“O
Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra
redenzione”: è con questa preghiera che apriamo la liturgia di
questa domenica. Il Vangelo ci annuncia una misericordia che è già
avvenuta e ci invita a riceverla in fretta: “Vi supplichiamo in
nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, dice san Paolo
(2Cor 5,20).
Il padre non impedisce al suo secondogenito di
allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che il figlio
impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca
di aspettare, fino al momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo,
a casa.
Di fronte all’amore del padre, il peccato del figlio
risalta maggiormente. La sofferenza e le privazioni sopportate dal
figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e
di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione
perduta risveglia in lui un altro desiderio: riprendere il cammino
del focolare familiare.
Questo desiderio del cuore, suscitato
dalla grazia, è l’inizio della conversione che noi chiediamo di
continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell’accoglienza del padre.
La
figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo
veramente da figli e figlie se non proviamo gli stessi sentimenti del
padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno di essere
costantemente accolti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il
cristiano una festa del perdono ricevuto e di vera fratellanza
Dal libro di Giosuè (Gs
5,9a.10-12)
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè:
«Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Gli
Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al
quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.
Il giorno
dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento
abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno
seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna
cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono
i frutti della terra di Canaan.
Dalla seconda lettera di san Paolo
apostolo ai Corìnzi (2Cor 5,17-21)
Fratelli, se uno è
in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco,
ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha
riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero
della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il
mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando
a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque,
siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi
supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con
Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato
in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di
Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc
15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti
i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi
mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con
loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due
figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la
parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue
sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte
le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo
patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto,
sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a
trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno
degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a
pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si
nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé
e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e
io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno
di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.
Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo
padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al
collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il
Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo
figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il
vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al
dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è
tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono
a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno,
quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei
servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose:
“Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello
grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e
non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli
rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai
disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto
per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo
figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per
lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre:
“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma
bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era
morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
L’annuncio dell’amore fedele di Dio che diviene
perdono è al cuore del messaggio del vangelo di questa
domenica. Amore fedele di Dio significato dall’agire del padre
protagonista della parabola che costituisce la pericope evangelica
odierna (Lc 15,1-32). Un agire, o forse, un non-agire, che appare
scandaloso e che non può non interpellarci. Il padre, di fronte al
figlio che pretende di avere la parte di patrimonio che gli spetta,
non si oppone, ma obbedisce. E quando il figlio, “dopo non molti
giorni” (Lc 15,13) decide di andarsene, non gli si oppone e non gli
dice nulla. Il padre appare senza parola e senza iniziativa: è un
padre che non impone la legge del padre. Non fa un solo gesto per
impedire quella spartizione anticipata dei beni che era sconsigliata
dal Siracide: “Al figlio […] non dare potere su di te finché sei
in vita. Non dare ad altri le tue ricchezze perché poi non ti penta
e debba richiederle. […] È meglio che i figli chiedano a te
piuttosto che tu debba volgere lo sguardo alle loro mani. In tutte le
tue opere mantieni la tua autorità e quando finiranno i tuoi giorni
al momento della morte assegna la tua eredità” (Sir 33,20-24).
Questo padre sembra rinunciare alla sua autorità. Da lui nemmeno una
parola per indurre il figlio a cambiare idea o per consigliarlo una
volta che ha deciso di andarsene. Segno di debolezza? Di incapacità
di comunicazione con i figli? Il non detto del testo consente diverse
interpretazioni, ma il senso delle parabole che Gesù sta narrando,
che evocano l’atteggiamento di Dio verso l’uomo, suggeriscono che
questo silenzio e questa inazione siano voluti e facciano parte
dell’agire di amore di questo padre che rinvia al Dio Padre
esplicitamente richiamato al termine delle due prime parabole in Lc
15,7 e 10. Questo padre ha il coraggio e la forza di non fare
niente. Anche una volta che il figlio minore se n’è andato,
non lo va a cercare come il pastore che si mette in cerca della
pecora smarrita, ma resta a casa, facendo un atto di fiducia radicale
e restando in attesa. E che il suo restare a casa non sia segno di
rassegnazione o di disinteresse, lo mostra il fatto che quando il
figlio intraprenderà la via del ritorno, lo intravvederà ancora
lontano e gli correrà incontro. A dire di un’attesa sempre vigile,
di un desiderio mai scemato, di un amore mai venuto meno. A dire di
un padre che ha avuto la forza di lasciare che la soggettività del
giovane si manifestasse, anche in un modo che certamente gli
provocava angoscia e dolore. Il silenzio del padre non è dunque
segno di debolezza ma
di forza nei confronti di se stesso. Ha saputo
non cedere alla tentazione di incatenare il figlio alla casa per non
dover soffrire lui stesso. Il padre ha accettato che l’allontanamento
fosse la via per il figlio di nascere a se stesso, di incontrare se
stesso. Non a caso il momento di svolta dell’itinerario del giovane
sarà il “rientrare in se stesso” (Lc 15,17). Dunque, di questo
aveva bisogno il figlio: di trovare lo spazio e le condizioni per
prendere contatto con se stesso, per fare di se stesso la casa in cui
entrare prima di poter rientrare nella casa paterna. Con sofferta
intelligenza dunque, il padre non ha compiuto gesti autoritari per
fermarlo, pur sapendo i rischi che il giovane avrebbe corso andando
in un paese lontano. Ha accettato di vedersi sconfessato come padre e
ha deciso di non attivare le funzioni di autorità e di parola, di
legge e di interdetto proprie della figura paterna. Ha capito che il
problema non era quello di proteggere se stesso dalla angoscia che
gli avrebbe provocato l’allontanamento del figlio, ma di dare
spazio al figlio, anche al suo errare e al suo errore. Ha avuto la
forza di non pensarsi onnipotente e infallibile, di non ritenere di
sapere lui quale fosse il bene del figlio e di imporglielo. La
compassione del padre inizia già qui, nel sentire l’unicità del
figlio e nel percepire la sofferenza del figlio stesso dietro alla
decisione che aveva preso. La compassione del padre esploderà
emotivamente al ritorno del figlio: allora le viscere paterne si
spaccano (esplanchnísthe: Lc 15,20), ed ecco la corsa,
l’abbraccio, il bacio, la veste migliore, l’anello, il vitello
grasso, la festa. Ma questo momento non è che l’epifania di una
sofferenza con e per il figlio, di un com-patire che egli ha
assunto accettando la soggettività del figlio. Si è fatto servo del
figlio. Gli ha dato spazio ritraendosi. Ha agito efficacemente
scegliendo di non agire.
Il testo si apre con un’affermazione (“Un uomo aveva due
figli”) che fa emergere un vuoto, una mancanza. Manca la madre in
questa famiglia. Dov’è? Non lo sappiamo, ma in ogni caso, il
venire al mondo ci lascia in eredità anche dei vuoti e delle lacune
che segneranno il nostro futuro. Di certo, invece, la famiglia è
ricca: campi, vitelli, servitù, dicono di una famiglia agiata, tanto
che il minore vuole la sua parte di eredità che certamente è
sostanziosa. La centralità del denaro è sottolineata dal fatto che
sono questi che rendono possibile al giovane di andarsene e poi di
spendere tutto e di comprare tutto, anche l’amore, riducendo tutto
a oggetto (le uniche figure femminili ricordate nel testo sono le
prostitute al v. 30). E comunque, il padre lascia fare. Il suo
silenzio è difficilmente comprensibile anche alla luce di quanto
dice la Scrittura. In Siracide 3,16 si afferma che “chi abbandona
il padre è come un bestemmiatore”. Il padre lascia che il figlio
lo metta simbolicamente a morte per avere l’eredità. Non gli
ricorda nemmeno i consigli del Siracide che dicono: “Non perderti
dietro alle prostitute per non dissipare il tuo patrimonio” (Sir
9,6). Lascia che faccia il suo cammino, ma non lo abbandona. Il
figlio l’ha abbandonato, ma lui non lo abbandona e continua a
gettare un ponte interiore verso di lui con lo sguardo che per ora
vede il vuoto, ma attende una presenza. Il figlio minore è stato
illuso dal tutto che lo ha inebriato: egli ha raccolto tutto
(v. 13) prima di partire, ma ben presto, quando ha speso tutto
(v. 14), sopravviene la carestia che lo riduce in miseria, e l’urto
violento con la realtà che viene a prodursi funziona come memoria
dell’essenziale e nostalgia della condizione precedente da cui si è
allontanato. Dalla pretesa passa all’indigenza e alla dipendenza da
ciò che altri gli danno o gli negano (“nessuno gli dava nulla”:
Lc 15,16). Lui che si era sciolto dai legami, ora si lega (v. 15) a
uno straniero che non è padre, ma padrone. Allora rientra in se
stesso: in se reversus. Questo rientro in sé significa:
presa d’atto della realtà e coraggio di nominare la
propria situazione penosa: “Io qui muoio di fame” (v. 17);
memoria di ciò che viveva prima: “Quanti salariati di mio
padre hanno pane
in abbondanza” (v. 17); decisione, mossa
più dal bisogno che da pentimento: “Mi alzerò e andrò da mio
padre” (v. 18). Così avviene e il padre gli corre incontro e fa
festa. Davvero non è il pentimento che precede il perdono, ma, come
notava Max Scheler, “è solo nello scorgere con stupore l’amore
paterno che erompe potentemente il pentimento”. Il pentimento nasce
dalla presa di coscienza di un amore restato fedele e mai venuto meno
anche quando è stato da lui misconosciuto. Dunque, “si alzò e
venne da suo padre” (Lc 15,20). “Venne”, non “tornò”. C’è
un novum in quel cammino che più che un ritorno è l’inizio
di qualcosa di nuovo. E il padre che prima non aveva fatto nulla, ora
invece si dà un gran da fare. Accoglie, fa festa, provvede ai
bisogni materiali, onora il figlio quasi fosse un principe che viene
incoronato. Il vuoto non era affatto vuoto. L’inazione è ora un
ricordo che si sbriciola di fronte alle tante azioni che egli compie,
il silenzio si interrompe di fronte alle tante cose che egli ora
dice, quasi in un inno di giubilo. Questo gioire è l’altra faccia
del soffrire coperto dal silenzio e dalla pazienza nel lungo tempo
dell’attesa. Ecco il lungo respiro dell’amore, la pazienza, la
compassione. Il padre poi non si interessa minimamente della condotta
morale del figlio o del patrimonio dissipato; c’è
un’incondizionata accoglienza del figlio, senza esigere percorsi di
pentimento o sottoporlo a esami di dignità e di ri-ammissione alla
casa da cui se n’è andato.
Il figlio maggiore reagisce malamente. Ma anche a lui il padre va incontro rivelandogli che ciò che è del padre è anche suo. E che egli è amato così com’è. Non deve meritare o mostrare nulla, non deve pensare che solo lavorando come uno schiavo sarà amato. Non deve nascondere la propria paura dell’amore dietro a una ossessione del dovere. Ma il percorso è lui che lo deve fare. Il più giovane ha fatto un percorso tortuoso per arrivare a rendersene conto; il maggiore è chiamato a scoprire la stessa cosa, con un percorso che dovrà essere suo, non imitazione di un altro. Il percorso di ciascuno di noi per cogliere l’amore incondizionato di Dio è personale e non clonabile. È insensato voler imitare altri percorsi. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” dice Gesù. E quale migliore narrazione dell’amore unilaterale e incondizionato di Dio, che l’amore rivolto a pubblicani e peccatori, a non-giusti e non-santi. Affinché, se pentimento e conversione di una persona avvengono, siano opera della sua libertà, del suo sentirsi amata e del suo arrendersi alla potenza dell’amore.
(Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/15018-il-lungo-respiro-dell-amore)
Eremo Rocca S. Stefano sabato 26
marzo 2022)


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