sabato 27 febbraio 2021

SILLABARI :Macchina da scrivere

 Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Milano, Leonardo, 1989.

 La macchina da scrivere nasce dai capricciosi amori di un cembalo estroso e di una mite mitragliatrice giocattolo. I suoi connotati più suasivi sono la tastiera e il macchinoso frastuono. Per codesto amore, il cembalo ha deposto le sue arie, e la mitragliatrice i suoi infantili, innocui furori. Le lettere che leggete sui tasti sono quanto resta degli antichi melodrammi, delle favole pastorali in cui il cembalo, complice  consenziente, venne coinvolto. Fu un amabile dono di nozze. Incidentalmente, per questo la macchina da scrivere racconta volentieri romanzi e progetta epistolari. Nell’animo del dattilografo - inteso nel senso più ampio – si nasconde un solista dei tasti; è consanguineo del pianista, del clavicembalista, di tutto coloro che vivono di e per una tastiera. Sommamente invitante è la tastiera; davanti ai tasti neri, alle lettere bianche, le dita si innervosiscono, come danzatori prima del ballo. Così accadeva quando il cembalista sedeva, solo,davanti alla tastiera. Non cercava né pentagramma,né metronomo; solo una tastiera voleva, e un pubblico silenzioso.

Precipitosamente esatte percorrevano le dita i tasti candidi e notturni: improvvisavano. Per generazioni l’aria del mondo rabbrividì di delizia a quelle volatili improvvisazioni che non ascolteremo mai. Se Mozart avesse potuto imprimere su di un mobile rullo pentagrammato i capricci di una mano danzante! Improvvisazione: la macchina da scrivere ha questo dono difficile: cattura l’improvvisazione. Vi furono improvvisatori pianisti, violinisti, cantanti, anche poeti: ne resta solo la stupita testimonianza di qualche spettatore. Altri improvvisò discorsi: ne vennero catastrofi. Ma la minima,umile macchina da scrivere è oggi la naturale tastiera dell’improvvisatore. Esigua,futile e svelta è l’improvvisazione: un po’ furba un po’ sciocca, un gioco patetico, insulso soave, graziosa villania; infine,istantaneo, già scomparso, è il rintocco diun riso già dimentico di ciò di cui si è riso.

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato  27 febbraio 2021

SETTIMO GIORNO II Domenica di Quaresima ( Anno B )

 


La trasfigurazione occupava un posto importante nella vita e nell’insegnamento della Chiesa primitiva. Ne sono testimonianze le narrazioni dettagliate dei Vangeli e il riferimento presente nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18).

Per i tre apostoli il velo era caduto: essi stessi avevano visto ed udito. Proprio questi tre apostoli sarebbero stati, più tardi, al Getsemani, testimoni della sofferenza di nostro Signore.

L’Incarnazione è al centro della dottrina cristiana. Possono esserci molti modi di rispondere a Gesù, ma per la Chiesa uno solo è accettabile. Gesù è il Figlio Unigenito del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. La vita cristiana è una contemplazione continua di Gesù Cristo. Nessuna saggezza umana, nessun sapere possono penetrare il mistero della rivelazione. Solo nella preghiera possiamo tendere a Cristo e cominciare a conoscerlo.

“È bello per noi stare qui”, esclama Pietro, il quale “non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”. La fede pone a tacere la paura, soprattutto la paura di aprire la nostra vita a Cristo, senza condizioni. Tale paura, che nasce spesso dall’eccessivo attaccamento ai beni temporali e dall’ambizione, può impedirci di sentire la voce di Cristo che ci è trasmessa nella Chiesa.

 

Dal libro della Gènesi   (Gen 22,1-2.9.10-13.15-18)

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  ( Rm 8,31b-34)

Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!


Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 9,2-10 )

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


 La collocazione del racconto dopo la  Confessione di Pietro e il primo annuncio della passione fa di essa una riaffermazione della messianicità di Gesù e della gloria messianica nella quale egli sarà rivelato. Egli non è meno Messia quando la sua gloria messianica è nascosta nell'incarnazione e nella passione. Per un istante i discepoli percepirono la verità della rivelazione fatta a Cesarea di Filippo: benché la messianicità di Gesù comportasse sofferenza, egli era veramente il glorioso Figlio dell'Uomo.

Questo racconto è quindi una delle pericopi messianiche centrali, e ha delle somiglianze con il Battesimo di Gesù (la voce dal cielo), ma anche con il racconto del Getsemani: i tre discepoli, la montagna, il grido Abbà (Padre), che corrisponde alla voce dal cielo, Questi è il mio Figlio diletto, nonché la preminenza di Pietro.

Il tema della trasfigurazione, o cambiamento d'aspetto, o metamorfosi, era un tema apocalittico, esprimente l'attesa del profondo cambiamento nell'aspetto dei giusti nel mondo futuro, ed è testimoniato in Ger 51,3-10 e in Dn 12,3. San Paolo lo riprende in 1Cor 15,40-44 e in 2Cor 3,18.

L'accenno ai sei giorni dopo con cui Matteo e Marco aprono la pericope (Luca ha otto giorni dopo) è visto come un richiamo a Es 24,16: la nube che viene a dimorare sul monte Sinai e lo copre per sei giorni; ma il richiamo non è stretto. Nel racconto serve a connettere la pericope con gli eventi di Cesarea di Filippo (Mc 8,27-9,1; Mt 16,13-28; Lc 9,18-27), e a confermare in modo drammatico la rivelazione messianica e l'istruzione ivi impartita.

I tre discepoli che accompagnano Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, sono gli stessi tre che sono i suoi compagni esclusivi di altri eventi: la resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37) e l'Agonia nel Getsemani (Mt 26,37).

Lo splendore di Cristo richiama la gloria che avrebbe ricevuto nella sua resurrezione. Il vestito bianco è un'immagine apocalittica comunemente usata per riferirsi alla gloria della vita ultramondana (En 46,1; 7,10; Dn 7,9; Mt 28,3; Mc 16,5; Gv 20,12; At 1,10) e della gloria escatologica dei santi (Ap 3,4.5.18; 4,4; 6,11; 7,9.12).

La presenza di Mosè ed Elia simboleggia la legge e i profeti, che avevano annunciato sia la venuta del Messia che la sua passione e glorificazione. Mosè ed Elia insieme indicano l'intera raccolta dei libri dell'Antico Testamento. Entrambi sono connessi con il Sinai/Oreb (Es 19,33-34; 1Re 10,9-13): con la loro presenza sul nuovo Sinai testimoniano l'adempimento dell'Antico Testamento in Gesù.

Le tre tende alludono alla Festa delle Capanne, che commemorava il soggiorno degli israeliti sul monte Sinai mentre ricevevano la rivelazione della legge per mezzo di Mosè. In realtà quando Gesù si trasfigura non si ha la rivelazione di un'altra legge, ma è il Figlio stesso che è donato dal Padre come suprema legge per l'uomo.

La concomitanza degli elementi (Mosè, monte, tende) configura anche un richiamo di Levitico 23,42-43, dove il popolo d'Israele riceve il comandamento di celebrare tale festa dimorando nelle tende. Pietro sente che è venuto il momento in cui diventa realtà la parola di Osea, Ti farò ancora abitare sotto le tende come ai giorni del convegno (12,10), e desidera che diventi permanente l'esperienza della presenza escatologica di Dio.

L'accenno degli evangelisti al fatto che Pietro non sapeva cosa dire rivela che l'apostolo si trova di fronte al Mistero di Cristo. L'affermazione di Pietro è ingenua, Gesù non ha alcun bisogno di tende terrene, perché egli è la celeste Sapienza incarnata (Sir 24,28; Sap 9,7-8), e la sua gloria è quella che riempì la Tenda del Convegno nel deserto (Es 40,35).

La nube è la Shekinah, la presenza di JHWH, e a livello letterario è un richiamo alle teofanie dell'Antico Testamento:

L'ombra della nube è ancora un'immagine dell'Antico Testamento che descrive la dimora di Dio in mezzo al suo popolo (Es 40,35). Il fatto che la nube copre anche i discepoli significa che essi non sono solo spettatori, ma vengono coinvolti profondamente nel mistero della glorificazione di Cristo in quanto rappresentanti del nuovo popolo di Dio.

La voce che si ode dal cielo, che parla de il mio figlio diletto, esprime una rivelazione della figliolanza divina di Gesù. Come nel racconto del Battesimo di Gesù, la voce allude a Is 42,1 e designa Gesù come il profeta-servo del Signore. Tuttavia in questo contesto le parole, rivolte ai discepoli ai quali era stato fatto da Gesù il primo annuncio della passione, costituiscono l'approvazione divina del ruolo di Gesù come Messia-Servo. Con l'aggiunta Ascoltatelo, non presente nella rivelazione al Giordano, Gesù viene designato come il profeta uguale a Mosè, il cui insegnamento va ascoltato sotto pena di esclusione dal popolo di Dio (cfr. Dt 18,15). E difatti subito dopo la voce Mosè ed Elia scompaiono, cedendo il loro posto a Gesù, che rimane solo. Ascoltare Gesù significa comprendere che il cammino della sofferenza è l'unico che porta alla gloria.

La discesa dal monte che segue e l'obbligo del segreto[2] sono elementi appartenenti al modello delle teofanie dell'Antico Testamento (Es 32,15; 34,29; Dn 12,4.9).

(https://it.cathopedia.org/wiki/Trasfigurazione_di_Ges%C3%B9)

 

La seconda domenica di Quaresima, presentando sempre il racconto della trasfigurazione di Gesù, conduce il credente a operare il passaggio dal deserto della tentazione (messaggio della prima domenica di Quaresima) al monte della Trasfigurazione. Passaggio simbolico di un cammino quaresimale-pasquale che si compie in una trasformazione. E se vi è un’unicità non imitabile nella trasfigurazione di Gesù, in cui non è tanto la sua realtà che cambia, ma è la capacità di vedere dei discepoli i quali riescono a scorgere in lui ciò che lui è sempre e in verità, tuttavia a un cambiamento siamo chiamati noi. Il cambiamento che passa attraverso la prova, l’essenzialità, lo spogliamento. C’è un passare attraverso le prove che la vita ci propone che non possono lasciarci indifferenti e che incidono su di noi.

Marco situa la Trasfigurazione di Gesù sei giorni dopo la confessione di fede di Pietro, il primo annuncio della sua passione, morte e resurrezione e l’annuncio della passione del discepolo (Mc 9,2). Marco ricorda anche le ultime parole pronunciate da Gesù sei giorni prima e che riguardano Pietro, Giacomo e Giovanni, ovvero i tre discepoli che Gesù prese con sé e portò in alto sul monte dove poterono assistere alla sua trasfigurazione: “In verità vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza” (Mc 9,1). Che cosa videro Pietro, Giacomo e Giovanni sull’alto monte? Videro Gesù avvolto nella luce divina, ovvero, videro Gesù come l’uomo su cui regna in pienezza Dio stesso, videro il regno di Dio nella sua potenza e maestosità.

In verità, Gesù non sta solo promettendo ai discepoli che essi vedranno da vivi il regno di Dio nella sua persona trasfigurata, ma sta anche dicendo loro che il cammino di sequela dietro a lui esige l’integrazione della prospettiva della propria morte: “non gusteranno la morte prima di aver visto …” (cf. Mc 9,1). Anche il vedere il regno di Dio nella sua potenza non toglie la fragilità della condizione umana e lo scacco della morte. Come Gesù ha appena detto ai discepoli, a chiare lettere, che il cammino dietro a lui comporta per il discepolo sofferenza e perdite (Mc 8,34-38), così ora sta ricordando che la sequela della sua persona si spinge fino alla morte, esige dunque che il credente diventi sempre più cosciente che in quella vita in cui cerca pienezza di senso e di gioia, troverà anche la morte, la fine della vita.

Ecco dunque che sei giorni dopo Gesù conduce con sé su un alto monte tre discepoli. Tra i tanti riferimenti che cercano di rendere maggiormente intelligibile la notazione “sei giorni dopo”, vale la pena di ricordarne una. Nel testo di Esodo 24,9-18, in cui si parla della conclusione dell’alleanza, Mosè sale sul monte Sinai, e vi sale con tre personaggi: Aronne, Nadab e Abiu. La nube, segno della presenza di Dio, copre la montagna per sei giorni e al settimo giorno il Signore chiama Mosè, fa sentire la sua voce e manifesta la sua gloria, gloria che aveva l’aspetto di una fiamma luminosa. Le analogie con il racconto della trasfigurazione sono numerose. Gesù, sul monte alto, fa un’esperienza di tale vicinanza e intimità con Dio che il suo stesso aspetto si svela essere abitato dalla gloria e dalla luce divine.

Notiamo anche che i verbi di cui Gesù è soggetto nel v. 2 (“prendere con sé” e “portare su”) suggeriscono l’iniziativa di Gesù, quasi il suo sobbarcarsi i discepoli, come se li prendesse sulle spalle, e l’introdurli in alto, quasi in un movimento iniziatico. Si tratta di un salire che tende aun’unità, a una convergenza, a una comunione. I Padri della Chiesa hanno molto sottolineato il movimento ascensionale come essenziale per giungere a una comunione e contemplazione di Dio in Cristo. Certe spiegazioni mistiche hanno anche colto i tre personaggi come riferimento ad attributi o virtù necessari per salire la montagna della contemplazione: Pietro indicherebbe la saldezza della fede, Giacomo la perseveranza e la costanza anche di fronte alla persecuzione, Giovanni rinvierebbe alla grazia e all’amore. Ma al di là di queste letture allegoriche, è vero che c’è un comune innalzarsi, ma guidati da Gesù, c’è un comune ascendere dei tre discepoli, ma trascinati da Gesù. Gesù li conduce verso un luogo in cui ciò che conosceranno (e di cui Gesù mostra di avere ben coscienza: 9,1), rasenterà l’indicibile, tanto che egli proibirà loro di dire a chicchessia ciò che avevano visto (Mc 9,9). Vi è qualcosa di intimo e di unico che si verifica: la comunicazione della propria identità e della propria unicità da parte di Gesù. La condivisione della sua solitudine più profonda. Qualcosa che rischia di essere micidiale anche per i discepoli. Che significa entrare in questa intimità con Gesù? Che significa per la propria vita, cogliere la gloria del Signore sul volto di colui che ha appena annunciato la propria passione e morte? Che significa per i discepoli essere messi a parte della verità personale di Gesù? Non significa forse uno sprofondare nel cammino di sofferenza dietro a lui? Sì, i discepoli, così vicini alla luce (il nome Tabor, che è il monte che a partire dal IV secolo è stato identificato dalla tradizione bizantina come il monte della Trasfigurazione, significa “vicino alla luce”), comprendono oscuramente il destino di sofferenza e morte che è anche per loro, comprendono altresì che possono integrare questa prospettiva di sofferenza e morte nel loro cammino dietro a Gesù, comprendono ancora oscuramente che questa prospettiva è gravida anche di una promessa di resurrezione. Anche se per loro questa parola e questa prospettiva, “resurrezione”, come annota Marco, restano enigmatiche (Mc 9,10).

Ma comprendono anche, e meglio, chi stanno seguendo. Comprendono meglio l’identità di Gesù. Richiesti in Mc 8,28: “Chi dice la gente che io sia?”, essi riferirono almeno tre risposte: “Giovanni Battista, Elia, uno dei profeti”. Ora Gesù assicura loro che lui non è Elia, anzi Elia compare vicino a lui nella visione sul monte. Gesù assicura che lui non è Giovanni Battista, perché allude evidentemente a Giovanni quando dice che Elia è già venuto e hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (Mc 9,13). Del resto, Marco ha già raccontato l’imprigionamento e l’assassinio del Battista (Mc 6,17-29). Gesù è colui con cui conversano Mosè ed Elia, anzi, per rispettare l’ordine messo in atto da Marco, Elia e Mosè. A questo punto Pietro esprime con trasporto la sua felicità, ma la esprime con parole belle, ma che vengono giudicate inadeguate dal narratore che si affretta a chiosare: “Non sapeva che cosa dire” perché erano preda della paura. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge allora i discepoli e diviene lei una capanna, una dimora per coloro che volevano fare una capanna per Elia, Mosè e Gesù. Gli eventi suggeriscono di passare dall’esteriorità all’interiorità. Dalla nube viene una voce che chiede ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). E dopo la voce, ecco la visione di Gesù solo, con loro soli. E non vedono più nessun altro. E mentre scendono dal monte Gesù li invita a passare dal non-saper-che-cosa-dire al fare-silenzio. Al custodire in sé ciò che avevano visto. Come Maria che deve meditare in se stessa ciò che ha visto e udito per arrivare a coglierne la portata, il senso, il significato (cf. Lc 2,19.51).

L’esperienza della trasfigurazione viene così suggellata dalla solitudine e dal silenzio. La trasfigurazione è certamente esperienza di grande e profonda comunione, ma il testo suggerisce che la comunione si stabilisce attorno a chi sa vivere la solitudine, a chi ha creato comunione in se stesso, a chi ha reso se stesso “comunione”. Del resto anche all’inizio del racconto Marco sottolinea la dimensione di scarto e solitudine: “alta montagna”, “in disparte”, “loro soli” (Mc 9,2). Gesù è solo con i discepoli, Gesù ha portato loro soli, certo scegliendoli di mezzo al gruppo dei Dodici, ma il riferimento è forse a qualcosa di più profondo, a una dimensione in cui l’esperienza vissuta può venire comunicata. C’è una solitudine che è la condizione stessa della comunione. E anche della comunicazione. Come se quel “solo” riferito a Gesù designasse una dimensione di solitudine che nessuna vicinanza e intimità può abolire. Del resto, pur nella prossimità, vi è una grande distanza fra Gesù e i discepoli, distanza emersa quando Gesù ha rimproverato Pietro che mostrava di non capirlo e si rifiutava di accogliere l’annuncio della sua prossima passione e morte. Così quel “soli” con cui sono definiti i discepoli può far appello a una dimensione a cui saranno rinviati proprio dall’incontro sul monte. Scendendo dal monte Gesù dirà loro di non comunicare a nessuno ciò che avevano visto, e il silenzio della discesa dal monte è anche il segno di una solitudine ancor più profonda in cui essi sono invitati a entrare. Iniziata nella solitudine, la trasfigurazione termina nel silenzio. Perché spesso solo il silenzio consente di non deteriorare la qualità dell’esperienza spirituale e delle relazioni, l’intensità e la profondità dei vissuti. La solitudine e il silenzio consentono così al credente di entrare nella conoscenza di Gesù e di partecipare della luce che dal suo volto promana e può illuminare il suo cammino costellato di difficoltà e di contraddizioni.

Luciano Matricardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14387-vicini-alla-luce

 

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 27 febbraio 2021

venerdì 26 febbraio 2021

BIBLIOFOLLIA L'amore per i libri

 

Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e l'anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Molti anni fa, quando mio padre mi portò qui per la prima volta, questo luogo era già vecchio, quasi come la città. Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l'abbia creato.

Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro si perde nell'oblio, noi, custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai.

CARLOS RUIZ ZAFON, L'ombra del vento (Milano, Mondadori 2001).

 

L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce per diventare un sentimento affatto distinto dall'amore della letteratura e fonte, per sé solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli. [...] In una libreria, anche piccola, si gode disponendo i propri libri in un nuovo ordine che formi una nuova combinazione di colore; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un cambiamento. [...]

È insomma un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri, tutti gli sconforti, tutte le insidie e anche tutte le gloriole di un piccolo re che non potendo allargare i propri confini quanto vorrebbe, si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.

EDMONDO DE AMICIS, citato in: Bandini-Butti, Manuale di bibliofilia, 1971.

 

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 26 febbraio 2021


LINEA D’OMBRA L’affido di comunità

 

In un momento di crisi e drastica diminuzione delle risorse pubbliche, con l’aumento di nuove e vecchie povertà, con scenari di esclusione e marginalità sempre più ampi e diffusi, come ente del Terzo settore stiamo provando a ridisegnare un servizio ibrido (come l’affido di comunità) che sia più corrispondente alle esigenze e bisogni delle persone che accompagniamo e, allo stesso tempo, possa capitalizzare e rendere generativo l’impiego di risorse pubbliche che a tali progetti sono dedicati. In questo quadro, infatti, sentiamo di avere una grande responsabilità nel cercare forme nuove per garantire una possibilità di cambiamento, che possa avere una tenuta nel tempo sia dal punto di vista sociale che economico. Per fare questo, crediamo che gli strumenti tipici del welfare state debbano necessariamente essere accompagnati da dispositivi che si rifanno al  welfare di comunità, ossia un welfare che guarda alla comunità di riferimento e alle risorse in essa espresse, sia profit che no-profit, come una possibilità per costruire  reti  di protezione  sociale più forti ed inclusive.

“Nessuno cambia senza opportunità”   E’ da questa convinzione che nel 2014 la  Cooperativa Sociale Il Faro  viene al mondo. È con questo obiettivo che comincia a costruire, sia nelle azioni progettuali poste in essere che nel servizio portato avanti (una comunità educativa madre con bambino/a), l’idea di un Terzo settore che guarda alla persone con cui lavora, non come utenti e/o destinatari ma come persone che necessitano di luoghi e spazi per riconoscere le proprie motivazioni, per mobilitare risorse e poter così essere accompagnati/e nella costruzione di possibilità, competenze e strumenti, per emanciparsi rispetto ad una condizione di svantaggio o come viene definito di mancanza di potere sociale, culturale, economico ecc.).In questi anni di lavoro, infatti, soprattutto le vite di queste donne con i loro percorsi, con le storie andate a buon fine ed i tanti fallimenti collezionati, ci hanno restituito una fotografia dettagliata del servizio e del mutamento sociale in atto, fornendoci una traccia necessaria e imprescindibile degli aggiustamenti da porre in essere, al fine di dare un’adeguata risposta al bisogno e come abbiamo precedentemente detto, soprattutto per costruire spazi reali di empowerment che siano tali non solo per le donne ma per tutta la comunità di riferimento.

Che cos’è l’affido di comunità .L’affido di comunità si configura come un’opportunità per nuclei monoparentali (prevalentemente donne con figli/e) e famiglie che transitano in una dimensione di vulnerabilità, ma che se “sufficientemente accompagnate” possono trasformare realmente i propri percorsi di vita.L’affido di comunità, di fatto, si presenta come sperimentazione di un servizio di uscita e/o accompagnamento di nuclei con un livello socio culturale prevalentemente medio-basso, quindi con un accesso a lavori quasi esclusivamente a bassa tutela, spesso già in carico ai servizi territoriali e a cui si somma l’assenza di un’adeguata rete sociale di riferimento. Come in un percorso tradizionale di affido, il nucleo è al centro di un progetto le cui figure affidatarie sono “interpretate” da soggetti pubblici e privati (individuati di volta in volta sulle specificità e i bisogni del nucleo) che si prendono in carico una funzione/dimensione legata alla vita del nucleo stesso (ad esempio, organizzazioni a favore dell’infanzia per la conciliazione dei tempi di vita/lavoro, il Consultorio per il sostegno alla genitorialità, associazioni di categoria per agevolazioni all’acquisto di beni materiali di prima necessità, associazioni di volontariato per il supporto sociale, ecc.).

Il processo dell’affido di comunità è regolato dallo strumento del  Patto di collaborazione che è un atto amministrativo, concepito entro il quadro legale del regolamento sull’Amministrazione condivisa dei beni comuni quale strumento attuativo del principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale (Cost. art.118, c. IV), attraverso cui il Comune e i cittadini attivi concordano l’ambito degli interventi di cura, rigenerazione o gestione condivisa dei beni comuni materiali ed immateriali, come anche l’implementazione di servizi ibridi e collaborativi che mettono al centro la persona affinché possa sentirsi parte integrante di una comunità. Il Patto di collaborazione diventa così lo strumento ideale, attraverso l’elaborazione prima e l’implementazione poi, per l’affido di comunità attraverso la definizione dell’interesse generale tutelato e degli impegni che ogni soggetto coinvolto assume nel patto per contribuire alla costruzione di un percorso centrato intorno alla pratica quotidiana della cura.

L’affido in comunità genera responsabilità condivise.L’affido di comunità, quindi, diventa prima di tutto per noi operatori e operatrici sociali, un’opportunità come cittadini e cittadine attive che credono che una società equa e giusta sia frutto di comunità responsabili e azioni condivise. Vogliamo essere guide di passaggio, disponibili ad accompagnare, per un tratto di vita, chi naviga nella notte, perché crediamo che tutti e tutte, abbiamo diritto ad un’altra dignitosa possibilità.

Annarita Del Vecchio, psicologa di comunità e coordinatrice dell’area Empowerment donne e comunità locale L’affido di comunità: per una pratica quotidiana di cura . (Mobilitare risorse attraverso un terzo settore capace di ridisegnare servizi ibridi che guardano alle persone non come destinatari e utenti, ma come soggetti capaci di trasformare realmente i propri percorsi di vita. L’utilità dei Patti di collaborazione) https://www.labsus.org/2021/02/l-affido-di-comunita-per-una-pratica-quotidiana-di-cura/

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 26 febbraio  2021

 

 

mercoledì 24 febbraio 2021

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI : Animali nella letteratura italiana

 

Nel nocciolo fisico e ideale degli Essais di Montaigne, la «Apologia di Raymond Sebond», alcune vivide pagine insolitamente affettuose sono dedicate ai misteri, alle bravure, alla superiorità degli animali sull'uomo il quale attribuisce «a chissà quale inclinazione naturale e bassa» alcune loro opere che vincono ciò che noi sappiamo e possiamo fare. La gatta con cui Montaigne si trastulla - come si trastullava Petrarca -, forse si diverte più di lui e certo lo comprende più di quanto lui non 'la comprenda; tra tutti i governi della società escogitati dall'uomo ce n'è qualcuno più alto del regime delle api? C'è un edificio ubicato più perfettamente" del nido delle rondini o costruito più intelligentemente della rete di un ragno? Il quale «evidentemente ha una facoltà di pensare». Al loro confronto siamo povere creature prive di tutto, abbandonate disarmate e nude sulla nuda terra.

È diffìcile trovare una "apologia" degli animali più strepitosa e spiritosa di questa. Nel volume organizzato da Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi intorno agli Animali della letteratura italiana, ma con ampie, inevitabili e provvide estensioni ai precedenti nelle letterature classiche e anche più addietro nel Paradiso adamitico e nell'Arca di Noè.

Fra la ventina di saggetti alfabetici di altrettanti autori, da «Api» a «Topi», intessuti di capillari richiami e citazioni su questo mondo divenuto oggi per certi aspetti più vicino a noi ma per altri assai più remoto nella sua realtà prima, ormai sconosciuta se" non addirittura scomparsa, le api citate da Montaigne hanno ancora il loro bel rilievo in una catena che da Virgilio scende alle cinquecentesche Api georgiche di Giovanni Rucellai e al seicentesco Apiarium dello scienziato Federico Cesio È sempre esaltata la casta armonia, l'industriosità profumata, la previdenza della loro società; poco liberale in verità se «tutte a uno solo obbediscono, e per la pubblica salute tutte con fortissimo animo e ardentissima "opera s'essercitano» (Leon Battista Alberti).

Altrettanto avviene delle formiche. Se sono esaltate tradizionalmente nella favola borghesissima a fronte della spensierata cicala, paziente invece lei, costruttiva, e pur fragile nelle sue nere carovane, «minime briciole del moto e dell' essere» secondo Gadda, c'è chi (Gianni Rodari ma non solo) si schiera con la sua rivale, che "regala" generosamente il suo bel canto di cui andava ebbro ed era invidioso D'Annunzio ascoltandola tra la luce e il verde delle selve nei meriggi e negli occasi viola .

Sopra tutti volteggia maestosa l'aquila, indisputato uccello. L'aquila imperiale del Paradiso dantesco; vetta dell'amore di Giacomo da Lentini ( “in aquila gruera [che domina le gru] ho messo amore»): l'aquila degli ingegni sublimi, Dante stesso raffigurato nelle Grazie del Foscolo come un'aquila sdegnosa che batte le penne «cieli e abissi cercando». Tutti i suoi valori sono racchiusi nel Morgante di Pulci: «L'aquila in alto con sue rote andava,! guardando fiso il sol, com'essa è avvezza ... »: versi degni di stare accanto alla traversata alpestre del diacono Martino nell'Adelchi: «Tutto tace: [ ... ] l'aquila dall'erto / nido spiccata in sul mattin, rombando ... ». A fatica, nota Leopardi nell'Elogio degli uccelli, possiamo crearci un'immagine proporzionata della sua potenza e delle meraviglie di quando di lassù gode di spettacoli immensi, spazi sconfinati di terre e paesi: per cui «s'inferisce che debbono avere un grandissimo uso dell'immaginativa». Che non è invero molto discosto da quanto s'immaginava il signore di Montaigne.

«Animali della letteratura italiana», a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Carocci, Roma, pagg. 288, € 25,00.

Reecnsione di Carlo Carena Corre la fantasia con gatti e topi Il Sole 24 ore 28 febbraio 2010

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