sabato 27 febbraio 2021

SETTIMO GIORNO II Domenica di Quaresima ( Anno B )

 


La trasfigurazione occupava un posto importante nella vita e nell’insegnamento della Chiesa primitiva. Ne sono testimonianze le narrazioni dettagliate dei Vangeli e il riferimento presente nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18).

Per i tre apostoli il velo era caduto: essi stessi avevano visto ed udito. Proprio questi tre apostoli sarebbero stati, più tardi, al Getsemani, testimoni della sofferenza di nostro Signore.

L’Incarnazione è al centro della dottrina cristiana. Possono esserci molti modi di rispondere a Gesù, ma per la Chiesa uno solo è accettabile. Gesù è il Figlio Unigenito del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. La vita cristiana è una contemplazione continua di Gesù Cristo. Nessuna saggezza umana, nessun sapere possono penetrare il mistero della rivelazione. Solo nella preghiera possiamo tendere a Cristo e cominciare a conoscerlo.

“È bello per noi stare qui”, esclama Pietro, il quale “non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”. La fede pone a tacere la paura, soprattutto la paura di aprire la nostra vita a Cristo, senza condizioni. Tale paura, che nasce spesso dall’eccessivo attaccamento ai beni temporali e dall’ambizione, può impedirci di sentire la voce di Cristo che ci è trasmessa nella Chiesa.

 

Dal libro della Gènesi   (Gen 22,1-2.9.10-13.15-18)

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  ( Rm 8,31b-34)

Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!


Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 9,2-10 )

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


 La collocazione del racconto dopo la  Confessione di Pietro e il primo annuncio della passione fa di essa una riaffermazione della messianicità di Gesù e della gloria messianica nella quale egli sarà rivelato. Egli non è meno Messia quando la sua gloria messianica è nascosta nell'incarnazione e nella passione. Per un istante i discepoli percepirono la verità della rivelazione fatta a Cesarea di Filippo: benché la messianicità di Gesù comportasse sofferenza, egli era veramente il glorioso Figlio dell'Uomo.

Questo racconto è quindi una delle pericopi messianiche centrali, e ha delle somiglianze con il Battesimo di Gesù (la voce dal cielo), ma anche con il racconto del Getsemani: i tre discepoli, la montagna, il grido Abbà (Padre), che corrisponde alla voce dal cielo, Questi è il mio Figlio diletto, nonché la preminenza di Pietro.

Il tema della trasfigurazione, o cambiamento d'aspetto, o metamorfosi, era un tema apocalittico, esprimente l'attesa del profondo cambiamento nell'aspetto dei giusti nel mondo futuro, ed è testimoniato in Ger 51,3-10 e in Dn 12,3. San Paolo lo riprende in 1Cor 15,40-44 e in 2Cor 3,18.

L'accenno ai sei giorni dopo con cui Matteo e Marco aprono la pericope (Luca ha otto giorni dopo) è visto come un richiamo a Es 24,16: la nube che viene a dimorare sul monte Sinai e lo copre per sei giorni; ma il richiamo non è stretto. Nel racconto serve a connettere la pericope con gli eventi di Cesarea di Filippo (Mc 8,27-9,1; Mt 16,13-28; Lc 9,18-27), e a confermare in modo drammatico la rivelazione messianica e l'istruzione ivi impartita.

I tre discepoli che accompagnano Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, sono gli stessi tre che sono i suoi compagni esclusivi di altri eventi: la resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37) e l'Agonia nel Getsemani (Mt 26,37).

Lo splendore di Cristo richiama la gloria che avrebbe ricevuto nella sua resurrezione. Il vestito bianco è un'immagine apocalittica comunemente usata per riferirsi alla gloria della vita ultramondana (En 46,1; 7,10; Dn 7,9; Mt 28,3; Mc 16,5; Gv 20,12; At 1,10) e della gloria escatologica dei santi (Ap 3,4.5.18; 4,4; 6,11; 7,9.12).

La presenza di Mosè ed Elia simboleggia la legge e i profeti, che avevano annunciato sia la venuta del Messia che la sua passione e glorificazione. Mosè ed Elia insieme indicano l'intera raccolta dei libri dell'Antico Testamento. Entrambi sono connessi con il Sinai/Oreb (Es 19,33-34; 1Re 10,9-13): con la loro presenza sul nuovo Sinai testimoniano l'adempimento dell'Antico Testamento in Gesù.

Le tre tende alludono alla Festa delle Capanne, che commemorava il soggiorno degli israeliti sul monte Sinai mentre ricevevano la rivelazione della legge per mezzo di Mosè. In realtà quando Gesù si trasfigura non si ha la rivelazione di un'altra legge, ma è il Figlio stesso che è donato dal Padre come suprema legge per l'uomo.

La concomitanza degli elementi (Mosè, monte, tende) configura anche un richiamo di Levitico 23,42-43, dove il popolo d'Israele riceve il comandamento di celebrare tale festa dimorando nelle tende. Pietro sente che è venuto il momento in cui diventa realtà la parola di Osea, Ti farò ancora abitare sotto le tende come ai giorni del convegno (12,10), e desidera che diventi permanente l'esperienza della presenza escatologica di Dio.

L'accenno degli evangelisti al fatto che Pietro non sapeva cosa dire rivela che l'apostolo si trova di fronte al Mistero di Cristo. L'affermazione di Pietro è ingenua, Gesù non ha alcun bisogno di tende terrene, perché egli è la celeste Sapienza incarnata (Sir 24,28; Sap 9,7-8), e la sua gloria è quella che riempì la Tenda del Convegno nel deserto (Es 40,35).

La nube è la Shekinah, la presenza di JHWH, e a livello letterario è un richiamo alle teofanie dell'Antico Testamento:

L'ombra della nube è ancora un'immagine dell'Antico Testamento che descrive la dimora di Dio in mezzo al suo popolo (Es 40,35). Il fatto che la nube copre anche i discepoli significa che essi non sono solo spettatori, ma vengono coinvolti profondamente nel mistero della glorificazione di Cristo in quanto rappresentanti del nuovo popolo di Dio.

La voce che si ode dal cielo, che parla de il mio figlio diletto, esprime una rivelazione della figliolanza divina di Gesù. Come nel racconto del Battesimo di Gesù, la voce allude a Is 42,1 e designa Gesù come il profeta-servo del Signore. Tuttavia in questo contesto le parole, rivolte ai discepoli ai quali era stato fatto da Gesù il primo annuncio della passione, costituiscono l'approvazione divina del ruolo di Gesù come Messia-Servo. Con l'aggiunta Ascoltatelo, non presente nella rivelazione al Giordano, Gesù viene designato come il profeta uguale a Mosè, il cui insegnamento va ascoltato sotto pena di esclusione dal popolo di Dio (cfr. Dt 18,15). E difatti subito dopo la voce Mosè ed Elia scompaiono, cedendo il loro posto a Gesù, che rimane solo. Ascoltare Gesù significa comprendere che il cammino della sofferenza è l'unico che porta alla gloria.

La discesa dal monte che segue e l'obbligo del segreto[2] sono elementi appartenenti al modello delle teofanie dell'Antico Testamento (Es 32,15; 34,29; Dn 12,4.9).

(https://it.cathopedia.org/wiki/Trasfigurazione_di_Ges%C3%B9)

 

La seconda domenica di Quaresima, presentando sempre il racconto della trasfigurazione di Gesù, conduce il credente a operare il passaggio dal deserto della tentazione (messaggio della prima domenica di Quaresima) al monte della Trasfigurazione. Passaggio simbolico di un cammino quaresimale-pasquale che si compie in una trasformazione. E se vi è un’unicità non imitabile nella trasfigurazione di Gesù, in cui non è tanto la sua realtà che cambia, ma è la capacità di vedere dei discepoli i quali riescono a scorgere in lui ciò che lui è sempre e in verità, tuttavia a un cambiamento siamo chiamati noi. Il cambiamento che passa attraverso la prova, l’essenzialità, lo spogliamento. C’è un passare attraverso le prove che la vita ci propone che non possono lasciarci indifferenti e che incidono su di noi.

Marco situa la Trasfigurazione di Gesù sei giorni dopo la confessione di fede di Pietro, il primo annuncio della sua passione, morte e resurrezione e l’annuncio della passione del discepolo (Mc 9,2). Marco ricorda anche le ultime parole pronunciate da Gesù sei giorni prima e che riguardano Pietro, Giacomo e Giovanni, ovvero i tre discepoli che Gesù prese con sé e portò in alto sul monte dove poterono assistere alla sua trasfigurazione: “In verità vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza” (Mc 9,1). Che cosa videro Pietro, Giacomo e Giovanni sull’alto monte? Videro Gesù avvolto nella luce divina, ovvero, videro Gesù come l’uomo su cui regna in pienezza Dio stesso, videro il regno di Dio nella sua potenza e maestosità.

In verità, Gesù non sta solo promettendo ai discepoli che essi vedranno da vivi il regno di Dio nella sua persona trasfigurata, ma sta anche dicendo loro che il cammino di sequela dietro a lui esige l’integrazione della prospettiva della propria morte: “non gusteranno la morte prima di aver visto …” (cf. Mc 9,1). Anche il vedere il regno di Dio nella sua potenza non toglie la fragilità della condizione umana e lo scacco della morte. Come Gesù ha appena detto ai discepoli, a chiare lettere, che il cammino dietro a lui comporta per il discepolo sofferenza e perdite (Mc 8,34-38), così ora sta ricordando che la sequela della sua persona si spinge fino alla morte, esige dunque che il credente diventi sempre più cosciente che in quella vita in cui cerca pienezza di senso e di gioia, troverà anche la morte, la fine della vita.

Ecco dunque che sei giorni dopo Gesù conduce con sé su un alto monte tre discepoli. Tra i tanti riferimenti che cercano di rendere maggiormente intelligibile la notazione “sei giorni dopo”, vale la pena di ricordarne una. Nel testo di Esodo 24,9-18, in cui si parla della conclusione dell’alleanza, Mosè sale sul monte Sinai, e vi sale con tre personaggi: Aronne, Nadab e Abiu. La nube, segno della presenza di Dio, copre la montagna per sei giorni e al settimo giorno il Signore chiama Mosè, fa sentire la sua voce e manifesta la sua gloria, gloria che aveva l’aspetto di una fiamma luminosa. Le analogie con il racconto della trasfigurazione sono numerose. Gesù, sul monte alto, fa un’esperienza di tale vicinanza e intimità con Dio che il suo stesso aspetto si svela essere abitato dalla gloria e dalla luce divine.

Notiamo anche che i verbi di cui Gesù è soggetto nel v. 2 (“prendere con sé” e “portare su”) suggeriscono l’iniziativa di Gesù, quasi il suo sobbarcarsi i discepoli, come se li prendesse sulle spalle, e l’introdurli in alto, quasi in un movimento iniziatico. Si tratta di un salire che tende aun’unità, a una convergenza, a una comunione. I Padri della Chiesa hanno molto sottolineato il movimento ascensionale come essenziale per giungere a una comunione e contemplazione di Dio in Cristo. Certe spiegazioni mistiche hanno anche colto i tre personaggi come riferimento ad attributi o virtù necessari per salire la montagna della contemplazione: Pietro indicherebbe la saldezza della fede, Giacomo la perseveranza e la costanza anche di fronte alla persecuzione, Giovanni rinvierebbe alla grazia e all’amore. Ma al di là di queste letture allegoriche, è vero che c’è un comune innalzarsi, ma guidati da Gesù, c’è un comune ascendere dei tre discepoli, ma trascinati da Gesù. Gesù li conduce verso un luogo in cui ciò che conosceranno (e di cui Gesù mostra di avere ben coscienza: 9,1), rasenterà l’indicibile, tanto che egli proibirà loro di dire a chicchessia ciò che avevano visto (Mc 9,9). Vi è qualcosa di intimo e di unico che si verifica: la comunicazione della propria identità e della propria unicità da parte di Gesù. La condivisione della sua solitudine più profonda. Qualcosa che rischia di essere micidiale anche per i discepoli. Che significa entrare in questa intimità con Gesù? Che significa per la propria vita, cogliere la gloria del Signore sul volto di colui che ha appena annunciato la propria passione e morte? Che significa per i discepoli essere messi a parte della verità personale di Gesù? Non significa forse uno sprofondare nel cammino di sofferenza dietro a lui? Sì, i discepoli, così vicini alla luce (il nome Tabor, che è il monte che a partire dal IV secolo è stato identificato dalla tradizione bizantina come il monte della Trasfigurazione, significa “vicino alla luce”), comprendono oscuramente il destino di sofferenza e morte che è anche per loro, comprendono altresì che possono integrare questa prospettiva di sofferenza e morte nel loro cammino dietro a Gesù, comprendono ancora oscuramente che questa prospettiva è gravida anche di una promessa di resurrezione. Anche se per loro questa parola e questa prospettiva, “resurrezione”, come annota Marco, restano enigmatiche (Mc 9,10).

Ma comprendono anche, e meglio, chi stanno seguendo. Comprendono meglio l’identità di Gesù. Richiesti in Mc 8,28: “Chi dice la gente che io sia?”, essi riferirono almeno tre risposte: “Giovanni Battista, Elia, uno dei profeti”. Ora Gesù assicura loro che lui non è Elia, anzi Elia compare vicino a lui nella visione sul monte. Gesù assicura che lui non è Giovanni Battista, perché allude evidentemente a Giovanni quando dice che Elia è già venuto e hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (Mc 9,13). Del resto, Marco ha già raccontato l’imprigionamento e l’assassinio del Battista (Mc 6,17-29). Gesù è colui con cui conversano Mosè ed Elia, anzi, per rispettare l’ordine messo in atto da Marco, Elia e Mosè. A questo punto Pietro esprime con trasporto la sua felicità, ma la esprime con parole belle, ma che vengono giudicate inadeguate dal narratore che si affretta a chiosare: “Non sapeva che cosa dire” perché erano preda della paura. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge allora i discepoli e diviene lei una capanna, una dimora per coloro che volevano fare una capanna per Elia, Mosè e Gesù. Gli eventi suggeriscono di passare dall’esteriorità all’interiorità. Dalla nube viene una voce che chiede ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). E dopo la voce, ecco la visione di Gesù solo, con loro soli. E non vedono più nessun altro. E mentre scendono dal monte Gesù li invita a passare dal non-saper-che-cosa-dire al fare-silenzio. Al custodire in sé ciò che avevano visto. Come Maria che deve meditare in se stessa ciò che ha visto e udito per arrivare a coglierne la portata, il senso, il significato (cf. Lc 2,19.51).

L’esperienza della trasfigurazione viene così suggellata dalla solitudine e dal silenzio. La trasfigurazione è certamente esperienza di grande e profonda comunione, ma il testo suggerisce che la comunione si stabilisce attorno a chi sa vivere la solitudine, a chi ha creato comunione in se stesso, a chi ha reso se stesso “comunione”. Del resto anche all’inizio del racconto Marco sottolinea la dimensione di scarto e solitudine: “alta montagna”, “in disparte”, “loro soli” (Mc 9,2). Gesù è solo con i discepoli, Gesù ha portato loro soli, certo scegliendoli di mezzo al gruppo dei Dodici, ma il riferimento è forse a qualcosa di più profondo, a una dimensione in cui l’esperienza vissuta può venire comunicata. C’è una solitudine che è la condizione stessa della comunione. E anche della comunicazione. Come se quel “solo” riferito a Gesù designasse una dimensione di solitudine che nessuna vicinanza e intimità può abolire. Del resto, pur nella prossimità, vi è una grande distanza fra Gesù e i discepoli, distanza emersa quando Gesù ha rimproverato Pietro che mostrava di non capirlo e si rifiutava di accogliere l’annuncio della sua prossima passione e morte. Così quel “soli” con cui sono definiti i discepoli può far appello a una dimensione a cui saranno rinviati proprio dall’incontro sul monte. Scendendo dal monte Gesù dirà loro di non comunicare a nessuno ciò che avevano visto, e il silenzio della discesa dal monte è anche il segno di una solitudine ancor più profonda in cui essi sono invitati a entrare. Iniziata nella solitudine, la trasfigurazione termina nel silenzio. Perché spesso solo il silenzio consente di non deteriorare la qualità dell’esperienza spirituale e delle relazioni, l’intensità e la profondità dei vissuti. La solitudine e il silenzio consentono così al credente di entrare nella conoscenza di Gesù e di partecipare della luce che dal suo volto promana e può illuminare il suo cammino costellato di difficoltà e di contraddizioni.

Luciano Matricardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14387-vicini-alla-luce

 

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 27 febbraio 2021

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