara: sarei morto prima di arrivarci"(2)

Erano queste le due ossessioni anche di Franco Maria Ricci che del libro e del labirinto ha fatto un viatico per la vita.

Ora che è morto ,addio a Franco Maria Ricci l’ultimo stampatore rinascimentale, collezionista d’arte e leggendario editore di preziosità librarie come la celebre rivista FMR, ma non addio a quel suo viatico terreno che rimane a segnare il cammino per quanti lo conobbero anche se indirettamente attraverso i suoi libri ,per quanti sognarono su quelle pagine il suo stesso sogno, per quanti camminarono con lui i cui passi furono sempre illuminati proprio dalla luce delle sue opere intellettuali ( le sue idee ) e di quelle materiali ( come i suoi libri e le sue riviste ,magnifici oggetti del Bello). Franco Mario Ricci è scomparso a 82 anni,il 10 settembre 2020 . Una vita tra ricerca del bello, curiosità intellettuale e...passione per i labirinti .

Caro Franco, scriveva Antonella Boralevi su La Stampa dell’11 settembre ,da tempo stavi seduto su una sedia a rotelle ma lavoravi allo stesso modo, con il dono che possiedi e che regali. Pascal lo chiamava “esprit de finesse”. Un dono raro e insieme necessario.Tu sai guardare il mondo e le persone, smascherando le loro debolezze. E sai porvi riparo. Uno che si innamora di un inventore di caratteri a stampa, di certo è un intellettuale. Ma è anche un uomo capace di trovare e seguire la passione. Bodoni è stato un genio. Ma anche tu.Hai saputo fare un lavoro di fino e ci hai inculcato il piacere del Bello..”

Ma anche la curiosità che è allo stesso modo un piacere : la curiosità che la passione per i labirinti ha eccitato in quanto è il labirinto che, chiudendo la vista dell’orizzonte con la geometria delle sue siepi, spalanca l’abisso della curiosità.

La curiosità che fa di Franco Maria Ricci in primo luogo un collezionista accanito,come lui stesso si definiva, la cui passione è in grado di unire le epoche e i luoghi più disparati. In questo sta il racconto della sua vita ,lui che era nato a Parma e che lì aveva vissuto con l’amore per il manierismo nel cuore ; del suo incontro con Borges e il piacere dell’erudizione; del ricordo di padre Matteo Ricci e dell’impresa della ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert .

La notizia di questo anno 2022 è che “FMR”, “la rivista più bella del mondo” – come la definì Jacqueline Kennedy – torna alle pubblicazioni. Nata la prima volta nel 1982 grazie a Franco Maria Ricci, illuminato amante e collezionista d’arte, grafico ed editore, ha rappresentato qualcosa di unico nel panorama editoriale mondiale.

Stefano Cipolla sul suo sito appunto “Stefano Cipolla.com “ scrive : “Ricci, parmense classe 1937, di origine aristocratica, si laureò in geologia e iniziò a lavorare per Gulf Oil in Turchia. Rientrato nella città natale nel 1963, assecondò le sue passioni e intraprese la carriera di editore ed artista grafico.

Progettò marchi, manifesti, pubblicazioni e si dedicò allo studio dell’opera e dello stile di Giambattista Bodoni. Il grande incisore e stampatore, creatore dei caratteri tipografici che portano il suo nome, a cavallo del 1700 e 1800 infatti raggiunse l’apice della sua carriera proprio a Parma dove fu direttore della Tipografia Reale.

Franco Maria Ricci editore ha iniziato a pubblicare a Parma nel 1963. Il suo primo titolo fu un’opera di scrittura nel senso letterale del termine, il Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni. Direttore della Stamperia Ducale di Parma negli ultimi decenni del Settecento, quel creatore di caratteri ricercati e assai stimati per la loro eleganza e leggibilità apriva nel 1790 una sua tipografia. Sulle sue tracce,

Ricci debuttò nell’editoria quasi per gioco, montando “una piccola officina tipografica per produrre un facsimile del Manuale”. Quel “Manuale è oggi opera introvabile anche in antiquariato, in tre volumi tirati in 900 esemplari numerati su carta di Fabriano e rilegati in pelle nera, nel 1965 (e fino al 1972).

Una bibliofilia la sua che guarda ai contenuti certamente ma anche al contenitore, il libro che esprime , tutti i suoi libri lo esprimono, il gusto per la bellezza del corpo della scrittura, per le proporzioni e l’armonia dell’impaginazione e per tutto quanto fa la “veste” di un oggetto di lettura .

E poi le collane, le sue collane. I segni dell’uomo, Morgana, Quadreria, Luxe, calme et volupté, Curiosa, La Biblioteca di Babele, Iconographia, La biblioteca blu, Guide impossibili, Italia/Antichi Stati, Grand Tour…  Etichette in francese, in inglese, in latino e in italiano, sotto le quali si allineano volumi e formati di natura diversa, che accolgono tanto il saggio quanto la narrativa.

L’intuizione di Franco Maria Ricci, scrive sempre Stefano Cipolla ,fu di ristampare il Manuale Tipografico di Bodoni, fino ad allora introvabile, in edizione pregiata su carta Fabriano e rilegato in pelle nera. Era il 1965 e l’inatteso successo dei 900 esemplari stampati lo portò a investire ulteriori energie nella creazione di volumi estremamente raffinati.

Fu la nascita di un nuovo tipo di editoria di lusso e di altissima qualità, dalla grafica estremamente elegante e riconoscibile che fece del nero e del carattere tipografico Bodoni i suoi segni distintivi. Il tema centrale della rivista era la bellezza, presentata attraverso le forme d’arte più diverse. Dalla pittura alla scultura, dalle miniature orientali alle ceramiche mesoamericane.

Compagna di questa avventura editoriale fu in primis Laura Casalis, la moglie conosciuta a Parigi negli anni ’70. Poi il grande grafico di Scuola svizzera Giulio Confalonieri, il critico d’arte Vittorio Sgarbi (che – quando faceva “solo” il critico d’arte – non ce n’era per nessuno), il fotografo Massimo Listri e lo scrittore Giovanni Mariotti

La collana Grand Tour, una serie di volumi di grande formato sulle meraviglie artistiche delle città italiane, dalle più famose alle più segrete, ricchissimi di fotografie a colori, corredati di testi che narrano le vicende storiche e artistiche della località o del monumento a cui il volume è dedicato. E poi le Enciclopedie delle città (Milano, Parma, Roma e, più di recente, l’Enciclopedia della Sicilia), e la collana, curata da Gianni Guadalupi, dedicata a Signorie, Principati e Antichi Stati d’Italia.

Nel 1970 Ricci decide di ristampare la grande Encyclopédie francese curata da Diderot e D’Alembert, quella che ebbe come relatori gli intellettuali, gli artisti, i filosofi e gli scienziati più importanti dell’illuminismo. Il progetto, che fu terminato nel 1980, prevedeva 12 volumi in facsimile per le tavole, 5 per i testi e uno di presentazione e studio con testi di Barthes, Venturi, Jacques Proust,… e introdotto da Borges. Ricci pensò che il sistema più giusto di vendita poteva essere quello della prenotazione con consegna ai sottoscrittori di quattro o cinque volumi all’anno proprio come avvenne per l’originale. Quello che a tutti pareva un disastro economico è stato invece un successo con circa 5000 collezioni vendute in Italia e nel mondo, a molte biblioteche pubbliche ma anche all’Eliseo per i doni di stato del presidente

Nel 1977 nasce La Biblioteca di Babele diretta da Borges, edita in italiano, francese e inglese, che comprende titoli rari o poco conosciuti di grandi scrittori come Chesterton, Henry James, Jaques Cazotte, Giovanni Papini.

Ma il grande successo arriva nel 1982 quando Ricci, insieme a Laura Casalis e alcuni collaboratori eccellenti come Giulio Confalonieri, Massimo Listri, Vittorio Sgarbi e Giovanni Mariotti dà vita alla rivista d'arte che segnerà il più grande successo della casa editrice: FMR, che diventerà presto una rivista di grandissima diffusione, stampata in tutto il mondo in quattro differenti edizioni, italiana, inglese, francese, spagnola e definita da Fellini “la perla nera” , pubblicata fino al 2004.

Prestigiose le collaborazioni alle realizzazioni di Ricci, tra cui quelle di Umberto Eco, Cesare Zavattini e Roland Barthes, oltre ad una folta schiera di artisti e fotografi. Nel 2002 la casa editrice è stata acquistata dal gruppo Art'è.

A partire dal 2005 si è dedicato, dopo anni di progettazione in collaborazione con l’architetto Carlo Bontempi anche alla costruzione di un labirinto nella campagna presso Fontanellato. Il Labirinto della Masone è stato aperto al pubblico nel 2015.

Scrive lo stesso Franco Maria Ricci : “Sognai per la prima volta di costruire un Labirinto circa trent’anni fa, nel periodo in cui, a più riprese, ebbi ospite, nella mia casa di campagna vicino a Parma, un amico, oltreché collaboratore importantissimo della casa editrice che avevo fondato: lo scrittore argentino Jorge Luis Borges.

Il Labirinto, si sa, era da sempre uno dei suoi temi preferiti; e le traiettorie che i suoi passi esitanti di cieco disegnavano intorno a me mi facevano pensare alle incertezze di chi si muove fra biforcazioni ed enigmi. Credo che guardandolo, e parlando con lui degli strani percorsi degli uomini, si sia formato il primo embrione del progetto che finalmente, nel giugno del 2015, ho aperto al pubblico.
Com’è noto, quando fece costruire il suo Labirinto, che era una prigione, Minosse nutriva intenzioni cupe e crudeli; io immaginai un equivalente addolcito, che fosse anche un Giardino, dove la gente potesse passeggiare, smarrendosi di tanto in tanto, ma senza pericolo.

La passione per il bambù – questa pianta elegantissima, ma così poco utilizzata in Occidente, e specialmente in Italia – mi suggerì la materia prima ideale. Da allora, e soprattutto negli ultimi anni, l’impresa ha assorbito la maggior parte del mio tempo. Quando nacque, il progetto aveva un carattere abbastanza personale. Sulle terre che avevano nutrito, e un po’ anche arricchito, la mia famiglia, volevo lasciare una traccia di me.

Col passare del tempo quell’idea primitiva si è in gran parte trasformata.  Forse è colpa dell’età, ma ormai vedo il Labirinto soprattutto come un modo di restituire, a un lembo di Pianura Padana che comprende Parma, il suo contado e le città vicine, una parte almeno del molto che mi ha dato.”

Il Labirinto della Masone, infatti, è un parco culturale costruito nei pressi di Fontanellato, in provincia di Parma voluto da Franco Maria Ricci. Il primo progetto risale agli anni Ottanta, ma soltanto nel 2015, dopo oltre dieci anni di lavori ha preso forma definitiva. L'opera voluta dall'intellettuale ed editore scomparso ieri si estende per sette ettari e comprende un labirinto costituito da bambù di specie diverse e spazi che ospitano la collezione d'arte di Franco Maria Ricci e la sua casa editrice, mostre temporanee, conferenze e presentazioni, concerti, un ristorante, una caffetteria e una gastronomia. Il museo fa parte dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli.

Ho discusso di labirinti tutta la vita, con Italo Calvino, con Roland Barthes, con Borges. Lui ne era ossessionato, li citava continuamente nei suoi racconti, come nel Tema del traditore e dell’eroe, dal quale Bernardo Bertolucci trasse il suo La strategia del ragno. Borges rimase ospite a casa mia venti giorni, negli anni Ottanta, e fu allora che iniziai a pensare di costruire un labirinto vero.”

E poi la rivista. Come ha scritto il Corriere della Sera, FMR fu «una testata di grandissima diffusione, stampata in tutto il mondo in quattro differenti edizioni, italiana, inglese, francese, spagnola». Repubblica ne ha parlato invece come di «un’icona del gusto, simbolo della più alta editoria, per la qualità tipografica eccellente, la devozione assoluta al carattere Bodoni, le fotografie stupende sul nero lucido, i testi ricchi ma al servizio della narrazione, affidati ad autori blasonati, da Calvino a Testori, da Arbasino all’amico Jorge Luis Borges che abitava la sua casa per lunghi soggiorni scanditi da confronti creativi e sintonia intellettuale».

Infatti Boralevi nella lettera sulla Stampa che abbiamo in parte già riportata a questo proposito dice : “ Un editore è sempre un creatore. Ma tu lo sei alla millesima potenza. Hai creato il contenitore ma anche il contenuto.

Chiamare FMR un prodotto culturale radicalmente nuovo, nel lontano 1965, era indispensabile. La Casa Editrice d’arte, e poi la rivista, e poi le collane  di libri avevano bisogno di portare il tuo nome. Perché erano te.Non credo che sia un caso se una persona schiva e durissima come Borges, ti ha seguito con entusiasmo.Creare bellezza senza retorica. Trasfondere il buon gusto con opere di carta…”

Michele Masneri su Il Foglio fa di Franco Maria Ricci, parlando della sua morte un ritratto curioso ma affascinante che inizia così : “E insomma è morto Franco Maria Ricci, anzi FMR, come il brand della sua creatura più fortunata e leggendaria, la rivista più chic del mondo, che riporta a tempi gloriosi in cui quei manufatti cartacei che un tempo si vendevano in edicola erano addirittura status symbol. Si andò a trovarlo, cinque anni fa, per IL: a Fontanellato, nella sua ultima creazione, un labirinto molto inglese e un po’ incongruo nel mezzo della grassa pianura padana. Tra memorie gonzaghesche e manieristiche e paesaggi emiliani struggenti (Ghirri, D’Arzo, Tondelli, Parmigianino), e stradone dritte nel nulla, concessionari d’auto usate, lunghi filari di pioppi che portano a casali come sospesi sulla loro ombra, grandi boschi di bambù, il Labirinto, maiuscolo, si offrì come un grande cottage inglese in mattoni a vista, con anche la sua grondaia tipo Downton Abbey: una specie di sogno neoclassico,  sogno o incubo concepito da un John Soames, dentro il consueto décor franco-maria-ricciano, colonne doriche ioniche e corinzie e finto bugnato e finto marmo (un Mongiardino alleggerito nelle cotture, un “ricordo di Mongiardino”, light).

In occasione degli ottanta anni di Ricci Laura Casalis in una intervista aveva annunciato un altro progetto dell’editore, un labirinto di specchi : “Franco continua a veder cose nuove da realizzare, idee da mettere in pista. Sì, il labirinto di specchi è una di queste; abbiamo già il progetto, di Oscar Tusquéz, un geniale ed eclettico architetto catalano che ne aveva inserito uno in una grande mostra sui labirinti allestita a Barcellona nel 2010. Con lui faremo il nostro

E’ Boralevi che ricorda ancora : “ Stare a casa tua voleva dire stare dentro la Casa Editrice. Imbibersi di arte, di meraviglie, di stupori. E di gioia.

Una mattina, a Fontanellato, tu e Laura mi portaste davanti a un campo di granturco. «Qui ci sarà il più grande labirinto del mondo». Guardavo il campo, schiantato dal sole della piana. E pensai «Sono sicura».

Adesso il Labirinto di Franco Maria Ricci è una destination, come si dice nel gergo del turismo. È un posto dove si fanno mostre magnifiche, presentazioni, conferenze. È una maestosa metafora. Dove si può perdersi certi di ritrovarsi.

Penso che porterai anche adesso all’occhiello la tua camelia di plastica rossa. Penso che tu stia camminando nel Labirinto, ora, proprio ora. E che Laura, la tua Laura così splendente, così cara, ti tenga la mano.

Grazie, Franco, per ciascuno dei tuoi doni. Non sei morto. Sei solo andato nel tuo Labirinto  ,Antonella.

Franco Maria Ricci è morto giovedì 10 settembre. Anzi non è andato nel suo labirinto ,quello che aveva sognato e realizzato . Ma anche nella rilegatura dei suoi libri .Sul suo sito web qualcuno ha scritto : “ Non si hanno notizie recenti di qualcuno che gli somigli; sulla sua bara converrebbe forse l’epitaffio di Charles Nodier: “Qui giace / nella sua rilegatura in legno / un esemplare in-folio / della migliore edizione dell’uomo / scritta in una lingua dell’età d’oro / che il mondo non capisce più”.

L’avventura della rivista ripartirà nel 2022, ma un numero Zero (che sicuramente diventerà oggetto di collezionismo) è già stato pubblicato lo scorso dicembre e inviato in omaggio a chi si è già abbonato. La direttrice artistica è la stessa Casalis mentre il direttore è Edoardo Pepino. E poi un comitato scientifico di autori, scrittori e saggisti tra cui spiccano gli amici della prima ora: Mariotti, Sgarbi, Listri, Stefano Salis.

L’intento del magazine è quello di sempre, diffondere la cultura e la bellezza attraverso la qualità dei testi e delle immagini e muovendosi tra arte, architettura e design. 

(1) Questa citazione è tratta da uno dei racconti più famosi e più significativi di Borges, La biblioteca di Babele, nel quale compare la metafora del mondo come biblioteca, tema amato e più volte ripreso dall’autore sudamericano. La biblioteca di Babele altro non è che l’universo stesso, descritto nei suoi più minimi particolari: composto da esagoni collegati tra loro da corridoi rivestiti di specchi e scale a chiocciola, nessun uomo ne ha mai visto la fine, cosicché si presuppone che sia infinito. Ogni esagono contiene cinque scaffali, all’interno dei quali sono riposti libri tutti identici nel formato. Tutti i libri che è possibile concepire esistono all’interno della biblioteca: non c’è frase, non c’è parola, non c’è lingua che tu non possa trovare tra gli scaffali infiniti di questo luogo infinito.

Il racconto è concepito come la lettera di un bibliotecario al lettore: egli spiega le leggi dell’universo e racconta dei tentativi che gli uomini hanno fatto dall’alba dei tempi per cercare l’uno o l’altro libro, o per dare un significato profondo al mondo in cui vivono, senza mai riuscirci. La citazione qui di seguito è una diretta conseguenza del primo assioma riguardante la biblioteca di Babele, ossia il fatto che essa sia sempre esistita. La sua eterna perfezione è innegabile, e può essere opera solo di qualcosa di ancora più perfetto, ossia un dio. L’uomo, al contrario, è finito e fallibile, e quindi può essere nato solo per un evento casuale, oppure essere stato creato da un essere malvagio, per scherno.

Finzioni si divide in due parti: Il giardino dei sentieri che si biforcano e Artifici.

La prima parte è formata da otto racconti: Tlon Uqbar Orbis Tertius, L’accostamento ad Almotasim, Pierre Menard autore del Chisciotte, Le rovine circolari, La lotteria a Babilonia, Esame dell’opera di Herbert Quain, La biblioteca di Babele e Il giardino dei sentieri che si biforcano; mentre la seconda parte ne contiene sei: Funes o della memoria, La forma della spada, Tema del traditore e dell’eroe, La morte e la bussola, Il miracolo segreto e Tre versioni di Giuda.



(2) "Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito, al cui centro c'è un'anfora che ho quasi toccato con le mani, che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse, che una cosa mi apparve chiara: sarei morto prima di arrivarci".
(Labyrinthes J.L.Borges)

"Dall'inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra".
(La scrittura del dio J.L.Borges)

"Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine".
(L'immortale J.L.Borges)

"Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l'universo già lo è."
(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)


IL LABIRINTO BORGES DELLA FONDAZION CINI A VENEZIA

Al labirinto di Borges e in occasione del XXV anno dalla sua morte, è stato aperto a giugno il suntuoso Labirinto Borges, sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia.

Il labirinto ripropone fedelmente la struttura che l’architetto inglese Randoll Coate  progettò in  onore dello scrittore negli anni ’80.

Un ampio giardino di 2.300 metri quadri che sorge nell’ampia corte della Fondazione Cini.

Lessi con incomprensione e fervore queste parole che con meticoloso pennello tracciò un uomo del mio sangue: Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano…”
(J.L.Borges,
Il giardino dei sentieri che si biforcano)

Il labirinto, simbolo della perplessità, è composto da 3.250 piante di bosso che riproducono il nome dello scrittore e s’ispira a uno dei racconti più significativi dell’opera di Borges “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, un racconto che è esso stesso un labirinto, contenuto nella raccolta “Finzioni”.

 “Sono cieco e ignorante, ma intuisco che sono molte le strade…”
(J.L.Borges, Tutte le opere)

«Il progetto è stato fortemente voluto dalla seconda moglie dello scrittore, Marìa Kodama. Uno degli aspetti più interessanti è l’omaggio che si è voluto fare alla sua cecità: gli ipovedenti potranno infatti leggere un suo racconto realizzato in braille e inciso su un corrimano che verrà installato all’interno del giardino aiutando i ciechi a orientarsi tra i vicoli di bosso. Una guida verso l’uscita pensata per chi non vede; condizione che il poeta conobbe negli anni ’50 ma che ha saputo trasformare in senso creativo, rendendola metafora di vita. Lo scopo del progetto è quello di creare un giardino in memoria dello scrittore realizzando uno spazio pieno di significati spirituali, per avvicinare il pubblico al mondo di Borge(fonte: VeneziaToday)

I visitatori potranno percorrere i 1.150 metri in cui si snoda il labirinto fino al 31 dicembre. Il giardino è visitabile, all’interno del percorso guidato al complesso monumentale della Fondazione e sarà accessibile al pubblico nei giorni feriali solo su prenotazione e per i gruppi; nei giorni di sabato e domenica è visitabile dalle ore 10 alle ore 17, ogni ora.

Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perché l’universo già lo è…
(J.L.Borges)

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 30 marzo 2022

 

lunedì 28 marzo 2022

VOCI E STORIE DAL SILENZIO Pascal D'Angelo poeta e idealista . Una fuga verso la letteratura per battere emarginazione e povertà

Dal 1948 la Commissione per gli Scambi Culturali fra l’Italia e gli Stati Uniti gestisce un programma di borse di studio noto come Programma Fulbright dal nome del suo ideatore Sen. J. William Fulbright. Il primo accordo tra il Governo Statunitense ed il Governo Italiano fu firmato il 18 Dicembre 1948. Il secondo accordo, ratificato con Legge 12 Giugno 1980 fu sottoscritto nel 1975. La Commissione per gli Scambi Culturali fra l’Italia e gli Stati Uniti (Atto costitutivo 18/7/1972) gode dello status di ente con personalità giuridica ed è retta da un Comitato Direttivo costituito da dodici membri: sei americani nominati dall’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America e sei italiani nominati dal Ministro degli Affari Esteri. Il Ministro degli Affari Esteri e l’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America sono i Presidenti onorari della Commissione. La Commissione è un ente binazionale finanziato congiuntamente dallo U.S. Department of State, Bureau of Educational and Cultural Affairs ed il Ministero degli Affari Esteri italiano, Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e Direzione Generale per i Paesi delle Americhe. Le attività della Commissione hanno come obiettivo il rafforzamento e l’ampliamento dello scambio culturale tra l’Italia e gli Stati Uniti”.( 1 )

E’ quanto si legge sulla pagina web della Commissione per gli Scambi culturali tra Italia e Stati uniti che ha come compito specifico quello di : promuovere opportunità di studio, ricerca ed insegnamento in Italia e negli Stati Uniti attraverso borse di studio per cittadini italiani e statunitensi (70 borse di studio ogni anno); promuovere l’organizzazione di attività di rilievo culturale, educativo e scientifico di carattere nazionale ed internazionale; offrire un Servizio Informazioni sulle borse di studio Fulbright e sullo studio negli Stati Uniti presso la sede di Roma e l’ufficio consolare del Governo degli Stati Uniti di Napoli; offrire borse di studio a Università italiane e centri di ricerca attraverso il Fulbright Inter-country Program e il Fulbright Specialist program.

Un lavoro proficuo che dura tutt’oggi in una situazione in cui ,secondo il IX Rapporto « Italiani nel Mondo »della «Fondazione Migrantes», pubblicato nell’ottobre 2014, ci sono 95mila italiani emigrati nel 2013 in quel paese. Un dato statistico che seppure di qualche anno fa dimostra comunque come il flusso di emigrazione si attesta su numeri molto più elevati di quelli dell’immigrazione in Italia, che non superano il tetto dei 45mila arrivi all’anno. ( 2 ) Un lavoro che dunque promuove opportunità di studio e scambio culturale tra l’Italia e in generale le Americhe quelle del nord e del sud in modo meritorio .

Di questo scambio e di queste attività vogliamo parlare con riferimento agli attuali “studi italoamericani” in Italia e in particolare ad una storia e vicenda umana che è quella di Pascal D’Angelo ,poeta ed idealista nato ad Introdacqua ,provincia di L’Aquila il 19 gennaio 1894, emigrato negli Stati Uniti d’America nel 1910 con l’intera famiglia, morto a soli 38 anni . Un caso che può essere esaminato secondo due aspetti: letterario e sociologico ma che comunque è significativo di quella storia dell’emigrazione italiana nell’America. Un emigrazione che rappresentò un vero e proprio salto della luna e che vide uomini e donne lasciare i loro paesi,per cercare non solo una condizione di vita migliore per sé ma soprattutto per i propri figli. Si partiva per lasciarsi alle spalle la povertà, la fatica del lavoro nelle campagne, le rovine di qualche guerra . Molti di quegli italiani e figli di quegli italiani della prima e seconda generazione hanno offerto le loro capacità e le loro potenzialità allo sviluppo del paese in cui erano emigrati. Molti di quegli italiani sono ritornati nel paese di origine e dopo lo spopolamento delle campagne hanno riacquistato i poderi che prima avevano in affitto o alla parte. Le rimesse di quegli italiani che lavoravano nelle Americhe ai loro familiari rimasti in Italia ,rappresentarono un modo per tirare avanti e non solo. Gli americani conobbero l’Italia e l’Europa dapprima in occasione della prima guerra mondiale ma soprattutto in occasione dello sbarco in Sicilia, verso la fine della seconda guerra mondiale .Gli americani liberarono Napoli e poi Roma dall’occupazione nazifascista e scrissero una pagina di storia nelle comunità del sud Italia che videro in loro i liberatori. E negli anni successi, nel primo dopoguerra, portarono mode , musiche, spettacoli televisivi, film,alimenti, sigarette e sigari che segnarono il costume e la cultura di un paese con un processo all’incontrario : quello che era andato verso le coste del Pacifico tornava arricchito, trasformato, rinnovato fino a stabilire appunto un nuovo scambio , in cui le “ eccellenze italiane” rappresentano un vero caposaldo anche oggi negli scambi , non solo commerciali, ma anche culturali e di costume .

Parlando del fenomeno dell’emigrazione italiana in breve si deve ricordare come si sia sviluppato attraverso ricorrenti ondate , alcune delle quali paragonabili a vere e proprie fughe e attraverso lenti stillicidi, lenti ma costanti. Nell’Ottocento l’arretratezza agricola spinse migliaia di lavoratori a lasciare l’Italia alla ricerca di una vita e un futuro migliore . E’ quello che accade oggi per frange di popolazione di alcuni paesi dell’Africa che fuggono appunto da fame, guerra ,povertà,persecuzioni, carestie, siccità.. Prima dell’Unità l’emigrazione dall’Italia si rivolgeva all’interno della stessa Europa, verso paesi come Francia, Svizzera, Germania.

Dopo l’Unità il fenomeno si rivolse ai paesi oltreoceano e si estese fino ad un vero e proprio dissanguamento. Circa undici milioni di italiani, lasciarono il nostro paese , attraversando gli oceani a bordo di navi spesso malandate , allettati dagli agenti delle stesse società di navigazione che fornivano loro un biglietto “ allo sbaraglio”. Le cronache raccontano come da Introdacqua per esempio, il paese di Pascal D’Angelo di cui ci occuperemo a breve, scendevano file ininterrotte di emigranti per raggiungere Sulmona e poi il porto di Napoli. Avevano racimolato i denari per comprare il biglietto; avevano venduto tutto quello che possedevano. Avevano tagliati ponti materiali. Andavano a cercar fortuna in America ma portavano nel cuore e nella mente i loro paesi, le loro montagne , il loro modo di vivere e di pensare che non avrebbero però mai abbandonato del tutto. Si avventurarono oltreoceano con vecchie navi lasciando l’Italia con un viaggio che durava settimane in scomparti di prima ,seconda e terza classe. A volte interi nuclei familiari. A volte solo il capofamiglia Per giorni e giorni sostavano nel porto di Napoli e in America in quello di New York ; venivano sottoposti a visite mediche, dovevano rispettare una quarantena . La loro meta erano i paesi dell’ America Latina, Brasile e Argentina poiché proprio in quei territori vi era una maggiore richiesta di manodopera nelle industrie e per essere impiegati come manodopera nella coltivazione degli estesi territori di quei Paesi . A partire dal 1890 in Italia ci fu un secondo flusso migratorio, denominato new migration. Meta gli Stati Uniti, che in quegli anni avevano bisogno di manodopera per la loro crescita economica che fu,in quel periodo, senza pari nella loro storia,

Le rimesse di quegli emigrati aiutarono l’economia italiana per l’acquisto di materie prime e per estinguere i debiti con gli altri paesi. Sembrò in alcuni momenti che l’emigrazione fosse la soluzione per l’arretratezza delle campagne secondo le tesi di molti politici e studiosi. Molti proprietari terrieri che in un primo momento soffrirono della mancanza di manodopera e dovettero aumentare i salari , in un secondo momento, quando molti emigrati tornarono per acquistare terra ( che era stato il sogno per il quale erano emigrati ) riuscirono a disfarsi delle terre peggiori dei loro latifondi ed ebbero a disposizione denaro contante per trasformare un ceto parassitario in una borghesia emergente,integrata con le professioni emergenti in quel contesto societario che si andava determinando , favorita anche da altri fenomeni e condizioni che qui sarebbe troppo lungo riferire .

Con la prima Guerra mondiale il fenomeno sembrò attenuarsi e cessò definitivamente anche a causa delle condizioni politiche che si delinearono in Europa ( nazismo, fascismo ) e per le leggi restrittive alla emigrazione che gli Stati Uniti posero per cercare di controllare l’entrata di italiani e degli altri europei nel territorio americano.
Con la fine della seconda guerra mondiale , a partire dal 1945, l’ondata migratoria coinvolse l’Italia meridionale e insulare verso paesi europei come la Germania e la Svizzera dove vi era una richiesta di manodopera nelle industrie metal meccaniche. Il flusso migratorio verso l’estero
cominciò a diminuire intorno agli anni Sessanta quando in Italia ci fu il boom economico che dette vita al fenomeno dell’emigrazione interno dai paesi del sud Italia al nord industrializzato.

In questo contesto storico dunque i rapporti con i paesi di arrivo di quei flussi migratori e gli scambi culturali sono stati sempre molto intensi. Producendo studi e ricerche spesso veramente interessanti . Ma anche difficoltà e caduta di interessi. Come per esempio di recente proprio negli studi italoamericani in Italia.

Nell’intervista al Professor Fred Gardaphé, di Michela Valmori dell’Osservatorio Letteratura e Cultura Italoamericana del maggio 2021 per Strade dorate.org alla domanda : Quali pensa possano essere le ragioni dello scarso interesse accademico per gli studi italoamericani in Italia?” Fred Gardaphè rispondeva così : “Per molto tempo, l’esperienza degli immigrati italiani in America non è stata considerata americana, e quindi non era studiata da quegli studiosi italiani che erano venuti a studiare la letteratura americana negli Stati Uniti. Come me, la loro vicinanza emotiva a quell’esperienza li tratteneva dal vederla come qualcosa che potesse essere esplorata in contesti educativi formali. Molti avevano parenti emigrati dall’Italia, e l’idea stessa di studiare qualcosa di personale in un contesto pubblico, almeno allora, non era qualcosa da poter essere fatto in ambito scolastico. Quando il movimento multiculturale cominciò a prendere piede e a guadagnare potere nell’accademia statunitense, l’attenzione andò ai gruppi etnici e razziali che erano coinvolti politicamente: l’azione politica è necessaria per poter suscitare l’attenzione culturale negli Stati Uniti, specialmente in un’economia basata sul capitalismo. Trasformare le rivoluzioni in tendenze, le rende vendibili e aumenta le opportunità per gli istigatori di vendere; trasformare precarie canzoni rap in bestseller è semplicemente il modo del capitalismo di disinnescare le sfide al potere sociale e politico. Se il mainstream, sia nelle arene commerciali che in quelle educative, non sanziona l’attenzione a qualcosa, questo non viene preso abbastanza sul serio da premiare coloro che vi prestano attenzione. È semplice. (…) Mi è stato detto, da intellettuali ormai istituzionalizzati, che la letteratura italo-americana non era un soggetto appropriato per uno studio accademico serio: non c’erano abbastanza studi su cui basarsi; gli scrittori non avevano raggiunto una qualità di scrittura abbastanza alta o una quantità abbastanza grande da giustificare tale lavoro. Quindi, se io, studente serio ed intenzionato a occuparmi di letteratura, ne sono stato allontanato, non mi sorprenderebbe sapere che lo stesso possa essere accaduto ad altri potenziali studiosi, in altre parti del mondo. Ma le cose stanno cambiando, man mano che sempre più giovani studiosi si stanno interessando ad aspetti della letteratura italoamericana che possa rivendicare un certo interesse. Grazie al lavoro di Francesco Durante, Martino Marazzi, e altri giornalisti e studiosi, la letteratura italoamericana è molto più disponibile per lo studente e lo studioso italiano. E grazie al lavoro di critici come Robert Viscusi, Mary Jo Bona, Anthony Julian Tamburri, Edvige Giunta e altri, quel lavoro è stato riconosciuto oggi come materia di studio. Quello a cui stiamo assistendo ora, sono studenti che si basano su quel lavoro già fatto e aprono quello studio a nuovi orizzonti, e questa è la chiave per cambiare le idee, sia dell’accademia italiana, che di quella americana, sull’utilizzabilità di tale curricolo di studio e area di ricerca. ( 3 )

E’ all’interno di questi studi che si situa però l’opera e la vita di Pascal D’Angelo che nasce a Cauze, piccola frazione di Introdacqua (AQ), il 19 gennaio 1894 da Angelo e Annafelicia D'Angelo. Nel 1910, con il padre ed altri paesani di Introdacqua , emigra in America, dopo faticosi e umili lavori manuali si afferma come poeta e pubblica la sua autobiografia. L'idealista Pascal D'angelo muore a 38 anni per una diagnosi e una cura forse sbagliata. Una biografia brevissima , muore infatti ad appena 38 anni ma piena di un intenso fervore di opere il cui Dna è rappresentato proprio da quella terra che ha dovuto lasciare . E anche da tutti quei sacrifici che ha dovuto affrontare , compreso lo studio per padroneggiare la lingua del nuovo paese dove è andato a vivere . Con una voglia non solo di riscatto ma di affermazione attraverso la letteratura che ha rappresentato per lui , come per molti altri, una fuga dalla condizione materiale per sconfiggere emarginazione e povertà che contraddistinguono quella condizione di vita .

E’ lo stesso Pascal d’Angelo che nella sua autobiografia “Son of Italy “ ci racconta la sua Introdacqua . Il paese natale che si impegna da anni, a livello istituzionale, a far conoscere e valorizzare la personalità e l’opera di un suo degno figlio, il poeta e scrittore Pasquale D’Angelo. Un autore che costituisce un “caso”, come da molti è stato rilevato (cfr. G. Prezzolini, Scrittori italiani nel mondo. Voci di poeti nostri negli Stati Uniti). E come lui stesso dice, a conclusione del suo libro, Son of Italy: “mi trasformai in un caso di incredibile interesse”.

Perché Pascal d’Angelo non accetta lo sradicamento e in una specie di catarsi lo trasforma proprio parlandone. Proprio riflettendo su quella che è la permanenza nel nuovo paese, raccontandola sottoforma di autobiografia. Come lui affrontano questi argomenti nella prima metà del ‘900 gli scrittori italo-americani e tra loro numerosi abruzzesi, di prima e seconda generazione, che emigrarono negli Stati Uniti.

Fra questi, Umberto Postiglione di Raiano, il molisano Arturo Giovannitti e il sulmonese Carlo Tresca, furono giornalisti e intellettuali militanti schierati per la difesa dei diritti civili e politici degli immigrati. In altri, come Pascal D’Angelo di Introdacqua, e negli scrittori neoamericani di seconda generazione, quali Pietro Di Donato, la cui famiglia proveniva da Vasto, e John Fante, proveniente da Torricella Peligna per via paterna, domina, con esiti diversi, la componente autobiografica.

Ma non solo scrittori anche cantanti, attori, politici Sono nati tutti in America, da genitori abruzzesi di umili origini, emigrati negli USA agli inizi dello scorso secolo con le tradizionali valigie di cartone legate con lo spago. Sono personaggi come Perry Como, Dean Martin, Rocky Marciano, Madonna, Henry Mancini, Mario Lanza ed altri appartengono alla razza sovrana e testarda della gente d’Abruzzo.

Un elenco lungo e nutrito di talenti come Mario Cuomo, ex Governatore dello Stato di New York, gli ex sindaci di New York Rudolph Giuliani, Vincent Impellitteri, Fiorello la Guardia, Antony Joseph Celebrizze, ex ministro degli Stati Uniti d’America, il pugile Jake La Motta, il grande campione di baseball Joe Di Maggio (consorte dell’attrice cinmematografica Marilym Monroe), i cantanti Frankie Avalon, Vic Damone, Connie Francis, Frank Sinatra, Bruce Springsteen, gli attori cinematografici Rodolfo Valentino, Anne Bancroft, Ernest Borgnine, i registi Frank Capra, Martin Scorzese, Vincent Minnelli e Francis Ford Coppola, gli altri attori di cinema Robert De Niro, Leonardo Di Caprio, Ben Gazzarra, Liza Mannelli, Al Pacino, John Travolta, Sylvester Stallone.

Ricordando questi uomini e queste donne va ancora precisato storicamente che in particolare circa 5,5 milioni di italiani sono immigrati negli Stati Uniti dal 1820 al 2004. Un numero impressionante se vogliamo che ha segnato la storia di due paesi. .

Il “caso Pascal D’Angelo”, secondo Mario Setta , che lo ha ricordato in un suo scritto recente : “ può essere analizzato secondo due aspetti: letterario e sociologico. Sotto il profilo letterario si tratta di un caso intrigante e, per molti aspetti, ancora fitto di interrogativi dalle molteplici risposte. Mario Setta si avvale per affrontare l’esame del profilo letterario dello scrittore italo americano le categorie che Italo Calvino nelle Lezioni americane propone “ per il prossimo millennio “ tra cui la “leggerezza” come capacità di reagire al peso di vivere e come bisogno di liberarsi dalla precarietà e dal bisogno e la “rapidità”,la “ visibilità” e la “molteplicità “ fino a far coincidere alcuni interrogativi di Italo Calvino con quelli di Pascal D’Angelo per superare la frontiera letteraria ed arrivare a quella sociologica . .

Infatti scrive testualmente Mario Setta : “ A questi interrogativi di Calvino, ecco gli interrogativi di Pascal D’Angelo, nella lettera all’editore di The Nation: «Io sono uno che arranca con fatica per emergere dal buio dell’ignoranza e portare il suo messaggio di fronte ad un pubblico, di fronte a voi. Voi la cui missione è di difendere l’immensa causa degli oppressi. Questa lettera è il grido di un’anima che si è arenata sui lidi tenebrosi lungo il suo disperato viaggio verso la luce […]» E, a conclusione dell’autobiografia, annota: «Per gli ambienti letterari mi trasformai in un caso di incredibile interesse, divenendo oggetto di grandi festeggiamenti, curiosità e attenzione. […] Ma, fra tutte, le parole più sentite e sincere che mi scaldarono il cuore, furono quelle dei miei compagni…».Queste parole conclusive riportano il “caso Pascal D’Angelo” da quello letterario a quello sociologico. Perché si tratta soprattutto di “caso sociologico”. Pascal D’Angelo, descrivendo la sua vita di emigrante, descrive la vita degli emigranti italiani negli Usa, ai primi decenni del ‘900. Nella sua vita di emarginazione, di stenti, di maltrattamenti c’è la vita delle migliaia di abruzzesi e dei milioni di italiani che emigrarono per le terre scoperte da Colombo. La sua opera non è solo una descrizione, è anche una denuncia. Non un libro politico, ma un grido di rivolta in nome dei valori umani, universali. Jean Paul Sartre, nella prefazione al libro di Frantz Fanon, I dannati della terra, ha scritto: “Le bocche s’aprirono da sole; le voci gialle e nere parlavano ancora del nostro umanesimo, ma era per rimproverarci la nostra inumanità”. Il libro di Pascal D’Angelo si pone su questo filone, che sta tra l’inchiesta e la denuncia, tra l’arte e il messaggio, tra l’intuizione e la ragione. Un’opera che può ben definirsi: “libro di vita”. Una vita che si “radica” su due terreni: Introdacqua e New-York, Càuze e Mulberry Street.

L’opera che ha fatto conoscere dunque Pascal D’Angelo oltre che le sue raccolte di poesie è la sua autobiografia Son of Italy in cui si racconta all’interno di una narrazione più ampia che per esempio guarda al fenomeno dell’emigrazione e le sue motivazioni di cui dice : “ La nostra gente è costretta ad emigrare, ad allargare i confini di un’esistenza stretta nella morsa di uno spazio angusto. In quelle terre ci sentiamo in trappola. Ogni centimetro appartiene a pochi privilegiati che la fanno da padroni. Col finire dell’inverno buona parte dei campi della nostra valle viene data in affitto o messa stagionalmente a disposizione dei contadini che pagano pigioni altissime a tassi d’usura, vale a dire, beneficiando solo della metà o addirittura di un quarto del raccolto, a seconda delle necessità che dipendono dal proprietario o dalle condizioni disperate del contadino in cerca di terra» (Son of Italy, p. 65) continuando : “Cos’è allora che trae l’uomo in salvo impedendogli di rimanere schiacciato sotto il peso di quella inesauribile necessità? Il Nuovo Mondo!» (Son of Italy, p. 65).”Qui gli immigrati che arrivano dalla stessa città formano gruppi compatti tra loro, e simili ad uno sciame d’api dello stesso alveare, vanno a lavorare laddove il loro caposquadra o ‘boss’ gli trova qualcosa. Così noi che ci eravamo riuniti quasi per caso diventammo come una vera famiglia fino al giorno in cui la morte e altre calamità non ci costrinsero a separarci». (Son of Italy, p. 80)

Una vita ,quella dell’emigrato molto dura : “Ovunque era ammazzarsi di fatica…”; “Ovunque era lavoro e fatica, sotto una cappa di sole incandescente o sotto le sferzate della pioggia, lavoro e sempre lavoro: continuo e inarrestabile”.

Dice ancora Mario Setta : “ Le pagine sulla sua condizione di lavoro, sulla sua sopravvivenza precaria, sul suo disagio di vivere sono tra le più toccanti e sconvolgenti. Ma la soluzione non viene ricercata nella politica o nel sindacato. È strettamente personale: il piacere dello scrivere, del comunicare, dell’elaborare un pensiero poetico. Percy Bysshe Shelley, un poeta noto e amato da Pascal D’Angelo, ha scritto: “cibo dei poeti è l’amore e la fama”. Pascal D’Angelo ha cercato di nutrirsi di questi due alimenti. Durante la vita non c’è riuscito. Ed anche “post mortem”, purtroppo, sembra essere ancora uno sconosciuto.” (4 )

Anche se lo stesso Pascal D’Angelo ha pensato qualche volta alla sua morte, al dopo ,lasciando per esempio questa specie di testamento :

A un poeta morto

Il Sole si erge in silenzio come un immenso emblema di splendore

Che custodisce i segreti dell'Eternità.

Per il suo sfavillante splendore,

I tuoi occhi erano come degli stupefacenti cieli popolati da spiriti felici;

E ora - e ora sono volati con il loro carico di bellezza

Oltre il gigantesco sigillo luminoso.

Cos'eri tu se non un sogno, un soave sogno

Nei piani del tuo triste destino?

Il Bruto si è destato e tu sei sparito

Nei sentieri dei sogni

Oltre la luce.

E ora devi ignorare eternamente

Il melodioso richiamo della primavera.

Pascal D'Angelo

To a Dead Poet

The Sun stands aloof like a giant sigil of splendor

Scaling the secrets of Eternity.

Before its baffling brilliance,

Your eyes were like strange heavens peopled with souls of smiles;

And now-and now they have flown with their burden of loveliness

Beyond the giant seal of light.

What were you but a dream-a gentle dream

In the thoughts of your sleeping fate?

The Brute has awakened and you have vanished

Into the pathways of dreams

Beyond the light.

And now you must disobey forever

The sweet trumpet call of Spring.

Pascal D'Angelo ( 5 )

Della sua esperienza di lavoro Pascal D’Angelo scrive in Son of Italy : “"Proprio in quel momento, mentre esitavo, sentii una mano posarsi sulla mia spalla non con violenza ma con delicatezza. Mi girai di soprassalto. Era il vecchio Michele che sta sotto un altro caposquadra. Anche lui era abruzzese, ma proveniva dalla radiosa riviera adriatica, dove limoneti ed aranceti crescono proprio in cima alle scogliere a strapiombo sul mare. Non aveva logorato la giovane virilità in questo incessante lavoro squallido e nella degradazione tra gente estranea. I suoi occhi erano lucenti come se in essi stessero ancora palpitando le speranze di gioventù. Ora però era vecchio e gli piaceva bere.

Mi chiamò per nome: "E dove stai andando, ragazzo?” Era una persona intelligente e parlava un ottimo italiano. Aveva lavorato nella nostra squadra per una settimana, citando spesso Dante che pensavo fosse un antico re. Ma ora, ormai vecchio, i capisquadra lo assumevano più per pietà che per altro e perché poteva discorrere così piacevolmente con loro." (Pascal D'Angelo. Son of Italy, Torre dei Nolfi, Qualevita, 2003. Pag. 140.)


"Memoria", poesia di Pascal D'Angelo, fu trovata dopo la sua morte tra le sue carte nella piccola stanza, a Brooklyn, che aveva ospitato il poeta negli ultimi anni della sua vita.

"Memory" è il profondo ricordo ancestrale del luogo natio, dei pini neri, delle montagne, delle sensazioni umane infantili che non ti lasciano. E' l'inno alla vita senza nostalgia.

La poesia "Memory" fu scritta su un foglietto di carta con la macchina da scrivere regalatagli dalla scrittrice Mary Austin nel 1922.

Pascal annotò sul foglio a futura memoria: "da non vendere". Mi piace pensare che Pascal volesse conservare per sé il suo intimo ricordo dei pini e delle montagne di Introdacqua perché era la sua essenza vitale.

Infatti il 13 marzo 1932 muore Pascal D'Angelo, the pick and shovel poet. Il 10 marzo1932 accusa dolori addominali nella sua “austera stanzetta” al No 98 16th Street di Brooklyn. Solo il 12 marzo dopo l'arrivo di un medico viene accompagnato al Kings Country Hospital di Brooklyn, ma la sua sofferenza fisica viene scambiata per alcoolismo.

In Ospedale prima di morire, le sue ultime parole ad una vicina di casa sono: - Nella mia stanza ci sono alcuni libri della biblioteca, da restituire.

Muore il 13 marzo, per una occlusione intestinale..

Lou Wylie, William Weaver, Clarence Browning Smith, amici ed estimatori del poeta, organizzano il suo funerale al St. Rocco R.C. Church, 27th Street di Brooklyn. Officia il Rev. Thomas Sala; Victor Santilli, sarto musicista di Introdacqua, suona “Taps” (Silenzio) e Garibaldi Lapolla, scrittore e preside di scuole pubbliche di Brooklyn, recita la poesia di D'Angelo “To a Dead poet”. Sono presenti numerosi italoamericani ed americani.

Viene seppellito al St. John Cemetery di Brooklyn. Una scolaresca della Knox School di Coopertown (NY) dona la lapide di granito che viene posta sulla sua tomba.

Gli amici per ricordarlo istituiscono la D'Angelo Society che per alcuni anni premia giovani poeti delle scuole di Brooklyn.

Su facebook ci sono due pagine dedicate a Pascal D’Angelo . La prima viene curata proprio dalla fondazione Pascal D’Angelo, la seconda che si richiama alla sua emigrazione e ha come titolo :Pascal D’Angelo poeta da Introdacqua a New York “viene curata dal Centro studi intitolato a suo nome e nato a Introdacqua .

Sulla pagina facebook della Fondazione Pascal D’Angelo, molto attiva nel ricordare tutte le iniziative a distanza ormai di alcuni decenni dalla morte del giovane emigrato introdacquese in America , della sua lotta contro l’emarginazione e la povertà, si possono leggere documenti e interventi sulla sua vita e sui suoi ideali .

Concludo questo ricordo di Pascal D’Angelo proprio con una sua frase evocativa, forte, piena di speranza, ,vitale come fu il suo impegno e la sua lotta dalla sua autobiografia “Son of Italy “ : "Noi gente delle montagne abruzzesi apparteniamo ad un’altra genìa. Gli abitanti delle dolci pianure del Lazio e della Puglia, nostri pascoli invernali, ci considerano poeti e veggenti. Crediamo nei sogni” E sogno fu la vita di Pascal D’Angelo che ho voluto riportare all’attenzione attraverso i numerosi contributi dai quali ho tratto le informazioni, comprese quelle sull’emigrazione italiana, i cui autori e i siti e le pagine web che li hanno pubblicati compreso quelli che per qualche svista ho omesso di citare . Ringrazio tutti e in particolare Mario Setta che della lettura di “Son of Italy” ha esposto una articolata e documentata sintesi attraverso passi antologici che ho usato anche in questa ricostruzione.

( 1 ) http://www.fulbright.it/la-commissione-fulbright/

( 2 )Cfr. Fuga all’estero per lavoro, gli emigrati italiani sono il doppio degli stranieri che arrivano «La Stampa», 7 ottobre 2014, anche on line: htttp://www.lastampa.it/2014/10/07/italia/cronache/boom -di-emigranti-italiani-le- partenze-doppiano-gli-arrivi-qb4WVnNcUdobbRmfPxb3HI/pagina.html

.( 3 ) http://www.stradedorate.org/2021/05/17/il-complicato-riconoscimento-critico-della-letteratura-italoamericana-intervista-a-fred-gardaphe/?fbclid=IwAR1SiJQDWW1qniM09mgyOax2W4H9lNH2gtD3eCwPs1bY40ghvZbdAcDOk4w

(4) (A cura di Mario Setta) https://www.abruzzonews.eu/il-caso-pascal-dangelo-525683.html

( 5) Poesia di Pascal D'Angelo pubblicata nel dicembre del 1922 e letta al suo funerale da Garibaldi LaPolla.

Pubblicato anche su Anankenews.it

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