Nella
Trasfigurazione, Gesù è indicato come la vera speranza dell’uomo
e come l’apogeo dell’Antico Testamento. Luca parla dell’“esodo”
di Gesù, che contiene allo stesso tempo morte e risurrezione.
I
tre apostoli, vinti dal sonno, che rappresenta l’incapacità
dell’uomo di penetrare nel Mistero, sono risvegliati da Gesù, cioè
dalla grazia, e vedono la sua gloria. La nube, simbolo dell’immensità
di Dio e della sua presenza, li copre tutti. I tre apostoli ascoltano
le parole del Padre che definiscono il Figlio come l’eletto:
“Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”. Non c’è
altro commento. Essi reagiscono con timore e stupore. Vorrebbero
attaccarsi a questo momento, evitare l’attimo seguente della
discesa dalla montagna e il suo fardello di abitudine, di oscurità,
di passione.
La Gloria, Mosè ed Elia, scompaiono. Non rimane
“che Gesù solo”, sola verità, sola vita e sola via di salvezza
nella trama quotidiana della storia umana. Questa visione non li
solleverà dal peso della vita di tutti i giorni, spesso spogliata
dello splendore del Tabor, e neanche li dispenserà dall’atto di
fede al momento della prova, quando i vestiti bianchi e il viso
trasfigurato di Gesù saranno strappati e umiliati. Ma il ricordo di
questa visione li aiuterà a capire, come spiega il Prefazio della
Messa di oggi, “che attraverso la passione possiamo giungere al
trionfo della risurrezione”.
Dal libro della Gènesi Gen
15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e
gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»
e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al
Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: «Io
sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in
possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere
che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di
tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e
un colombo».
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in
due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli
uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li
scacciò.
Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su
Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.
Quando,
tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante
e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel
giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram:
«Alla tua
discendenza
io do questa terra,
dal fiume d’Egitto
al
grande fiume, il fiume Eufrate».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai
Filippési Fil 3,17-4,1
Fratelli, fatevi insieme miei
imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che
avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e
ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da
nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la
perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui
dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La
nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come
salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro
misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del
potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò,
fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona,
rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
Dal Vangelo secondo Luca Lc
9,28b-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e
Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto
cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed
ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi
nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a
Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno;
ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che
stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse
a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre
capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva
quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì
con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla
nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto;
ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi
tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano
visto.
Le prime due domeniche di Quaresima, in tutte le annate
liturgiche, presentano quella successione tra il racconto delle
tentazioni di Gesù e la narrazione della sua trasfigurazione che è
simbolo del cammino quaresimale fino al suo compimento pasquale. Ma
vi troviamo anche un’immagine della nostra quotidianità. Questo è
particolarmente vero nell’annata C perché la polarità tentazione
- trasfigurazione si declina come polarità tentazione di
Gesù - preghiera di Gesù, dunque tentazione - preghiera
nostre. È infatti un tratto peculiare della redazione di Luca l’aver
inserito la narrazione della trasfigurazione nel contesto della
preghiera di Gesù: “Gesù salì sul monte per pregare e mentre
pregava l’aspetto del suo volto divenne altro e il suo abito
bianco, sfolgorante” (Lc 9,28-29). Luca crea un parallelo
spirituale suggestivo tra tentazioni, in cui Gesù si oppone al
divisore con la parola della Scrittura (Lc 4,1-13), e
trasfigurazione, in cui Gesù è reso partecipe della luminosità di
Dio attraverso la parola della Scrittura simbolizzata da Mosè ed
Elia, la legge e i Profeti, con cui sta conversando (Lc 9,28-36).
Questa polarità è anche descrizione della situazione in cui noi
stessi siamo immersi quotidianamente. Quotidiana è per noi la
possibilità del male. Ma altrettanto quotidiana è la possibilità
della lotta, della resistenza alla seduzione del male, dunque della
preghiera e dell’ascolto della parola del Signore nelle Scritture.
La preghiera è il luogo del nostro possibile mutamento, è il tempo
accordato e lo spazio fatto alla possibilità di essere resi più
conformi all'immagine del Signore Gesù. L’alternativa infatti di
fronte a cui siamo posti è: essere trasformati dal male che compiamo
e contro cui non combattiamo più abituandoci ad esso, oppure essere
trasformati dalla preghiera e dalla parola del Signore. La preghiera
per essere trasformati a somiglianza del Signore e perché il
prevalere del male e della tentazione non ci trasformi e ci deformi.
In questa luce, dovremmo pensare la preghiera non tanto come
un’azione virtuosa, ma piuttosto come una misura di sopravvivenza
umana e spirituale, come ciò che impedisce al male di deformarci, di
renderci cattivi o indifferenti o cinici o demotivati. Infatti,
rinunciare a pregare, smettere la fatica della lotta contro la
propria pigrizia, ci porta a cadere nella tentazione e a cadervi
sempre di nuovo, ma soprattutto ci porta a non avere più speranza,
ad atrofizzare la nostra volontà di amare, a non credere più in noi
stessi, a nutrire sfiducia negli altri, a non credere più alla
preghiera, anzi, a non credere più tout-court. Ci porta a
vivere facendo a meno del Signore e a chiuderci in noi stessi.
Luca dunque narra che mentre Gesù pregava, l’aspetto del suo volto divenne altro (Lc 9,29). Non un altro volto, ma un volto altro, un volto che si è lasciato abitare dall’alterità di Colui che Gesù stava pregando. La preghiera è luogo di trasfigurazione perché luogo di alterazione. Non a caso Gesù insegnerà ai discepoli a pregare perché è pregando che essi possono entrare nell’alleanza, cioè, nel modo di vita di Dio. Ma è importante che prima di dare loro indicazioni e insegnamenti sul pregare (Lc 11,1-13) egli stesso preghi e sia visto in preghiera dai discepoli. La preghiera è per Gesù spazio di accoglienza in sé dell’alterità di Dio: se il volto è il luogo essenziale di cristallizzazione dell’identità, allora la preghiera incide sull’identità personale. Il divenire altro del volto di Gesù dice che il suo volto narra l’invisibile volto di Dio. La preghiera agisce su colui che prega. La sua efficacia non è estrinseca, ma interiore, come appare qui per Gesù.
Ma anche in Pietro e nei discepoli noi possiamo vedere un divenire, un mutamento. Essi sono oppressi dal sonno, incapaci di tenere gli occhi aperti, con le palpebre che pesantemente si chiudono e con la testa che non riesce a restare ritta. Tuttavia riuscirono a vedere la gloria del Signore e i due uomini che stavano con lui (Lc 9,32). Siamo rinviati a una lotta, a una fatica che in qualche modo ha consentito ai discepoli di partecipare o almeno di assistere all’evento sul monte. Qui ci viene detto che la preghiera esige una lotta con il proprio corpo. La preghiera è anche sforzo fisico, non meramente intellettuale. Se la preghiera arriva a dare una forma al corpo è anche perché essa chiede al corpo di parteciparvi, anzi di esserne il soggetto. La tradizione a volte parla della ginnastica della preghiera, intendendola in senso non metaforico, o almeno non solo spirituale. I Salmi propongono tale ginnastica: inginocchiarsi, inchinarsi, alzarsi, sedersi, prostrarsi faccia a terra, levare al cielo le mani in segno di supplica, tendere in avanti le braccia come in attesa di un dono, alzare gli occhi al cielo, e si potrebbe continuare a lungo. La preghiera deve coinvolgere il corpo perché proprio e solo quando arriviamo a sentire il corpo possiamo dire che è partecipe della preghiera.
Pietro poi, parla in maniera insensata: “Egli non sapeva quel che diceva” (Lc 9,33). Dal sonno opprimente i discepoli passano a un parlare fuori posto. Dopo l’ingiunzione “Ascoltate lui” ecco che il percorso perviene al suo punto finale di sapienza: essi entrarono nel silenzio (Lc 9,36). Silenzio grazie al quale potrà nascere l’ascolto, l’accoglienza della presenza e della parola di Dio, e dunque potrà iniziare la preghiera, potrà avvenire l’ingresso nell’alleanza. Pietro aveva espresso il suo desiderio di costruire una tenda per Gesù e per Mosè ed Elia (Lc 9,33); Pietro coglie l’elemento di bellezza dell’esperienza che lui e gli altri discepoli stanno vivendo, ma non ne ha colto l’altra faccia, quella del terribile, e proprio allora la nube diviene tenda per Pietro e gli altri discepoli (“Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra”: Lc 9, 34). Pietro passa dal progetto di costruire tende per altri alla disponibilità a entrare nella nube, nella dimora che Dio prepara per lui. Deve passare dal parlare irriflesso al silenzio. È interessante notare che l’esegesi patristica ha spesso identificato la nube con lo Spirito santo: Spirito che dunque è dynamis trasfigurante, forza capace di trasfigurare il credente. Ma è altrettanto interessante notare un’altra interpretazione della nube, presente in Pietro da Celle (XII secolo): egli interpreta la nube in riferimento alla Scrittura. Scrive: “La nube è la divina Scrittura, è nube perché rinfresca, è nube perché protegge, è nube perché fa piovere. È luminosa perché fecondata dalla luce dello Spirito santo”. Lo Spirito e la Scrittura; lo Spirito che vivifica la Scrittura rendendola parola vivente di Dio. La Scrittura che introduce il lettore nella relazione con Dio attraverso la Parola e lo Spirito. Questo è il lavoro quotidiano del credente L’alleanza è una realtà in cui entrare ogni giorno rinnovando, attraverso l’ascolto, la fede nella promessa di Dio.
La preghiera dunque è lotta, ed esige l’ascolto. La
voce dall’alto chiede ai discepoli di ascoltare il Figlio: questa
infatti è la via per accogliere in sé la presenza del Signore, per
ricordare le sue parole, per introiettare la sua volontà. Ascoltare
è ospitare. Ma poi la preghiera richiede anche silenzio.
Nella trasfigurazione i discepoli faticano a fare silenzio. Parlano,
e parlando dicono anche insensatezze. Luca non esita a commentare che
Pietro non sapeva quel che diceva quando propone di fare tre tende.
Sembra arguirsi dal testo che il silenzio è faticoso, ma la mancanza
di silenzio è ostacolo alla preghiera. I discepoli infatti arrivano
a stare zitti solo alla fine. E in Luca non è mentre scendevano dal
monte, come in Mt (17,9) e in Mc (9,9), ma sembra dedursi dal testo
che si tratta di un silenzio prolungato, mentre stanno ancora sul
monte insieme a Gesù, ma senza dire nulla, condividendo il silenzio.
Infatti è solo il giorno successivo che essi scendono dal monte (Lc
9,37): si sono fermati sul monte e l’esperienza di preghiera di
Gesù si è prolungata nel silenzio condiviso con i tre discepoli. Un
silenzio pieno, un silenzio parlante, un silenzio orante, un silenzio
di comunione, un silenzio per interiorizzare ciò che era avvenuto.
Di più, in Luca non è Gesù che ordina ai discepoli di tacere e di
non dire nulla a nessuno (come in Mt e Mc), ma sono i discepoli che
ci arrivano da sé in base a due elementi: la voce dall’alto che
dice “Ascoltatelo” (Lc 9,35) e il fatto che Gesù resta solo (Lc
9,36). E, restando solo, resta anche nel silenzio. I discepoli sono
condotti al silenzio dal silenzio di Gesù. E questo dice anche la
solitudine come elemento della preghiera. Anche la
solitudine di Gesù ispira la loro solitudine. Solitudine che è
spazio di comunione. La comunione deve radicarsi nel profondo, non
certo esaurirsi nell’essere fianco a fianco o nel mangiare alla
stessa tavola o nel parlare insieme. E così, attraverso la fatica
del corpo, l’ascolto, il silenzio, la solitudine, i discepoli
compiono un cammino spirituale su questo monte. Lasciandosi avvolgere
dalla nube, sono entrati più in profondità nel mistero della
preghiera a cui Gesù li ha guidati. Mistero di preghiera che è
anche il luogo intimo della trasfigurazione possibile del credente.
(Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/15003-preghiera-e-silenzio)
Eremo Rocca S. Stefano sabato 12 marzo
2022
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