“Dal
1948 la Commissione per gli Scambi Culturali fra l’Italia e gli
Stati Uniti gestisce un programma di borse di studio noto come
Programma Fulbright dal nome del suo ideatore Sen. J. William
Fulbright. Il primo accordo tra il Governo Statunitense ed il Governo
Italiano fu firmato il 18 Dicembre 1948. Il secondo accordo,
ratificato con Legge 12 Giugno 1980 fu sottoscritto nel 1975. La
Commissione per gli Scambi Culturali fra l’Italia e gli Stati Uniti
(Atto costitutivo 18/7/1972) gode dello status di ente con
personalità giuridica ed è retta da un Comitato Direttivo
costituito da dodici membri: sei americani nominati dall’Ambasciatore
degli Stati Uniti d’America e sei italiani nominati dal Ministro
degli Affari Esteri. Il Ministro degli Affari Esteri e l’Ambasciatore
degli Stati Uniti d’America sono i Presidenti onorari della
Commissione. La Commissione è un ente binazionale finanziato
congiuntamente dallo U.S. Department of State, Bureau of Educational
and Cultural Affairs ed il Ministero degli Affari Esteri italiano,
Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e
Direzione Generale per i Paesi delle Americhe. Le attività della
Commissione hanno come obiettivo il rafforzamento e l’ampliamento
dello scambio culturale tra l’Italia e gli Stati Uniti”.( 1 )
E’ quanto si legge sulla pagina web della Commissione per gli Scambi culturali tra Italia e Stati uniti che ha come compito specifico quello di : promuovere opportunità di studio, ricerca ed insegnamento in Italia e negli Stati Uniti attraverso borse di studio per cittadini italiani e statunitensi (70 borse di studio ogni anno); promuovere l’organizzazione di attività di rilievo culturale, educativo e scientifico di carattere nazionale ed internazionale; offrire un Servizio Informazioni sulle borse di studio Fulbright e sullo studio negli Stati Uniti presso la sede di Roma e l’ufficio consolare del Governo degli Stati Uniti di Napoli; offrire borse di studio a Università italiane e centri di ricerca attraverso il Fulbright Inter-country Program e il Fulbright Specialist program.
Un lavoro proficuo che dura tutt’oggi in una situazione in cui ,secondo il IX Rapporto « Italiani nel Mondo »della «Fondazione Migrantes», pubblicato nell’ottobre 2014, ci sono 95mila italiani emigrati nel 2013 in quel paese. Un dato statistico che seppure di qualche anno fa dimostra comunque come il flusso di emigrazione si attesta su numeri molto più elevati di quelli dell’immigrazione in Italia, che non superano il tetto dei 45mila arrivi all’anno. ( 2 ) Un lavoro che dunque promuove opportunità di studio e scambio culturale tra l’Italia e in generale le Americhe quelle del nord e del sud in modo meritorio .
Di
questo scambio e di queste attività vogliamo parlare con
riferimento agli attuali “studi italoamericani” in Italia e
in particolare ad una storia e vicenda umana che è quella di
Pascal D’Angelo ,poeta ed idealista nato ad Introdacqua ,provincia
di L’Aquila il 19 gennaio 1894, emigrato negli Stati Uniti
d’America nel 1910 con l’intera famiglia, morto a soli 38 anni .
Un caso che può essere esaminato secondo due aspetti: letterario e
sociologico ma che comunque è significativo di quella storia
dell’emigrazione italiana nell’America. Un emigrazione che
rappresentò un vero e proprio salto della luna e che vide uomini e
donne lasciare i loro paesi,per cercare non solo una condizione di
vita migliore per sé ma soprattutto per i propri figli. Si partiva
per lasciarsi alle spalle la povertà, la fatica del lavoro nelle
campagne, le rovine di qualche guerra . Molti di quegli italiani e
figli di quegli italiani della prima e seconda generazione hanno
offerto le loro capacità e le loro potenzialità allo sviluppo del
paese in cui erano emigrati. Molti di quegli italiani sono ritornati
nel paese di origine e dopo lo spopolamento delle campagne hanno
riacquistato i poderi che prima avevano in affitto o alla parte. Le
rimesse di quegli italiani che lavoravano nelle Americhe ai loro
familiari rimasti in Italia ,rappresentarono un modo per tirare
avanti e non solo. Gli americani conobbero l’Italia e l’Europa
dapprima in occasione della prima guerra mondiale ma soprattutto in
occasione dello sbarco in Sicilia, verso la fine della seconda
guerra mondiale .Gli americani liberarono Napoli e poi Roma
dall’occupazione nazifascista e scrissero una pagina di storia
nelle comunità del sud Italia che videro in loro i liberatori. E
negli anni successi, nel primo dopoguerra, portarono mode ,
musiche, spettacoli televisivi, film,alimenti, sigarette e sigari
che segnarono il costume e la cultura di un paese con un processo
all’incontrario : quello che era andato verso le coste del
Pacifico tornava arricchito, trasformato, rinnovato fino a
stabilire appunto un nuovo scambio , in cui le “ eccellenze
italiane” rappresentano un vero caposaldo anche oggi negli scambi
, non solo commerciali, ma anche culturali e di costume .
Parlando del fenomeno dell’emigrazione italiana in breve si deve ricordare come si sia sviluppato attraverso ricorrenti ondate , alcune delle quali paragonabili a vere e proprie fughe e attraverso lenti stillicidi, lenti ma costanti. Nell’Ottocento l’arretratezza agricola spinse migliaia di lavoratori a lasciare l’Italia alla ricerca di una vita e un futuro migliore . E’ quello che accade oggi per frange di popolazione di alcuni paesi dell’Africa che fuggono appunto da fame, guerra ,povertà,persecuzioni, carestie, siccità.. Prima dell’Unità l’emigrazione dall’Italia si rivolgeva all’interno della stessa Europa, verso paesi come Francia, Svizzera, Germania.
Dopo
l’Unità il fenomeno si rivolse ai paesi oltreoceano e si estese
fino ad un vero e proprio dissanguamento. Circa undici milioni di
italiani, lasciarono il nostro paese , attraversando gli oceani a
bordo di navi spesso malandate , allettati dagli agenti delle stesse
società di navigazione che fornivano loro un biglietto “ allo
sbaraglio”. Le cronache raccontano come da Introdacqua per
esempio, il paese di Pascal D’Angelo di cui ci occuperemo a breve,
scendevano file ininterrotte di emigranti per raggiungere Sulmona e
poi il porto di Napoli. Avevano racimolato i denari per comprare il
biglietto; avevano venduto tutto quello che possedevano. Avevano
tagliati ponti materiali. Andavano a cercar fortuna in America ma
portavano nel cuore e nella mente i loro paesi, le loro montagne , il
loro modo di vivere e di pensare che non avrebbero però mai
abbandonato del tutto. Si avventurarono oltreoceano con vecchie navi
lasciando l’Italia con un viaggio che durava settimane in
scomparti di prima ,seconda e terza classe. A volte interi nuclei
familiari. A volte solo il capofamiglia Per giorni e giorni
sostavano nel porto di Napoli e in America in quello di New York ;
venivano sottoposti a visite mediche, dovevano rispettare una
quarantena . La loro meta erano i paesi dell’ America Latina,
Brasile e Argentina poiché proprio in quei territori vi era una
maggiore richiesta di manodopera nelle industrie e per essere
impiegati come manodopera nella coltivazione degli estesi territori
di quei Paesi . A partire dal 1890 in Italia ci fu un secondo
flusso
migratorio,
denominato new
migration.
Meta gli Stati Uniti, che in quegli anni avevano bisogno di
manodopera per la loro crescita economica che fu,in quel periodo,
senza pari nella loro storia,
Le rimesse di quegli emigrati aiutarono l’economia italiana per l’acquisto di materie prime e per estinguere i debiti con gli altri paesi. Sembrò in alcuni momenti che l’emigrazione fosse la soluzione per l’arretratezza delle campagne secondo le tesi di molti politici e studiosi. Molti proprietari terrieri che in un primo momento soffrirono della mancanza di manodopera e dovettero aumentare i salari , in un secondo momento, quando molti emigrati tornarono per acquistare terra ( che era stato il sogno per il quale erano emigrati ) riuscirono a disfarsi delle terre peggiori dei loro latifondi ed ebbero a disposizione denaro contante per trasformare un ceto parassitario in una borghesia emergente,integrata con le professioni emergenti in quel contesto societario che si andava determinando , favorita anche da altri fenomeni e condizioni che qui sarebbe troppo lungo riferire .
Con
la prima Guerra mondiale il fenomeno sembrò attenuarsi e cessò
definitivamente anche a causa delle condizioni politiche che si
delinearono in Europa ( nazismo, fascismo ) e per le leggi
restrittive alla emigrazione che gli Stati Uniti posero per
cercare di controllare l’entrata di italiani e degli altri europei
nel territorio americano.
Con la fine della seconda guerra
mondiale , a partire dal 1945, l’ondata migratoria coinvolse
l’Italia meridionale e insulare verso paesi europei come la
Germania e la Svizzera dove vi era una richiesta di manodopera nelle
industrie metal meccaniche. Il flusso migratorio verso l’estero
cominciò a diminuire intorno agli anni Sessanta quando in Italia ci
fu il boom economico che dette vita al fenomeno dell’emigrazione
interno dai paesi del sud Italia al nord industrializzato.
In questo contesto storico dunque i rapporti con i paesi di arrivo di quei flussi migratori e gli scambi culturali sono stati sempre molto intensi. Producendo studi e ricerche spesso veramente interessanti . Ma anche difficoltà e caduta di interessi. Come per esempio di recente proprio negli studi italoamericani in Italia.
Nell’intervista
al Professor
Fred Gardaphé, di Michela Valmori dell’Osservatorio
Letteratura e Cultura Italoamericana
del maggio 2021 per Strade dorate.org alla domanda : “
Quali
pensa possano essere le ragioni dello scarso interesse accademico per
gli studi italoamericani in Italia?” Fred Gardaphè rispondeva così
: “Per
molto tempo, l’esperienza degli immigrati italiani in America non è
stata considerata americana, e quindi non era studiata da quegli
studiosi italiani che erano venuti a studiare la letteratura
americana negli Stati Uniti. Come me, la loro vicinanza emotiva a
quell’esperienza li tratteneva dal vederla come qualcosa che
potesse essere esplorata in contesti educativi formali. Molti avevano
parenti emigrati dall’Italia, e l’idea stessa di studiare
qualcosa di personale in un contesto pubblico, almeno allora, non era
qualcosa da poter essere fatto in ambito scolastico. Quando il
movimento multiculturale cominciò a prendere piede e a guadagnare
potere nell’accademia statunitense, l’attenzione andò ai gruppi
etnici e razziali che erano coinvolti politicamente: l’azione
politica è necessaria per poter suscitare l’attenzione culturale
negli Stati Uniti, specialmente in un’economia basata sul
capitalismo. Trasformare le rivoluzioni in tendenze, le rende
vendibili e aumenta le opportunità per gli istigatori di vendere;
trasformare precarie canzoni rap in bestseller
è semplicemente il modo del capitalismo di disinnescare le sfide al
potere sociale e politico. Se il mainstream,
sia nelle arene commerciali che in quelle educative, non sanziona
l’attenzione a qualcosa, questo non viene preso abbastanza sul
serio da premiare coloro che vi prestano attenzione. È semplice.
(…) Mi è stato detto, da intellettuali ormai istituzionalizzati,
che la letteratura italo-americana non era un soggetto appropriato
per uno studio accademico serio: non c’erano abbastanza studi su
cui basarsi; gli scrittori non avevano raggiunto una qualità di
scrittura abbastanza alta o una quantità abbastanza grande da
giustificare tale lavoro. Quindi, se io, studente serio ed
intenzionato a occuparmi di letteratura, ne sono stato allontanato,
non mi sorprenderebbe sapere che lo stesso possa essere accaduto ad
altri potenziali studiosi, in altre parti del mondo. Ma le cose
stanno cambiando, man mano che sempre più giovani studiosi si stanno
interessando ad aspetti della letteratura italoamericana che possa
rivendicare un certo interesse. Grazie al lavoro di Francesco
Durante, Martino Marazzi, e altri giornalisti e studiosi, la
letteratura italoamericana è molto più disponibile per lo studente
e lo studioso italiano. E grazie al lavoro di critici come Robert
Viscusi, Mary Jo Bona, Anthony Julian Tamburri, Edvige Giunta e
altri, quel lavoro è stato riconosciuto oggi come materia di studio.
Quello a cui stiamo assistendo ora, sono studenti che si basano su
quel lavoro già fatto e aprono quello studio a nuovi orizzonti, e
questa è la chiave per cambiare le idee, sia dell’accademia
italiana, che di quella americana, sull’utilizzabilità di tale
curricolo di studio e area di ricerca. ( 3 )
E’ all’interno di questi studi che si situa però l’opera e la vita di Pascal D’Angelo che nasce a Cauze, piccola frazione di Introdacqua (AQ), il 19 gennaio 1894 da Angelo e Annafelicia D'Angelo. Nel 1910, con il padre ed altri paesani di Introdacqua , emigra in America, dopo faticosi e umili lavori manuali si afferma come poeta e pubblica la sua autobiografia. L'idealista Pascal D'angelo muore a 38 anni per una diagnosi e una cura forse sbagliata. Una biografia brevissima , muore infatti ad appena 38 anni ma piena di un intenso fervore di opere il cui Dna è rappresentato proprio da quella terra che ha dovuto lasciare . E anche da tutti quei sacrifici che ha dovuto affrontare , compreso lo studio per padroneggiare la lingua del nuovo paese dove è andato a vivere . Con una voglia non solo di riscatto ma di affermazione attraverso la letteratura che ha rappresentato per lui , come per molti altri, una fuga dalla condizione materiale per sconfiggere emarginazione e povertà che contraddistinguono quella condizione di vita .
E’ lo stesso
Pascal d’Angelo che nella sua autobiografia “Son of Italy “ ci
racconta la sua Introdacqua . Il paese natale che si impegna da
anni, a livello istituzionale, a far conoscere e valorizzare la
personalità e l’opera di un suo degno figlio, il poeta e scrittore
Pasquale D’Angelo. Un autore che costituisce un “caso”, come da
molti è stato rilevato (cfr. G. Prezzolini, Scrittori italiani nel
mondo. Voci di poeti nostri negli Stati Uniti). E come lui stesso
dice, a conclusione del suo libro, Son of Italy: “mi trasformai
in un caso di incredibile interesse”.
Perché Pascal d’Angelo non accetta lo sradicamento e in una specie di catarsi lo trasforma proprio parlandone. Proprio riflettendo su quella che è la permanenza nel nuovo paese, raccontandola sottoforma di autobiografia. Come lui affrontano questi argomenti nella prima metà del ‘900 gli scrittori italo-americani e tra loro numerosi abruzzesi, di prima e seconda generazione, che emigrarono negli Stati Uniti.
Fra questi, Umberto Postiglione di Raiano, il molisano Arturo Giovannitti e il sulmonese Carlo Tresca, furono giornalisti e intellettuali militanti schierati per la difesa dei diritti civili e politici degli immigrati. In altri, come Pascal D’Angelo di Introdacqua, e negli scrittori neoamericani di seconda generazione, quali Pietro Di Donato, la cui famiglia proveniva da Vasto, e John Fante, proveniente da Torricella Peligna per via paterna, domina, con esiti diversi, la componente autobiografica.
Ma non solo scrittori anche cantanti, attori, politici Sono nati tutti in America, da genitori abruzzesi di umili origini, emigrati negli USA agli inizi dello scorso secolo con le tradizionali valigie di cartone legate con lo spago. Sono personaggi come Perry Como, Dean Martin, Rocky Marciano, Madonna, Henry Mancini, Mario Lanza ed altri appartengono alla razza sovrana e testarda della gente d’Abruzzo.
Un elenco lungo e
nutrito di talenti come Mario Cuomo, ex Governatore dello Stato di
New York, gli ex sindaci di New York Rudolph Giuliani, Vincent
Impellitteri, Fiorello la Guardia, Antony Joseph Celebrizze, ex
ministro degli Stati Uniti d’America, il pugile Jake La Motta, il
grande campione di baseball Joe Di Maggio (consorte dell’attrice
cinmematografica Marilym Monroe), i cantanti Frankie Avalon, Vic
Damone, Connie Francis, Frank Sinatra, Bruce Springsteen, gli attori
cinematografici Rodolfo Valentino, Anne Bancroft, Ernest Borgnine, i
registi Frank Capra, Martin Scorzese, Vincent Minnelli e Francis Ford
Coppola, gli altri attori di cinema Robert De Niro, Leonardo Di
Caprio, Ben Gazzarra, Liza Mannelli, Al Pacino, John Travolta,
Sylvester Stallone.
Ricordando questi uomini e queste donne va ancora precisato storicamente che in particolare circa 5,5 milioni di italiani sono immigrati negli Stati Uniti dal 1820 al 2004. Un numero impressionante se vogliamo che ha segnato la storia di due paesi. .
Il “caso Pascal D’Angelo”, secondo Mario Setta , che lo ha ricordato in un suo scritto recente : “ può essere analizzato secondo due aspetti: letterario e sociologico. Sotto il profilo letterario si tratta di un caso intrigante e, per molti aspetti, ancora fitto di interrogativi dalle molteplici risposte. Mario Setta si avvale per affrontare l’esame del profilo letterario dello scrittore italo americano le categorie che Italo Calvino nelle Lezioni americane propone “ per il prossimo millennio “ tra cui la “leggerezza” come capacità di reagire al peso di vivere e come bisogno di liberarsi dalla precarietà e dal bisogno e la “rapidità”,la “ visibilità” e la “molteplicità “ fino a far coincidere alcuni interrogativi di Italo Calvino con quelli di Pascal D’Angelo per superare la frontiera letteraria ed arrivare a quella sociologica . .
Infatti scrive testualmente Mario Setta : “ A questi interrogativi di Calvino, ecco gli interrogativi di Pascal D’Angelo, nella lettera all’editore di The Nation: «Io sono uno che arranca con fatica per emergere dal buio dell’ignoranza e portare il suo messaggio di fronte ad un pubblico, di fronte a voi. Voi la cui missione è di difendere l’immensa causa degli oppressi. Questa lettera è il grido di un’anima che si è arenata sui lidi tenebrosi lungo il suo disperato viaggio verso la luce […]» E, a conclusione dell’autobiografia, annota: «Per gli ambienti letterari mi trasformai in un caso di incredibile interesse, divenendo oggetto di grandi festeggiamenti, curiosità e attenzione. […] Ma, fra tutte, le parole più sentite e sincere che mi scaldarono il cuore, furono quelle dei miei compagni…».Queste parole conclusive riportano il “caso Pascal D’Angelo” da quello letterario a quello sociologico. Perché si tratta soprattutto di “caso sociologico”. Pascal D’Angelo, descrivendo la sua vita di emigrante, descrive la vita degli emigranti italiani negli Usa, ai primi decenni del ‘900. Nella sua vita di emarginazione, di stenti, di maltrattamenti c’è la vita delle migliaia di abruzzesi e dei milioni di italiani che emigrarono per le terre scoperte da Colombo. La sua opera non è solo una descrizione, è anche una denuncia. Non un libro politico, ma un grido di rivolta in nome dei valori umani, universali. Jean Paul Sartre, nella prefazione al libro di Frantz Fanon, I dannati della terra, ha scritto: “Le bocche s’aprirono da sole; le voci gialle e nere parlavano ancora del nostro umanesimo, ma era per rimproverarci la nostra inumanità”. Il libro di Pascal D’Angelo si pone su questo filone, che sta tra l’inchiesta e la denuncia, tra l’arte e il messaggio, tra l’intuizione e la ragione. Un’opera che può ben definirsi: “libro di vita”. Una vita che si “radica” su due terreni: Introdacqua e New-York, Càuze e Mulberry Street.
L’opera che ha fatto conoscere dunque Pascal D’Angelo oltre che le sue raccolte di poesie è la sua autobiografia Son of Italy in cui si racconta all’interno di una narrazione più ampia che per esempio guarda al fenomeno dell’emigrazione e le sue motivazioni di cui dice : “ La nostra gente è costretta ad emigrare, ad allargare i confini di un’esistenza stretta nella morsa di uno spazio angusto. In quelle terre ci sentiamo in trappola. Ogni centimetro appartiene a pochi privilegiati che la fanno da padroni. Col finire dell’inverno buona parte dei campi della nostra valle viene data in affitto o messa stagionalmente a disposizione dei contadini che pagano pigioni altissime a tassi d’usura, vale a dire, beneficiando solo della metà o addirittura di un quarto del raccolto, a seconda delle necessità che dipendono dal proprietario o dalle condizioni disperate del contadino in cerca di terra» (Son of Italy, p. 65) continuando : “Cos’è allora che trae l’uomo in salvo impedendogli di rimanere schiacciato sotto il peso di quella inesauribile necessità? Il Nuovo Mondo!» (Son of Italy, p. 65).”Qui gli immigrati che arrivano dalla stessa città formano gruppi compatti tra loro, e simili ad uno sciame d’api dello stesso alveare, vanno a lavorare laddove il loro caposquadra o ‘boss’ gli trova qualcosa. Così noi che ci eravamo riuniti quasi per caso diventammo come una vera famiglia fino al giorno in cui la morte e altre calamità non ci costrinsero a separarci». (Son of Italy, p. 80)
Una vita ,quella dell’emigrato molto dura : “Ovunque era ammazzarsi di fatica…”; “Ovunque era lavoro e fatica, sotto una cappa di sole incandescente o sotto le sferzate della pioggia, lavoro e sempre lavoro: continuo e inarrestabile”.
Dice ancora Mario
Setta : “ Le pagine sulla sua condizione di lavoro, sulla sua
sopravvivenza precaria, sul suo disagio di vivere sono tra le più
toccanti e sconvolgenti. Ma la soluzione non viene ricercata nella
politica o nel sindacato. È strettamente personale: il piacere dello
scrivere, del comunicare, dell’elaborare un pensiero poetico. Percy
Bysshe Shelley, un poeta noto e amato da Pascal D’Angelo, ha
scritto: “cibo dei poeti è l’amore e la fama”. Pascal D’Angelo
ha cercato di nutrirsi di questi due alimenti. Durante la vita non
c’è riuscito. Ed anche “post mortem”, purtroppo, sembra essere
ancora uno sconosciuto.” (4 )
Anche se lo stesso Pascal D’Angelo ha pensato qualche volta alla sua morte, al dopo ,lasciando per esempio questa specie di testamento :
A un poeta morto
Il Sole si erge in silenzio come un immenso emblema di splendore
Che custodisce i segreti dell'Eternità.
Per il suo sfavillante splendore,
I tuoi occhi erano come degli stupefacenti cieli popolati da spiriti felici;
E ora - e ora sono volati con il loro carico di bellezza
Oltre il gigantesco sigillo luminoso.
Cos'eri tu se non un sogno, un soave sogno
Nei piani del tuo triste destino?
Il Bruto si è destato e tu sei sparito
Nei sentieri dei sogni
Oltre la luce.
E ora devi ignorare eternamente
Il melodioso richiamo della primavera.
Pascal D'Angelo
To a Dead Poet
The Sun stands aloof like a giant sigil of splendor
Scaling the secrets of Eternity.
Before its baffling brilliance,
Your eyes were like strange heavens peopled with souls of smiles;
And now-and now they have flown with their burden of loveliness
Beyond the giant seal of light.
What were you but a dream-a gentle dream
In the thoughts of your sleeping fate?
The Brute has awakened and you have vanished
Into the pathways of dreams
Beyond the light.
And now you must disobey forever
The sweet trumpet call of Spring.
Pascal D'Angelo ( 5 )
Della sua esperienza di lavoro Pascal D’Angelo scrive in Son of Italy : “"Proprio in quel momento, mentre esitavo, sentii una mano posarsi sulla mia spalla non con violenza ma con delicatezza. Mi girai di soprassalto. Era il vecchio Michele che sta sotto un altro caposquadra. Anche lui era abruzzese, ma proveniva dalla radiosa riviera adriatica, dove limoneti ed aranceti crescono proprio in cima alle scogliere a strapiombo sul mare. Non aveva logorato la giovane virilità in questo incessante lavoro squallido e nella degradazione tra gente estranea. I suoi occhi erano lucenti come se in essi stessero ancora palpitando le speranze di gioventù. Ora però era vecchio e gli piaceva bere.
Mi
chiamò per nome: "E dove stai andando, ragazzo?” Era una
persona intelligente e parlava un ottimo italiano. Aveva lavorato
nella nostra squadra per una settimana, citando spesso Dante che
pensavo fosse un antico re. Ma ora, ormai vecchio, i capisquadra lo
assumevano più per pietà che per altro e perché poteva discorrere
così piacevolmente con loro." (Pascal D'Angelo. Son of Italy,
Torre dei Nolfi, Qualevita, 2003. Pag. 140.)
"Memoria", poesia di Pascal D'Angelo, fu trovata dopo la sua morte tra le sue carte nella piccola stanza, a Brooklyn, che aveva ospitato il poeta negli ultimi anni della sua vita.
"Memory" è il profondo ricordo ancestrale del luogo natio, dei pini neri, delle montagne, delle sensazioni umane infantili che non ti lasciano. E' l'inno alla vita senza nostalgia.
La poesia "Memory" fu scritta su un foglietto di carta con la macchina da scrivere regalatagli dalla scrittrice Mary Austin nel 1922.
Pascal annotò sul foglio a futura memoria: "da non vendere". Mi piace pensare che Pascal volesse conservare per sé il suo intimo ricordo dei pini e delle montagne di Introdacqua perché era la sua essenza vitale.
Infatti il 13 marzo 1932 muore Pascal D'Angelo, the pick and shovel poet. Il 10 marzo1932 accusa dolori addominali nella sua “austera stanzetta” al No 98 16th Street di Brooklyn. Solo il 12 marzo dopo l'arrivo di un medico viene accompagnato al Kings Country Hospital di Brooklyn, ma la sua sofferenza fisica viene scambiata per alcoolismo.
In Ospedale prima di morire, le sue ultime parole ad una vicina di casa sono: - Nella mia stanza ci sono alcuni libri della biblioteca, da restituire.
Muore il 13 marzo, per una occlusione intestinale..
Lou Wylie, William Weaver, Clarence Browning Smith, amici ed estimatori del poeta, organizzano il suo funerale al St. Rocco R.C. Church, 27th Street di Brooklyn. Officia il Rev. Thomas Sala; Victor Santilli, sarto musicista di Introdacqua, suona “Taps” (Silenzio) e Garibaldi Lapolla, scrittore e preside di scuole pubbliche di Brooklyn, recita la poesia di D'Angelo “To a Dead poet”. Sono presenti numerosi italoamericani ed americani.
Viene seppellito al St. John Cemetery di Brooklyn. Una scolaresca della Knox School di Coopertown (NY) dona la lapide di granito che viene posta sulla sua tomba.
Gli amici per ricordarlo istituiscono la D'Angelo Society che per alcuni anni premia giovani poeti delle scuole di Brooklyn.
Su facebook ci sono due pagine dedicate a Pascal D’Angelo . La prima viene curata proprio dalla fondazione Pascal D’Angelo, la seconda che si richiama alla sua emigrazione e ha come titolo : “Pascal D’Angelo poeta da Introdacqua a New York “viene curata dal Centro studi intitolato a suo nome e nato a Introdacqua .
Sulla pagina facebook della Fondazione Pascal D’Angelo, molto attiva nel ricordare tutte le iniziative a distanza ormai di alcuni decenni dalla morte del giovane emigrato introdacquese in America , della sua lotta contro l’emarginazione e la povertà, si possono leggere documenti e interventi sulla sua vita e sui suoi ideali .
Concludo questo ricordo di Pascal D’Angelo proprio con una sua frase evocativa, forte, piena di speranza, ,vitale come fu il suo impegno e la sua lotta dalla sua autobiografia “Son of Italy “ : "Noi gente delle montagne abruzzesi apparteniamo ad un’altra genìa. Gli abitanti delle dolci pianure del Lazio e della Puglia, nostri pascoli invernali, ci considerano poeti e veggenti. Crediamo nei sogni” E sogno fu la vita di Pascal D’Angelo che ho voluto riportare all’attenzione attraverso i numerosi contributi dai quali ho tratto le informazioni, comprese quelle sull’emigrazione italiana, i cui autori e i siti e le pagine web che li hanno pubblicati compreso quelli che per qualche svista ho omesso di citare . Ringrazio tutti e in particolare Mario Setta che della lettura di “Son of Italy” ha esposto una articolata e documentata sintesi attraverso passi antologici che ho usato anche in questa ricostruzione.
( 1 ) http://www.fulbright.it/la-commissione-fulbright/
( 2 )Cfr. Fuga all’estero per lavoro, gli emigrati italiani sono il doppio degli stranieri che arrivano «La Stampa», 7 ottobre 2014, anche on line: htttp://www.lastampa.it/2014/10/07/italia/cronache/boom -di-emigranti-italiani-le- partenze-doppiano-gli-arrivi-qb4WVnNcUdobbRmfPxb3HI/pagina.html
.( 3 ) http://www.stradedorate.org/2021/05/17/il-complicato-riconoscimento-critico-della-letteratura-italoamericana-intervista-a-fred-gardaphe/?fbclid=IwAR1SiJQDWW1qniM09mgyOax2W4H9lNH2gtD3eCwPs1bY40ghvZbdAcDOk4w
(4) (A cura di Mario Setta) https://www.abruzzonews.eu/il-caso-pascal-dangelo-525683.html
( 5) Poesia di Pascal D'Angelo pubblicata nel dicembre del 1922 e letta al suo funerale da Garibaldi LaPolla.
Pubblicato anche su Anankenews.it
Eremo Rocca S. Stefano lunedì 28 marzo 2022
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