lunedì 7 marzo 2022

VERSI D'ALTRI E ALTRI VERSI Izet Serajlić e Sergіj Zhadan

Il conflitto che si è svolto in Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1996 è stato una delle pagine più feroci e cruente del Novecento; in particolare, l’assedio alla multietnica e fino ad allora pacifica città di Sarajevo, è stato uno dei più lunghi e devastanti. Dal 5 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996, in città sotto i bombardamenti e i proiettili dei cecchini, sono morte più di 12.000 persone e più di 50.000 ne sono uscite ferite.

Questa situazione potrebbe ripetersi per Kiev in Ucrania in questa guerra Russo Ucraina che richiama in questi giorni le apprensioni di ognuno di noi. Quell'assedio viene ricordato da Izet Serajlić in due poesie “Ultimo tango a Sarajevo “ e “Sarajevo”. Mentre la guerra in Ucraina a cui stiamo assistendo attraverso i mass media da dieci giorni sembra già descritta e narrata da Sergіj Zhadan nelle sue opere che si possono leggere tradotte e pubblicate in italiano .

Cominciamo con il leggere “Ultimo tango a Sarajevo “ e “Sarajevo”

Ultimo tango a Sarajevo

Il novantaquattro, 8 marzo.
La Sarajevo degli amanti non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinée di danza allo Sloga.
Naturalmente ci andiamo!

I miei pantaloni sono un po’ logori,
e la sua gonna non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siam a Roma,
noi siamo in guerra.

Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
Per la prima volta ballerai con un generale.

Il generale non immagina l’onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango – questo è solo nostro!

Per la stanchezza ci gira un po’ la testa.
Mia cara è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

(1994)

Sarajevo

E adesso dormano pure tutti i nostri cari e immortali.
Sotto il ponte presso il II liceo femminile scorre gonfia la Miljacka.
Domani è domenica. Prendete il primo tram per Ilidža.
Naturalmente, posto che non cada la pioggia.
La noiosa, lunga pioggia di Sarajevo.
Chissà come si sentiva senza di lei Čabrinović in carcere!
Noi la malediciamo, le bestemmiamo contro, e tuttavia mentre cade
fissiamo gli appuntamenti d’amore come fossimo nel cuore di maggio.

Noi la malediciamo, le bestemmiamo contro, sapendo che essa non potrà mai
far diventare la Miljacka né il Guadalquivir né la Senna.
E con ciò? Forse per questo ti amerò di meno
e ti farò soffrire meno nella sventura?
Forse per questo sarà minore la mia fame di te
e minore il mio amaro diritto
di non dormire quando il mondo è minacciato dalla peste o dalla guerra
e quando le uniche parole rimaste sono “non dimenticare” e “addio”?

Del resto, può darsi che questa non sia neppure la città in cui morirò,
ma in ogni caso essa sarebbe stata degna
di un me incomparabilmente più sereno,
questa città dove, a dire il vero, non ho sempre avuto molta fortuna
ma dove ogni cosa è mia e dove posso sempre
trovare almeno uno di voi che amo
e dirvi che sono disperatamente solo.

A Mosca potrei fare lo stesso, ma Esenjin è morto
e Evtušenko è certamente in giro da qualche parte della Georgia.
A Parigi come potrei chiamare il pronto soccorso
se non ha risposto neppure agli appelli di Villon?
Qui, se chiamo, persino i pioppi, che sono miei concittadini,
sapranno ciò che mi fa soffrire.
Perché questa è la città dove, a dire il vero, non ho avuto molta fortuna
ma dove tuttavia anche la pioggia, quando cade,
non è solo pioggia.

1961

Izet  Serajlić scrive in lingua serbo croata ed è ritenuto unanimemente ( secondo Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora) uno dei poeti più interessanti ed importanti del Novecento anche per le numerose traduzioni delle sue opere . Durante la guerra di Bosnia e l'assedio di Sarajevo è rimasto in quella terra e oggi testimonia con i suoi versi le atrocità di quel conflitto. Le sorelle Nina e Raza sono morte per cause dirette della guerra mentre la moglie a causa degli stenti e delle privazioni dovute al conflitto medesimo . Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).

Ricordo molto bene le immagini che vedevamo in televisione in quegli anni; increduli, incapaci di pensare che in Europa, a due passi da noi, in una città come una qualsiasi altra città che conoscevamo, potesse accadere tutto ciò. I miei ricordi, come molti dei miei coetanei, si riallacciavano al 1984, anno delle olimpiadi invernali proprio a Sarajevo, a cui, ora, non riuscivamo ad associare le immagini tremende che vedevamo al tg.

Prendo le poesie “Ultimo tango a Sarajevo” e “ Sarajevo” da un blog “ il mestiere di leggere “ che così le presenta :”Vi parlo di questo perché ieri mi è capitata sottomano un’edizione di poesie di Izet Serajlić, e oggi vorrei proporvi alcuni suoi versi, per cercare di non dimenticare e per ricordarci che quello che abbiamo visto allora in Bosnia Erzegovina sta ora accadendo in molti altri luoghi del pianeta, perché certe lezioni, purtroppo, non si imparano mai.

L'autrice del post poi continua riferendo alcune notizie biografiche di Izet  Serajlić: “ conosciuto come Kiko, nacque a Doboj nel 1930, nella Bosnia settentrionale, in una famiglia musulmana; nel 1945 si trasfeì a Sarajevo, dove compì gli studi universitari alla facoltà di filosofia. Nel 1954 fondò il “Gruppo 54”, un movimento di innovazione poetica; fu inoltre uno degli organizzatori delle “Giornate poetiche di Sarajevo”.

Dopo la guerra in Bosnia, grazie all’amicizia con Alfonso Gatto, iniziò a frequentare Salerno e avviò una stretta collaborazione con la “Casa della poesia” di Baronissi (in provincia di Salerno) della quale divenne presidente onorario. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro “Qualcuno ha suonato“. Vi invito a visitare il sito della “Casa della poesia” per approfondire la vita e la poetica, e per trovare la bibliografia completa delle sue opere. Morì a causa di un infarto, nella sua Sarajevo, il 2 maggio 2002.A proposito di Sarajevo e dell’assedio, vi suggerisco la lettura di due romanzi che mi hanno molto colpita. Uno è “Venuto al mondo” della Mazzantini. So che a sentire questo nome molti storceranno il naso, ma a me il romanzo è piaciuto molto, la storia e l’ambientazione sono di grande impatto e descrivono con grande lucidità e struggimento quegli anni.L’altro è “Il pittore di battaglie” di Arturo Peréz-Reverte.Da ultimo, non posso non suggerire la lettura di “La cotogna di Istanbul” di Paolo Rumiz.(1 )

Lo scrittore che sembra aver già raccontatao la guerra russo croata è Sergіj Zhadan indiscutibilmente il numero uno della moderna letteratura ucraina. Autore di 12 libri tra cui i romanzi “Depeche Mode”, “Vorochilovgrad”, “Mesopotamia”. Due volte vincitore del “Libro dell’anno” e vincitore del Premio Conrad. Quando Zhadan non aveva ancora 30 anni, era già considerato il primo poeta di Ucraina, mentre ora è il miglior romanziere. Membro attivo della rivoluzione arancione,durante gli scontri il 2 marzo a Kharkiv rifiutandosi di inginocchiarsi davanti alla bandiera russa, è stato picchiato e ha ricevuto molteplici lesioni alla testa.

Scrive Massimiliano Di Pasquale : “Coincidenza vuole che quest’anno i due eventi, celebrati anche dalla diaspora ucraina nel nostro Paese, cadano in concomitanza con l’uscita italiana de Il Convitto (Voland), l’ultimo romanzo di Serhiy Zhadan incentrato sul tema della guerra in Donbas, conflitto scatenato nella primavera del 2014 dalla Russia avvalendosi di proxy, truppe regolari, mercenari e separatisti locali.

Zhadan, forse lo scrittore ucraino contemporaneo più conosciuto in patria e all’estero (fatta eccezione per l’Italia dove una slavistica monopolizzata dalla russistica e un’ucrainistica spesso miope e autoreferenziale non permettono ad autori anche validi di essere conosciuti dal grande pubblico), è originario di Starobilsk (Luhansk), cittadina del Donbas dove è vissuto fino a diciotto anni prima di trasferirsi a Kharkiv.
Capitolo conclusivo di una trilogia ideale che comprende Voroshylovhrad (pubblicato in Italia nel 2016 da Voland con il titolo La strada del Donbas) e Mesopotamia (Voland, 2018), Il Convitto (titolo originale Internat), uscito analogamente a Mesopotamia dopo lo scoppio del conflitto tra Mosca e Kyiv, è senza ombra di dubbio l’opera migliore data sinora alle stampe dallo scrittore ucraino.

Smessi per sempre i panni dello scrittore rock, seppure anche ai tempi in cui veniva definito l’enfant-prodige della letteratura ucraina sarebbe stato riduttivo considerarlo semplicemente un romanziere dal taglio pop, nonostante le tante citazioni dai Beatles, ai Depeche Mode ai Sex Pistols disseminate qua e là nei titoli e all’interno delle sue opere (Depeche Mode, Anarchy in the Ukr), Zhadan è oggi un autore nel pieno della sua maturità. (2)

Sempre Massimiliano Di Pasquale su East Journal : “ Serhiy Zhadan, enfant terrible della letteratura ucraina, venerato in patria come una vera e propria rockstar, è il portavoce di una generazione che, nonostante la lentezza dei cambiamenti nel proprio paese, guarda ancora fiduciosa all’Europa ed è orgogliosa della propria “ucrainità”.  Originario di Starobilsk, cittadina nella regione orientale di Luhansk, a dieci chilometri dal confine russo, Zhadan scrive rigorosamente in ucraino e parla di preferenza questa lingua. A chi gli fa notare che nell’Ucraina dell’Est tutti si esprimono in russo, lui replica con pacatezza che questo è uno stereotipo e che la sua famiglia ha sempre preferito l’idioma nazionale a quello dei soviet.

Nonostante la sua fama abbia da tempo varcato i confini della sua Kharkiv, dove risiede da più di 20 anni e dove all’epoca della Rivoluzione Arancione organizzò le manifestazioni di piazza, Serhyi lo potresti tranquillamente confondere con uno dei tanti studenti universitari che, seduti sulle panchine dei giardini Shevchenko, addentano fumanti pirozhki tra una lezione e l’altra. Anche perché Zhadan, un po’ per la sua aria da bravo ragazzo, un po’ per l’aspetto da adolescente, non dimostra affatto le sue trentanove primavere. E fai davvero fatica a credere che lui, con quell’aria mite e riservata, scriva di zapoy (abusi alcolici) dentro vagoni ferroviari come l’altro kharkiviano d’adozione Eduard Limonov. Quel Limonov che, nonostante le sue posizioni politiche anti-ucraine, Zhadan considera da un punto di vista letterario un vero e proprio maestro.” (3)

Il Convitto è un romanzo di guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”, come fa giustamente notare la traduttrice Giovanna Brogi nella postfazione.
Nulla a che spartire con la retorica belluina intrisa di dannunzianesimo sovietico e granderusso di Limonov o peggio ancora del suo più giovane epigono Zachar Prilepin (il poeta vate da lassù ci perdoni per averlo accomunato a questi due mediocri scrittori russi) che nel romanzo
“Nekotoryie ne popadut v ad” (Alcuni non andranno all'inferno) – opera non ancora uscita in Italia – racconta la sua esperienza a Donetsk, a fianco dei separatisti in un battaglione creato per sua iniziativa al fianco del leader separatista Alexander Zakharchenko.
Zhadan, rifuggendo ogni retorica, anche quella pacifista, racconta ai lettori gli orrori e la stupidità di una guerra nell’ultimo angolo remoto d’Europa. (4)

( 1) https://ilmestieredileggereblog.com/2018/01/12/izet-serajlic-ricordando-sarajevo/

(2 )https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4346-la-guerra-in-ucraina-nelle-pagine-di-serhiy-zhadan#

(3)https://www.eastjournal.net/archives/28448

( 4 )https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4346-la-guerra-in-ucraina-nelle-pagine-di-serhiy-zhadan#


Eremo Rocca S. Stefano lunedì 7 marzo 2022

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